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Approdi e Naufragi

In libreria e online!

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La presentazione dice:

«Negli ultimi anni, i ripetuti naufragi al largo delle coste siciliane e in particolare a Lampedusa hanno messo in luce che le ‘carrette’ che trasportano migranti e rifugiati sono solo l’ultimo anello di rotte e esodi complessi. Rotte che collegano i campi di transito e la prigionia nel deserto, i morti in mare e le geopolitiche delle grandi potenze, le utopie deluse riemerse in forma patologica con l’aspirazione che i figli siano cittadini del mondo. Vicende che ne incontano altre che dal passato ci parlano. Nel XVII secolo, Nostra Signora di Lampedusa era migrata dalla Sicilia spagnola al Brasile insieme ad altre icone creolizzate adottate dalle confraternite di schiavi. Il compito di queste irmandades era di garantire una buona sepoltura ai loro membri e questo è diventato il pre-testo per esplorare il rapporto tra elaborazione del lutto e resistenza culturale da varie prospettive: filosofiche, antropologiche, psicoanalitiche. Rivendicare che una vita è degna di lutto è testamento dell’aspirazione a una vita degna di essere vissuta. Da questo punto di vista le migliaia di migranti che continuano a trovare precaria sepoltura nel Mediterraneo ci convocano – come direbbe Benjamin – a quell’ «appuntamento segreto tra generazioni» che alcune immagini particolarmente pregnanti generano nei momenti di pericolo. Il naufragio in questione è anche quello della coscienza europea, tentata dalle passioni tristi del risentimento, dell’astio e della reazione immunitaria ad ogni alterità.»

Da questo punto di vista, il lavoro di chi tenta in più parti del mondo di onorare i morti elaborando i lutti e i traumi storici con un «sovrappiù di vita» risuona con le intuizioni della psicoanalisi e della psicologia analitica come con con quelle della teologia della liberazione, del pensiero post-coloniale e della differenza. Se, da un lato, la storia è un sintomo in cui si intrecciano terrore traumatico e dimensione fantasmatica, l’irruzione nel presente di un perturbante che dal passato insiste ad interpellarci ci risveglia alla possibilità di immaginare una riparazione etica ed estetica del mondo.»

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Nossa Senhora da Lampadosa patrona degli schiavi

Unknown-1Nella prima metà del XVIII secolo viene venerata in Brasile Nossa Senhora da Lampadosa, patrona degli schiavi, a cui è tuttora dedicata a Rio una chiesa donata alla confraternita (irmandade)  negra  di Alampedosa. Dietro l’altare era collocato un Cristo nero. Molte confraternite di schiavi già veneravano santi ‘neri’  come san San Benedetto da San Fratello il primo nero proclamato beato con regolare processo canonico già nel ‘700 e poi fatto santo. E la confraternita di Lampedusa aveva trovato ospitalità nella chiesa di San Rosario e Benedetto. Un gruppo consistente di schiavi neri passano da Lampedusa, hanno padroni italiani, si convertono al cattolicesimo venerano Nostra Signora di Lampedusa e vengono poi imbarcati per il Brasile dove col passare del tempo si strutturano in confraternita alla stregua di altre confraternite  di schiavi che vengono tollerate se non propiziate per cercare di contenere le tensioni sincretiste incanalando i momenti di celebrazione nell’istituzione cattolica e consentendo alle confraternite di svolgere una funzione di assitenza pubblica e mutuo aiuto. La festa del santo patrono era un momento cruciale. Nel caso di San Rosario  sacro e profano si intrecciavano con messe, processioni, e  banchetti che culminavano nell’elezione di uno schiavo nominato ‘re del Congo’.Affresco. S. Benedetto small

E’ degno di nota che la principale attività delle confraternite era però di conferire un degno funerale ai loro membri.  Penso a quanto dice Judith Butler sulle vite dei vulnerabili che sembrano meno degne di lutto delle nostre in una società che distribuisce la vulnerabilità in modo ineguale, naturalizzando le disuguaglianze sociali. (cfr il suo A chi spetta una buona vita? ed Nottetempo)

Ma perché Nostra signora di Lampedusa diventa patrona degli schiavi? Lo spiega bene Gianluca Gatta in una bella scheda – pubblicata su un numero della rivista di Antropologia Medica dedicata alle presenze migranti in Italia – a partire da un dipinto che si trova nel Santuario della Madonna di Porto Salvo a Lampedusa. Il personaggio del quadro è il marinaio Andrea Anfossi, che all’inizio del 1600 era stato fatto schiavo da corsari barbareschi che lo avevano catturato e condotto a Lampedusa dove volevano rifornirsi di legna. Anfossi fugge, nel quadro ha le catene ancora ai polsi, Prende il vento con una tela/vela trovata in una grotta che raffigura la madonna col bambino insieme a Santa Caterina d’Alessandria(!)

Ancora oggi non tutti gli esseri umani viventi hanno lo status di soggetti degni di lutto e sepoltura, degni dunque di diritti, protezione, libertà e senso di appartenenza politica per il solo fatto di essere vivi. 

 

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La Cura e la Vergogna

Da Lino ricevo e volentieri rilancio:

Lampedusa celebra e si prende Cura, oltre la Vergogna
Teatro, parola e movimento per un saluto dall’Europa a chi è partito senza mai arrivare

