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Contro la grande disfatta del mondo


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«il primo passo verso la costruzione di un mondo alternativo dev’essere il rifiuto dell’immagine del mondo impiantata nelle nostre menti e di tutte le false promesse usate ovunque per giustificare e idealizzare il bisogno criminale e insaziabile di vendere.»

Nel 2001 veniva pubblicato sulla rivista Lo Straniero un articolo di John Berger che mi sembra ancora straordinariamente efficace nel descrivere lo stato delle cose. E’ stato ripubblicato da Bollati Boringhieri nella raccolta Modi di Vedere (2004). Il brano era stato scritto all’epoca di ‘un nuovo mondo è possibile’ , prima del G7 di Genova, prima dell’11 settembre. Ma nei sette frammenti di cui parla Berger alcuni eventi contemporanei sono già impliciti. Eventi  che hanno alle spalle una storia o un’ombra lunga – l’ideologizzazione del religioso, la battaglia per recuperare agency – capacità di azione –  ma compensando la perdita di referenti simbolici che permettono di leggere e interpretare il mondo. Insieme alla critica serrata alla logica intrinseca dell’economia finanziaria e del liberismo selvaggio e alle conseguenti miopi geopolitiche che frammentano ulteriormente e violentemente il mondo.  Contro il senso di impotenza e minorità che affligge buona parte del mondo, non ci si può stancare di demitizzare, come fa Berger, la favoletta dell’economia sovrana.  Ora lo ripropongo. Grazie John

«A volte nella storia della pittura si possono trovare strane profezie che l’autore non ha inteso come tali. Quasi come se il visibile potesse vivere i suoi propri incubi. Per esempio, nel trionfo della morte di Brueghel, dipinto negli anni immediatamente successivi ai 1560 e oggi al Museo del Prado vi è una terribile profezia dei campi di sterminio nazisti. La maggior parte delle profezie, quando sono specifiche, sono forzosamente cattive, poiché nel corso della storia vi sono sempre nuovi terrori. Persino quando qualcuno di essi si easurisce non compaiono nuove felicità – la felicità è quella di sempre. Sono le forme di lotta per raggiungerla che cambiano. Mezzo secolo prima di Brueghel, Hieronymus Bosch dipinse il suo Trittico del millennio, anch’esso al Prado. Il pannello di sinistra del trittico mostra Adamo ed Eva in Paradiso, il grande pannello centrale raffigura il Giardino dell’Eden, e il pannello di destra descrive l’Inferno. E questo inferno è diventato una strana profezia del clima mentale imposto al mondo (…) dal nuovo ordine economico.

Lasciate che provi a spiegare come. Il simbolismo impiegato nel dipinto non c’entra. Probabilmente i simboli di cui Bosch si serve provengono dal linguaggio segreto, proverbiale, eretico di certe sette millenaristiche del xv secolo, le quali ereticamente credevano che, se si fosse potuto sconfiggere il male, si sarebbe riusciti a costruire il paradiso in terra. Gli studi che parlano delle allegorie presenti nella sua opera sono innumerevoli. Tuttavia, se la visione che Bosch ha dell’inferno è profetica, la profezia non sta tanto nei dettagli … che pure sono ossessivi e grotteschi – quanto nell’insieme. O, per dirla in altro modo, in ciò che costituisce lo spazio dell’inferno.

L’orizzonte è del tutto assente. Non vi è continuità nelle azioni, non vi sono pause nei percorsi, non vi è un disegno, un passato, un futuro. Vi è solo il clamore di un presente disparato e frammentario. Le sorprese e le sensazioni sono ovunque, ma manca qualsiasi via d’uscita. Niente porta a niente: tutto si interrompe. Siamo di fronte a una specie di delirio spaziale.

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Confrontate questo spazio con quello dell ‘inserto pubblicitario standard, o del notiziario tipo della CNN o di qualslasl commento alle notizie del giorno proposto dai mass media. La stessa incoerenza , la stessa giungla di emozioni sconnesse tra loro, lo stesso parossismo. La profezia di Bosch annuncia l’immagine del mondo che ci viene comunicata oggi dai media (…) Entrambi sono come un puzzle i cui molti pezzi non stanno insieme. Ed è esattamente questa la parola usata dal subcomandante Marcos in una lettera dell’anno scorso a proposito del nuovo ordine mondiale. Scriveva dal Chiapas, dal Sud-Est del Messlco. Marcos vede il pianeta di oggi come il campo di battaglia della quarta guerra mondiale. (La terza è stata la cosiddetta Guerra Fredda). Lo scopo dei belligeranti era la conquista dell’intero mondo attraverso il mercato. Gli arsenali sono finanziari; e turtavia non passa momento senza che milioni di persone vengano mutilate o uccise. II fine di chi conduce la guerra è governare il mondo da centri di potere nuovi e astratti – megalopoli del mercato, che non saranno soggetti ad altro controllo che quello della logica dell’investimento. Nel frattempo nove decimi delle donne e degli uomini del pianeta vivono con i segmenti scomposti di un puzzle che non sta insieme.

La segmentazione del pannello di Bosch è talmente simile che quasi mi aspetto di trovarvi i sette frammenti nominati da Marcos.

Il primo frammento porta il simbolo del dollaro ed è verde Consiste nella nuova concentrazione della ricchezza mondiale in mani sempre più numerose e nell’estensionme senza precedenti di disperate povertà.

Il secondo è triangolare ed è fatto di di una bugia. Il nuovo ordine afferma di razionalizzare e modernizzare la produzione e la fatica degli esseri umani . In realtà si tratta di un ritorno alla barbarie degli inizi della rivoluzione industriale, con l’importante differenza che oggi tale barbarie sfugge a qualsiasi opposizione o principio etico. Il nuovo ordine è fanatico e totalitario. (All’interno del suo stesso sistema non vi sono appelli. Il suo totalitarismo non riguarda i politici – che, in base a un suo preciso calcolo, sono stati soppiantati – rna il controllo monelario globale). I bambini, per esempio. Nel mondo ci sono cento milioni di bambini che vivono nelle strade e duecento milioni che fanno parte della forza lavoro globale.

II terzo frammento è rotondo come un circolo vizioso. Consiste nell’emigrazione forzata. I più intraprendenti tra coloro che non possiedono nulla tentano di migrare per sopravvivere. Eppure il nuovo ordine opera notte e giorno sulla base del principio che chiunque non produce, non consuma e non ha denaro da mettere in banca, è ridondante. Dunque i migranti, i senza terra, i senza tetto sono trattati come rifiuti del sistema: vanno eliminati.

Il quarto frammento è rettangolare come uno specchio. Consiste nella scambio ininterrotto tra banche commerciali e racket mondiali, perche anche il crimine va globalizzato.

Il quinto frammento è grossomodo un pentagono. Consiste nella repressione fisica. Sotto il nuovo ordine gli Stati nazionali hanno perso la loro indipendenza economica, la loro iniziativa politica e la loro sovranità (La nuova retorica di molti politici è il tentativo di mascherare la propria impotenza politica) (…) Il nuovo compito degli Stati è gestire ciò che viene loro assegnato, proteggere gli interessi delle mega-imprese di mercato e, soprattutto, controllare e sorvegliare il ridondante.

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Il sesto frammento ha forma di scarabocchio ed è fatto di rotture. Da un lato il nuovo ordine abolisce frontiere e distanze attraverso la telecomunicazione istantanea di scambi e transazioni, zone di libero commercio obbligate (NAFTA), e l’imposizione ovunque dell’unica e indiscutibile legge del mercato; e dall’altro provoca la frammentazione e la proliferazione delle frontiere minando gli Stati – per esempio, l’ex Unione Sovietica, la Iugoslavia ecc. «Un mondo di specchi rotti – ha scritto Marcos – che riflettono la vana unità del puzzle neoliberista».

