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Approdi e Naufragi

In libreria e online!

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La presentazione dice:

«Negli ultimi anni, i ripetuti naufragi al largo delle coste siciliane e in particolare a Lampedusa hanno messo in luce che le ‘carrette’ che trasportano migranti e rifugiati sono solo l’ultimo anello di rotte e esodi complessi. Rotte che collegano i campi di transito e la prigionia nel deserto, i morti in mare e le geopolitiche delle grandi potenze, le utopie deluse riemerse in forma patologica con l’aspirazione che i figli siano cittadini del mondo. Vicende che ne incontano altre che dal passato ci parlano. Nel XVII secolo, Nostra Signora di Lampedusa era migrata dalla Sicilia spagnola al Brasile insieme ad altre icone creolizzate adottate dalle confraternite di schiavi. Il compito di queste irmandades era di garantire una buona sepoltura ai loro membri e questo è diventato il pre-testo per esplorare il rapporto tra elaborazione del lutto e resistenza culturale da varie prospettive: filosofiche, antropologiche, psicoanalitiche. Rivendicare che una vita è degna di lutto è testamento dell’aspirazione a una vita degna di essere vissuta. Da questo punto di vista le migliaia di migranti che continuano a trovare precaria sepoltura nel Mediterraneo ci convocano – come direbbe Benjamin – a quell’ «appuntamento segreto tra generazioni» che alcune immagini particolarmente pregnanti generano nei momenti di pericolo. Il naufragio in questione è anche quello della coscienza europea, tentata dalle passioni tristi del risentimento, dell’astio e della reazione immunitaria ad ogni alterità.»

Da questo punto di vista, il lavoro di chi tenta in più parti del mondo di onorare i morti elaborando i lutti e i traumi storici con un «sovrappiù di vita» risuona con le intuizioni della psicoanalisi e della psicologia analitica come con con quelle della teologia della liberazione, del pensiero post-coloniale e della differenza. Se, da un lato, la storia è un sintomo in cui si intrecciano terrore traumatico e dimensione fantasmatica, l’irruzione nel presente di un perturbante che dal passato insiste ad interpellarci ci risveglia alla possibilità di immaginare una riparazione etica ed estetica del mondo.»

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Nossa Senhora da Lampadosa patrona degli schiavi

Unknown-1Nella prima metà del XVIII secolo viene venerata in Brasile Nossa Senhora da Lampadosa, patrona degli schiavi, a cui è tuttora dedicata a Rio una chiesa donata alla confraternita (irmandade)  negra  di Alampedosa. Dietro l’altare era collocato un Cristo nero. Molte confraternite di schiavi già veneravano santi ‘neri’  come san San Benedetto da San Fratello il primo nero proclamato beato con regolare processo canonico già nel ‘700 e poi fatto santo. E la confraternita di Lampedusa aveva trovato ospitalità nella chiesa di San Rosario e Benedetto. Un gruppo consistente di schiavi neri passano da Lampedusa, hanno padroni italiani, si convertono al cattolicesimo venerano Nostra Signora di Lampedusa e vengono poi imbarcati per il Brasile dove col passare del tempo si strutturano in confraternita alla stregua di altre confraternite  di schiavi che vengono tollerate se non propiziate per cercare di contenere le tensioni sincretiste incanalando i momenti di celebrazione nell’istituzione cattolica e consentendo alle confraternite di svolgere una funzione di assitenza pubblica e mutuo aiuto. La festa del santo patrono era un momento cruciale. Nel caso di San Rosario  sacro e profano si intrecciavano con messe, processioni, e  banchetti che culminavano nell’elezione di uno schiavo nominato ‘re del Congo’.Affresco. S. Benedetto small

E’ degno di nota che la principale attività delle confraternite era però di conferire un degno funerale ai loro membri.  Penso a quanto dice Judith Butler sulle vite dei vulnerabili che sembrano meno degne di lutto delle nostre in una società che distribuisce la vulnerabilità in modo ineguale, naturalizzando le disuguaglianze sociali. (cfr il suo A chi spetta una buona vita? ed Nottetempo)

Ma perché Nostra signora di Lampedusa diventa patrona degli schiavi? Lo spiega bene Gianluca Gatta in una bella scheda – pubblicata su un numero della rivista di Antropologia Medica dedicata alle presenze migranti in Italia – a partire da un dipinto che si trova nel Santuario della Madonna di Porto Salvo a Lampedusa. Il personaggio del quadro è il marinaio Andrea Anfossi, che all’inizio del 1600 era stato fatto schiavo da corsari barbareschi che lo avevano catturato e condotto a Lampedusa dove volevano rifornirsi di legna. Anfossi fugge, nel quadro ha le catene ancora ai polsi, Prende il vento con una tela/vela trovata in una grotta che raffigura la madonna col bambino insieme a Santa Caterina d’Alessandria(!)

Ancora oggi non tutti gli esseri umani viventi hanno lo status di soggetti degni di lutto e sepoltura, degni dunque di diritti, protezione, libertà e senso di appartenenza politica per il solo fatto di essere vivi. 

 

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Panopticon

imagesUna giovane coppia turca mi ha raccontato le strategie biopolitiche del governo di Erdogan, volte a favorire una maggiore ‘compliance’ all’ethos maggioritario: i servizi sanitari (come altrove) dedicano una parte di tempo crescente alla raccolta e informatizzazione dei dati: il risultato è che le famiglie delle donne maggiorenni che restano incinta  al di fuori del matrimonio ricevono una lettera ‘informativa’ che attiva dinamiche familiari facilmente intuibili.

 Il mio medico di base si lamenta che la mole di procedure burocratiche al pc è aumentata molto anche da noi. In un bel numero di aut-aut dedicato alla diagnosi psichiatrica, Luciana Degano Kieser e Giovanna Gallo descrivono i nuovi usi della diagnosi nella ‘postdemocrazia’ tedesca. In Germania si calcola che il numero dei medici impiegati nel controlling è di circa il 20 per cento. Il 12 per cento dei giovani laureati in medicina non cura pazienti ma è impiegato in attività valutative e di controllo delle procedure. Il controlling ha diverse sfaccettature  distribuite tra industrie farmaceutiche, assicurazioni e nuove istituzioni miste che si occupano di allocazione risorse, definizione dei ‘pacchetti-cura’ o controllo delle competenze e dei ruoli degli ‘erogatori di prestazioni’. I burocrati della medicina devono garantire la ‘razionalità’ dei processi che vengono affidati – come la diagnosi – non solo ai computer  ma alle strategie delle case farmaceutiche. Basti dire che nella Bassa Sassonia parte dell’assistenza psichiatrica extra-ospedaliera (un business che include fino a 13.000 persone con diagnosi di schizofrenia) è stato appalatato a una società interamente controllata dall’induistria farmaceutica Jansenn-cilag del gruppo Usa Johnson & Johnson.. Il progetto è legittimato dal controllo ‘scientifico’ di un partner tecnico che è pure affiliato alla stessa Jansenn .