Di fronte alla tragedia di Lampedusa si sono rimpianti i morti, si è riacceso lo scontro sulle responsabilità delle pessime leggi attuali sull’immigrazione, ma si lasciano in ombra i bisogni dei sopravvissuti, che restano e non dimenticano. Sono l’unico sfondo silenzioso e coraggioso che dà dignità di esseri umani alle vittime.
Lampedusa è l’incrocio di una guerra, combattuta subdolamente dall’Europa contro il mondo dei poveri, delle donne, dei bambini. Tecnicamente si chiama guerra a bassa intensità, quella che produce più morti tra la popolazione civile.
I protagonisti di questa vicenda che troppe volte si ripete uguale a se stessa, hanno subito una grande violenza, un’esperienza traumatica, che separa irrimediabilmente ciò che prima era unito: la famiglia, l’immaginazione del proprio futuro e il quotidiano. I loro corpi sono irrigiditi e le loro menti incredule, è molto difficile trovare emozioni da esprimere se non si ripara questo trauma, questo dolore.
In molte esperienze di guerra in cui abbiamo lavorato, il teatro ha consentito di far esprimere ed elaborare esperienze vissute, altrimenti inenarrabili. Il teatro consente questa riunificazione perché attraverso i simboli è possibile esprimere il proprio dolore, i propri lutti, e contenerli attraverso il gruppo in scena.
L’idea che proponiamo è l’organizzazione di un evento artistico/teatrale che rappresenti un rituale di saluto, di unione tra i sopravvissuti e i loro morti, con il coinvolgimento di tutti gli abitanti di Lampedusa: il loro coraggioso sindaco, i pescatori, i giovani, gli artisti dell’isola e i rappresentanti delle comunità che oggi sono coinvolte in questa tragedia, che ne annuncia altre possibili e probabili domani. I Lampedusani non dimenticano e non devono essere lasciati soli con la rabbia, la violenza e il dolore. Abbiamo visto le lacrime salate dei soccorritori e gli interventi commoventi degli adolescenti che gridavano, come il papa Francesco, “vergogna”! e noi vogliamo rispondere con un’azione forte che li veda protagonisti. Non si possono seppellire e rispettare i morti se non ci prendiamo cura dei loro sopravvissuti, accompagnandoli nel commiato. Solo se le persone inghiottite dal Mediterraneo non saranno lasciate sole, i sopravvissuti potranno sentirsi presi in cura da chi vorrà accoglierli e non perpetueranno altra violenza, causata dalla nostra incuria.
L’evento artistico/teatrale che proponiamo a Lampedusa per il 3 di gennaio 2014, a tre mesi dalla tragedia, intende rappresentare simbolicamente l’unità della morte con la vita, l’accompagnamento dei morti verso una loro sepoltura degna. L’impegno è quello di coinvolgere i principali media nazionali e internazionali, per rendere concreta la partecipazione degli europei che vogliono essere solidali. I superstiti traumatizzati non sono solo “loro”, ma un po’ tutti noi abbiamo bisogno di cambiare la storia. Vogliamo offrire a tutti quelli che porteranno a lungo nel cuore questa esperienza, una strada di riappacificazione con questo dolore così profondo, per congedarsi dagli uomini, dalle donne e dai bambini custoditi in fondo al mare, perché essi non tormentino gli animi e le coscienze di chi non è riuscito a salvarli. Chiediamo così con forza di spostare l’attenzione dell’Italia e dell’Europa dalle rivendicazioni sulle responsabilità dei morti, peraltro evidenti, alla cura dei vivi.
Per la sua realizzazione possiamo contare sulle risorse di un’estesa rete artistica nazionale e internazionale coordinata dalla residenza teatrale “Scarlattine Teatro”.
Questo è il primo segnale di una messa a disposizione della nostra esperienza pluriennale nel lavoro con migranti, vittime di tortura e richiedenti asilo (www.etnopsi.it).

Inviateci proposte di collaborazione alla realizzazione di questo progetto a info@etnopsi.it

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storie che disegnano cicogne

OperaImage.ashx«Un uomo che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciatosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna»

Adriana Cavarero inizia così l’introduzione al suo bel libro sulla filosofia della narrazione, riportando questa storia che Karen Blixen racconta  ne La mia Africa. Una storia che le avevano raccontato da bambina. A questo punto Karen Blixen si chiede: «quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?» La Cavarero aggiunge: «il significato del racconto sta infatti proprio in questo semplice risultare  che non consegue ad alcun progetto, e nell’unità figurale del disegno.» E cita non a caso il commento di Hannah Arendt nel suo saggio su Isak Dinesen (Karen Blixen era il suo nome d’arte): «la storia rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi. Ma sulla teoria della narrazione della Arendt tornerò più in là.

Ho pensato a questo testo leggendo il libro di padre Mauro Armanino,  La storia perduta e ritrovata dei migranti, testimonianza del suo lavoro nel carcere di Marassi, prima del suo attuale impegno in Niger. Libro da cui emergono alcune impreviste e straordinarie cicogne. Alcune di queste storie ‘indicibili’ non vanno lette dalla falsa coscienza sentimentaloide che si ‘commuove’ ma non si indigna; semmai ritrovando sia le tracce del nostro 900 che quelle di una vicenda umana che attraversa la storia e che fatica ad affrancarsi dall’ingiustizia, ma pure le tracce di una resistenza umana  che in ogni epoca ha testimoniato e disegnato le sue cicogne…

Tra le tante mi limito a citare la lettera che ‘Donald’ un liberiano in prigione  probabilmente per vicende limitrofe alla ‘tratta’ ha scritto a Mauro:

«Gentile padre Mauro,

questa è la verità riguardo al mio caso. Ho incontrato una giovane donna in Africa, chiamata Juliet. Dopo aver girato molti paesi africani in cerca di una vita migliore ci siamo incontrati ad Accra in Ghana. E’ stata molto gentile con me. L’ho anche aiutata ad attraversare la sua auto dal Togo al Ghana. Mi ha confidato che è stata in Europa per vari anni e questo mi ha fatto sperare. Da tanto tempo desideravo andare in Europa, il Paradiso Promesso che avevo tanto sognato. Le ho chiesto allora di farmi andare fuori dal continente africano. In seguito a questa domanda ha promesso di aiutarmi a viaggiare in Italia per incontrare alcune ragazze nigeriane, non prima di avermi chiesto di promettere che sarei stato onesto col mio ‘giuramento’.

Mi disse che avrei dovuto pagarle 30 mila euro e mi parlo di Blessing e di un’altra Juliet che si trovavano in Italia. Secondo lei queste ragazze si dimostravano poco riconoscenti e non mantenevano affatto la promessa di mandarle il denaro pattuito prima di partire.

Ho dunque viaggiato attraverso il deserto, esattamente come Blessing e Juliet che passarono anch’esse attraverso la Libia. Io sono arrivato da Malta e loto, credo, da Lampedusa.

Prima di partire Juliet mi aveva ritirato il passaporto e l’aveva sostituito con uno falso da usare per inviarle i soldi in Africa.