Il settimo frammento ha forma di sacca, ed è fatto delle tante sacche di resistenza al nuovo ordine che si stanno sviluppando in tutto il globo. Gli zapatisti nel Sud·Est del Messico sono una di queste sacche. Altri, in circostanze differenti, non hanno scelto necessariamente la resistenza armata. Le tante sacche non hanno un programma politico comune in quanto tale. Come potrebbero, dal momento che esistono all’interno di un puzzle spezzato? Eppure la loro eterogeneità può essere una prornessa. Ciò che le accomuna è che difendono il ridondante, ciò che sta per essere eliminato, e la loro convinzione che la quarta guerra mondiale è un crimine contro l’ umanità.

I sette frammenti non riusciranno mai a ricomporsi in modo da avere un senso. Questa mancanza di senso, questa assurdità è caratteristica del nuovo ordine. Come Bosch previde nella sua visione dell’inferno, non c’e orizzonte. II mondo sta bruciando. Ogni figura cerca di sopravvivere concentrandosi sul proprio bisogno immediato, sulla propria personale sopravvivenza. La claustrofobia, che qui raggiunge il suo grado estremo, non è provocata dall’affollamento eccessivo, ma dal vuoto di continuità tra un’azione e l’altra, che pure le è così vicina da toccarla. L’inferno è questo.

La cultura in cui viviamo è forse la più claustrofobica che sia mai esistita; (…) come nell’inferno dl Bosch, non si vede neppure di sfuggita un altrove a un altrimenti. Cio che è dato è una prigione. E, di fronte a un tale riduzionismo, l’intelligenza umana si riduce all’avidità. Marcos concludeva 1a sua lettera dicendo: «E’ necessario costruire un mondo nuovo, un mondo capace di contenere molti mondi, capace di contenere tutti i mondi ».

Il dipinto di Bosch ci ricorda – se le profezie possono essere definite un promemoria – che il primo passo verso la costruzione di un mondo alternativo dev’essere il rifiuto dell’immagine del mondo impiantata nelle nostre menti e di tutte Ie false promesse usate ovunque per giustificare e idealizzare il bisogno criminale e insaziabile di vendere. Abbiamo un bisogno vitale di uno spazio diverso. Innanzi tutto dobbiamo scoprire un orizzonte. E per farlo dobbiamo ritrovare la speranza – malgrado tutto ciò che il nuovo ordine pretende e perpetra. La speranza, però, è un atto di fede e va sostenuta con atti concreti. Per esempio, l’atto di avvicinare, di misurare le distanze e di camminare verso. Ciò porterà a collaborazioni che negano la discontinuità. l’atto di resistenza significa non soltanto rifiutare di accettare l’assurdità dell’immagine del mondo che ci è offerta, ma denunciarla. E quando l’inferno viene denunciato dall’interno, smette di essere inferno.

Nelle sacche di resistenza oggi esistenti, gli altri due pannelli del trittico di Bosch, dove compaiono Adamo ed Eva e il Giardino dell’Eden, possono essere studiati a lume di candela nell’oscurità… abbiamo bisogno di loro.

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Mi piace citare ancora una volta il poeta argentino Juan Gelman:

La morte stessa è giunta con la sua documentazione

ancora una volta riprenderemo la lotta /

ancora una volta ricominceremo (…)

contro la grande disfatta del mondo

piccoli compañeros che mai finiscono

o che bruciano come fuoco nella memoria

ancora

/ e ancora

/ e ancora»

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storie che disegnano cicogne

OperaImage.ashx«Un uomo che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciatosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna»

Adriana Cavarero inizia così l’introduzione al suo bel libro sulla filosofia della narrazione, riportando questa storia che Karen Blixen racconta  ne La mia Africa. Una storia che le avevano raccontato da bambina. A questo punto Karen Blixen si chiede: «quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?» La Cavarero aggiunge: «il significato del racconto sta infatti proprio in questo semplice risultare  che non consegue ad alcun progetto, e nell’unità figurale del disegno.» E cita non a caso il commento di Hannah Arendt nel suo saggio su Isak Dinesen (Karen Blixen era il suo nome d’arte): «la storia rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi. Ma sulla teoria della narrazione della Arendt tornerò più in là.

Ho pensato a questo testo leggendo il libro di padre Mauro Armanino,  La storia perduta e ritrovata dei migranti, testimonianza del suo lavoro nel carcere di Marassi, prima del suo attuale impegno in Niger. Libro da cui emergono alcune impreviste e straordinarie cicogne. Alcune di queste storie ‘indicibili’ non vanno lette dalla falsa coscienza sentimentaloide che si ‘commuove’ ma non si indigna; semmai ritrovando sia le tracce del nostro 900 che quelle di una vicenda umana che attraversa la storia e che fatica ad affrancarsi dall’ingiustizia, ma pure le tracce di una resistenza umana  che in ogni epoca ha testimoniato e disegnato le sue cicogne…

Tra le tante mi limito a citare la lettera che ‘Donald’ un liberiano in prigione  probabilmente per vicende limitrofe alla ‘tratta’ ha scritto a Mauro:

«Gentile padre Mauro,

questa è la verità riguardo al mio caso. Ho incontrato una giovane donna in Africa, chiamata Juliet. Dopo aver girato molti paesi africani in cerca di una vita migliore ci siamo incontrati ad Accra in Ghana. E’ stata molto gentile con me. L’ho anche aiutata ad attraversare la sua auto dal Togo al Ghana. Mi ha confidato che è stata in Europa per vari anni e questo mi ha fatto sperare. Da tanto tempo desideravo andare in Europa, il Paradiso Promesso che avevo tanto sognato. Le ho chiesto allora di farmi andare fuori dal continente africano. In seguito a questa domanda ha promesso di aiutarmi a viaggiare in Italia per incontrare alcune ragazze nigeriane, non prima di avermi chiesto di promettere che sarei stato onesto col mio ‘giuramento’.

Mi disse che avrei dovuto pagarle 30 mila euro e mi parlo di Blessing e di un’altra Juliet che si trovavano in Italia. Secondo lei queste ragazze si dimostravano poco riconoscenti e non mantenevano affatto la promessa di mandarle il denaro pattuito prima di partire.

Ho dunque viaggiato attraverso il deserto, esattamente come Blessing e Juliet che passarono anch’esse attraverso la Libia. Io sono arrivato da Malta e loto, credo, da Lampedusa.

Prima di partire Juliet mi aveva ritirato il passaporto e l’aveva sostituito con uno falso da usare per inviarle i soldi in Africa.

Ho cominciato il viaggio dal Niger. Eravamo in molti per quel viaggio, circa 40. Il viaggio era di quelli di vita o di morte. Ci siamo trovati a Sabha e ci siamo persi nel deserto con due autisti arabi e ci trovammo poi a Tamnghasset. Siamo in seguito rimasti senz’acqua fino ad Adrah, dove la gendarmeria algerina ci ha intercettati e messi in prigione. Dopo alcune settimane di carcere ci hanno portati in mezzo al deserto sotto un sole implacabile. Nel gruppo cerano varie ragazze e questo ci dava buona garanzia di urina da bere, insieme al sangue delle loro mestruazioni. Anche il mezzo che ci precedeva, chiamato ‘Marlboro’, si è guastato.