D’altro canto l’imminente uscita del manuale diagnostico DSM5 suscita molti interrogativi sugli interessi delle case farmaceutiche nel proliferare delle categorie diagnostiche volte a problematizzare la fenomenologia della vita nel suo insieme e che potrebbe trovare nel ‘rimedio’ farmacologico il paradigma per una sorta di imperturbabile benessere, una sorta di impercettibile ‘abaissement du niveau mental’ in cui tutto va bene e a cui non si debba pagare un pegno di sofferenza come nell’alcolismo o in altre forma di dipendenza ‘patologica’. Ma naturalmente nel DSM ci sono pur sempre le malattie psichiche gravi. E’  noto che per la psichiatria ortodossa se uno schizofrenico guarisce è perché la diagnosi era sbagliata. Gli errori di prognosi sono sempre ricondotti a errori di diagnosi… e la diagnosi può fare molto comodo. Ma il discorso è ampio e aut-aut ha il merito di discuterlo da molti vertici di osservazione.

 Accompagno mia figlia ai giardinetti. Spesso mi capita di rilevare come a partire da un piccolo spunto immaginativo si crei facilmente un clima che favorisce  il gioco di gruppo – Mi metto sotto lo scivolo e faccio finta di venderle un gelato… dopo poco cinque o sei bambini dai 5 ai 9 anni accorrono a comprare anche loro gelati… Qualcuno si fa prendere gioiosamente la mano  e comincia a rubarli, i miei gelati immaginari. Una bambina dallo sguardo severo di 5, 6 anni che nel gioco decide di fare la poliziotta allora mi fa “ma non hai installato delle telecamere di sorveglianza?”

Come fanno bambini così piccoli a interiorizzare il panopticon? Certo, si dirà, dai genitori, ma ci vorrebbe una analisi puntuale dei dispositivi di normalizzazione precoce che sospendono il tempo non nella meraviglia del presente animato ma nella rassegnazione ai doppi messaggi socio-culturali.

Un cartone animato di grande successo è Peppa Pig. (operazione commerciale di tale successo che a Milano è stata organizzata una manifestazione fieristica di tre giorni interamente dedicata al merchandising)

Peppa Pig è un cartoon inglese, apparentemente molto semplice, il cui principale fascino per i bambini sembra essere l’intercalare di grugnitini maialeschi nella conversazione di mamma, papà, parenti e figli maialini. L’altro aspetto affascinante è il tentativo di dar conto dei comportamenti paradossali degli adulti. Questo è senz’altro l’aspetto che poteva essere più interessante ma che si risolve in una rilettura di ciò che è il politically correct materno in una logica di adattamento al conformismo piccolo borghese britannico, fatto di ironia, disincanto e divertimento controllato. Il padre è il rappresentante dell’es che non riesce mai ad aderire se non a piccoli desideri stupidamente pulsionali mentre la madre rappresenta la normalizzazione (e normativazzione) di un buon senso adattivo, collettivo, sdrammatizzante e quanto mai noioso.

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Un esempio: la famiglia va in campeggio: il padre accende la televisione e dice guardiamoci un programma tv sugli uccelli, e poi scaccia un uccellino che si era posato sulla tele. La mamma allora interviene censurandolo, ‘ma dài, siamo nella natura, non guardare la tv…” La soluzione proposta dalla madre è: ‘andiamo in un bel parco di divertimenti a tema’… Insomma ecco il politically correct che sostituisce la tv ma che è sostanzialmente un altro ersatz dell’esperienza immaginativa diretta, il tutto mediato comunque da un dispositivo mediatico che pretende di fare una critica al  dispositivo mediatico, proponendosi come dispositivo mediatico educativo e corretto, ma divertente e falsamente trasgressivo… Può darsi che il cartone a volte servi a raccontare un po’ il mondo bizzarro dei grandi e forse sono un po’ prevenuto ma verrebbe voglia di analizzare seriamente questi programmi per l’infanzia che a me paiono il grado zero della sterilizzazione di ogni attività immaginativa. Molto meglio  i cartoni di Miyazaki!

Qualche anno dopo, la  mancanza di riti di passaggio che  medino con i daimon dell’anima mundi (con ‘la struttura che connette’ diceva Bateson) i giovani devono costruire le proprie pseudo-iniziazioni e appartenenze gruppali che sovente esprimono un desiderio privo di orizzonte che scade nella violenza sterile o nella retorica frustrata senza progettualità  come sa bene proprio l’Inghilterra dei cari Peppa Pigs. E forse il disincanto    proposto come benevolo controllo viene spacciato anche così, nella assenza di ogni «connessione formale con la vita immaginativa dell’anima» come ci racconta Patrick Harpur riprendendo molti dei temi cari a Hillman.

 A questo proposito è sempre di grande efficacia ciò che racconta Roberto Esposito ´vedi Repubblica del 22 luglio in un articolo intitolato La rivoluzione fragile che sposta il discorso sulla scarsa efficacia politica delle rivolte contemporanee. Scrive tra l’altro Esposito:

 «Cosa trattiene le rivolte contemporanee al di qua della soglia di effettività? Cosa conferisce loro una tonalità più soggettiva che oggettiva? Per rispondere a tale domanda bisognerebbe interrogare i mutamenti di fondo che da qualche decennio hanno investito l’antropologia contemporanea. Non parlo soltanto dell’arretramento della politica sotto la spinta congiunta della tecnica e dell’economia, ma dei suoi effetti sulla percezione del tempo, soprattutto da parte delle generazioni più giovani. Ad appannarsi, insieme alla visione politica, è la dimensione del futuro, appiattita e risucchiata dall’urgenza del presente. È come se il tempo si fosse ripiegato su se stesso, impossibilitato a proiettarsi in avanti, bloccato sulla gestione quotidiana di un’emergenza che non lascia respiro. Esso scorre in maniera automatica, senza penetrare lo spazio della vita e l’orizzonte del pensiero. Senza sapersi fare storia. Si può dire che le rivolte in atto abbiano lo stesso fiato corto, condividano lo stesso deficit che combattono, sperimentino la stessa sottrazione del futuro cui si ribellano. Molte di esse, soprattutto in Africa e in Asia, parlano il linguaggio della libertà. E anche i cortei che sfilano nelle strade europee e americane esprimono comunque un’ansia di liberazione dai parametri insostenibili fissati dalla finanza globale. Ma anche questa passione per la libertà, più che un affetto positivo, o un sentimento produttivo, appare come il rovescio del disciplinamento che da tempo modella le nostre vite attraverso una fitta rete di dispositivi ormai diventati parte di noi. Si pensi alla registrazione sempre più capillare dei nostri dati personali, per non parlare dei meccanismi securitari di controllo che ci sorvegliano come un nuovo Panopticon. La stagione delle rivolte, insomma, appare il residuo non colmato, o il controeffetto, di una generale sottomissione alle potenze anonime che ci governano. Non per nulla per molti analisti questa è, insieme all’età della ribellione, l’età dell’obbedienza, della identificazione con leader, più o meno carismatici, che calamitano un consenso altrimenti incomprensibile. (…) Alla base del dominio — ieri dei sovrani assoluti, oggi dei leader populisti o delle banche transnazionali — non c’è né una necessità naturale né una schiacciante sproporzione di forze, ma quel desiderio di uniformità e rifiuto della responsabilità che già Tocqueville rintracciava nelle pieghe della democrazia. Le rivolte che incendiano il mondo, senza riuscire a mutarlo, nascono da questa ambivalente falda psicosociale — dall’accettazione e insieme dal rigetto della servitù. Come sostiene Mario Galzigna in un libro appena edito da Bollati, Rivolte del pensiero. Dopo Foucault, per riaprire il tempo, perché possa toccare terra, e incidere in essa i segni del futuro, la rivolta deve prima insediarsi nelle nostre vite. Ma soprattutto, dopo anni di ripiegamento privato, dobbiamo tornare a coniugare conflitto e politica.»