Ho cominciato il viaggio dal Niger. Eravamo in molti per quel viaggio, circa 40. Il viaggio era di quelli di vita o di morte. Ci siamo trovati a Sabha e ci siamo persi nel deserto con due autisti arabi e ci trovammo poi a Tamnghasset. Siamo in seguito rimasti senz’acqua fino ad Adrah, dove la gendarmeria algerina ci ha intercettati e messi in prigione. Dopo alcune settimane di carcere ci hanno portati in mezzo al deserto sotto un sole implacabile. Nel gruppo cerano varie ragazze e questo ci dava buona garanzia di urina da bere, insieme al sangue delle loro mestruazioni. Anche il mezzo che ci precedeva, chiamato ‘Marlboro’, si è guastato.

Abbiamo anche visto un camion con varie persone a bordo, tutte morte a parte una: Sembrava uno scheletro vivente. Dopo alcuni giorni di cammino Dio ci ha salvati attraverso un camion che andava a Tripoli in Libia. Siccome non avevamo soldi da dargli, sono state le ragazze del nostro gruppo che hanno pagato il nostro viaggio prostituendosi. Poi alcune di loro sono rimaste incinte. Non avevamo il telefono e non ci era possibile chiedere soldi alle nostre madam o sponsors.

Dio non ci ha dimenticati perché ha guardato i suoi figli di Israele persi nel deserto per 40 anni. Il nostro viaggio è durato circa un anno. L’autista ci ha portati fino in Libia perché aveva abbastanza ragazze ogni volta che lo desiderava. Dalla Libia abbiamo potuto chiamare aiuto e ricevere i soldi del viaggio per arrivare in Italia, la nostra terra promessa. Però era necessario prima attraversare il mar Rosso… e sapevamo che molti migranti avevano perso la vita in questo tentativo, ma non avevamo altra scelta: vita o morte.

Forse Dio ha avuto compassione di noi, poveri africani perduti. Abbiamo potuto attraversare il mare e al nostro arrivo c’era gente che sapeva come aiutarci. La madam li aveva già informati.

Qui in Italia stavo appena sopravvivendo, mendicando sulla strada o spacciandomi per americano con le ragazze nigeriane. Alcune anziane signore italiane mi avevano preso a benvolere e mi aiutavano. Quando sono stato arrestato dalla polizia qui a Genova non ho recriminato. In effetti avevo sempre sognato di venire in Occidente, in Europa, ‘terra di speranza’.

Gli africani che ho incontrato in prigione dicono che la mia voce è stata usata per combinare affari e dicono perché non ho cambiato il telefono, prima dell’arresto. ..Ma ho risposto loro che io in prigione non sto soffrendo, seguo i corsi biblici, e ciò è quanto ho sempre sognato.

Posso parlare varie lingue: inglese, ibo, francese, olandese e un poco anche italiano.

 Da quando mia madre è morta sto soffrendo e ho deciso che sarei andato in Europa ad ogni costo e malgrado ogni sofferenza. Ho rischiato la vita nel deserto del Sahara e ringrazio Dio che ha salvato la mia vita. Trovarmi in prigione è come nascondermi da Juliet, anche se le ho detto che andavo in Svizzera a chiedere l’asilo politico. Avrei dovuto partire con un amico nigeriano in Svizzera, ma non avevo i soldi per farlo.

Quando mi trovavo a Novara mangiavo dalla Caritas gratuitamente ogni sera e mi facevo chiamare col mio vero nome…(…) E’ solo per sopravvivere che mi trovo in prigione. Ciò che desidero è diventare pastore, oppure profeta e studiare l’italiano molto bene.

Non è necessario che ti dica molto di più sugli africani perché li conosci abbastanza, avendo tu vissuto in Liberia, che è una povera nazione, dove si trova la fame, la povertà, le malattie e dove mancano le scuole.»

Padre Mauro analizza molto bene nel suo libro i subtesti – i detti e i non detti – di questa lettera per certi versi paradigmatica di certi percorsi migranti. Ciò che non mi sembra però eludibile è una richiesta di futuro e di orizzonte. L’Europa attuale, quella per lo meno tutta presa dal sanare (?) i guasti della pirateria finanziaria, l’Europa degli equilibri precari, dei rigurgiti razzisti e dei localismi rassicuranti, fatica molto a capire che forse la sua salvezza sta qui.

Come ha detto un altro detenuto a padre Mauro:

«Se sei venuto per aiutarmi stattene a casa, ma se la tua liberazione è legata alla mia allora vieni e lavoriamo insieme.»

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Trucco o trickster?

horsethiefcayoteVorrei condividere la risonanza incrociata di due recenti letture. La prima è di una giovane e talentuosa scrittrice britannica, Scarlett Thomas, che è anche una narratologa che insegna scrittura creativa all’Università di Kent. Per capire la poliedricità di Thomas è utile dire che si sta anche specializzando in etnobotanica all’interno di una ricerca che rifiuta le strutture totalitarie nelle discipline scientifiche come nelle cosiddette scienze umane e propizia l’idea che il paradosso  vada accettato in ogni disciplina. (2010)

In Our tragic Universe, (ibid) la Thomas mette in guardia contro la semplificazione narrativa del copione del viaggio eroico e delle sue peripezie tematizzato da Propp e altri e sovente citato anche in ambito etnopsichiatrico come metafora efficace nel restituire complessità e dignità al viaggio migrante, ridando leggibilità alle sue tappe riconducibili alla logica tradizionale dei riti di passaggio. Come è noto, il rito di passaggio corrisponderebbe al superamento di una peripezia evolutiva. Ed effettivamente la metafora del viaggio eroico ben si presta a rappresentare alcune delle prove che il migrante deve affrontare nel corso delle sue sue vicissitudini. Il fine, la tensione narrativa che l’idea del viaggio eroico costruisce è tuttavia tutta volta al ‘ritorno’: ritorno dove l’eroe contribuisce con la sua esperienza al ‘deposito’ della cultura d’origine, al suo capitale simbolico, contribuendo a volte al miglioramento delle condizioni di vita della famiglia allargata o della comunità, o al lavorio della consapevolezza collettiva, ma comunque in qualche modo nella prospettiva di una trasformazione dell’impasse originaria. (Losi 2010, Dubosc 2011).