Abbiamo anche visto un camion con varie persone a bordo, tutte morte a parte una: Sembrava uno scheletro vivente. Dopo alcuni giorni di cammino Dio ci ha salvati attraverso un camion che andava a Tripoli in Libia. Siccome non avevamo soldi da dargli, sono state le ragazze del nostro gruppo che hanno pagato il nostro viaggio prostituendosi. Poi alcune di loro sono rimaste incinte. Non avevamo il telefono e non ci era possibile chiedere soldi alle nostre madam o sponsors.

Dio non ci ha dimenticati perché ha guardato i suoi figli di Israele persi nel deserto per 40 anni. Il nostro viaggio è durato circa un anno. L’autista ci ha portati fino in Libia perché aveva abbastanza ragazze ogni volta che lo desiderava. Dalla Libia abbiamo potuto chiamare aiuto e ricevere i soldi del viaggio per arrivare in Italia, la nostra terra promessa. Però era necessario prima attraversare il mar Rosso… e sapevamo che molti migranti avevano perso la vita in questo tentativo, ma non avevamo altra scelta: vita o morte.

Forse Dio ha avuto compassione di noi, poveri africani perduti. Abbiamo potuto attraversare il mare e al nostro arrivo c’era gente che sapeva come aiutarci. La madam li aveva già informati.

Qui in Italia stavo appena sopravvivendo, mendicando sulla strada o spacciandomi per americano con le ragazze nigeriane. Alcune anziane signore italiane mi avevano preso a benvolere e mi aiutavano. Quando sono stato arrestato dalla polizia qui a Genova non ho recriminato. In effetti avevo sempre sognato di venire in Occidente, in Europa, ‘terra di speranza’.

Gli africani che ho incontrato in prigione dicono che la mia voce è stata usata per combinare affari e dicono perché non ho cambiato il telefono, prima dell’arresto. ..Ma ho risposto loro che io in prigione non sto soffrendo, seguo i corsi biblici, e ciò è quanto ho sempre sognato.

Posso parlare varie lingue: inglese, ibo, francese, olandese e un poco anche italiano.

 Da quando mia madre è morta sto soffrendo e ho deciso che sarei andato in Europa ad ogni costo e malgrado ogni sofferenza. Ho rischiato la vita nel deserto del Sahara e ringrazio Dio che ha salvato la mia vita. Trovarmi in prigione è come nascondermi da Juliet, anche se le ho detto che andavo in Svizzera a chiedere l’asilo politico. Avrei dovuto partire con un amico nigeriano in Svizzera, ma non avevo i soldi per farlo.

Quando mi trovavo a Novara mangiavo dalla Caritas gratuitamente ogni sera e mi facevo chiamare col mio vero nome…(…) E’ solo per sopravvivere che mi trovo in prigione. Ciò che desidero è diventare pastore, oppure profeta e studiare l’italiano molto bene.

Non è necessario che ti dica molto di più sugli africani perché li conosci abbastanza, avendo tu vissuto in Liberia, che è una povera nazione, dove si trova la fame, la povertà, le malattie e dove mancano le scuole.»

Padre Mauro analizza molto bene nel suo libro i subtesti – i detti e i non detti – di questa lettera per certi versi paradigmatica di certi percorsi migranti. Ciò che non mi sembra però eludibile è una richiesta di futuro e di orizzonte. L’Europa attuale, quella per lo meno tutta presa dal sanare (?) i guasti della pirateria finanziaria, l’Europa degli equilibri precari, dei rigurgiti razzisti e dei localismi rassicuranti, fatica molto a capire che forse la sua salvezza sta qui.

Come ha detto un altro detenuto a padre Mauro:

«Se sei venuto per aiutarmi stattene a casa, ma se la tua liberazione è legata alla mia allora vieni e lavoriamo insieme.»

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Arjun Appadurai a Milano

Lunedì 26 novembre all’Università Bicocca lectio magistralis di Arjun Appadurai, uno dei pensatori  più interessanti del ‘panorama’ contemporaneo e tra i massimi esponenti del pensiero post-coloniale, capace di coniugare pensiero critico, antropologia culturale, sociologia  e immaginazione per rinnovare  la capacità di ‘pensare il futuro’ e la storia delle identità in divenire. Qui il link alla locandina del convegno.

Di seguito la presentazione del suo ultimo lavoro pubblicato in Italia: Le aspirazioni nutrono la democrazia (2011, Et al).

«Le aspirazioni delle persone non sono una minaccia per la democrazia, come continuano a pensare coloro che la intendono come un modo di costruire consenso per decisioni già prese altrove e da altri, coloro per i quali vanno bene soltanto le preferenze dei consumatori, il desiderio di merci e le identificazioni populiste con i leader, in modo che le aspirazioni siano ricondotte a una ragionevole compatibilità col dominio.
Le aspirazioni viceversa nutrono la democrazia, e la stessa capacità di aspirare è per i poveri, cioè per una parte gigantesca dell’umanità, la premessa per riconoscere la propria condizione, per prendere parola, per protestare e federarsi, per cambiare la propria vita. Insomma è la meta-capacità di ogni capacità.
Dando conto dell’alleanza dei poveri senza abitazione e senza diritti di Mumbai, del loro modo paziente di lottare, del loro modo innovativo di associarsi, Arjun Appadurai nei due brevi saggi qui raccolti – La capacità di aspirare e Democrazia profonda – valorizza la cultura come capacità di avere aspirazioni e di pensare il futuro.
Questo importante lavoro di ridefinizione della politica democratica dell’antropologo indiano è presentato e fatto reagire con temi per noi meno lontani da un denso e stimolante scritto di Ota de Leonardis: E se parlassimo un po’ di politica?»

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Lettera da Lampedusa

“Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa. Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore.

Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.

Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente.

Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore. In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche. Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umane a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera.

Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza”.

Giusi Nicolini


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Sogni di sogni

Nel 1982 Gordon Lawrence, un consulente e formatore interessato alla comprensione delle dinamiche totalitarie nelle istituzioni comincia a sperimentare all’Istituto  Tavistock di Londra quello che poi diventerà la Social Dreaming Matrix.

Dall’ascolto del potenziale narrativo del sogno possono emergere elementi di pensiero che collegano il sogno alla sua matrice rizomatica, complessa, alle appartenenze plurali e contradditorie che oggi strutturano la nostra identità, ma che pure ci accomunano più che mai nell’immaginare e ‘sognare’ la sua costruzione.  Possiamo immaginare la Matrice da cui attinge il Sogno come un campo di narrazioni potenziali profondamente interconnesse, un rizoma, o una nuvola di elettroni di cui non è possibile stabilire l’esatta posizione se non a partire da una determinata modalità di osservazione. Il lavoro sul Sogno può ‘fissare’ una ‘particella’ e descriverla come un prodotto della storia e dell’inconscio personale del sognatore oppure ‘risuonare’ associativamente con un tutto-mondo rispettando la natura collettiva e sociale della Matrice, l’interconnessione delle storie, ognuna nella sua diversa unicità. Nella Social Dreaming il sognatore racconta infatti il suo sogno al gruppo, e ognuno racconta le sue associazioni, ma trattando il sogno come sogno del gruppo, o attraverso il quale il gruppo racconta il suo ‘sogno’, esplora le sue aspirazioni, i suoi conflitti e li rende generativi trasformando l’immaginazione in pratica sociale.  «Abbiamo constatato  – dice Lawrence – che a un cambiamento del ‘contenitore’ ospitante (la Matrice) corrisponde un cambiamento della natura dei sogni ospitati. I sogni non esprimevano più preoccupazioni di tipo individuale, ma diventavano socio-centrici, ossia ruotavano attorno a tematiche sociali…». L’idea del sogno come proprietà individuale diventa obsoleta nella misura in cui viene condiviso nello spazio della Matrice.  Infatti, non appena li raccontiamo i sogni acquistano una natura sociale. Il tempo della narrazione del sogno è il tempo in cui qualcosa che non è strettamente temporale può entrare nella storia e nel mondo.  «I nostri sogni hanno a che fare con la natura delle nostre connessioni (…) La storia dell’umanità, mentre siamo svegli è una storia di frammentazione, di persone e comunità separate per nazionalità, religione, politica. I nostri sogni sono connessi alla semplice verità che siamo membri di una stessa specie.»

