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L’Italia ha perso l’anima? Ha perso il senso della  sua appartenenza, della sua storia, il senso della bellezza? Ha perso l’amore per la vita, per la giustizia? Oppure ci conviene pensare che con un lavorio nascosto, sotterraneo, come accade nelle fasi di transizione, questa perdita, questo assoggettamento a una contingenza, di cui stentiamo a definire i contorni annunci una rigenerazione, come nell’esortazione evangelica: «chi vorrà salvare l’anima la perderà, ma chi  la perde la troverà» [Marco 8: 34-35].

Fino a poco tempo fa, la rappresentazione collettiva oscillava tra il sarcasmo rassegnato e l’espressione di una pulsionalità abbastanza malevola e incapace di relazione. Nella sua apparente banalità l’Ombra sfugge al corpo a corpo etico. Vicino alle nostre spiagge si muore in forme che fatichiamo a contemplare. Non facciamo silenzio per i barconi affondati nel mare.

Non sappiamo ancora bene come affrontare questi paradossi. La dimensione etica va re-inventata. Non può più basarsi su una legge ‘eteronoma’ (del tutto esterna) e non può nemmeno affidarsi all’opinione individuale ma può formarsi nell’interdipendenza delle coscienze. Qualcosa inizia a cambiare: si afferma sempre più l’esigenza di considerare le cose con una misura di oggettività, sospendendo i giudizi e l’astio rivendicativo. Emergono nuove narrazioni, nuove reti sociali, ciò che si destruttura non si perde ma assume forme inattese.

Nel perdurare di quelle specificità culturali che sono l’anima dei popoli, con le sfide specifiche che la loro storia pone, vi è un fattore comune, un’invariante che la contingenza contemporanea rivela, un fattore di ‘nuda vita’ che potremmo anche genericamente chiamare ‘umano’ anche se nella sua radicalità generalmente sfugge all’osservazione perché cerca subito casa nel ‘bios’ della cultura. Questo fattore genericamente umano è espresso in modo evidente dal fenomeno migrante.


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2 risposte a “intro

  1. Luca Biasci

    Mi domando se come italiani, nel senso di residenti (almeno al momento) in italia e quindi compartecipi, se non altro, del genius loci italico, non ci troviamo ad impattare con la dimensione della nostra atavica tendenza alla stanzialità, in forma proiettata e rovesciata nel fenomeno migratorio che lambisce dolorosamente le nostre cost sud. Certo, anche gli italiani sono stati un popolo di “migranti” ma a mio modo di vedere in contesti sociali e momenti storici molto circoscritti. Il popolo italico non ha nel proprio DNA storico-archetipico il trasferirsi altrove impiantandosi in massa in altre realtà (popolo di eroi, santi, viaggiatori.. d’accordo, ma viaggiatori che dopo le più grandi peripezie e conquiste comunque tornano a casa, salvo le eccezioni di cui ho già detto). L’anima italica ha sempre dovuto fare i conti a più riprese, dalle epoche neolitiche, con la necessità/destino/opportunità, di essere messa in relazione, volente o nolente, con la contrattazione, la forza o l’inganno, con gli animi di altri popoli e culture, ed in tutte le occasioni ne è sempre uscita fecondata. La coscienza collettiva degli italiani è affetta da una grave forma di obesità e sedentarietà complicata da sterilità: come non vedere il fenomeno migratorio anche come una forma di compensazione dell’inconscio collettivo di “quel che resta delmondo”, appunto, per generare nuovi mondi possibili? Vi sembra troppo rozza, o troppo maschilista, o troppo banale, o troppo riduttiva l’imagine che mi è balenata di fronte agli occhi (interni) aprendo questo blog? Ho visto queste vite disperate che cercano di raggiungere l’agognata sponda come miriadi di spermatozoi vivificanti, in molti iniziano il cammino ma solo uno o almassimo due raggiungono la meta. L’Italia? L’ho vista come un ovaio, ormai invecchoiato ed impoverito, in cui alcuni freddi ovuli ibernati attendono, con la sottile crudeltà della selezione naturale,che qualche germe indomito li ragiunga e penetri la loro corazza….
    Ho pensato, sperando di non fare cosa troppo sgradita a i più, di condividerla con voi.
    Saluti,

    Luca Biasci

    • Non sono del tutto convinto sulla tua analisi di una ‘costitutiva’ tendenza italica alla stanzialità (al familismo sì, ma per motivi di costruzione dell’identità molto legati a una certa forma ormai obsoleta di cattolicesimo).
      Vi sono oggi 4 milioni di italiani che vivono all’estero. Si calcola che il numero di emigrati italiani nel corso del 1900 sia stato di oltre 29 milioni. Di cui solo 10 milioni tornarono a casa. Certo si trattò di migrazioni economiche forzate. Ma non è così anche per chi oggi arriva qui da altrove?
      C’è un video interessante di racconti di italiani all’estero ‘Stranieri si diventa’ di Marina Catucci e Daniele Salvini Stranieri di cui allego il link:

      http://video.google.com/videoplay?docid=-2754445409104439664#

      Il punto invece centrale è che le culture si nutrono sempre di incontri e creolizzazioni fertili, anche se vi sono periodi di consolidamento più statici. Del resto parrebbe che le migrazioni nascono con l’umanità. Non potrebbe l’umanità nascere dalle migrazioni?

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