Non dobbiamo però dimenticare gli aspetti di forte conservazione di equilibri dati che possono risultare dalla manipolazione delle  politiche dell’identità che enfatizzano la ritualità tradizionali. (E persino ai riti di passaggio va restituita una collocazione storica e contestuale che va oltre la logica ‘strutturale’ con cui vengono a volte ipostatizzati). Thomas e altri hanno evidenziato che lo stesso viaggio dell’eroe ha forti connotazioni etnocentriche e fa ormai parte del mainstream di uno storytelling dominante utilizzato da business e politica in cui questo viaggio può anche essere letto così: «quello che impariamo è che la superiorità morale [neoliberista]è un punto di forza, che il modo di far carriera nel mondo è di far fuori qualunque cosa sia mostruosa, altra o diversa perché non piace, e che, se lo farai, otterrai il tesoro e la principessa: denaro e sesso (…) Il Viaggio dell’Eroe non è così universale come aveva suggerito Joseph Campbell (…) Il Viaggio dell’Eroe è realmente il viaggio coloniale. E’ il viaggio del sogno americano. Ci sono molte altre forme narrative nel mondo che non descrivono il passaggio dalla sfortuna alla fortuna attraverso il superamento eroico degli ostacoli.» La Thomas ritiene più fertili le storie che pongono enigmi e paradossi a cui non è possibile dare risposte univoche. Preferibili a quelle in cui il copione è tutto sommato prevedibile. Abbiamo bisogno – dice – di storie che invece di fornire una pedagogia moralizzante ci aiutino a non  trasformare le nostre vite nell’imitazione di una qualche fiction. Forse, da questo punto di vista, la figura fiabesca del trickster – del briccone creativo ma anche caotico con cui è bene non identificarsi – potrebbe essere più interessante di quella del principe e della principessa. (Bellissimo a questo proposito il libro di Amadou Hampatè Ba L’interprete briccone e anche la fiaba iniziatica Petit Bodiel, che racconta cosa succede se ci si identifica troppo con la figura del trickster.)

La seconda lettura che risuona con quanto appena detto è quella di Ritratti del desiderio di Massimo Recalcati, (2012) specialmente dove evoca la figura di tyche, la dea fortuna che presiede agli incontri inaspettati, alle aperture che portano a uscire dalla routine e dai copioni narrativi a cui quotidianamente tendiamo ad aderire. Tyche è l’incontro contingente che sorprende là dove il desiderio di riconoscimento va al di là  della «matrice ripetitiva del fantasma non è solo automaton, ma è anche trovata, sporgenza, apertura imprevista, nuovo incontro, tyche.» (ibid)

Credo che anche rispetto alla clinica e tenendo presente la complessità identitaria che Appadurai e altri hanno così bene descritto, la questione della tyche e dell’incontro interpelli chiunque abbia a cuore la questione migrante. E’ una cosa che con altre parole aveva già espresso 800 anni fa il grande mistico persiano Farid ud-din Attar : «Nel mondo abbiamo un destino fisso. Ma è possibile ricevere ciò che non è nel nostro destino.»

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Sfrattato il Centro Frantz Fanon – appello solidale


Frantz Fanon (1925-1961), psychoanalyst/social philosopher.Il Centro Frantz Fanon, luogo d’eccellenza nella pratica di un’etnopsichiatria critica aperta alla complessità è stato praticamente sfrattato dalla ASL 1 di Torino che da oltre dieci anni lo ospitava. La qualità del lavoro, il numero di assistiti e la cifra irrisoria della convenzione con la ASL rende incomprensibile questa scelta a meno di non leggerla come scelta politica dettata dalle logiche di una Regione governata da una Lega a cui la questione migrante evidentemente sta a cuore solo in termini di retorica elettorale.

Come scrive l’Associazione Frantz Fanon (e qui trovate l’appello integrale)

«Il costo dell’attuale convenzione fra l’ASL TO1 e l’Associazione Frantz Fanon è, per anno, meno di 65.000 euro. Il gruppo di lavoro è composto di circa 15 operatori (psicoterapeuti, medici, psichiatri, psicologi, mediatori culturali, educatori), con larga esperienza clinica.

Si tratta di un costo irrisorio se si considera il lavoro realizzato dal Centro Frantz Fanon: nel corso di questi anni abbiamo potuto seguire oltre 1600 pazienti solo perché buona parte del lavoro svolto è stato realizzato in modo volontario, o ricorrendo ad altre sorgenti di finanziamento. Si tratta però di un costo, quello del Centro Fanon, irrilevante in particolare se lo si confronta con altre tipologie di spesa: quella, ad esempio, relativa ai costi per il ricovero annuo di un solo paziente (!) presso una comunità psichiatrica, e certo irrilevante anche se misurato con quello di altre spese di un’Azienda Sanitaria.

È tuttavia evidente che questi dati non bastano da soli a sostenere la nostra esperienza né l’urgenza di un intervento specialistico rivolto a vittime di tortura, rifugiati, richiedenti asilo, a coloro che non troverebbero al momento in altri servizi dell’ASL analoghe risorse terapeutiche.

Non ne siamo affatto sorpresi, tutt’altro, e ciò per almeno due motivi: il primo inesorabilmente contingente e miserabile, il secondo più complesso.

Il primo: non c’è da stupirsi che un’azienda sanitaria operante in una Regione il cui Governatore appartiene a un partito come la Lega Nord sia del tutto indifferente ai problemi posti dalla sofferenza della popolazione immigrata. Garantire un lavoro clinico complesso all’altezza della loro domanda di cura non è certo una preoccupazione per un gruppo politico che ha offeso ripetutamente la condizione degli immigrati, approvando nel precedente governo una legge che infrange i più elementari diritti umani (l’istituzione dei CIE), grazie alla quale è possibile privare della propria libertà – per un periodo che può durare sino a diciotto mesi – donne e uomini che hanno commesso la sola colpa di sognare un destino migliore o che, più drammaticamente, hanno voluto sottrarsi alla morte e alla violenza.

Coloro che sono interessati più a riprodurre il proprio potere che a occuparsi dei bisogni della popolazione, coloro che rappresentano l’Altro solo nei termini di un disprezzo sistematico se non razzista, non possono essere certo interlocutori di un simile progetto.

Ma c’è un altro motivo, si è detto, che rende tutto sommato prevedibile il silenzio di un’ASL.

Ogni qualvolta si chiede conto delle loro scelte, si risponde sempre che queste sono motivate, oggettive, “nell’interesse di…”.