Questa citazione di Lawrence richiama una delle sue fonti, Jung  e la sua idea di  un’ampia stratificazione narrativa della psiche. Jung sosteneva inoltre  il sogno utilizzava queste fonti narrative per rielaborare  gli eventi e il divenire.  Ricordando che una serie di sogni  gli aveva preannunciato la prima Guerra mondiale.

Nel suo principale saggio sulla Social Dreaming (Won from the formless and infinite) Lawrence racconta un suo sogno seminale: il sogno di un architetto cieco. Questa figura ossimorica richiama un’altra fonte cruciale di Lawrence, Bion e la sua ‘capacità negativa’ (Keats), la capacità di esplorare creativamente reggendo l’incertezza e non a partire da un ‘sapere’, ma di ‘fare anima’ a partire dalla metabolizazione profonda di processi in cui sopravviviamo. Sovente, come in una fiaba, il sogno esplora con mille variazioni il viaggio dell’eroe, i suoi successi e  i suoi naufragi, da cui riemergiamo, al risveglio, sopravvissuti.

Un’altra fonte di Lawrence è in fondo Bateson perchè Lawrence tratta il sogno  come manifestazione di una proprietà emergente di un gruppo o di un sistema.

Altre fonti sono più esplicite. Lawrence racconta di avere casualmente trovato per caso un libro intitolato “Il Terzo Reich dei Sogni” di Charlotte Peradt, una psicoterapeuta tedesca che, fra il 1933 e il 1939, aveva raccolto in Germania 300 sogni che esprimevano in modo diretto le reazioni dei sognatori al clima politico. Un’altra fonte cruciale è la versione un po’ romantica della spedizione (1935) dell’antropologo Kilton Stewart tra i Senoi della Malesia. Stewart descrive una cultura armoniosa basata su una sorta di reverie condivisa. I Senoi lavoravano per liberare il negativo delle loro metabolizzazioni oniriche e sfruttarne il potenziale narrativo e creativo attraverso un sistema cooperativo di condivisione dei sogni che iniziava ogni mattina in ogni famiglia e veniva proseguito dai capi-famiglia riuniti. (à suivre)

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tradizione, contro-tradizione e modernità (e il gioco degli opposti fondamentalismi)

Avaaz lancia un’ottima campagna contro la deformazione simmetrica delle opinioni pubbliche generata dal lancio in youtube del video blasfemo contro Maometto (Se l’apologia del nazismo è stata valutata come una modalità di propaganda proiettiva dell’ odio che può essere limitata da leggi, forse il dibattito si può aprire sulla propaganda islamofoba, mascherata da satira? vedi anche l’articolo di Dacia Maraini sul Corriere del 12 settembre). Interessante anche la notizia che il video di pessima qualità che originariamente era passato inosservato sia stato sottotitolato in arabo e rilanciato e pubblicizzato in TV dalla destra salafita egiziana che evidentemente aveva tutto l’interesse a soffiare sul fuoco. La campagna di Aavaz riprende la copertina di Newsweek sulla rabbia araba e la modifica con pacifiche immagini quotidiane di vita che ricordano la vecchia canzone di Sting “Don’t you know that Russians love their children too…”

Andando un po’ oltre vorrei citare ancora il bel libro di Seyyed Hossein Nasr, Islam in the modern world che aiuta a capire molto di ciò che sta accadendo. Nasr fa innanzi tutto un’importante distinzione tra la ‘tradizione’ e il cosiddetto fondamentalismo islamico, che in realtà nega nei contenuti e nello spirito aspetti fondamentali della tradizione e si può anzi considerare una contro-tradizione.

La tradizione – dice Nasr – implica un rapporto con la sacralità di una rivelazione e lo sviluppo di questa sacralità nella storia di una data comunità umana. In altre parole «implica sia una continuità orizzontale con l’Origine che una connessione verticale che collega ogni momento nello sviluppo della vita si ogni singola tradizione con una Realtà metastorica». La pluralità di volti dell’Islam, dal sufismo più esoterico alla filosofia aristotelica, dalle formulazioni giuridiche degli ‘alim alle forme artistiche, includendo le profonde divergenze tra sciiti e sunniti, e le rielaborazioni delle correnti di pensiero e della società civile che si vanno confrontando con l’occidente appartengono comunque a un medesimo albero alle cui radici, dice Nasr, sta una saggezza e una barakah,  o grazia che permettono la continuità della sua vita.

Per distinguere la tradizione sia dal ‘fondamentalismo’ (che in realtà è una contro-tradizione) che da quel ‘modernismo’ cinico che sobbalza all’idea di una qualsivoglia narrazione in cui il Sacro entra nell’ordine temporale dobbiamo considerare tre grandi categorie della tradizione islamica.

1. Naturalmente la tradizione crede nella rivelazione divina del Corano, studia le catene di trasmissione degli hadith cioé le parole attribuite a Muhammad, considerando sia il criticismo moderno che il corpus degli studi islamici sulla questione. La tradizione difende anche il corpus della Shari’ah, cioè della legge divina, così come è stata capita e interpretata nel corso del tempo da diverse scuole classiche ma accettando la possibilità dell’ijtihad, cioè di nuove applicazioni a nuove situazioni. La tradizione ha inoltre sempre incluso nell’Islam le vie mistiche del cuore del sufismo (che ha avuto naturalmente i suoi martiri), difendendo una pluralità possibile di modi di essere musulmani. La tradizione non considera il passato un mero gradino evolutivo verso la conoscenza presente. Anche se i fondamentalisti enfatizzano la purezza della loro fede si collocano tuttavia fuori dalla tradizione ignorando  la lunga tradizione dell’ ermeneutica coranica e scegliendo a seconda delle necessità un dato versetto, in modo del tutto arbitrario e decontestualizzato, «spesso attribuendogli un significato del tutto estraneo a tutta la tradizione dei commenti coranici o tafsir.»

2. Ma tutto ciò resta piuttosto astratto se non contempliamo la qualità delle forme che l’Islam ha creato. Per fare un esempio triviale: per secoli l’Islam è stato molto più civilizzato di noi. Alla corte di re Sole non ci si lavava quasi mai e si coprivano le puzze con le ciprie mentre ogni buon musulmano faceva le sue abluzioni cinque volte al giorno e si recava quasi quotidianamente all’hamam. E’ una questione non di ideologie ma di ‘presenza’. Se la dottrina ha a che fare con i contenuti, con la ‘verità’ di una religione, la bellezza rappresenta la modulazione del suo modo di co-creare il mondo.  Non c’è dubbio che la civiltà islamica tradizionale abbia messo molta enfasi sul matrimonio della bellezza con ogni aspetto della vita umana. «Non è possibile sottovalutare l’importanza dell’arte e dell’architettura islamica insistendo solo sugli aspetti legali e etici della religione,» dice Nasr.  E’ interessante da questo punto di vista notare che sia modernisti che fondamentalisti esprimono una totale indifferenza alla bellezza privilegiando funzionalità e utilità sociale. Molte nuove moschee, costruite dagli uni o dagli altri, sono caserme di cemento segnalate da un misero minareto. Lo stesso discorso si applica al velo che era ornamento plurale di bellezza nelle società tradizionali ed è stato riappropriato come divisa mortificante (si pensi all’icona iraniana di chador e mitragliatrice) dopo che negli ultimi 200 anni l’impatto della modernità occidentale ha messo in crisi la tradizione. Comunque Nasr sostiene giustamente che «L’atteggiamento verso l’arte nel senso più ampio del termine dovrebbe essere in sé criterio sufficiente per rivelare la vera natura dell’Islam ‘fondamentalista’ nei confronti dell’Islam tradizionale.»