ps. Come spiega Wikipedia il panopticon (“che fa vedere tutto”) era il dispositivo di controllo dei prigionieri, progettato nel 1700 dal giurista Jeremy Bentham, il carcere ideale grazie alla forma a ‘raggi’ dell’edificio e ad opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici di modo che un unico guardiano potesse osservare tutti  i prigionieri in ogni momento, i quali non devono essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, portando alla percezione da parte dei detenuti di un’invisibile onniscienza da parte del guardiano. Con Foucault e altri il panopticon è diventato una metafora paradigmatica del controllo biopolitico oggi applicata anche alle procedure di ‘integrazione’ (post) democratica.

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La protesta di piazza Taksim e la capacità di aspirare

Unknown-1Ho abitato in Turchia per molti anni e mi tocca quanto sta accadendo laggiù. La capacità di protesta di Piazza Taksim  è una capacità culturale come lo era quella di Piazza Tahrir! E’ un grave pregiudizio etnocentrico pensare che la capacità di aspirare a giustizia, libertà, a orizzonti futuri non dominati dal mercato o dall’economia siano appannaggio della cultura occidentale.

Cerco di spiegarmi: Cultura è un concetto polisemico, impossibile ridurlo a una formula onnicomprensiva. E’ un concetto per altro che nasce solo di recente, e nel nostro di universo semantico – la parola vien d’uso nel 1700 francese, quando cultura voleva dire il frutto di un’educazione – il punto era semmai se questo fosse più sviluppato nell’aristocrazia o nella borghesia. Ma il concetto si definisce nel 1800 con l’etnografia classificatoria del colonialismo che per almeno 100 anni ha catalogato usi, costumi, eredità, tradizioni come ciò che è legato al passato. Invece la cultura, se non la essenzializziamo (facendola diventare un sostituto della ‘razza’), è un concetto limite, paradossale e composto da antinomie: alcune dimensioni della cultura sono mitiche e narrative e altre materiali; alcune rivolte al passato altre al futuro, e ancora: la dimensione  culturale è stata messa in opposizione alla ‘natura’ ma la natura dell’uomo è di essere culturale!

Panikkar insegnava che le culture sono incommensurabili l’una con l’altra e allo stesso tempo sono il risultato di una reciproca fecondazione; che i valori di ogni cultura sono relativi a un dato contesto e non sono assolutizzabili (anzi che la visione di universalità dei propri contenuti culturali è l’essenza del colonialismo)… ma che allo stesso tempo in ogni cultura vi sono dimensioni transculturali che aprono al pluralismo e in una tensione verso una dimensione capace di contemplare (non assimilare) le differenze. Insomma le culture sono rivolte alla trasmissione/riproduzione del passato ma anche all’invenzione del futuro.NEWS_86422

Certo, non possiamo dimenticare che la cultura è il ‘deposito’ dell’espressione umana in tutte le sue forme (arte, musica, teatro, linguaggio) ma la cultura è un dialogo tra aspirazioni e consuetudini e nello zelo di ricordare le seconde abbiamo creato una scissione artificiosa tra cultura e sviluppo….

Difatti oggi quale consideriamo scienza del futuro? Non certo la cultura ma L’economia! E’ l’economia che si occupa di bisogni, desideri, speranze, calcolo. Avere delegato all’economia il futuro è stato disastroso, perché il capitalismo funziona a partire dalla moltiplicazione di desideri ‘usa e getta’. Se il valore (di scambio) di un oggetto dipende dal fatto di essere desiderato è ovvio che il dispositivo del capitalismo può moltiplicare i profitti solo se moltiplica i desideri. Ma possiamo anche volere una data cosa perché è bella, ci serve, la utilizziamo in modo saggio e creativo. Il desiderio può essere il grado zero dell’aspirazione. Non si tratta di demonizzare l’ingegno umano e ciò che produce può migliorare molte cose nella vita delle persone. Ma è necessario al contempo comprendere che molti desideri indotti dalla tecno scienza hanno in primo luogo come motore il profitto a breve termine più che l’interesse a lungo termine delle comunità o del mondo. I desideri indotti spesso si spendono nella tendenza pulsionale al godimento sterile e privo di orizzonte che genera ‘perdita di mondo’. L’assoggettamento prevale sulla soggettivazione, per dirla in gergo filosofico. Il desiderio del migrante di migliorare la propria condizione economica  rivela però come questo grado zero possa orientarsi verso l’aspirazione perché incorpora questioni di equità e giustizia. Le esperienze di credito rotativo, il piccolo risparmio di una comunità che poi discute su come utilizzarlo, può, per esempio, animare la partecipazione e la riflessione comune.

images-1Il paradosso del desiderio migrante rappresenta un segno, uno specchio che ci rivela il peggio e il meglio della nostra stessa condizione, da un lato la caduta in una angosciata sindrome da risarcimento dall’altro il richiamo simbolico a una trama desiderante ancora animata…capace di sognare e di liberare questi desideri dalla sfera  della ripetizione e della frustrazione rancorosa recuperando almeno una misura di senso comune, di solidarietà, di elaborazione condivisa e di orizzonte.

Mi interessa con Appadurai la scelta di pensare il deposito culturale come risorsa per l’apertura di orizzonti futuri, aspetto che l’antropologia ha spesso trascurato a favore della visione etnicista della riproduzione del passato. La cultura è un po’ come la lingua e la coerenza culturale non è mera ripetizione di singoli aspetti, ma la possibilità di ricombinare il sistema di relazioni simboliche in modo generativo, come la lingua che si presta a infinite ricombinazioni di significato a partire dal gioco dei significanti…

Ne ‘le aspirazioni nutrono la democrazia’ (ed. et al) Appadurai definisce la capacità di aspirare come quella parte del deposito culturale che propizia l’apertura di un orizzonte! La capacità di aspirare è una capacità culturale, un terreno di elaborazione collettiva dove si eprimono e si rappresentano futuri possibili. E’ anche una pratica della partecipazione possibile, una capacità di voce dei diretti interessati. L’autore inoltre ci ricorda che le culture non sono monolitiche, che il dissenso, la dissonanza fano parte della cultura che non è mai di per sé un blocco né al suo interno né verso092335922-b54478b4-cfea-40f1-af16-76ba365b6e94 l’esterno.

