I cimiteri di Niamey

Da Padre Mauro Armanino  ricevo e volentieri inoltro questo post dal Niger a cui premetto qualche aforisma da ‘Pace e Disarmo culturale’ di Raimon Panikkar che parlava del disarmo culturale come trasformazione del motore pulsionale nella sua distruttività. Ricordando anche quando diceva Franco Fornari sulla guerra come elaborazione paranoica del lutto (e oserei aggiungere su fondamentalismi religiosi o laici come elaborazione paranoica della differenza).

«la pace è frutto della saggezza di chi sa convertire le tensioni (distruttive) in polarità creative»

«Qualunque intento di pace (…) che si imponga come un diritto o una conquista, anche se si presenta sotto l’aspetto di giustizia non sarà mai vera pace. Prova ne sia la fragilità delle paci frutto della volontà. Basta che un’altra volontà si opponga e tutta la ‘nostra pace’ si dissolve»

«La parola ‘ordine’ etimologicamente proviene dalla radice or ar. Ordire significa tessere, mettere ordine nei fili. Ar significa congiungere, mettere insieme. Areté (virtù) e ars (arte) derivano dalla radice ar.»

«Così come il problema della tolleranza emerge in presenza dell’intollerante, il problema autentico della pace emerge quando si verificano situazioni ingiuste»

ecco il post di padre Mauro:

«Sono giorni pieni di polvere. La città registra l’assenza dell’assedio del sole. C’è chi porta il passamontagna e chi indossa una giacca d’occasione. Il vento cospira tra i due cimiteri di Niamey. Uno per i musulmani e l’altro per i cristiani. Per seppellire i corpi perché dalla polvere si arriva e alla polvere si torna. Ad ognuno la sua polvere. I vecchi cimiteri ormai saturi erano in città. I nuovi si trovano lungo strade che si allontanano. Una verso Tillaberi e l’altra verso Ouallam. Vanno entrambe verso il confine. Le frontiere mettono insieme i morti. Come i cimiteri disarmati di Niamey.

Da una parte e dall’altra si depositano i defunti. Ad ognuno i suoi. La ‘livella’ di cui parlava Totò è stata rubata. Alcuni morti contano più di altri. C’è polvere e polvere. Quella del Sahel e quella da sparo. Morire al centro e morire alla periferia non è solo geografia. Le armi esportate e quelle usate sono le stesse. Cambiano solo la direzione e l’uso. Proprio come le guerre quando fanno inversione di marcia. Non sempre si possono dichiarare o provocare in tutta impunità. La guerra fuori e quella dentro usano gli stessi cimiteri. C’è da proclamare un disarmo unilaterale.

Quello dei mercati e dell’economia. Che esclude e rimodella il mondo a forma di moneta corrente. L’altra guerra si combatte ogni giorno che aumenta la disuguaglianza. Banche e carte di credito fabbricano consumatori dalla nascita. L’orizzonte si confonde tra le etichette e i pannelli pubblicitari. Tutto congiura per ridurrre il senso della vita in merce da barattare. Tra i corpi manipolati dal potere e quelli tra le trincee dei supermercati c’è poca differenza. La dignità che si svende al potere diventa menzogna che illude. C’è da imporre il disarmo senza condizioni.

Quello delle parole e delle immagini. Di queste sono costituiti i simboli che poi uccidono. I giornali e le notizie che contano. Il cuore del sistema è stato colpito hanno detto. Gli assassini e i mandanti le hanno prese sul serio. Le parole di distruzione dei nemici. Terroristi e canaglie di cui sbarazzarsi. La civiltà in pericolo e il fanatismo della barbarie. Dall’altra ci sono i giusti che esportano persino la democrazia.I barbari assediano alle mura di cinta della città. Aumenteranno i sistemi di controllo e i pattugliamenti lungo le strade. Ve lo dicevamo che finiva male. C’è da credere nel disarmo.

Quello delle ideologie e delle religioni. Del dio confiscato dal potente di turno. Del dio ostaggio delle multinazionali della dominazione. Del dio clonato in arma a doppio taglio per gli innocenti. Del dio capitano di industria della paura. Del dio garante della stabilità della moneta. Del dio guerriero per le compagnie di assicurazioni. Del dio sventurato delle compagnie di navigazione. Del dio innocuo delle fiere di beneficenza. Del dio appeso accanto ai calendari delle feste nazionali. Del dio giustiziere al soldo dei presidenti. Del dio espropriato dalla sua follia. C’è da rischiare il disarmo.

Quello dello sguardo che accusa e di quello indifferente. Dello sguardo che non ascolta. Dello sguardo che infierisce. Dello sguardo assente. Dello sguardo che sospetta. Dello sguardo di chi sa o di chi presume . Dello sguardo del centro che accantona la periferia. Dello sguardo che abbandona lungo la via. Dello sguardo che illude. Dello sguardo che imprigiona. Dello sguardo che diserta gli occhi. Dello sguardo che rapina lo stupore. Dello sguardo che non ha più nulla da raccontare. Dello sguardo che scappa per codardia. Dello sguardo venduto al buffone di corte. C’è da osare il disarmo.

mauro armanino, niamey, gennaio 015

 

 

 

 

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