3. Il terzo punto critico è quello politico. Con l’appello di un ‘ritorno alle origini’ si esprime un diniego disperato delle forme temporali, in cui l’arbitrio distruttivo di ogni atto di terrore viene negato in nome dell’avvento di una fine che ricoincida con l’inizio (negando di fatto la declinazione del sacro nella storia della sua stessa narrazione religiosa). Privo di ogni ritegno e tolleranza il linguaggio politico del ‘fondamentalismo’ avvicina religiosità e nichilismo con accenti molto più vicini alle forme rivoluzionarie occidentali che al messaggio coranico e trasforma la religione in ideologia.

Come contrappunto a queste note segnalo un bell’articolo di Baricco a commento de Le origini culturali del Terzo Reich di George L.Mosse. Lo trovate qui.  Baricco conclude così: «Cosa si impara da Mosse? Cosa mette allo scoperto, lui, che possa aiutarci a non sbagliare la prossima volta? Io, personalmente, ho imparato una cosa, statistica: tutti i movimenti di pensiero che, in un modo o nell’ altro, finirono per comporre l’ideologia nazista nacquero come ribellione a una qualche modernità. Nascevano tutti dall’idea che l’incursione di un repentino futuro stava svuotando l’umano dei suoi principali valori, strappandolo via dalla sua autenticità. Naturalmente l’idea non era idiota: in effetti spesso il progresso spinge l’uomo lontano da se stesso. Ma il tipo di reazione era molto meno condivisibile: l’istinto era quello di ripristinare una certa purezza dell’umano, mettendolo al riparo dalle mutazioni dettate dal tempo. Così, quello che alla fine mi è parso di imparare da Mosse, è un verdetto che bisognerebbe prendere sul serio: fino a quando ancora sarà percepibile il riverbero dell’apocalisse novecentesca, dovrebbe essere categorico, per gli umani, non ripetere l’errore di inchiodarsi davanti alla modernità e di sospenderla nel tempo vuoto, e pericolosissimo, di un ritorno alle origini. L’ultima volta che ci siamo riscaldati al tepore di una simile utopia abbiamo combinato un disastro colossale. Non potremo certo fare di peggio, se solo accetteremo qualsiasi modernità come un campo aperto in cui mettere in gioco ciò in cui crediamo. Non un baratro davanti a cui fuggire, ma una mappa appena accennata, in cui sarà un privilegio trascrivere i nostri nomi, tutta la nostra storia e ogni bellezza che abbiamo conosciuto.»

 Forse una modernità non antagonista, capace di esorcizzare in sé la propria ombra fondamentalista e ideologizzante potrebbe tornare a dialogare con fertile meraviglia con le narrazioni religiose del mondo. Anzi forse il costruzionismo di una secolarità aperta ci potrebbe aiutare a pensare il sacro senza cadere in ‘fondamentalismi’ laici o religiosi.
Dimenticavo, a proposito di bellezza, a Venezia è stato presentato Wadjda di Haifaa Al Mansour, il primo film di una regista saudita. Di seguito un breve clip:

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Continuum e la fine dello stato-nazione

C’è una nuova serie canadese che si chiama Continuum, ambientata verso la fine del XXI secolo in un mondo dove i governi hanno dichiarato bancarotta e sono stati costretti da una crisi finanziaria epocale a cedere le redini al ‘governo degli imprenditori’ o delle multinazionali (‘corporate government’). Questo governo esercita un potere assoluto e ogni cittadino è altresì vincolato dalla sua personale quota di debito. L’iniziale chiara distinzione tra uno status quo da difendere e i cattivi terroristi che lo attaccano (la protagonista è una poliziotta che viaggia nel tempo per catturarli) lascia il posto a interrogativi di ordine etico più sottili e questo è di per sé una caratteristica abbastanza interessante anche di altre produzioni dell’attuale mediascape americano.

Del resto – nel bene e nel male – gli Stati Uniti non sono una ‘nazione’ costituita sul modello delle nazioni europee. Continuum evidenzia efficacemente una delle due possibili forme future di governance della fine dello stato nazione che l’Europa di questi tempi di trova a dover affrontare: cedere sovranità ai ‘mercati’ e alle dinamiche commercial-finanziarie oppure ripensare l’identità (e la democrazia a venire) nel senso di una apertura al mondo, di una nuova immaginazione etica e nella costruzione di uno spazio di co-appartenenza di singolarità multiple, insomma nella condivisione di ciò che ci differenzia in una polis finalmente cosmopolita e creola capace di fare  i conti con le ineguaglianze,  la storia e il passato senza erigere monumenti mortiferi alla memoria traumatica.

La marcia indietro di Pisapia e giunta rispetto alla cittadinanza onoraria al Dalai Lama non è un bel segnale…

Che ci sia qualcosa da imparare anche dagli Stati Uniti rispetto alla questione della cittadinanza (come vero luogo dell’identità umana nel fare sociale, nella partecipazione e non come a priori identitario)? Su questo tema, ho trovato una bella intervista del 1974 a Hannah Arendt  di cui vi propongo il brano iniziale:

«Questo non è  uno stato-nazione e gli  europei fanno molta fatica a comprendere questo semplice fatto che per altro dovrebbero conoscere, questo Paese non è unito né dall’eredità, né dalla memoria, né dal suolo, né dalla lingua né da un’origine unica… qui non ci sono  americani autentici, fatta eccezione per gli indiani, tutti gli altri sono cittadini e questi cittadini sono uniti da una sola cosa ed è molto, si diviene cittadini degli Stati Uniti con una semplice accettazione della Costituzione, la Costituzione [in Europa] è quasi un foglio di carta che si può cambiare ed emendare, ma qui la Costituzione è un documento sacro, è la memoria unica di un atto unico e sacro, l’atto di fondazione degli Stati uniti, che ha riunito delle minoranze  etniche e delle regioni molto diverse senza per altro né assimilare né appiattire queste differenze.»

L’ultimo bel libro di Achille Mbembe Uscire dalla grande notte riprende gli stessi temi in chiave postcoloniale e vorrei nei prossimi post condividere alcune note di lettura…

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Per un’Europa democratica – Appello internazionale per la Grecia

Pubblico di seguito la mia traduzione del

l’appello internazionale comparso su left.gr.  Al di là dei toni a volte un po’ retorici invita a una solidarietà sociale di cui l’economia liberista sembra fare totalmente a meno. Trovo interssante che sia stato firmato da intellettuali e filosofi del calibro di Balibar, Nancy, Agamben e Esposito…

***

Per una strana ironia della sorte, i greci, per quanto stigmatizzati e impoveriti, sono in prima fila nella nostra lotta per un futuro comune

Se seguiamo la catena di eventi che, in soli tre anni, hanno sprofondato la Grecia nell’abisso, ognuno sa che la responsabilità dei partiti al potere dal  1974 è enorme. Nuova Democrazia (la destra) e PASOK (i socialisti) non solo hanno tenuto in piedi il sistema di corruzione e privilegio, ma ne hanno beneficiato e hanno permesso ai fornitori e creditori della Grecia di trarne un notevole profitto, mentre le istituzioni della Comunità Europea guardavano dall’altra parte.