Dice ancora Appadurai: «Una delle più grandi forme di povertà è la mancanza di risorse per dar voce alla protesta. La capacità di esprimere protesta è una capacità culturale…«dove le opportunità di formulare ipotesi e contestazioni rispetto al futuro sono limitate (e questa potrebbe essere una buona definizione della povertà) ne consegue che la capacità stessa di avere aspirazioni risulta relativamente meno sviluppata…»

Alcuni dei ‘segni’ di questa capacità emergente:

–       Gestire l’emergenza con la pazienza perché «la capacità di vivere l’emergenza e saper aspettare ha un significato molto serio nella vita dei poveri»

–       Definire degli obbiettivi

Schermata 2013-06-09 a 22.13.46–       Esercitare la capacità di esprimere protesta, sapere opporsi collettivamente e stabilire dei precedenti per ottenere un riconoscimento.

–       Dare una dimensione rituale alla costruzione del nuovo. Rituale inteso non come ripetizione ma come capacità generativa di simbolizzare la propria partecipazione. (Appadurai cita i ‘Toilet Festivals’ degli slum di Mumbai.) In Piazza Taksim occupata si balla, ci si sposa.

La libertà ci dice Appadurai citando Amartya Sen va pensata come  «un orizzonte collettivo, denso e duttile di speranze e desideri» E non a caso parla di ‘democrazia profonda’ capace di incrociare la verticalità profonda delle radici con la dimensione orizzontale, rizomatica, che spazia oltre i muri e i falsi confini

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C’è grande confusione sotto i cieli

jodorowsky_camoin_00Un ghanese affamato e solo dà fuori di matto a Milano. Immediate nefandezze verbali contro gli immigrati e i ‘clandestini’. L’ideologia è questa: pensare l’altro come un intruso che contamina. In questo i nazisti sono stati maestri.

Il giorno prima Grillo aveva fatto la sua sparata contro lo ius solis. Complimentato da La Russa.

Vana sincronia, sono solo rigurgiti immunitari, perché tutto questo è chiaro, non regge più. Le donne sfregiate con l’acido… ma non era un retaggio barbarico del primitivo oriente? Che fine hanno fatto i rumeni stupratori? Non se ne parla più, tanto le cronache sono piene di ragazzine scomparse e donne che subiscono violenza, ma la proiezione etnica non regge più. Forse santi e stupratori sono categorie transculturali. Certo è che ‘grande è la confusione sotto il cielo’.

Qualche tempo fa in Toscana ho visto due africani cacciati in malo modo dal treno, affidati alla polizia ferroviaria che voleva portarli in questura. Non avevano il biglietto. Uno di loro gridava disperato – ma voi non sapete come stiamo noi africani, da cosa veniamo! Stava per perdere il lume. Sono intervenuto, il treno era fermo, con cortesia ho detto al poliziotto che pareva ragionevole – li avete fatti scendere non infierite, lasciateli andare. Il controllore si è infuriato, perdeva quasi lui il lume. – Lo paga lei il biglietto? Eh lo paga lei? – Domanda retorica perché ormai erano scesi. Ma sì – dico – il biglietto glielo avrei pagato. Da Arezzo a Firenze non costa una cifra spropositata. Il controllore si è infuriato ancora di più – E il torto che lei fa a tutti gli altri passeggeri – urlava – glie lo chieda, glie lo chieda se son d’accordo… si rivolgeva infuriato a tutto il vagone, che lo guardava in silenzio. Poco mancava che mi desse del fascista…

Il razzismo immunitario è roba vecchia. Negli anni Sessanta i titoli dei giornali sottolineavano così la presunta etnicità dei meridionali. «Siciliano svaligia un appartamento» ecc.

E’ la stessa storia che si ripete:

 «Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vivini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere, ma soprattutto non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di esperedienti o, addirittura di attività criminali.»

Un sindaco leghista? No si tratta della relazione dell’ispettorato per l’immigrazione Usa, ottobre 2012 e parla degli italiani (vedi La macchia della razza di Marco Aime)

Guardando i tarocchi la carta giusta per commentare l’avventura del migrante è la prima, quella senza numero, il Matto. È un vagabondo nomade che porta il fagotto delle sue cose col bastone in spalla. Il passato gli corre appresso e non si sa dove vada. Se la leggiamo come annuncio di un desiderio, l’aspirazione migrante osa. Il cane che lo insegue (il suo passato) non lo trattiene, Il suo impulso vitale è un grande potenziale non ancora dispiegato. Ma se lo guardiamo dal punto di vista della doppia esclusione, il passato è un lupo che morde, il suo eroismo è velleitario, i suoi trucchi da briccone ingenui. Allora si scopre davvero matto. Ma com’è che i matti ci sono anche da noi? C’è grande confusione sotto il cielo.

Ps: Come scriveva Abdelmalek Sayad, c’è una “doppia assenza” che caratterizza l’esperienza del migrante: non più “là”, ma non del tutto a casa “qui”, l’immigrato è sospeso fra l’assenza dal paese di origine, dal quale ci si allontana alla ricerca di un altrove che si immagina migliore, e l’essere costantemente “fuori luogo” nel paese di accoglienza, una realtà in cui si è spesso esclusi o emarginati. Al concetto di “doppia assenza” si affianca quello di “doppia presenza”, che si riferisce ai duplici radicamenti, ai legami con il proprio paese – affettivi, relazionali, sociali, economici – che perdurano nel tempo e ai nuovi legami che gradualmente vengono costruiti nel luogo di arrivo. (vedi anche il tema non indifferente della formazione per chi assiste chi muore ‘altrove’)

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storie che disegnano cicogne

OperaImage.ashx«Un uomo che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciatosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna»

Adriana Cavarero inizia così l’introduzione al suo bel libro sulla filosofia della narrazione, riportando questa storia che Karen Blixen racconta  ne La mia Africa. Una storia che le avevano raccontato da bambina. A questo punto Karen Blixen si chiede: «quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?» La Cavarero aggiunge: «il significato del racconto sta infatti proprio in questo semplice risultare  che non consegue ad alcun progetto, e nell’unità figurale del disegno.» E cita non a caso il commento di Hannah Arendt nel suo saggio su Isak Dinesen (Karen Blixen era il suo nome d’arte): «la storia rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi. Ma sulla teoria della narrazione della Arendt tornerò più in là.

Ho pensato a questo testo leggendo il libro di padre Mauro Armanino,  La storia perduta e ritrovata dei migranti, testimonianza del suo lavoro nel carcere di Marassi, prima del suo attuale impegno in Niger. Libro da cui emergono alcune impreviste e straordinarie cicogne. Alcune di queste storie ‘indicibili’ non vanno lette dalla falsa coscienza sentimentaloide che si ‘commuove’ ma non si indigna; semmai ritrovando sia le tracce del nostro 900 che quelle di una vicenda umana che attraversa la storia e che fatica ad affrancarsi dall’ingiustizia, ma pure le tracce di una resistenza umana  che in ogni epoca ha testimoniato e disegnato le sue cicogne…

Tra le tante mi limito a citare la lettera che ‘Donald’ un liberiano in prigione  probabilmente per vicende limitrofe alla ‘tratta’ ha scritto a Mauro:

«Gentile padre Mauro,

questa è la verità riguardo al mio caso. Ho incontrato una giovane donna in Africa, chiamata Juliet. Dopo aver girato molti paesi africani in cerca di una vita migliore ci siamo incontrati ad Accra in Ghana. E’ stata molto gentile con me. L’ho anche aiutata ad attraversare la sua auto dal Togo al Ghana. Mi ha confidato che è stata in Europa per vari anni e questo mi ha fatto sperare. Da tanto tempo desideravo andare in Europa, il Paradiso Promesso che avevo tanto sognato. Le ho chiesto allora di farmi andare fuori dal continente africano. In seguito a questa domanda ha promesso di aiutarmi a viaggiare in Italia per incontrare alcune ragazze nigeriane, non prima di avermi chiesto di promettere che sarei stato onesto col mio ‘giuramento’.