Tuttavia l’oggettività, scriveva Fanon ne I dannati della terra, invocata dai giornalisti occidentali quando chiamati a dar conto dei loro giudizi sui comportamenti dei colonizzati, si rovescia sempre implacabilmente e inesorabilmente contro questi ultimi. Potremmo oggi riprendere questo stesso argomento, avendo solo cura di scrivere: contro i dominati, gli immigrati, i marginali. Una classe politica ubriaca dall’esercizio del potere, sostenuta da un ceto di burocrati pronto a offrire servile il suo arsenale di leggi, circolari e commi, prolifica all’ombra di un’oggettività che finisce per colpire, ormai lo sappiamo, sempre e solo i più deboli.

«L’uomo parla troppo. Occorre insegnargli a riflettere. E per questo occorre fargli paura. Molta paura. Per questo io ho parole-archi, parole-proiettili, parole-coltello». Questo scriveva Fanon in una celebre lettera indirizzata al fratello Joby, testimone delle sue esperienze e dell’ipocrisia che andava scoprendo nell’Europa dei diritti…

Da Fanon abbiamo tratto una lezione di impegno e di coerenza, di coraggio e di indocilità, che non sarà certo messa in discussione dall’indifferenza delle istituzioni né dal razzismo che le abita, spesso mascherato dalla retorica della sicurezza o da quella della razionalità economica.

L’obbedienza non è più una virtù: è questo un altro principio che ha guidato sempre la nostra pratica, sussurrato con forza da don Milani anni addietro, quando un altro razzismo si abbatteva contro altri «stranieri», quando «altre leggi ingiuste» schiacciavano gli umili. È un principio che continua a indicare il percorso che alcuni di noi testardamente continueranno a seguire nel tentativo di realizzare un lavoro rigoroso, al servizio di chi soffre, quale che sia la sua condizione, la sua appartenenza, il suo statuto giuridico. Senza differenze di sorta.

Per fare tutto questo abbiamo però urgentemente bisogno del vostro sostegno

Con preghiera di ampia diffusione!

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Identità come archetipo

  • Se ci spostiamo dall’Africa all’India scopriamo un altro vertice di osservazione che descrive un livello in cui l’identità non coincide con le nostre identificazioni. Infatti, l’esigenza di ridurre intellettualmente a unità le esperienze è sovente un’esigenza al contempo emotiva e mentale. Nella disciplina della concentrazione osservante la pluralità non costituisce fonte di turbamento  anzi rivela una indecifrabilità e consistenza dell’essere che si esprime attraverso e al di là delle forme.

    Inoltre, se l’occidente  pensa all’identità a partire da un criterio di esclusione, applicando cioé in primo luogo il principio di non contraddizione (quindi se A è A non può essere B), in oriente il principio di identità è mosso da un’aspirazione all’inclusione (A è presente in B, C, D ecc.).

    Il brahman è così identico a sé stesso che non vi è spazio per differenziarlo da alcunché – e tanto meno da noi stessi. L’ identità precede le identificazioni. Ramana Maharshi, il più famoso mistico indiano del secolo scorso raccomandava ai suoi discepoli di meditare su un solo mantra: «Chi sono io?»

    Nella Brihandaranyaka Upanishad, infatti, la coscienza dell’ io sono (la radice ultima dell’identità) precede la creazione: questo è l’incipit di ogni sentire: già c’è quando null’altro ancora esiste, quando nessuna equazione di similitudine o dissimilitudine è possibile. Prajapati, (il Primo Uomo che è anche il principio cosmico della creazione), nella sua solitudine sa di essere sé stesso prima ancora che esista alcunché di ‘altro’ con cui confrontarsi. In questa prospettiva la coscienza di Sé, l’Io che osserva, precede e fonda le successive identificazioni e non potrà in alcun modo coincidere totalmente con le forme mutevoli che queste assumono nel corso del divenire.

    «in verità allora il mondo era indifferenziato. Si differenziò solo per nome e forma»… ma il nome e la forma sono la traccia dell’identità iniziale che precede la forma e prendendo coscienza si fa creatrice… [Panikkar 1995]

     Ne consegue che questa «identità iniziale che precede la forma», questo  Io della Presenza non coincidono in alcun modo con le identificazioni rigide che definiscono escludendo. L’identità superiore è ‘neti neti’ né questo né quello. L’ego delle identificazioni – ciò che ci fa dire «Io sono questo o quello» –  non coincide con quella dimensione che osserva ed è testimone con la vera base percettiva, psichica e spirituale di ogni esperienza e di ogni identificazione.

    A partire da questa consapevolezza, le sentenze filosofiche ‘Tu sei quello’ (tat tvam asi) e ‘Né questo Né quello’ (neti neti)  diventano chiavi di accesso a una modalità di intendere l’identità come campo di una Presenza elusiva ed onnicomprensiva.

    L’Oriente ci invita dunque con varie modulazioni a esperire ciò che possiamo scoprire della Realtà oltre le identificazioni e illusioni egoiche.

    Aggiornando la lezione indiana Raimon Panikkar ci invita a guardarci dall’idea dell’assoluta trasparenza e comprensibilità di quella Realtà che attraversa anche le forme parziali di quelle che chiamiamo ‘identità’.

    Non esiste un essere assolutamente identico a  Sé stesso, l’auto-identità implicherebbe un riflesso assoluto (totale) (un A identico ad A). Ogni essere, non escludendo un possibile Essere Supremo presenta un residuo opaco, un aspetto misterioso che sfida la trasparenza. Il mistero e l’opacità dell’identità sono fondamento della libertà e la base del pluralismo…» [ibid.]

