Saint John Coltrane (1926-1967)

UnknownSto ascoltando My favorite things nella versione del grande jazzista afro-americano John Coltrane (1961). Il sax soprano ha finito un primo assolo e il pianoforte di McCoy Tyner gli ha dato il cambio. Gli accordi inizialmente son quelli, fedeli alla canzone  cantata da Julie Andrews con cui Rodgers e Hammerstein nel 1966 vinsero l’Oscar per la versione cinematografica del loro musical (1959) The Sound of Music (in italiano Tutti insieme appassionatamente).

Il tema melodico di fondo nell’accompagnamento è riconoscibilissimo, nulla è veramente stravolto o tradito. Ma l’intensità ritmica senza tregua della batteria di Elvin Jones assicura che lo spartito sia un altro. E ora il sassofono ha ripreso il tema ampliandolo come un raga indiano svincolandolo dalla tonalità originale: le scale si rincorrono, la voce plurale del sax erompe con una tensione che costantemente rimanda alla ricerca espressiva di un sovrappiù ineffabile, ondeggia tra l’acuto e il grave generando la sensazione di uno spaesamento riconoscibile, di un paesaggio del tutto inedito eppure famigliare. Lo strumento di Coltrane a tratti balbetta un’articolazione purissima, non si compiace nel virtuosismo delle progressioni be-bop: sfiora la melodia modulando di scala in scala, muovendosi da un estremo all’altro delle ottave senza soluzione di continuità. Quando torna alla melodia sembra ritrovarla nel momento della sua generazione. La voce del sassofono pare muovere da una radicale alterità percettiva che dona una nuova integrità e ricchezza al semplice anche se geniale motivo del musical. Il brano inventa ma non distrugge, anzi include, da una sua fonte procede ampliando. Nell’ascolto a me pare che la musica sfoci in un grande estuario che accoglie il motivo originario. John Coltrane, morirà nel 1967 a 41 anni stroncato da un tumore al fegato, eredità degli anni che precedettero, dieci anni prima, il suo ‘risveglio’.

Nelle note di copertina di Love Supreme (1964) Coltrane faceva infatti risalire al 1957 una sorta di risveglio spirituale. Divenne vegetariano, cominciò a meditare. Si applicò a studiare la musica modale di tutto il mondo, dalla Spagna alla Scozia, dall’India alla Cina. E a inventare musicalmente la sua Africa immaginaria. Fu tra i promotori del Centro di Cultura Africana a Harlem. Divenne amico di Ravi Shankar e si appassionò al rapporto tra numerologia e musica. La Chiesa Africana Ortodossa lo ha canonizzato e a San Francisco vi è una Chiesa a lui dedicata, la Saint John Willian Coltrane African Orthodox Church che utilizza musiche e preghiere di Coltrane nella propria liturgia.

E’ grazie a Coltrane che ho avuto l’intuizione di cosa intenda Paul Gilroy quando parla di trasfigurazione dell’esperienza.

La canzone originale nella versione di Julie Andrews si può trovare qui

Una delle 45 diverse versioni live della cover  registrate da Coltrane si può trovare qui

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