Mi disse che avrei dovuto pagarle 30 mila euro e mi parlo di Blessing e di un’altra Juliet che si trovavano in Italia. Secondo lei queste ragazze si dimostravano poco riconoscenti e non mantenevano affatto la promessa di mandarle il denaro pattuito prima di partire.

Ho dunque viaggiato attraverso il deserto, esattamente come Blessing e Juliet che passarono anch’esse attraverso la Libia. Io sono arrivato da Malta e loto, credo, da Lampedusa.

Prima di partire Juliet mi aveva ritirato il passaporto e l’aveva sostituito con uno falso da usare per inviarle i soldi in Africa.

Ho cominciato il viaggio dal Niger. Eravamo in molti per quel viaggio, circa 40. Il viaggio era di quelli di vita o di morte. Ci siamo trovati a Sabha e ci siamo persi nel deserto con due autisti arabi e ci trovammo poi a Tamnghasset. Siamo in seguito rimasti senz’acqua fino ad Adrah, dove la gendarmeria algerina ci ha intercettati e messi in prigione. Dopo alcune settimane di carcere ci hanno portati in mezzo al deserto sotto un sole implacabile. Nel gruppo cerano varie ragazze e questo ci dava buona garanzia di urina da bere, insieme al sangue delle loro mestruazioni. Anche il mezzo che ci precedeva, chiamato ‘Marlboro’, si è guastato.

Abbiamo anche visto un camion con varie persone a bordo, tutte morte a parte una: Sembrava uno scheletro vivente. Dopo alcuni giorni di cammino Dio ci ha salvati attraverso un camion che andava a Tripoli in Libia. Siccome non avevamo soldi da dargli, sono state le ragazze del nostro gruppo che hanno pagato il nostro viaggio prostituendosi. Poi alcune di loro sono rimaste incinte. Non avevamo il telefono e non ci era possibile chiedere soldi alle nostre madam o sponsors.

Dio non ci ha dimenticati perché ha guardato i suoi figli di Israele persi nel deserto per 40 anni. Il nostro viaggio è durato circa un anno. L’autista ci ha portati fino in Libia perché aveva abbastanza ragazze ogni volta che lo desiderava. Dalla Libia abbiamo potuto chiamare aiuto e ricevere i soldi del viaggio per arrivare in Italia, la nostra terra promessa. Però era necessario prima attraversare il mar Rosso… e sapevamo che molti migranti avevano perso la vita in questo tentativo, ma non avevamo altra scelta: vita o morte.

Forse Dio ha avuto compassione di noi, poveri africani perduti. Abbiamo potuto attraversare il mare e al nostro arrivo c’era gente che sapeva come aiutarci. La madam li aveva già informati.

Qui in Italia stavo appena sopravvivendo, mendicando sulla strada o spacciandomi per americano con le ragazze nigeriane. Alcune anziane signore italiane mi avevano preso a benvolere e mi aiutavano. Quando sono stato arrestato dalla polizia qui a Genova non ho recriminato. In effetti avevo sempre sognato di venire in Occidente, in Europa, ‘terra di speranza’.

Gli africani che ho incontrato in prigione dicono che la mia voce è stata usata per combinare affari e dicono perché non ho cambiato il telefono, prima dell’arresto. ..Ma ho risposto loro che io in prigione non sto soffrendo, seguo i corsi biblici, e ciò è quanto ho sempre sognato.

Posso parlare varie lingue: inglese, ibo, francese, olandese e un poco anche italiano.

 Da quando mia madre è morta sto soffrendo e ho deciso che sarei andato in Europa ad ogni costo e malgrado ogni sofferenza. Ho rischiato la vita nel deserto del Sahara e ringrazio Dio che ha salvato la mia vita. Trovarmi in prigione è come nascondermi da Juliet, anche se le ho detto che andavo in Svizzera a chiedere l’asilo politico. Avrei dovuto partire con un amico nigeriano in Svizzera, ma non avevo i soldi per farlo.

Quando mi trovavo a Novara mangiavo dalla Caritas gratuitamente ogni sera e mi facevo chiamare col mio vero nome…(…) E’ solo per sopravvivere che mi trovo in prigione. Ciò che desidero è diventare pastore, oppure profeta e studiare l’italiano molto bene.

Non è necessario che ti dica molto di più sugli africani perché li conosci abbastanza, avendo tu vissuto in Liberia, che è una povera nazione, dove si trova la fame, la povertà, le malattie e dove mancano le scuole.»

Padre Mauro analizza molto bene nel suo libro i subtesti – i detti e i non detti – di questa lettera per certi versi paradigmatica di certi percorsi migranti. Ciò che non mi sembra però eludibile è una richiesta di futuro e di orizzonte. L’Europa attuale, quella per lo meno tutta presa dal sanare (?) i guasti della pirateria finanziaria, l’Europa degli equilibri precari, dei rigurgiti razzisti e dei localismi rassicuranti, fatica molto a capire che forse la sua salvezza sta qui.

Come ha detto un altro detenuto a padre Mauro:

«Se sei venuto per aiutarmi stattene a casa, ma se la tua liberazione è legata alla mia allora vieni e lavoriamo insieme.»

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I figli invisibili

a0831effa5Sì, sono d’accordo con Recalcati quando dice che è il figlio che sa fare esistere il padre. Ma come scrivevo a commento de Il complesso di Telemaco, i figli che potrebbero farci riscoprire quel che resta del padre – evitando sia il paternalismo che la paralisi melanconica della funzione paterna – questi figli sono troppo spesso invisibili. E i “figli dell’altro” , che più ci potrebbero interpellare, sono troppo spesso i più invisibili.

