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epigrafi

citazioni in epigrafe di Approdi e Naufragi:

Esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra.
Walter Benjamin

L’umanesimo tradizionale è rimasto astratto allorché definiva il potere di auto-determinarsi solo da parte dei cittadini e non invece degli schiavi.
G. Simondon

Ogni delitto nasce dall’illusione di riuscire, uccidendo il nemico a vincere la morte.
Franco Fornari

Gli uomini impazziscono perché non sanno che il conflitto è dentro di loro, e ciascuno addossa il torto all’altro. Se una metà dell’umanità è in torto, allora è in torto – per metà – ogni essere umano.
C.G. Jung

Ancora sprovvisti di forme organizzative adeguate, corpi di donne e di uomini premono ai bordi dei nostri sistemi politici, chiedendo di trasformarli in una forma irriducibile alle dicotomie che hanno a lungo prodotto l’ordine politico moderno
Roberto Esposito

L’avvento del fascismo tecnoburocratico non è scritto negli astri.
Ivan Illich

Il soggetto umano per eccellenza è quello che è in grado di diventare altro, altro da sé, una nuova persona: E’ colui che costretto alla perdita, alla distruzione se non all’annientamento, fa nascere da questo evento una nuova identità.
Achille Mbembe

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a stone poem by Nizar Ali Badr

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Approdi e Naufragi

In libreria e online!

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La presentazione dice:

«Negli ultimi anni, i ripetuti naufragi al largo delle coste siciliane e in particolare a Lampedusa hanno messo in luce che le ‘carrette’ che trasportano migranti e rifugiati sono solo l’ultimo anello di rotte e esodi complessi. Rotte che collegano i campi di transito e la prigionia nel deserto, i morti in mare e le geopolitiche delle grandi potenze, le utopie deluse riemerse in forma patologica con l’aspirazione che i figli siano cittadini del mondo. Vicende che ne incontano altre che dal passato ci parlano. Nel XVII secolo, Nostra Signora di Lampedusa era migrata dalla Sicilia spagnola al Brasile insieme ad altre icone creolizzate adottate dalle confraternite di schiavi. Il compito di queste irmandades era di garantire una buona sepoltura ai loro membri e questo è diventato il pre-testo per esplorare il rapporto tra elaborazione del lutto e resistenza culturale da varie prospettive: filosofiche, antropologiche, psicoanalitiche. Rivendicare che una vita è degna di lutto è testamento dell’aspirazione a una vita degna di essere vissuta. Da questo punto di vista le migliaia di migranti che continuano a trovare precaria sepoltura nel Mediterraneo ci convocano – come direbbe Benjamin – a quell’ «appuntamento segreto tra generazioni» che alcune immagini particolarmente pregnanti generano nei momenti di pericolo. Il naufragio in questione è anche quello della coscienza europea, tentata dalle passioni tristi del risentimento, dell’astio e della reazione immunitaria ad ogni alterità.»

Da questo punto di vista, il lavoro di chi tenta in più parti del mondo di onorare i morti elaborando i lutti e i traumi storici con un «sovrappiù di vita» risuona con le intuizioni della psicoanalisi e della psicologia analitica come con con quelle della teologia della liberazione, del pensiero post-coloniale e della differenza. Se, da un lato, la storia è un sintomo in cui si intrecciano terrore traumatico e dimensione fantasmatica, l’irruzione nel presente di un perturbante che dal passato insiste ad interpellarci ci risveglia alla possibilità di immaginare una riparazione etica ed estetica del mondo.»

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di catastrofi e sfere solidali