In queste condizioni, è sorprendente che i leader europei e il FMI, ponendosi come paradigmi di virtù e severità, si preoccupino di riportare al potere quegli stessi partiti falliti e screditati denunciando il “pericolo rosso” incarnato da SYRIZA (la coalizione della sinistra radicale) e minacciando di mettere sotto embargo sostanziale le derrate alimentari se le elezioni del 17 giugno confermano il rifiuto del ‘Memorandum’ già chiaramente manifestato lo scorso 6 maggio.

Non solo questo intervento è in flagrante contraddizione con le regole democratiche più elementari, ma le sue conseguenze sarebbero terribili per il nostro futuro comune. Questo è di per sé un motivo sufficiente per indurci, come cittadini europei,  a non permettere che la volontà del popolo greco sia vanificata. Ma la situazione è ancor più seria.

Negli ultimi due anni, l’Unione Europea, in stretta collaborazione con il FMI, ha operato per destituire la sovranità del popolo greco. Con la motivazione di stabilizzare le finanze pubbliche e modernizzare l’economia, hanno imposto un sistema draconiano di austerità che sta soffocando l’attività economica, riducendo in povertà la maggioranza della popolazione, distruggendo il diritto al lavoro. Questo programma di rettificazione neo-liberista ha finito per liquidare gli strumenti di produzione e creare disoccupazione collettiva. Tutto ciò è stato realizzato niente meno che con l’instaurazione di uno Stato di Emergenza senza precedenti nella storia dell’Europa occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale.

Il bilancio statale è dettato dalla Troika, il Parlamento greco è ridotto a far da timbro; la Costituzione è stata aggirata più volte. Questa destituzione del principio della sovranità popolare va mano in mano con l’umiliazione di un’intera nazione.

Qui il picco è stato raggiunto… ma ciò non vale solo per la Grecia. Tutti i popoli di tutti i membri sovrani dell’Unione Europea vengono considerati senza peso quando si tratta di imporre un sistema di austerità che va contro ogni razionalità economica, di combinare le operazioni del FMI e della BCE a sostegno del sistema bancario e imponendo governi di tecnocrati non eletti.

I greci hanno chiarito, in più occasioni, la loro opposizione a questa politica che sta distruggendo il Paese mentre pretende di salvarlo. Innumerevoli dimostrazioni, 17 giorni di Scioperi generali nel corso degli ultimi due anni, azioni di disobbedienza civile come il movimento degli ‘indignati’ di Syntagma hanno mostrato il rifiuto di sottomettersi al fato al quale venivano destinati senza alcuna consultazione. Che risposta ci si poteva azpettare da questo grido di disperazione e rivolta? Un raddoppio della dose letale e della repressione poliziesca! E’ stato allora, in un contesto in cui il governo aveva perso completamente ogni legittimità, che è stato deciso un ritorno alle urne poteva essere l’unico modo di evitare un’esplosione sociale.

Tuttavia, la situazione è ormai molto chiara: i risultati delle lelzioni del 6 maggio non lasciano dubbi sul rifiuto collettivo delle politiche imposte dalla Torika. Ora, di fronte alla prospettiva della vittoria di SYRIZA nelle elezioni del 17 giugno, una campagna di disinformazione e intimidazione è stata lanciata sia all’interno del Paese e in Europa. Mira a rappresentare SYRIZA come una rappresentanza politica non degna di fiducia.

Ogni mezzo vale per squalificarla, la si vuole qualificare come ‘estremista’ al pari della formazione neonazista Alba Dorata. SYRIZA è stata accusata di tutti i vizi possibili e immaginabili: imbrogli, doppi messaggi, richieste infantili e irresponsabili. Se dovessimo credere a questa propaganda piena d’odio, che confina con la stigmatizzazione razzista di tutto il popolo greco, SYRIZA mette in pericolo la libertà, l’economia mondiale e la costruzione dell’Europa. Perciò è responsabilità comune degli elettori greci e dei nostri leader che venga bloccata. Con la minaccia dell’esclusione dall’euro e con altre forme di ricatto economico, si sta organizzando una manipolazione del voto popolare. Si tratta di una ‘strategia da shock’ con cui i gruppi dominanti compiono ogni sforzo possibile per rovesciare il voto del popolo greco asservendolo ai propri interessi – che pretendono essere anche i nostri.

Noi, i firmatari di questo testo non possiamo restare in silenzio dio fronte a questo tentativo di deprivare un popolo europeo della sua sovranità, della quale le elezioni sono l’ultima spiaggia. La campagna di stigmatizzazione di SYRIZA deve immediatamente cessare come pure il ricatto dell’esclusione dall’eurozona. Sta al popolo greco decidere il proprio fato, rifiutando ogni diktat, rifiutando i veleni che i suoi ‘salvatori’ gli stavano somministrando e invece affidarsi liberamente alle forme di cooperazione indispensabili per superare la crisi insieme agli altri popoli europei.

A nostra volta affermiamo che è ora che l’Europa capisca il segnale mandato da Atene il 6 maggio scorso. E’ ora di abbandonare una politica che sta rovinando la società e privandola di arbitrio per salvare le banche. E’ estremamente urgente mettere una fine alle tendenze suciide di una costruzione politica ed economica che sta trasferendo il governo agli ‘esperti’ e istituzionalizzando l’onnipotenza degli operatori finanziari. L’Europa deve essere opera dei suoi cittadini per proteggere i loro interessi.

Questa nuova Europa in cui noi, come le forze democratiche che stanno emergendo in Grecia, speriamo e per cui intendiamo combattere è quella di tutti i popoli. In ogni Paese vi sono due Europe antitetiche in conflitto: quella che vorrebbe spossessare il popolo per beneficiare i banchieri e quella che afferma il diritto di tutti a una vita degna di questo nome e che collettivamente si dà i mezzi per farlo.

Così, quello che vogliamo, insieme agli elettori greci e agli attivisti e leader di SYRIZA non è la scomparsa dell’Europa ma la sua rifondazione. E’ l’ultra liberismo che provoca l’aumento dei nazionalismi e della estrema destra. I veri salvatori dell’idea europea sono i sostenitori della sua unità e della partecipazione dei cittadini, difensori di un’Europa dove la sovranità popolare non sia abolita ma estesa e condivisa.

Sì, Atene è davvero il futuro della democrazia in Europa ed è il destino dell’Europa che è in gioco. Ma per una strana ironia della storia i Greci stigmatizzati e impoveriti che siano sono in prima fila nella lotta comune per un futuro comune.

Ascoltiamoli, sosteniamoli e difendiamoli!

Seguono le firme

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La gestione creativa dei conflitti

Dal blogconciliazione un’intervista a Marianella Sclavi che risuona con quanto cervavo di dire nel post su procedure e processi

MarianellaIl Consensus Building (in italiano Gestione Creativa dei Conflitti o Confronto Creativo) è un approccio “applicato nelle politiche pubbliche e nella progettazione territoriale per raggiungere decisioni democratiche, al fine di garantire un senso di comune appartenenza basato sulla comune capacità di prendere decisioni che siano polifoniche, efficaci, nel rispetto e nel potenziamento delle identità multiple dei soggetti in causa” (Marianella Sclavi)
Per approfondire il tema, guarda il video e segui l’intervista a Marianella Sclavi, realizzata da Wilma Massucco e tratta dal sitowww.eugad.eu

Marianella, tu cosa intendi per Consenso?