Ne trovo conferma in due recenti letture:

Ne la macchia della razza Marco Aime ricorda una lettera che fu rinvenuta sul corpo di uno dei due ragazzi che avevano tentato di migrare dalla Guinea. Si chiamavano Yaguine  Koita e Fodé Tounkara. Furono trovati morti nel vano del carrello di un aereo che avrebbe dovuto portarli in Europa. Avevano quattordici e quindici anni. Come ricorda Aime la notizia occupò poche righe sui giornali svogliati dell’agosto 1999. La lettera che avevano entrambi firmato diceva questo:

«Eccellenze, signori membri e responsabili d’Europa, abbiamo l’onore, il piacere e la grande fiducia di scrivervi questa lettera per parlarvi dell’obbiettivo del nostro viaggio e della nostra sofferenza di bambini e giovani dell’Africa. Voi siete per noi, in Africa, coloro a cui chiedere soccorso. Noi vi supplichiamo, per amore del vostro continente, in nome dei sentimenti che nutrite per il vostro popolo e soprattutto per l’amore che avete per i vostri figli che amate per la vita. Inoltre, per l’amore del nostro creatore Dio onnipotente che vi ha dato tutte le buone esperienze, ricchezze e potere per ben costruire e organizzare il vostro continente e farne il più bello e ammirabile fra tutti. Signori membri e responsabili d’Europa, è per la vostra solidarietà e gentilezza che noi vi chiediamo soccorso in Africa. Aiutateci, noi in Africa soffriamo enormemente, abbiamo dei problemi e alcune mancanze a livello di diritti. Abbiamo la guerra, le malattie, la penuria di cibo, ecc. Quanto ai diritti dei bambini, è in Africa e soprattutto in Guinea che abbiamo troppe scuole ma una gran mancanza di istruzione e insegnamento. Salvo nelle scuole private dove si può avere una buona istruzione e un buon insegnamento, ma ci vogliono forti somme di denaro. Ora, i nostri genitori sono poveri e ci devono nutrire. Inoltre, non abbiamo neanche scuole sportive dove praticare il football, il basket o il tennis. Per questo noi, bambini dell’Africa, vi chiediamo di fare una grande, efficace organizzazione per l’Africa per permetterci di progredire. Dunque se vedete che ci sacrifichiamo e mettiamo a repentaglio la nostra vita è perché in Africa si soffre troppo e c’è bisogno di lottare contro la povertà e mettere fine alla guerra in Africa. Infine, vi preghiamo dio scusare molto per avere osato scrivere questa lettera a Voi, i grandi personaggi a cui dobbiamo molto rispetto. E non dimenticate che è con voi che dobbiamo lamentarci per la debolezza della nostra forza in Africa

Siamo collettivamente assai disincantati rispetto al sentire ingenuo e ideale di Yaguine e Fodé (che sono morti nel carrello di un aereo), ma come disse con grande efficacia T.S. Eliot: (e con altre parole altri prima e dopo di lui) «Mankind cannot stand very much reality» [Il genere umano non sopporta troppa realtà].

Della seconda lettura darò conto nel prossimo post!

 

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L’istituzione ossessiva (procedure e controllo)

51CoxgjI2lL._SL500_AA300_Segnalo l’uscita in libreria del libro di Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli  Oltre la paura, cinque riflessioni su criminalità, società e politica (Feltrinelli 2013) Così la quarta di copertina: «A fronte delle continue proposte di aumentare le pene, di incrementare la presenza e la visibilità delle forze di polizia e di adottare una politica di rigore nei confronti del degrado e delle inciviltà, di cui gli stranieri sarebbero i principali portatori, la sensazione per chi studia la “questione criminale” è che pochi opinion leader possiedano una conoscenza approfondita del campo penale, vale a dire di quella rete di istituzioni (tribunali, carceri, ospedali psichiatrici giudiziari, servizi sociali, case di lavoro, case di rieducazione, riformatori giudiziari ecc.) e di varie forme di relazioni supportate da agenzie, ideologie, pratiche discorsive, tra cui i saperi criminologici, sociologici, psichiatrico-forensi. Questo libro intende contrastare la tendenza diffusa ad adagiarsi su soluzioni preconfezionate in un dibattito pubblico sclerotizzato, fornendo in modo semplice e chiaro alcuni spunti di riflessione sulla dimensione penale, che possono essere utili come armamentario argomentativo per chi si interessa di politica. È un saggio di “criminologia politica”, che non discute quale politica del diritto – sociale, penitenziaria e del controllo – sia più opportuno adottare per obiettivi specifici, approfondisce invece i fondamenti delle attuali politiche di sicurezza allo scopo di orientarle in senso democratico, in funzione di un progetto di società civile e aperta, che sappia andare oltre la dimensione della paura nella convivenza.

Sulla questione delle procedure come spinta istituzionale al controllo ha scritto un bell’articolo Roberto Esposito (Ossessione valutazione) su Repubblica del 17 febbraio. Lo spunto è la valutazione in ambito universitario ma la questione riguarda la macchina del sapere nel suo insieme e dei modelli invisibili che orientano le scelte epistemologiche che orientano la valutazione dei processi sociali.  Roberto Esposito scrive tra l’altro:

«Come identificare criteri di valutazione oggettivi, soprattutto in ambiti di studio inevitabilmente governati da logiche soggettive, come quelli umanistici? E a chi compete la scelta dei valutatori – al ministero, ad altri valutatori, alla comunità scientifica nel suo complesso? Sono tutte questioni di problematica risoluzione, che però rischiano di precipitare l’intero sistema universitario in una sorta di gigantesco imbuto da cui non sarà facile uscire. Per coglierne l’origine, tuttavia, è bene arretrare lo sguardo allo sfondo retrostante – epistemologico e storico – a partire da cui questa grande macchina si è messa in moto. E cioè da una svolta che riguarda, prima ancora di decisioni politiche o di opzioni tecniche, l’intero regime del sapere contemporaneo.

