Dal taccuino di Bento (John Berger)

Schermata 2015-01-23 alle 15.58.11Dal Taccuino di Bento di John Berger (Neri Pozza 2014):

«Sono in un supermercato hard discount che appartiene a una delle maggiori catene di distribuzione alimentare d’Europa. Gestiscono oltre ottomila punti vendita. Qui si possono comprare prodotti – per esempio cartoni di succo di mela – a metà del prezzo che si paga in altri supermercati. Si trova nella zona dove cominciano le autostrade, alla periferia della città.

Ci lavorano circa sessanta persone e ci sono almeno altrettante videocamere di sorveglianza. Le merci non sono in esposizione. Sono dentro scatoloni con i lati strappati. I clienti sono per lo più frequentatori abituali e sanno sbrigarsela.

Tra loro ci sono i poveri in età avanzata che fanno compere solo per sé e molte giovani donne che fanno acquisti per i figli, il padre (se ce n’è uno), se stesse, le persone a carico. Tutti, in base ai propri mezzi, comprano più che possono, perché non vogliono tornare in questo posto più di una volta – o al massimo due – alla settimana. I carrelli, in coda alla cassa, traboccano di prodotti alimentari tra cui, invariabilmente, diverse confezioni dello stesso piatto – maccheroni, per esempio, o tortilla messicane oppure scatole di Hachis Parmentier de Boeuf. Qualche anziano paga in contanti; tutti gli altri usano la carta di credito. Con una certa ansia, perché siamo quasi a fine mese.

Nessuno – tranne un occasionale bimbetto – parla. Siamo tutti – clienti e dipendenti – sospetti e ogni nostra mossa è sorvegliata. Carichiamo, spingiamo carrelli, scannerizziamo, battiamo codici, controlliamo, pesiamo ortaggi, rispettiamo la tabella di marcia, calcoliamo, in un immenso hangar la cui ossessione è il Furto.

È l’opposto del mercato di strada, dove il segreto chiave è quello dell’occasione. Nei mercati di strada tutti incoraggiano tutti a credere di avere appena realizzato un buon affare; qui ognuno di noi è considerato un ladro potenziale.

Lo spazio libero è minimo – i bancali di prodotti lo occupano quasi tutto – e i carrelli in coda davanti alle casse formano una fila serrata. Due carrelli prima di me c’è una donna incinta. Alta, capelli chiari sciolti sulle spalle. Potrebbe essere polacca. Dubito che il bambino che aspetta sia il suo primogenito. Quando deposita i suoi acquisti sul nastro trasportatore aggrotta le sopracciglia.

Quali sono le forme di furto che preoccupano – tanto da escludere ogni altra considerazione – il magazzino hard discount in cui ci troviamo?

Il furto da parte dei clienti. Di quando in quando la società manda nel supermercato alcuni “compratori a sorpresa”, che hanno il compito di rubare e trafugare senza dare nell’occhio un certo numero di prodotti allo scopo di testare la vigilanza di chi sta alle casse. Il furto da parte dei dipendenti: se acquistano per sé qualcosa dagli scaffali, sono tenuti a farsi rilasciare una nota, firmata dal gestore, e in qualsiasi momento possono essere sottoposti a perquisizione personale. Il furto sistematico da parte dell’azienda delle ore per cui il personale impiegato non riceve compenso. Chi sta alle casse è costretto a fornire almeno due ore di lavoro gratuito a settimana. Spesso di più. Durante il tempo libero, molti dipendenti – dai dirigenti in giù – hanno l’obbligo di essere disponibili notte e giorno nel caso ci sia bisogno di loro per un’emergenza. Niente permessi per prescritte per legge tra un turno e l’altro o giorni di riposo regolamentari durante la settimana. Furto dei diritti dei lavoratori. Infine il furto da parte delle multinazionali dell’agro-business, legate a filo doppio ai mercanti mondiali di cibo, delle decisioni che un tempo spettavano a chi lavora la terra: cosa coltivare, quali vitigni, quali sementi, quali fertilizzanti utilizzare, quali specie animali allevare, e via dicendo. Un tempo si trattava di decisioni pragmatiche e locali; oggi le multinazionali riforniscono i produttori e prescrivono quel che va prodotto. L’agricoltura globale sta diventando preconfezionata e l’obiettivo è di convertire in merce l’intera natura.

La donna incinta che potrebbe essere polacca è in testa alla fila. Secondo il regolamento aziendale i cassieri dovrebbero arrivare a scannerizzare trentacinque prodotti al minuto! Nessuno è in grado di raggiungere quell’obiettivo. Perciò hanno tutti dei segni meno sulla propria scheda di valutazione. La donna incinta, che si accinge a pagare, aggrotta le sopracciglia davanti alla carta di credito.

Poi alza lo sguardo ed evidentemente nota qualcuno che riconosce nella coda alle mie spalle. Forse hanno fatto la strada insieme. Forse hanno progettato di venire a fare compere qui oggi alla stessa ora.

Per una strana forma di discrezione non mi volto a guardare chi ha visto. La mia supposizione è che non sia un uomo. Deve essere una donna. Lo deduco dal modo in cui la polacca alza la testa, getta indietro i capelli e sorride.

Poi non la smette più di sorridere.

Il suo sorriso è un’espressione di pura felicità. Irradia e assorbe allo stesso tempo. Come ogni gioia improvvisa, non era prevedibile. Il suo sorriso contiene promesse dimenticate che per un momento sono di nuovo reali.

Esagero quando parlo della promessa del suo sorriso o del supermercato predone? No. Esistono entrambi. Esistono nello stesso luogo e nello stesso momento

(evidenziazione mia)

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2 commenti

Archiviato in narrazioni, quel che resta del mondo

2 risposte a “Dal taccuino di Bento (John Berger)

  1. Anonimo

    bello! poetico e intenso, lo leggerò, grazie!

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