164724315-9a514d7d-4be7-431b-9d75-2530048ad3b6«Se si fa assurgere la tensione tra interno ed esterno a motivo fondamentale di tutta la [costruzione] culturale, si diventa più che mai consapevoli della natura sorprendente del costante ritorno dell’interno. Moltissimi non hanno forse dovuto vivere  il mondo esterno come la quintessenza di incidenti che distruggono le sfere? L’esterno che avanza, che travolge, che spoglia non è sempre infinitamente più calmo e forte di ogni costruzione del mondo interiore? l’immagine della bolla [evoca] la fragilità degli spazi abitati dagli uomini. Che cosa è in grado di fare la capacità dei mortali di proteggersi da sé nelle loro serre di relazione? La forza di coloro che sono legati è abbastanza mirabile da stabilizzarsi in rapporti prioritari reciproci, anche se tutto sembra mirare a far esplodere le sfere che rendono possibile l’uomo (…) E, tuttavia, questa autoproduzione nello spazio autocreato – la capacità di gettare il mantello sopra di sé e sopra quelli che sono dalla propria parte, ritirandosi nella casa di vetro invisibile delle appartenne sentite – è l’impulso primario e incessante che deve affermarsi in numerosissimi casi, in special modo dopo una crisi di gruppo. Da essa risultano le strutture alle quali più tardi, nel periodo borghese, i cittadini dediti alla teoria daranno il nome di “società” o culture. La capacità degli uomini che sono collegati tra loro di smentire il proprio sentirsi persi nell’esteriorità sembra immensa. Come si potrebbe altrimenti sopportare il rischio di appartenere a una specie di esseri mortali parlanti, soggetti alla paura, e quanto sarebbe insopportabile la minaccia dall’esterno, se non ci fosse un involucro di solidarietà che rianima, capace di rigenerarsi, il quale contrappone resistenze creative agli attacchi che sciolgono, almeno finché è possibile.

Quale processo costituito di complessi crescenti di solidarietà, la storia dell’Homo sapiens nel periodo della cultura evoluta è sopratutto una lotta per la serra integra e integrante: Essa si fonda sul tentativo di conferire all’interno più ampio, al proprio più conciliante, al comune di più vasta portata, una forma invulnerabile o quantomeno vivibile, possibilmente superiore agli attacchi provenienti dall’esterno. Il fatto che, evidentemente, questo tentativo sia ancora in corso e che si continui a lottare, nonostante le smisurate controffensive, per l’ingresso di frazioni sempre più ampie dell’umanità in rifugi comuni o endosfere, sempre più grandi, testimonia tanto la natura irresistibile dei suoi motivi quanto la tenacia delle resistenze che si contrappongono alla tendenza storica in direzione di una sicurezza interna allargata. Le lotte per il mantenimento e per l’espansione delle sfere costituiscono il nucleo drammatico della storia della specie e, allo stesso tempo, il suo principio di continuità.

Se osserviamo le tante culture piccole che dai tempi più remoti arrivano fino ai periodi storici, questa frotta di bolle sfuggenti, pieni di lingue, riti, progetti nel loro sgorgare e nel loro scoppiare, e se, in alcunicasi scelti, possiamo guardarle nel loro continuo fluttuare, crecsere e dominare, si impone la domanda su come sia possibile che non sia stato tutto spazzato via dal vento»

Peter Slotedijk – da Sfere II –

Mi chiedo se questa dinamica che parla di una sfera «capace di apprendere» e ampliare i propri confini solidali non vada meditata a fondo anche rispetto ai molteplici terremoti globali i cui esiti giungono a noi sotto le spoglie e i detriti del Grande Esodo migrante…

 

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Saint John Coltrane (1926-1967)

UnknownSto ascoltando My favorite things nella versione del grande jazzista afro-americano John Coltrane (1961). Il sax soprano ha finito un primo assolo e il pianoforte di McCoy Tyner gli ha dato il cambio. Gli accordi inizialmente son quelli, fedeli alla canzone  cantata da Julie Andrews con cui Rodgers e Hammerstein nel 1966 vinsero l’Oscar per la versione cinematografica del loro musical (1959) The Sound of Music (in italiano Tutti insieme appassionatamente).