Jerome Kagan, nel suo saggio su Le tre culture (Feltrinelli), lo descrive come un sistema solare in cui la fisica è il sole e la matematica il suo nucleo ardente. Se chimica e biologia sono i pianeti più vicini, su orbite più distanti ruotano economia, sociologia e politologia. Ancora più lontano orbitano storia e filosofia, mentre la letteratura e le arti si situano ai confini esterni di questo campo di forze. La partita decisiva, che ha determinato a lungo l’orientamento delle scienze sociali, è stata quella giocata tra fisica e biologia agli inizi dell’Ottocento, per essere vinta, almeno fin ad un certo momento, dalla prima. Che nella sede della Social Academy of Science di Washington si accampi la statua di Einstein e non quella di Darwin, la dice lunga a riguardo. Il polo di attrazione per l’economia come per la politologia, per la sociologia come per la linguistica, è stato il paradigma fisico-chimico, e non quello biologico. Ciò ha avuto conseguenze decisive nella vittoria di un sapere delle costanti su un sapere delle variabili. A differenza di ogni tipo di vita, soggetta ad una continua variazione, la struttura dell’ossigeno o la velocità della luce non mutano. Mentre i fisici tendono a spiegare fenomeni ad alta complessità con il minor numero di categorie, i biologi sono abituati a differenziare il proprio approccio per quante sono le infinite specie viventi, procedendo dall’astratto al concreto. Ciò che conta, per essi, assai più delle scale numeriche o degli algoritmi, è il contesto storico, ambientale, simbolico, all’interno del quale un fenomeno assume significato. Da allora la strada intrapresa dalle scienze sociali non ha più mutato direzione. Se l’economia adottava criteri sempre più rigidi – a partire dall’idea che gli individui tendono comunque a massimizzare i propri interessi – la scienza politica si specializzava nell’analisi dei modelli istituzionali e dei flussi elettorali. Quanto alla sociologia, dopo la breve parentesi della teoria critica di Adorno e Horkheimer, già con Lazarsfeld e Merton si convertiva a criteri bibliometrici, sostituendo la filosofia e la storia con sondaggi di opinione e analisi di mercato. Non è un caso che il modello sintattico formale per la linguistica, la teoria dell’intelligenza artificiale e i primi passi delle neuroscienze risalgano più o meno alla stessa fase – che è quella dell’invenzione dei sistemi elettronici di informazione. Da quel momento, quanto più le scienze sociali si approssimavano ai paradigmi di quelle naturali, tanto più cresceva la fiducia nella loro capacità di risolvere problemi di grande portata. Ma, con essa, anche il pericolo di fallire i loro obiettivi, perdendo il rapporto con una realtà sfuggente a qualsiasi codificazione. Ciò che rendeva quei saperi formalizzati altamente friabili all’impatto con l’esperienza è il fatto che gli atteggiamenti umani mantengono un tasso di irregolarità, e anche di irrazionalità, che ne riduce drasticamente la prevedibilità. Contrariamente alle aspettative degli scienziati sociali, le opzioni, individuali e collettive, variano in funzione del tempo, del luogo, del ceto sociale, della cultura in una forma che tende a rompere ogni schema previsionale. Sentimenti, risentimenti, emozioni, attrazioni determinano le nostre scelte non meno degli interessi e dei calcoli. A questa difficoltà di ordine epistemologico, si aggiunge un dato di carattere storico e, per così dire, geopolitico. Come osserva Valeria Pinto in un bel saggio già richiamato su queste pagine (Valutare e punire, Cronopio), l’identificazione della conoscenza con modelli computazionali in America nasce da una sorta di riconversione della strategia militare al terreno del sapere. Teoria dei giochi, teoria della decisione, pianificazione, calcolo costi/benefici derivano tutti dall’ambito della competizione bellica. In particolare la riorganizzazione della ricerca scientifica nasce, negli anni Cinquanta e Sessanta, dalla necessità degli Usa di rispondere al predominio sovietico in campo astrofisico. In età reaganiana questa applicazione del management alle procedure cognitive ha assunto una rilevanza ancora più accentuata. È la stessa che poco dopo sbarca in Europa prima con l’allineamento dell’Inghilterra thatcheriana e poi con l’adozione generale di tale modello produttivistico. L’unica forma di scienza accettata, e dunque finanziata, è quella produttiva di utilità sul breve periodo. È proprio su questo presupposto, però, che con la crisi economica, l’intero sistema rischia di implodere. Una volta sospesa la legittimità di ogni tipo di sapere alla performance economica, il rischio che venga ingoiata nel gorgo dei debiti sovrani si è fatto tangibile. Quando la regina Elisabetta, in visita alla London School of Economics, ha chiesto agli economisti come mai non si fossero accorti della crisi incipiente che avrebbe messo alle corde l’intero pianeta, è come se si fosse strappato un velo. La scienza più corteggiata da imprese e governi appariva di colpo nuda davanti al più clamoroso dei fallimenti. È auspicabile che, prima che sia troppo tardi, si eviti di propagare questo clamoroso default all’intero campo del sapere.»

Tra le righe si capisce che proprio i pianeti più esterni (letteratura, arte, filosofia – e aggiungerei psicoanalisi in senso ampio )  potrebbero maggiormente  contribuire a una comprensione ‘narrativa’ dei fenomeni sociali riportando anche le questioni di valutazione e controllo nell’orizzonte della partecipazione e della comprensione soggettivante e plurale delle vicende complesse che ci interpellano nei  fenomeni sociali.

Un esempio banale ma non troppo: la valutazione dei fattori di rischio per la salute in fabbrica. Quando i lavoratori rivendicarono nei consigli di fabbrica il diritto di dire la loro sulla propria salute misero l’accento non solo sula qualità dell’ambiente di lavoro (caratteristiche dei locali come dimensioni, illuminazione, aerazione, rumorosità ecc.) ma anche su elementi più strettamente psico-sociali connessi all’attività lavorativa vera e propria quali: tipo di lavoro, posizione disagevoli per il lavoratore,  monotonia, ripetitività, ritmi eccessivi, saturazione dei tempi, turnazioni,  orario di lavoro giornaliero, orario settimanale, estraneità e non valorizzazione del patrimonio intellettuale e professionale, ansia, responsabilità, frustrazioni, e tutte le altre cause diverse dalla mera prevenzione normativa dei possibili incidenti ‘fisici’ sul lavoro (‘Mettere il casco’, ‘Non mettere le mani nella sega elettrica’). Fattori di prevenzione che non erano stati individuati  da uno sguardo valutativo che escludeva le ‘narrazioni’  delle persone coinvolte.

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Sfrattato il Centro Frantz Fanon – appello solidale


Frantz Fanon (1925-1961), psychoanalyst/social philosopher.Il Centro Frantz Fanon, luogo d’eccellenza nella pratica di un’etnopsichiatria critica aperta alla complessità è stato praticamente sfrattato dalla ASL 1 di Torino che da oltre dieci anni lo ospitava. La qualità del lavoro, il numero di assistiti e la cifra irrisoria della convenzione con la ASL rende incomprensibile questa scelta a meno di non leggerla come scelta politica dettata dalle logiche di una Regione governata da una Lega a cui la questione migrante evidentemente sta a cuore solo in termini di retorica elettorale.

Come scrive l’Associazione Frantz Fanon (e qui trovate l’appello integrale)

«Il costo dell’attuale convenzione fra l’ASL TO1 e l’Associazione Frantz Fanon è, per anno, meno di 65.000 euro. Il gruppo di lavoro è composto di circa 15 operatori (psicoterapeuti, medici, psichiatri, psicologi, mediatori culturali, educatori), con larga esperienza clinica.

Si tratta di un costo irrisorio se si considera il lavoro realizzato dal Centro Frantz Fanon: nel corso di questi anni abbiamo potuto seguire oltre 1600 pazienti solo perché buona parte del lavoro svolto è stato realizzato in modo volontario, o ricorrendo ad altre sorgenti di finanziamento. Si tratta però di un costo, quello del Centro Fanon, irrilevante in particolare se lo si confronta con altre tipologie di spesa: quella, ad esempio, relativa ai costi per il ricovero annuo di un solo paziente (!) presso una comunità psichiatrica, e certo irrilevante anche se misurato con quello di altre spese di un’Azienda Sanitaria.

È tuttavia evidente che questi dati non bastano da soli a sostenere la nostra esperienza né l’urgenza di un intervento specialistico rivolto a vittime di tortura, rifugiati, richiedenti asilo, a coloro che non troverebbero al momento in altri servizi dell’ASL analoghe risorse terapeutiche.

Non ne siamo affatto sorpresi, tutt’altro, e ciò per almeno due motivi: il primo inesorabilmente contingente e miserabile, il secondo più complesso.

Il primo: non c’è da stupirsi che un’azienda sanitaria operante in una Regione il cui Governatore appartiene a un partito come la Lega Nord sia del tutto indifferente ai problemi posti dalla sofferenza della popolazione immigrata. Garantire un lavoro clinico complesso all’altezza della loro domanda di cura non è certo una preoccupazione per un gruppo politico che ha offeso ripetutamente la condizione degli immigrati, approvando nel precedente governo una legge che infrange i più elementari diritti umani (l’istituzione dei CIE), grazie alla quale è possibile privare della propria libertà – per un periodo che può durare sino a diciotto mesi – donne e uomini che hanno commesso la sola colpa di sognare un destino migliore o che, più drammaticamente, hanno voluto sottrarsi alla morte e alla violenza.