    Va inoltre ricordato che un tale approccio non è solo eredità dell’oriente come evidenziato da un neti neti radicato nella tradizione occidentale, il ‘né né’ di san Paolo, che afferma che nel Mistero non vi è elezione, non vi è schiavo né padrone, non v’è né maschio né femmina [Galati 3]. Il  come se diventa allora come se non… «chi è sposato sia come se non lo fosse, chi piange come se non piangesse, chi gioisce come se non gioisse, chi compra come se non avesse proprietà, e chi fa uso del mondo come se non ne abusasse…» [Efesini 7]. In quel come se non si cela forse il segreto di quella forma del desiderio umano che potremmo chiamare aspirazione, desiderio che dietro i veli delle identificazioni e degli attaccamenti preme per essere ascoltato. E’ l’altro e l’altrove che ci interpella e sollecita negli eventi della nostra vita, il doppio ‘che non ci lascia stare’,  il genio che ci scegliamo prima di nascere come diceva James Hillman, riprendendo Platone. Questo Io superiore (o Sé, o come altro lo si voglia chiamare) non è solo l’assolutamente altro, ma ciò che nella contingenza ci connette attraverso i ‘djinn’, le sincronicità, gli amori, i conflitti…

    L’immagine: Filemone, dal Libro Rosso di Jung.


     

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Identità come iniziazione

In buona parte del mondo la relazione tra mondo visibile e mondo invisibile è ancora il luogo privilegiato della strutturazione identitaria. Antenati, dei, angeli, spiriti della natura giocano un ruolo fondamentale nella nominazione e interpretazione del mondo, nelle relazioni tra gli umani e nella comprensione dei confini e dei destini all’interno dei quali condurre e propiziare i percorsi personali.

La fenomenologia africana dell’«influenzamento» è stata adottata dall’etnopsichiatria di Tobie Nathan come dimensione paradigmatica della proposta terapeutica. Il rischio – oltre a quello di una sua applicazione ‘fuori luogo’ –  è quello di sottovalutare aspetti della storia africana segnati da traumi profondissimi che riemergono anche nelle forme rituali.

Già Franz Fanon [1962] aveva consigliato di non considerare le forme assunte dai culti di possessione a prescindere dai sintomi storici della colonizzazione. Alcuni antropologi hanno per esempio ipotizzato che l’enfasi sulla stregoneria come capacità di ‘rapire’ e schiavizzare le anime sia stata fortemente influenzata dalla reale e improvvisa scomparsa di milioni di uomini venduti e ridotti in schiavitù. [de Rosny, 1981].

Tuttavia anche per de Rosny, il gesuita francese che si fece iniziare da Din, un nganga douala del Camerun,  l’iniziazione rimane comunque l’ ‘apertura degli occhi’ alla realtà dell’influenzamento, inteso come rete di pulsioni aggressive che dominano la psiche. Egli visse questa esperienza in modo sconvolgente, totalizzante e definitivo.

«[l’iniziatore] non mi ha aperto gli occhi su null’altro mondo se non su quello della violenza. (…) Si è accontentato di aprire i miei occhi carnali come quelli interiori sullo spettacolo delle persone che si ingelosiscono, si odiano, si uccidono. Giunse il momento dove non ebbe più bisogno di condizionarmi: lo vidi io stesso. Nei giorni successivi alla mia iniziazione, sebbene lontano da Douala, continuai a vederne l’evidenza in ogni minimo conflitto intorno a me. L’iniziazione alla funzione di ganga consiste nell’aprire gli occhi del candidato agli atti di violenza che si compiono intorno a lui.» [de Rosny 1981]

In questa drammatica testimonianza egli aggiunge che, poco dopo l’iniziazione, il suo iniziatore venne a mancare – cosa che per altro lo stesso Din paventava – mentre de Rosny venne sospettato di stregoneria. Il confine tra guaritori e stregoni è infatti sottile e un iniziando può appropriarsi il potere del suo iniziatore.

«In terra douala ognuno sa che l’apprendista ganga può diventare stregone. È fortemente tentato di uccidere il suo maestro grazie al ndimsi [mondo delle realtà nascoste dove si gioca il destino delle persone] che ha appena scoperto, per impadronirsi del suo potere (…) Din è morto subito dopo avermi aperto gli occhi (…) Non è la prima volta che mi trovo prigioniero nella logica di questo sistema di interpretazione dei fatti (…) oggi sono sospettato di essere un assassino dai membri di una famiglia che amo e assassino del loro padre!» [ibid]

L’universo degli iniziati – dice de Rosny – è un terrificante campo di battaglia. E aggiunge che in una società dove tutto concorre a velare la violenza, la stregoneria e il girotondo dei capri espiatori svolgerebbero una funzione di stabilizzazione.

Bisogna dunque ipotizzare che se l’identità è sempre a rischio di stregoneria/influenzamento, il bisogno quello di nascondere qualsiasi intenzione che possa essere interpretata come malevola. Così la teatralizzazione delle appartenenze mediata dai culti di possessione può anche diventare strumento di differenziazione, luogo in cui, grazie a una nuova filiazione dall’invisibile, i vincoli terreni vengono rinegoziati, generando una parziale emancipazione.

Si può qui rilevare che anche nella tradizione iniziatica antroposofica l’incontro con il ‘guardiano della soglia’ –  e in termini junghiani l’incontro con il limite e l’ombra – consente un primo accesso al mondo invisibile: «Nel momento in cui vogliono superare la soglia, [gli iniziati] scoprono le forze che vivono nella natura umana più profonda, quella che si manifesta appunto quando si entra nel mondo soprasensibile; tali forze sono della stessa specie delle forze distruttive del mondo. È questo che si vede dinanzi al guardiano della soglia» [Steiner (1918) 1994] «Si può anche dire che, varcando la soglia del mondo spirituale, si constata che non esiste al mondo delitto per il quale ogni uomo, in quanto appartenente a [questo] periodo di civiltà, non abbia nel suo subconscio, la disposizione, si badi, la sola disposizione.»[(1918) 1991]. Un’altra interessante cvonsiderazione di Steiner che si può applicare a colonialismo, post-colonialismo e sintomi storici in generale è la seguente:  «Proprio le più imporanti istituzioni dell’epoca moderna, realizzate sul piano fisico, sono apportarici di morte. L’errore (…) consiste nel fatto che non si vuol portare a coscienza che sono apportatrici di morte (…) Il loro compito è esattamente quello di dotare gli uomini della piena capacità dell’anima cosciente.» [Steiner (1918) 1961]

Va anche tuttavia che la logica dell’influenzamento e dei culti di possessione o l’incontro con la distruttività radicale non esaurisce il cammino iniziatico, nemmeno in Africa: le iniziazioni africane sono molteplici e non esprimono solo l’appartenenza ai ‘proprietari’, ma una continua negoziazione eco-sistemica che dovrebbe generare equilibrio e saggezza. Ho già citato Amadou Hampaté Bā:

«L’iniziazione ha come scopo di dare alla persona psichica una potenza morale e mentale che condiziona e propizia la realizzazione dell’individuo (…) La grandezza e il dramma del [rapporto con l’invisibile] deriva dal fatto che è luogo di incontro di forze conflittuali in perpetuo movimento le quali potranno trovare un ordine nel corso delle diverse fasi della vita solo a partire da un’evoluzione riuscita sulla via dell’iniziazione. Le forze molteplici e  diverse che si muovono nell’universo costituiscono degli stati, o persone psichiche che emanano dallo spirito stesso del Maa, un principio immateriale e immortale. Non è un essere immaginario. Esiste. È lui che fa nascere l’Immaginazione, facoltà assai reale (da non confondere con l’immaginario), facoltà grazie alla quale il Maa diventa capace di visione e può entrare in contatto con spiriti o esseri che abitano fuori del mondo visibile.» [Bā, 1972, 1993]

Secondo Bā, sia culti di possessione che iniziazioni sono mediate «dal motore segreto del rito che è la Parola». Nei culti di possessione la parola è volta a nominare nel modo corretto uno spirito che ha portato il disordine perché un equilibrio è stato alterato. La nominazione – come il rituale – serve a riorganizzare in quanto comunità il disordine possibile dell’esistenza. Nell’iniziazione la parola è trasmissione di un sapere ancor più articolato che si immagina originare da un incontro di un antenato con l’invisibile, sovente grazie alla mediazione di un animale favoloso o mitico. L’intervento di forze iniziatiche cosmiche è presente in molte tradizioni dell’antichità – si pensi al tema dello zodiaco ‘animato’ e animale come influenza ‘astrale’ sulle vicende umane. Si veda a questo proposito quanto dice l’antroposofo Gino Boriosi:

« Sotto la veste esteriore del mistero del numero, si celava per i cinesi, per gli indiani, per i caldei, come per gli incas, una musica specifica, attraverso la quale il mondo era stato creato. Chi era in grado di ascoltare questa musica, percepiva attraverso di essa una complessa struttura morale paragonabile alla personalità di un essere. Per questo le costellazioni tradivano immagini di animali ( le forze primordiali della creazione) e le sfere dei  pianeti erano abitate da Dei. Questo punto di vista era alla base di ogni dottrina scientifica.»

In ogni caso la «tradizione iniziatica si preoccupa della persona umana in quanto molteplicità interiore, in partenza incompiuta, chiamata a ordinarsi e unificarsi, come pure a trovare il proprio posto all’interno di quei sistemi più vasti che sono la comunità e il cosmo» [Bā, ibid]

In questa prospettiva l’iniziazione è vista come un processo di rafforzamento dell’autonomia morale e spirituale umana in cui l’Io può giungere a riconoscersi contenitore in grado di reggere e armonizzare le dimensioni ibride e conflittuali dell’esistenza.


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Sogni di sogni

Nel 1982 Gordon Lawrence, un consulente e formatore interessato alla comprensione delle dinamiche totalitarie nelle istituzioni comincia a sperimentare all’Istituto  Tavistock di Londra quello che poi diventerà la Social Dreaming Matrix.

Dall’ascolto del potenziale narrativo del sogno possono emergere elementi di pensiero che collegano il sogno alla sua matrice rizomatica, complessa, alle appartenenze plurali e contradditorie che oggi strutturano la nostra identità, ma che pure ci accomunano più che mai nell’immaginare e ‘sognare’ la sua costruzione.  Possiamo immaginare la Matrice da cui attinge il Sogno come un campo di narrazioni potenziali profondamente interconnesse, un rizoma, o una nuvola di elettroni di cui non è possibile stabilire l’esatta posizione se non a partire da una determinata modalità di osservazione. Il lavoro sul Sogno può ‘fissare’ una ‘particella’ e descriverla come un prodotto della storia e dell’inconscio personale del sognatore oppure ‘risuonare’ associativamente con un tutto-mondo rispettando la natura collettiva e sociale della Matrice, l’interconnessione delle storie, ognuna nella sua diversa unicità. Nella Social Dreaming il sognatore racconta infatti il suo sogno al gruppo, e ognuno racconta le sue associazioni, ma trattando il sogno come sogno del gruppo, o attraverso il quale il gruppo racconta il suo ‘sogno’, esplora le sue aspirazioni, i suoi conflitti e li rende generativi trasformando l’immaginazione in pratica sociale.  «Abbiamo constatato  – dice Lawrence – che a un cambiamento del ‘contenitore’ ospitante (la Matrice) corrisponde un cambiamento della natura dei sogni ospitati. I sogni non esprimevano più preoccupazioni di tipo individuale, ma diventavano socio-centrici, ossia ruotavano attorno a tematiche sociali…». L’idea del sogno come proprietà individuale diventa obsoleta nella misura in cui viene condiviso nello spazio della Matrice.  Infatti, non appena li raccontiamo i sogni acquistano una natura sociale. Il tempo della narrazione del sogno è il tempo in cui qualcosa che non è strettamente temporale può entrare nella storia e nel mondo.  «I nostri sogni hanno a che fare con la natura delle nostre connessioni (…) La storia dell’umanità, mentre siamo svegli è una storia di frammentazione, di persone e comunità separate per nazionalità, religione, politica. I nostri sogni sono connessi alla semplice verità che siamo membri di una stessa specie.»

Questa citazione di Lawrence richiama una delle sue fonti, Jung  e la sua idea di  un’ampia stratificazione narrativa della psiche. Jung sosteneva inoltre  il sogno utilizzava queste fonti narrative per rielaborare  gli eventi e il divenire.  Ricordando che una serie di sogni  gli aveva preannunciato la prima Guerra mondiale.

Nel suo principale saggio sulla Social Dreaming (Won from the formless and infinite) Lawrence racconta un suo sogno seminale: il sogno di un architetto cieco. Questa figura ossimorica richiama un’altra fonte cruciale di Lawrence, Bion e la sua ‘capacità negativa’ (Keats), la capacità di esplorare creativamente reggendo l’incertezza e non a partire da un ‘sapere’, ma di ‘fare anima’ a partire dalla metabolizazione profonda di processi in cui sopravviviamo. Sovente, come in una fiaba, il sogno esplora con mille variazioni il viaggio dell’eroe, i suoi successi e  i suoi naufragi, da cui riemergiamo, al risveglio, sopravvissuti.