La parola “consenso” crea più equivoci che chiarezza, sarei dell’idea di cancellarla. Quando si parla di consensus building si intende una situazione che io traduco come confronto creativo, ovvero una situazione nella quale, partendo da posizioni tra loro anche molto divergenti, si arriva, attraverso passi molto precisi, alla costruzione non di una soluzione di compromesso, bensì di una soluzione “nuova”, capace di andare incontro alle esigenze di fondo della maggior parte dei partecipanti. Di solito, un consensus building fatto bene viene sottoscritto praticamente da tutti, e questo non perché la soluzione individuata corrisponda esattamente alle specifiche necessità individuali, ma perché tutti si rendono conto – partecipando al processo – che quella soluzione è stata raggiunta attraverso un nuovo modo di rapportarsi, in cui tutti si sono sentiti ascoltati per davvero. E siccome questo è molto raro, viene anche molto apprezzato.

Come avviene questo Confronto creativo?

Praticamente si tratta di impedire che le persone in una situazione di dissenso agiscano come verrebbe loro spontaneo fare. In genere quando c’è un dissenso scatta un’urgenza classificatoria, ovvero la necessità di chiarire subito su cosa siamo d’accordo e su cosa no, chi sono i nostri alleati e quali i nemici. Nel processo di consensus building, invece, bisogna frenare questa tendenza e sostituirla con una modalità di discussione a cui siamo meno abituati, che è basata sull’ascolto attivo. Ovvero è basata sul fatto che prima di discutere bisogna capire, e sull’assunto che una situazione complessa e’ descritta adeguatamente solo se vista da punti di vista divergenti e apparentemente incompatibili. Si tratta quindi di risalire dalle posizioni divergenti alle preoccupazioni, interessi e visioni del mondo più generali sulle quali si incardinano. Quindi l’ascolto attivo sostituisce a un clima difensivo-offensivo, un atteggiamento che e’ stato anche chiamato di generosita’ ermeneutica, in cui ci si rivolgono reciprocamente delle domande tese a capire com’e’ che coloro che la pensano diversamente da noi “hanno ragione.” In questo modo si acquisiscono nozioni e informazioni sul contesto che altrimenti verrebbero trascurate, e grazie a questo incominci a porti il problema di come fare a presentare una proposta che vada anche incontro alle esigenze di fondo dell’altro.

Puoi farci un esempio?

L’inventore della espressione “ generosità ermeneutica” e’ Paul Farmer, un medico e antropologo che è riuscito a creare un importantissimo centro di medicina comunitaria nel cuore di uno dei paesi più poveri del mondo: Haiti. Egli ci racconta che una sua paziente che si affidava anche a pratiche Voodu a una sua domanda ha risposto: “Ma lei non sa cos’è la complessità?” lasciandolo di stucco e aiutandolo ad avere una illuminazione: anche nella nostra cultura una persona si rivolge contemporaneamente ai medici e alla religione pregando per la guarigione dei malati, e l’80 per cento delle pratiche Voodu, ha scoperto Farmer, sono precisamente questo, dei rituali per chiedere grazie di guarigione. Farmer e’riuscito in una impresa ritenuta da quasi tutti “impossibile” grazie alla sua capacita’ di trasformare i dissensi e conflitti e la iniziale concorrenza in occasioni di co-progettualita’ creativa. Il successo di Partners in Health ( Parteners nella salute ) ad Haiti ed altrove ( Peru’, Russia, Sud Africa, ecc. ) e’ largamente dovuto a una concezione della ricerca scientifica e della pratica medica dialogante, radicata sull’ascolto attivo. Una esperienza piu’ vicina a noi possiamo farla tutti immaginando (come si usa fare nelle simulazioni che sono strumenti fondamentali per l’apprendimento di queste capacità) di essere degli insegnanti o studenti di una scuola in cui il preside, in seguito a vari atti gravi di bullismo che hanno coinvolto come vittime anche alcuni insegnanti, decide di chiedere la presenza della polizia nei corridoi della scuola. Se noi non siamo d’accordo con questa proposta, quali domande possiamo rivolgere al preside ( e a coloro che eventualmente lo appoggiano) per adottare un atteggiamento di ascolto attivo nei suoi confronti ? Un atteggiamento del tipo “io ho ragione tu hai torto” puo’ portare ad argomentare i pro e contro delle varie posizioni e poi a votare per vedere dove sta la maggioranza, ma non a risolvere il problema della violenza nelle scuole !! Invece ascoltare in modo da capire le ragioni di tutti , moltiplicare le opzioni, e poi inventare qualcosa di nuovo col contributo di tutti , e’ la strada per un vero cambiamento nei modi della convivenza.

Quali potevano essere, dunque, in quella circostanza le domande giuste?

Le domande potevano essere del tipo: “A me la presenza della polizia nella scuola angoscia: lei, invece, perché la vede come qualcosa di positivo?” Lui avrebbe potuto rispondere: “Ci vuole chiarezza; i giovani non hanno più il senso di cosa è giusto e cosa è sbagliato; se viene la polizia nella scuola i giovani capiscono che chi si comporta male viene punito e chi fa bene viene premiato”. E tu dici: “Ah, adesso capisco ….qui si tratta di dare ai giovani un senso di responsabilizzazione, valori, ecc.”. Ci pensi su e provi a riproporre le tue proposte in termini di “come facciamo effettivamente a dare un senso di responsabilizzazione ai giovani, senza usare la presenza della polizia?”.Cioè, tu cerchi di andare incontro alle esigenze dell’altro, non accettando la sua proposta – con la quale sei in disaccordo – ma reinterpretando la tua proposta, o comunque le tue esigenze, in modo tale che si arricchiscano delle esigenze di fondo che l’altro pone, e che non sono completamente campate per aria. Perché è proprio vero che tra i giovani manca un senso di responsabilizzazione…

Questo processo di Consensus Building è possibile anche nel caso ad esempio di una riqualificazione urbana? Ovvero è possibile il coinvolgimento “dal basso”, dei cittadini, anche nel caso di un’attività che fino ad oggi è stata solitamente di esclusivo appannaggio dell’amministrazione pubblica?

Certo. Posso portare esempi di Processi Partecipativi che io stessa ho impostato e facilitato. Vedi il caso della riqualificazione di una vecchia fabbrica dismessa a Modena (progetto Ex Fonderie – DAST del 2007) oppure quello della riqualificazione di un grande edificio storico nel centro di Livorno (progetto Cisternino2020-LAPIS del 2008). In entrambi i casi il coinvolgimento della cittadinanza non ha allungato i tempi, come qualcuno potrebbe pensare, ma li ha invece significativamente ridotti. Mi spiego. Ormai sempre più spesso le amministrazioni si rendono conto che è estremamente difficile decidere, perché chi non e’ stato ascoltato e preso in considerazione si sente offeso e protesta bloccando l’iter decisionale e perche’ le divisioni sono presenti anche all’interno delle amministrazioni stesse. Questa difficoltà reale a raggiungere decisione efficaci e durature non è legato solo ai limiti delle persone che eleggiamo come nostri rappresentanti istituzionali. E’ legato anche a qualcosa di sistemico. I problemi da affrontare sono problemi complessi, che richiedono una pluralità di conoscenze e di partecipazione e di impegno tali per cui, se vuoi davvero individuare soluzioni che funzionano, è necessario coinvolgere tutte le parti in causa, società inclusa. Viceversa, se tu prendi una decisione senza avere il consenso di tutti, quella stessa decisione – per quanto coraggiosa possa essere – verrà comunque ostacolata da chi si sente al tempo stesso parte in causa ed escluso. Vedi il caso No TAV in Val di Susa e via dicendo.

Quindi all’amministrazione pubblica conviene “compromettersi” con un Progetto Partecipativo, in cui vengono coinvolti anche semplici cittadini in merito a decisioni che riguardano la vita pubblica e sociale?

