Intervista a Jamila Hassoune sulla carovana del dialogo

Jamila Hassoune-712069-1Jamila Hassoune, fondatrice del Club du Livre et de Lecture, e con Fatema Mernissi della Carovana Civica, ha condotto varie ricerche sui giovani e internet e sui cambiamenti del costume. Vive a Marrakech, dove fa la libraia, e da dove ogni anno parte con la sua carovana dei libri.

Tu lavori molto con i giovani in Marocco e viaggi anche in Europa incontrando ragazzi e adulti di origine maghrebina. Quali sono state le reazioni all’attentato fondamentalista di Parigi?

Il mio impegno come attivista culturale, in questi anni, mi ha visto viaggiare molto e questo mi ha dato l’occasione di incontrare persone di religione e cultura diverse dalla mia; proprio questa mia battaglia costante per diffondere cultura ed educazione fanno sì che io non possa tollerare la violenza: credo che solo il dialogo e lo scambio di idee possano dare buoni risultati. Nel corso di un recente viaggio a Parigi, le persone di origine maghrebina con cui mi sono confrontata erano naturalmente contro ogni forma di violenza e di assassinio, ma la prima reazione è stata la paura: “Che cosa ci capiterà adesso? La nostra immagine sarà ancora una volta infangata? Saremo attaccati?”. Dopo una settimana queste stesse persone, pur continuando a dirsi contro la violenza, erano anche contro il fare di tutta l’erba un fascio e contro l’attacco ai simboli dell’Islam. Per quanto riguarda i giovani dei paesi arabi che, senza alcun dubbio, provano orrore per la violenza, come è normale che sia, c’è però un “punto di domanda”; molti si sono chiesti: “perché una manifestazione così imponente adesso, quando in molti paesi arabi o africani, in Ucraina, o peggio in Nigeria, per fare qualche esempio, ci sono così tanti morti?”.

Se l’educazione non permette ai giovani di esprimersi come pretendere che prendano posizione sulla religione?

 Il fatto che si siano esacerbati gli animi dimostra che c’è una grave crisi di sfiducia tra Occidente e Oriente. Personalmente ho colto un’incomprensione totale su tante questioni. Anche i professori che ho incontrato in Francia e che lavorano con i giovani hanno espresso la difficoltà di dialogare riguardo la libertà di espressione e il rispetto dell’altro: fino a dove ci si può spingere? Ci sono dei limiti o no? Quello che penso e che ho detto loro è che, passato lo choc iniziale, dobbiamo reagire tutti e interrogarci su quello che è successo, su cosa non funziona. Mi ha colpito e credo dobbiamo tenerne conto, che perlopiù le persone erano spaventate per le possibili conseguenze di questi eventi.

Alcuni sostengono che il problema stia nell’Islam, non solo nel fondamentalismo…

In generale direi che il problema sta nell’interpretazione dell’Islam, ma per affrontare questo argomento bisognerebbe conoscere il Corano; se le persone insinuano che questa violenza ha radici nell’Islam, bisognerebbe che andassero a guardare anche le altre religioni, a leggere l’Antico Testamento… Non sono un’esperta dell’Islam, ma voglio citare almeno due sure del Corano che per me significano tante cose. La prima dice (nella Sura “Gli appartamenti privati”: “Vi abbiamo organizzati in popoli e tribù affinché poteste conoscervi tra di voi…”, e la seconda (nella Sura delle api), parlando dei non musulmani invita a “discutere con loro nella maniera migliore”. Vi si possono leggere due aspetti: l’apertura e l’accettazione dell’altro, e poi, appunto, l’invito alla discussione e al dialogo.

Molti si aspetterebbero una presa di posizione di condanna degli attentati da parte dei musulmani moderati, ma questo raramente avviene.