Il tema melodico di fondo nell’accompagnamento è riconoscibilissimo, nulla è veramente stravolto o tradito. Ma l’intensità ritmica senza tregua della batteria di Elvin Jones assicura che lo spartito sia un altro. E ora il sassofono ha ripreso il tema ampliandolo come un raga indiano svincolandolo dalla tonalità originale: le scale si rincorrono, la voce plurale del sax erompe con una tensione che costantemente rimanda alla ricerca espressiva di un sovrappiù ineffabile, ondeggia tra l’acuto e il grave generando la sensazione di uno spaesamento riconoscibile, di un paesaggio del tutto inedito eppure famigliare. Lo strumento di Coltrane a tratti balbetta un’articolazione purissima, non si compiace nel virtuosismo delle progressioni be-bop: sfiora la melodia modulando di scala in scala, muovendosi da un estremo all’altro delle ottave senza soluzione di continuità. Quando torna alla melodia sembra ritrovarla nel momento della sua generazione. La voce del sassofono pare muovere da una radicale alterità percettiva che dona una nuova integrità e ricchezza al semplice anche se geniale motivo del musical. Il brano inventa ma non distrugge, anzi include, da una sua fonte procede ampliando. Nell’ascolto a me pare che la musica sfoci in un grande estuario che accoglie il motivo originario. John Coltrane, morirà nel 1967 a 41 anni stroncato da un tumore al fegato, eredità degli anni che precedettero, dieci anni prima, il suo ‘risveglio’.

Nelle note di copertina di Love Supreme (1964) Coltrane faceva infatti risalire al 1957 una sorta di risveglio spirituale. Divenne vegetariano, cominciò a meditare. Si applicò a studiare la musica modale di tutto il mondo, dalla Spagna alla Scozia, dall’India alla Cina. E a inventare musicalmente la sua Africa immaginaria. Fu tra i promotori del Centro di Cultura Africana a Harlem. Divenne amico di Ravi Shankar e si appassionò al rapporto tra numerologia e musica. La Chiesa Africana Ortodossa lo ha canonizzato e a San Francisco vi è una Chiesa a lui dedicata, la Saint John Willian Coltrane African Orthodox Church che utilizza musiche e preghiere di Coltrane nella propria liturgia.

E’ grazie a Coltrane che ho avuto l’intuizione di cosa intenda Paul Gilroy quando parla di trasfigurazione dell’esperienza.

La canzone originale nella versione di Julie Andrews si può trovare qui

Una delle 45 diverse versioni live della cover  registrate da Coltrane si può trovare qui

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Senza Parole (la satira discreta di Saul Steinberg, 1959)

Steinberg

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marzo 13, 2015 · 11:32 pm

Intervista a Jamila Hassoune sulla carovana del dialogo

Jamila Hassoune-712069-1Jamila Hassoune, fondatrice del Club du Livre et de Lecture, e con Fatema Mernissi della Carovana Civica, ha condotto varie ricerche sui giovani e internet e sui cambiamenti del costume. Vive a Marrakech, dove fa la libraia, e da dove ogni anno parte con la sua carovana dei libri.

Tu lavori molto con i giovani in Marocco e viaggi anche in Europa incontrando ragazzi e adulti di origine maghrebina. Quali sono state le reazioni all’attentato fondamentalista di Parigi?

Il mio impegno come attivista culturale, in questi anni, mi ha visto viaggiare molto e questo mi ha dato l’occasione di incontrare persone di religione e cultura diverse dalla mia; proprio questa mia battaglia costante per diffondere cultura ed educazione fanno sì che io non possa tollerare la violenza: credo che solo il dialogo e lo scambio di idee possano dare buoni risultati. Nel corso di un recente viaggio a Parigi, le persone di origine maghrebina con cui mi sono confrontata erano naturalmente contro ogni forma di violenza e di assassinio, ma la prima reazione è stata la paura: “Che cosa ci capiterà adesso? La nostra immagine sarà ancora una volta infangata? Saremo attaccati?”. Dopo una settimana queste stesse persone, pur continuando a dirsi contro la violenza, erano anche contro il fare di tutta l’erba un fascio e contro l’attacco ai simboli dell’Islam. Per quanto riguarda i giovani dei paesi arabi che, senza alcun dubbio, provano orrore per la violenza, come è normale che sia, c’è però un “punto di domanda”; molti si sono chiesti: “perché una manifestazione così imponente adesso, quando in molti paesi arabi o africani, in Ucraina, o peggio in Nigeria, per fare qualche esempio, ci sono così tanti morti?”.

Se l’educazione non permette ai giovani di esprimersi come pretendere che prendano posizione sulla religione?