Coloro che sono interessati più a riprodurre il proprio potere che a occuparsi dei bisogni della popolazione, coloro che rappresentano l’Altro solo nei termini di un disprezzo sistematico se non razzista, non possono essere certo interlocutori di un simile progetto.

Ma c’è un altro motivo, si è detto, che rende tutto sommato prevedibile il silenzio di un’ASL.

Ogni qualvolta si chiede conto delle loro scelte, si risponde sempre che queste sono motivate, oggettive, “nell’interesse di…”.

Tuttavia l’oggettività, scriveva Fanon ne I dannati della terra, invocata dai giornalisti occidentali quando chiamati a dar conto dei loro giudizi sui comportamenti dei colonizzati, si rovescia sempre implacabilmente e inesorabilmente contro questi ultimi. Potremmo oggi riprendere questo stesso argomento, avendo solo cura di scrivere: contro i dominati, gli immigrati, i marginali. Una classe politica ubriaca dall’esercizio del potere, sostenuta da un ceto di burocrati pronto a offrire servile il suo arsenale di leggi, circolari e commi, prolifica all’ombra di un’oggettività che finisce per colpire, ormai lo sappiamo, sempre e solo i più deboli.

«L’uomo parla troppo. Occorre insegnargli a riflettere. E per questo occorre fargli paura. Molta paura. Per questo io ho parole-archi, parole-proiettili, parole-coltello». Questo scriveva Fanon in una celebre lettera indirizzata al fratello Joby, testimone delle sue esperienze e dell’ipocrisia che andava scoprendo nell’Europa dei diritti…

Da Fanon abbiamo tratto una lezione di impegno e di coerenza, di coraggio e di indocilità, che non sarà certo messa in discussione dall’indifferenza delle istituzioni né dal razzismo che le abita, spesso mascherato dalla retorica della sicurezza o da quella della razionalità economica.

L’obbedienza non è più una virtù: è questo un altro principio che ha guidato sempre la nostra pratica, sussurrato con forza da don Milani anni addietro, quando un altro razzismo si abbatteva contro altri «stranieri», quando «altre leggi ingiuste» schiacciavano gli umili. È un principio che continua a indicare il percorso che alcuni di noi testardamente continueranno a seguire nel tentativo di realizzare un lavoro rigoroso, al servizio di chi soffre, quale che sia la sua condizione, la sua appartenenza, il suo statuto giuridico. Senza differenze di sorta.

Per fare tutto questo abbiamo però urgentemente bisogno del vostro sostegno

Con preghiera di ampia diffusione!

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Guarire dalla fine

cov-1Abbiamo tutti iniziato a sentire parlare di Ground Zero dopo la tragedia delle Torri Gemelle nel 2001.  Ho scoperto che quello era il secondo Ground Zero solo quando ho letto Dreaming  the end of the world (1994) – Sognare la fine del mondo – del terapeuta ‘chicano’ Michael Ortiz Hill . Michael riporta una serie di sogni (di pazienti e non) sulla fine del mondo. Hill racconta anche della sua esperienza iniziatica al primo Ground Zero. Ground Zero designò inizialmente il luogo della prima esplozione atomica nella storia dell’umanità, nel test denominato “Trinity” da Robert Oppenheimer, esplosione che avvenne nel deserto del New Mexico a trecento chilometri da Los Alamos dove aveva sede il progetto Manhattan per lo sviluppo della bomba. Nel giugno del 1988 Hill ha fatto una spedizione notturna per scavalcare la recinzione del Ground Zero atomico e seppellirvi una statuetta di KwangYin, la dea/boshisattva della compassione del pantheon buddista.

Nei sogni raccolti nel corso di molti anni da Hill emerge con forza l’ambivalenza della narrazione apocalittica sedimentata nel nostro inconscio culturale. Per esempio, la figura del salvatore e quella del distruttore formano sovente una coppia indivisibile. A volte i ruoli si scambiano. Altre volte il sogno pare perdere il bandolo della matassa e il tema della distruttività prende la forma di una cerca labirintica e oscura. I sogni di distruttività sovente mettono in questione le troppo facili identificazioni proiettive. Ne cito uno, tratto dalla raccolta di Hill che dunque è anteriore al 1994:

E’ Capodanno. Sono in cima a una delle twin towers a New York e il mondo sta per esplodere.

Ci raduniamo intorno a un tavolo da conferenze e cerchiamo di negoziare con l’attentatore. E’ vestito con un completo d’affari, elegante ma ha gli occhi folli ed è al di là di ogni possibilità negoziale. La sua vecchia madre gli sta di fianco, borbotta tra sé ed è molto concia. Per dimostrarci che è abbastanza folle, prende sua madre per le caviglie, la fa roetare intorno alla testa e la butta giù dal grattacielo.

Per qualche motivo la bomba non esplode a mezzanotte. Scopriamo che qualcuno l’ha rubata. Cerchiamo con affanno in un labirinto di porte, corridoi e cancelli. Ora chi è che ha la bomba?”

Dire ‘dove si nasconde il male’ (o il bene) diventa un po’ complicato (ma non meno importante): è il folle uomo d’affari, figlio di una madre malconcia con cui chiudere i conti? O questo è solo un travestimento? Con che cosa è impossibile ‘negoziare’? E poi adesso chi è che ha la bomba? Il sogno si chiude con un’incertezza. Ma anche con una bomba che non esplode. Nel suo importante contributo The Archetype of Apocalypse Edward Edinger ha sottolineato come i sogni apocalittici tentino sovente di portare alla coscienza una nuova paradossale realizzazione, nel tentativo di sanare la scissione  che ha caratterizzato Cristianità (come istituzione politica) e  Cristianesimo (come sistema di credenza), e che oggi dovrebbe iniziare a trapassare in una Cristianìa (Panikkar) capace di andare oltre il dualismo.

La distruttività, la stessa idea di una fine apocalittica è una dimensione psichica e antropologica che continua a sfidarci a fare i conti con il male e a pensare un futuro diverso. Jean Michel Hirt ha appena pubblicato La dignité humaine (Parigi, 2012) un libro in cui riprende i diari di Etty Hillesum nei tre anni che precedono la sua fine ad Auschwitz, per ragionare da psicoanalista sulla distruttività legata alle grandi identificazioni collettive. Scrive nella presentazione: «Grazie alla rivoluzione che la Hillesum compie diventa possibile resistere in quanto individuo singolare al dominio delle masse sulloGrCheqDej-cahierE1-BatB spirito, diventa possibile costruire l’umano in ogni uomo, dato che nulla è acquisito in questo senso grazie alla sola appartenenza alla specie umana».

Mi viene anche in mente l’ossimoro di Benjamin sulla redenzione ‘debole’ (non totalizzante?) di una ‘dialettica immobile’ con cui voleva (forse) esprimere l’intuizione della necessità di andare oltre l’infinita dinamica di conflitto e sintesi per accogliere e redimere in sé anche le apocalissi e il non senso di ogni passato.

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