Direi che conviene adottare il Consensus Building nei casi in cui tutti i vari attori in gioco sono disponibili a impegnarsi in un processo del genere. E in linea di massima saranno disponibili se si avranno la garanzia di essere ascoltati e di avere voce in capitolo nella proposta ufficiale finale. Riprendo il caso di Modena e del Progetto Ex-Fonderie sopra menzionato. Tutto è iniziato perché c’era in città una fabbrica, dismessa da 20 anni (con una disponibilità di superficie di 44.000 mq), che il Comune aveva deciso, ad un certo punto, di abbattere per costruire al suo posto degli uffici. Questa decisione aveva creato in città un fortissimo dibattito, perché questa era la fabbrica in cui, negli anni ’50, erano stati uccisi 6 operai: aveva quindi una storia, molto coinvolgente dal punto di vista emozionale, per la città. Erano 2 anni che si discuteva di questo progetto e l’amministrazione comunale non riusciva ad arrivare a nessuna conclusione. A quel punto sono stata contattata e, a pranzo con il Sindaco e con gli assessori all’Urbanistica e alla Partecipazione, ho spiegato le logiche del Consensus Building e dell’Open Space Technology (vedi finestra con quadro esplicativo a latere, ndr). Ho fatto dei disegnini sulla carta del tovagliolo e loro mi hanno detto: “Proviamo”. Quando la città dice “Proviamo” poi lo fa davvero. L’incarico mi è stato assegnato il 9/1/2007 – data di commemorazione annuale dell’eccidio avvenuto davanti alle Ex Fonderie – e la proposta di progetto è stata consegnata il 30/5/2007. Quindi il tutto, dalla fase preparatoria in avanti, è durato cinque mesi. Sono emerse 20 proposte, elaborate e tradotte poi in un’unica proposta sottoscritta da tutti che è diventata il Progetto DAST. Questa è un’esperienza di cittadinanza attiva importante anche dal punto di vista dei tempi, perché mostra che quella soluzione che l’amministrazione pubblica non era riuscita ad individuare in due anni di discussione, il processo partecipativo (con il coinvolgimento di amministrazione, politici , istituzioni e associazioni sociali e culturali e semplici cittadini) è riuscito invece ad individuarla in soli cinque mesi.

Qual è il merito di un Progetto Partecipativo, e della tecnica dell’Open Space Technology in particolare?

L’OST ha un enorme merito, che è quello di consentire a chiunque di essere parte del processo. Se una persona ha una proposta da fare, si alza e la propone, senza nessuna rete di filtro. In secondo luogo, aspetto altrettanto importante, impedisce la lamentela: il che è rivoluzionario di per se stesso. Nell’OST, se ti sembra che un certo problema non sia stato sollevato, ti alzi e lo fai tu. Sei garantito che quel problema avrà lo stesso spazio degli altri, cioè uno spazio in cui discuterlo e approfondirlo con coloro che sono interessati , una pagina sul book finale e il diritto di essere preso in considerazione nella elaborazione della proposta conclusiva. Quindi nessuno può dire: “Non è stato posto il problema centrale”. Questi due aspetti messi insieme – tagliare le gambe alla lamentela e permettere a chiunque di essere protagonista – creano un senso forte di co-protagonismo e una spinta propositiva grandissima. Invece di piangere su quello che non viene fatto, fai tu delle proposte sapendo che probabilmente la risposta giusta non sarà né A né B né C, ma una idea nuova che nasce dal confronto creativo fra A,B e C. Un piano strategico complesso nasce dal dare voce a tutti i punti di vista e tutte le esigenze che lo concernono, molte volte l’aggiunta di una proposta considerata marginale o non pertinente può essere decisiva per la qualità del progetto finale. Con l’OST hai un’idea di democrazia vera, senza regole burocratiche e senza patriarchi. E’ un dialogo fra pari, inclusivo di chiunque abbia a cuore quel problema, è il co- protagonismo dei cittadini non solo nel momento delle elezioni, ma nel merito dei problemi che li riguardano…

Perchè un semplice cittadino dovrebbe essere interessato a partecipare ad un processo di Consensus Building?

Direi essenzialmente per due ragioni. Innanzitutto perché in questo modo ha la possibilità di avere voce in capitolo su un progetto che lo riguarda e lo interessa; in secondo luogo perché, mentre prende parte attiva in questo processo,acquisisce la capacità di ascolto attivo e di gestione creativa dei conflitti che sono fondamentali in ogni sfera della vitasociale e affettiva: il che – a mio giudizio – è l’esito più importante e permanente, il vero grande risultato di un Processo Partecipativo.

Pensi che anche a livello politico si potrebbe seguire un processo di questo tipo?

La difficoltà è far capire ai politici che questo strumento è estremamente efficace, se applicato in modo serio e professionale. Tenendo presente che la democrazia deliberativa (altro modo per indicare i processi partecipativi ) non vuole sostituirsi a quella rappresentativa, ma essere piuttosto uno strumento che il potere politico può impiegare per raggiungere soluzioni migliori. Tant’è che in alcuni Paesi, la stessa formulazione delle norme legislative più controverse viene elaborata col ricorso a dei facilitatori professionali e al metodo del Consensus Building. Negli Usa si chiama Negotiated rule making (costruzione delle regole in modo negoziato): tutte le parti in causa (legislatori, sindacati,associazioni, ecc..) possono partecipare alla formulazione delle regole che poi diventeranno leggi.

Si farà lo stesso anche in Italia?

In Italia siamo ancora ai primordi, in gran parte a causa di un provincialismo patologico delle forze una volta chiamate “progressiste” che altrove sono ovviamente le forze trainanti di questi processi di cambiamento delle forme di convivenza in direzioni piu’ solidali e creative. Ma molti segnali, quasi sempre legati al rinnovamento e ringiovanimento della classe dirigente politica, mi fanno pensare che nel giro di 4 o 5 anni anche in Italia questo argomento e relative esperienze diventeranno centrali. Perché un semplice cittadino dovrebbe essere interessato a partecipare ad un processo di Consensus Building? Direi essenzialmente per due ragioni. Innanzitutto perché in questo modo ha la possibilità di avere voce in capitolo su un progetto che lo riguarda e lo interessa; in secondo luogo perché, mentre prende parte attiva in questo processo, acquisisce la capacità di ascolto attivo e di gestione creativa dei conflitti che sono fondamentali in ogni sfera della vita sociale e affettiva: il che – a mio giudizio – è l’esito piu’ importante e permanente, il vero grande risultato di un Processo Partecipativo.

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Rilancio dal blog viaggio nel blu un interessante post di Rozmilla. Raccomando anche l’ascolto della trasmissione di Marina Petrillo.

viaggio nel blu

Sul New Yorker del 30 gennaio 2012, è stato pubblicato un interessante articolo di Jonah Lehrer  per gli Annals of Ideas, che tratta del lavoro di gruppo e dei metodi che potrebbero favorirlo.
Si sofferma nella prima parte sul brainstorming, una collaudata tecnica di lavoro di gruppo creata alla fine degli anni quaranta,  che ha avuto un enorme successo ed è stata utilizzata in importanti ambiti creativi, in seguito abbandonata perché diversi studi hanno mostrato la sua limitata efficacia.

A tal proposito, sul blog di radiopopolare  potete anche ascoltare la trasmissione (Alaska) andata in onda il 5 marzo 2012, condotta da Marina Petrillo, che da qualche tempo sta esplorando i sentieri digitali, interrogandosi (e interrogandoci) attorno alla domanda: perché aumenta la condivisione in rete?

Condivisione, crowdsourcing, gruppi senza leader e piattaforme social allargano enormemente il bacino potenziale della discussione collettiva: che tra la sensazione di sentirsi sfidati nelle proprie certezze dal continuo…

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