 Il fatto che si siano esacerbati gli animi dimostra che c’è una grave crisi di sfiducia tra Occidente e Oriente. Personalmente ho colto un’incomprensione totale su tante questioni. Anche i professori che ho incontrato in Francia e che lavorano con i giovani hanno espresso la difficoltà di dialogare riguardo la libertà di espressione e il rispetto dell’altro: fino a dove ci si può spingere? Ci sono dei limiti o no? Quello che penso e che ho detto loro è che, passato lo choc iniziale, dobbiamo reagire tutti e interrogarci su quello che è successo, su cosa non funziona. Mi ha colpito e credo dobbiamo tenerne conto, che perlopiù le persone erano spaventate per le possibili conseguenze di questi eventi.

Alcuni sostengono che il problema stia nell’Islam, non solo nel fondamentalismo…

In generale direi che il problema sta nell’interpretazione dell’Islam, ma per affrontare questo argomento bisognerebbe conoscere il Corano; se le persone insinuano che questa violenza ha radici nell’Islam, bisognerebbe che andassero a guardare anche le altre religioni, a leggere l’Antico Testamento… Non sono un’esperta dell’Islam, ma voglio citare almeno due sure del Corano che per me significano tante cose. La prima dice (nella Sura “Gli appartamenti privati”: “Vi abbiamo organizzati in popoli e tribù affinché poteste conoscervi tra di voi…”, e la seconda (nella Sura delle api), parlando dei non musulmani invita a “discutere con loro nella maniera migliore”. Vi si possono leggere due aspetti: l’apertura e l’accettazione dell’altro, e poi, appunto, l’invito alla discussione e al dialogo.

Molti si aspetterebbero una presa di posizione di condanna degli attentati da parte dei musulmani moderati, ma questo raramente avviene.

Non si dovrebbe generalizzare, ma penso di poter rispondere così. Se si conosce bene la storia, si può vedere che la protesta è un’acquisizione recente, che dipende da molti fattori: se manca la libertà di espressione anche nelle piccole cose della vita quotidiana, se l’educazione tradizionale non permette ai giovani di esprimersi liberamente, come potete pretendere che prendano posizione sulla religione? Comunque la maggioranza delle persone che sono nelle condizioni di esprimersi condanna il radicalismo; non dimentichiamo che se un cittadino europeo di origine araba o di altra provenienza osa criticare il governo o le istituzioni, può subire proprio per questo delle ritorsioni.

Quanto conta l’ignoranza nella radicalizzazione della situazione?

L’ignoranza è la cosa più tragica che possa diffondersi nelle nazioni. Come ho già detto, considero la cultura e l’educazione una condizione indispensabile per la costruzione di uno spirito di cittadinanza responsabile; l’educazione è la colonna portante di tutto: bisogna investire nelle scuole, incoraggiare la lettura. Questo vale anche per i paesi europei: dobbiamo tutti interrogarci su che cosa siI giovani maghrebini che vivono in Europa, nella stragrande maggioranza, hanno condannato gli attentati parigini, ma contemporaneamente hanno avuto una reazione di paura per come da quel giorno in poi sarebbero stati visti i musulmani; il problema non sta nell’Islam, ma nell’ignoranza e nella mancanza di un’educazione che incoraggia la libertà d’espressione; il ruolo fondamentale dell’istruzione e l’importanza di offrire modelli positivi  offre ai nostri giovani perché possano integrarsi. È la cultura che ci permette di crescere e diventare tolleranti: noi accettiamo l’altro perché siamo curiosi di capirlo. L’esperienza della Carovana mi conferma in ogni occasione il valore dell’apertura delle menti e di una conoscenza accessibile a tutti. La cultura non può essere qualcosa di riservato alle élite, dev’essere parte integrante della nostra vita quotidiana. Personalmente mi auguro che i nostri paesi diano alla cultura il giusto peso, affinché i nostri giovani siano fieri della loro storia e del loro patrimonio, maturino un sentimento di orgoglio di sé; un antidoto importante contro la china della disperazione e del non-dialogo. Al fondo della violenza c’è l’assenza di dialogo. La cultura ci dà la possibilità di instaurare uno scambio reale con l’altro da noi; e se l’altro non suscita paura, potrà arricchirci con le sue idee e le sue opinioni.

Che cosa si può fare nei paesi musulmani e in Europa per contrastare questa situazione?