Non si dovrebbe generalizzare, ma penso di poter rispondere così. Se si conosce bene la storia, si può vedere che la protesta è un’acquisizione recente, che dipende da molti fattori: se manca la libertà di espressione anche nelle piccole cose della vita quotidiana, se l’educazione tradizionale non permette ai giovani di esprimersi liberamente, come potete pretendere che prendano posizione sulla religione? Comunque la maggioranza delle persone che sono nelle condizioni di esprimersi condanna il radicalismo; non dimentichiamo che se un cittadino europeo di origine araba o di altra provenienza osa criticare il governo o le istituzioni, può subire proprio per questo delle ritorsioni.

Quanto conta l’ignoranza nella radicalizzazione della situazione?

L’ignoranza è la cosa più tragica che possa diffondersi nelle nazioni. Come ho già detto, considero la cultura e l’educazione una condizione indispensabile per la costruzione di uno spirito di cittadinanza responsabile; l’educazione è la colonna portante di tutto: bisogna investire nelle scuole, incoraggiare la lettura. Questo vale anche per i paesi europei: dobbiamo tutti interrogarci su che cosa siI giovani maghrebini che vivono in Europa, nella stragrande maggioranza, hanno condannato gli attentati parigini, ma contemporaneamente hanno avuto una reazione di paura per come da quel giorno in poi sarebbero stati visti i musulmani; il problema non sta nell’Islam, ma nell’ignoranza e nella mancanza di un’educazione che incoraggia la libertà d’espressione; il ruolo fondamentale dell’istruzione e l’importanza di offrire modelli positivi  offre ai nostri giovani perché possano integrarsi. È la cultura che ci permette di crescere e diventare tolleranti: noi accettiamo l’altro perché siamo curiosi di capirlo. L’esperienza della Carovana mi conferma in ogni occasione il valore dell’apertura delle menti e di una conoscenza accessibile a tutti. La cultura non può essere qualcosa di riservato alle élite, dev’essere parte integrante della nostra vita quotidiana. Personalmente mi auguro che i nostri paesi diano alla cultura il giusto peso, affinché i nostri giovani siano fieri della loro storia e del loro patrimonio, maturino un sentimento di orgoglio di sé; un antidoto importante contro la china della disperazione e del non-dialogo. Al fondo della violenza c’è l’assenza di dialogo. La cultura ci dà la possibilità di instaurare uno scambio reale con l’altro da noi; e se l’altro non suscita paura, potrà arricchirci con le sue idee e le sue opinioni.

Che cosa si può fare nei paesi musulmani e in Europa per contrastare questa situazione?

Bisogna investire massicciamente nell’educazione per lottare contro l’ignoranza: rivedere i programmi e i metodi di insegnamento nelle scuole dove sono presenti studenti immigrati. Nei miei viaggi in vari paesi europei ho incontrato, per esempio, molti giovani marocchini nati in Europa che erano completamente all’oscuro di quello che stava accadendo nel loro paese d’origine. Il mio suggerimento è stato quello di cercare di avere sempre più scambi con i protagonisti della loro cultura. Ogni qualvolta si presenta l’occasione questi ragazzi esprimono orgoglio e interesse nell’incontro e nella conoscenza diretta di quello che viene prodotto di bello e di nuovo nel loro paese di origine. Un’altra considerazione importante riguarda il tipo di informazione data dai media: questi dovrebbero far conoscere modelli positivi, per esempio le esperienze di persone che, partendo dal nulla, ce l’hanno fatta. Bisognerebbe pensare a dei progetti di scambio a lungo termine e monitorarli. Sarebbe bello fare delle vere e proprie “carovane del dialogo” per incontrare e riconoscere l’altro. Penso che oggi sia il momento di fermarci e guardare in profondità a come stanno le cose. Si tratta in qualche modo di ripartire da zero: se vogliamo porre fine alla violenza e al disprezzo dobbiamo investire nel dialogo. è la cultura che ci permette di crescere e diventare tolleranti: noi accettiamo l’altro perché siamo curiosi di capirlo

(Articolo apparso sulla rivista indipendente di interviste Una Città (, a cura di Barbara Bertoncin. traduzione di Joan Haim
– www.unacittà.it) 

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