Un’altra fonte di Lawrence è in fondo Bateson perchè Lawrence tratta il sogno  come manifestazione di una proprietà emergente di un gruppo o di un sistema.

Altre fonti sono più esplicite. Lawrence racconta di avere casualmente trovato per caso un libro intitolato “Il Terzo Reich dei Sogni” di Charlotte Peradt, una psicoterapeuta tedesca che, fra il 1933 e il 1939, aveva raccolto in Germania 300 sogni che esprimevano in modo diretto le reazioni dei sognatori al clima politico. Un’altra fonte cruciale è la versione un po’ romantica della spedizione (1935) dell’antropologo Kilton Stewart tra i Senoi della Malesia. Stewart descrive una cultura armoniosa basata su una sorta di reverie condivisa. I Senoi lavoravano per liberare il negativo delle loro metabolizzazioni oniriche e sfruttarne il potenziale narrativo e creativo attraverso un sistema cooperativo di condivisione dei sogni che iniziava ogni mattina in ogni famiglia e veniva proseguito dai capi-famiglia riuniti. (à suivre)

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Processi e procedure (l’efficienza è efficace?)

Prendo spunto dagli ultimi commenti di Rosanna e Lino. L’ordine, nella relazione con i richiedenti asilo è ancora fortemente influenzato dal Discorso coloniale. L’ingegnosità, la furbizia, l’intelligenza nello scoprire le faglie del sistema, il gioco sulle nostre paure del diverso, del perturbante, del doppio oscuro, rendono il richiedente asilo – in particolare quello categorizzato come ‘vulnerabile’, problematico o scomodo. Se non si adegua è uno che non ha capito, che andrebbe messo in riga, uno che sfrutta la situazione. Certo non è facile neanche per gli operatori. I criteri di efficienza dell’intervento così come sono stati pensati richiedono una valutazione delle vulnerabilità che sappia ridurne i costi.   Le storie negate, le identità semioccultate dal perverso meccanismo con cui procede la richiesta, portano rifugiati e operatori e chiudersi in due mondi, a ignorare le reciproche storie. Se la narrazione traumatica rende particolarmente difficile rappresentare con oggettività gli  eventi possiamo però dire che gli operatori sono investiti in pieno dal trauma. Le storie che riferiscono spesso sono parziali, tutte centrate sui dettagli dell’integrazione (specialmente le visite mediche), ma del richiedente ignorano tutto, passato, religione, riti, sapori, paesaggi dell’anima.  La circolazione delle storie passa allora  attraverso gli eventi negativi in cui l’operatore si trova suo malgrado profondamente coinvolto. Questo implicherebbe un’attenzione continua ai campi emotivi e alle ‘storie’ che essi generano.

Va inoltre detto che alcune dimensioni andrebbero particolarmente contestualizzate per non giudicarle impropriamente: la tendenza a ‘sfruttare’ la situazione, cogliendo le faglie del sistema di accoglienza, cercando di metterlo in crisi, imitandone i difetti, e giocando sulla minaccia di ciò che nella ‘differenza’ potremmo vivere come perturbante, sono state per moltissimo tempo l’eredità psicologica della situazione coloniale. Ogni volta che ‘cadiamo nel tranello’ e le giudichiamo semplicemente come segno di alterità, diversità patologica, pensando patern(alistic)amente di ‘regolare i conti’ come faremmo con un vulnerabile di casa nostra (un tossicodipendente per esempio) rischiamo di riprodurre nel vissuto dell’utente (ma anche nel nostro) echi e fantasmi che non sono affatto estranei alla storia del colonialismo.

 Un’ultima considerazione riguarda una tendenza collettiva delle amministrazioni che delegano e poi si riservano di valutare l’operato di chi riceve la delega a ‘fare’. Questo è del tutto legittimo, ci mancherebbe! Ma cosa viene valutato e come?  Si tratta di capire che processi e procedure sono cose diverse e anche la scelta di valutare le une o le altre implicano due ‘discorsi’ , due prospettive diverse.  Nel secondo caso – quello della valutazione  di procedura – c’è una falsificazione legata a una sorta di ‘distanza acritica’ in cui l’osservatore cercando di darsi criteri di valutazione ‘oggettiva’ non si rende conto del ‘bias’ che questo introduce nel processo stesso di osservazione e valutazione. Rispetto ai processi psicosociali niente è meno oggettivo che l’abbandono di una osservazione fenomenologica e partecipata, in cui l’atteggiamento critico è capace di prendere in considerazione  non solo gli ‘oggetti’ dell’osservazione ma anche la logica  (il discorso’) non sempre ovvia che le modalità di valutazione implicano, nonché i nodi critici che man mano emergono. Conoscere significa partecipare a un processo perché se  se consideriamo gli altri come un ‘oggetto’  e la nostra interazione come ‘neutrale’ (e incapace di fornire informazioni) il risultato si ridurrà all’analisi di una procedura e non all’emergere fertile delle narrazioni, delle storie, dei vissuti, delle problematiche, delle possibili soluzioni.

Del resto il discorso dell’ efficienza, così mainstream oggi,  spesso sottintende un enfasi sulla capacità di utilizzare al meglio le risorse (o di saper ‘tagliare quelle a disposizione?). Insomma di spender poco e bene, no? D’accordo, ma come viene costruita la valutazione? Persino il discorso sulla sicurezza in fabbrica assume aspetti diversi se impostato a priori secondo criteri di efficienza o ascoltando e co-costruendolo con gli operai (es: il discorso efficiente-procedurale cercherà sul mercato caschi protettivi con un buon rapporto tra prezzo e qualità, ma pensando al processo l’operaio dirà “ se non posso fare pause la stanchezza mi porterà a fare qualche sciocchezza o imprudenza” E includerà le pause nei criteri di sicurezza, cosa che una valutazione procedurale basata sull’efficienza difficilmente farebbe.)

Se solo venissero coinvolti in una co-costruzione ragionata operatori e utenti molti elementi utili potrebbero essere contribuiti per migliorare anche l’efficacia dei servizi. Ma questo sarebbe un altro Discorso.

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