Bisogna investire massicciamente nell’educazione per lottare contro l’ignoranza: rivedere i programmi e i metodi di insegnamento nelle scuole dove sono presenti studenti immigrati. Nei miei viaggi in vari paesi europei ho incontrato, per esempio, molti giovani marocchini nati in Europa che erano completamente all’oscuro di quello che stava accadendo nel loro paese d’origine. Il mio suggerimento è stato quello di cercare di avere sempre più scambi con i protagonisti della loro cultura. Ogni qualvolta si presenta l’occasione questi ragazzi esprimono orgoglio e interesse nell’incontro e nella conoscenza diretta di quello che viene prodotto di bello e di nuovo nel loro paese di origine. Un’altra considerazione importante riguarda il tipo di informazione data dai media: questi dovrebbero far conoscere modelli positivi, per esempio le esperienze di persone che, partendo dal nulla, ce l’hanno fatta. Bisognerebbe pensare a dei progetti di scambio a lungo termine e monitorarli. Sarebbe bello fare delle vere e proprie “carovane del dialogo” per incontrare e riconoscere l’altro. Penso che oggi sia il momento di fermarci e guardare in profondità a come stanno le cose. Si tratta in qualche modo di ripartire da zero: se vogliamo porre fine alla violenza e al disprezzo dobbiamo investire nel dialogo. è la cultura che ci permette di crescere e diventare tolleranti: noi accettiamo l’altro perché siamo curiosi di capirlo

(Articolo apparso sulla rivista indipendente di interviste Una Città (, a cura di Barbara Bertoncin. traduzione di Joan Haim
– www.unacittà.it) 

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‘neti neti’ (né questo né quello)

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Mentre scrivo il governo italiano pensa alle strategie di intervento anche armato in Libia per prevenire che il contagio islamista armi le moltitudini in arrivo. I venti di guerra sollecitano all’unità contro il nemico, la dicotomia tra i nostri ‘lumi’ e il pericolo di essere assimilato dal ‘loro’ oscurantismo trova vati e profeti in patria. Di fronte alla passione apocalittica del radicalismo (ché l’intento dell’offensiva  mediatica nell’orrore di certe immagini inviateci sembra spinto dal desiderio di accelerare lo scontro apocalittico) mi sembra cruciale riprendere la distinzione dello psicoanalista Jean-Michel Hirt tra religiosità (come la intendeva Freud) e spirito della religione (o spiritualità). La prima è una struttura difensiva idealizzante e totalizzante, che proietta il male sull’altro e finisce per agire proprio le pulsioni più distruttive che vorrebbe esorcizzare. La spiritualità (che può anche essere assolutamente laica come mi sembra abbia capito Francesco) è l’esatto contrario e non sfugge al confronto e alla trasformazione delle pulsioni di morte in pulsioni di vita anche sacrificando illusioni e certezze.

Da questo punto di vista la risposta non può essere la guerra (che continuo a ritenere con Fornari un’elaborazione paranoica del lutto). Il riferimento all’universalismo occidentale deve armarsi di etnocentrismo critico (e non solo!) se vuole pensare alla possibilità di un dialogo evolutivo per l’umano, un dialogo capace di cogliere le fratture e le possibilità di apertura e relativizzazione dell’immaginario apocalittico dei vari fondamentalismi, aperture che la stessa tradizione sovente offre. Lo stesso vale per le categorizzazioni senza faglia delle monoculture laiciste che coniugando la retorica della democrazia liberale con le politiche economiche del liberismo pretendono di esportare ‘valori’ risolutivi mentre allo stesso tempo impongono forme di dominio che sovente bloccano o ostacolano processi intrinseci alle culture e ai contesti specifici di dislocazione, soggettivazione e assoggettamento a partire dai quali i ‘subalterni’ potrebbero dire la loro.

In questo processo i neo-illuministi sembrano tra l’altro ignorare la ricchezza della decostruzione critica che pure è anche almeno in parte una eredità dei lumi. Certo, le derive del radicalismo islamico e la sua presa interrogano con forza le difficoltà del pensiero della differenza in seno all’Islam ma non ci esentano dal riconoscere l’offesa e le ferite inferte dal colonialismo né ci giustificano nel passare sotto silenzio  le nostre responsabilità storiche e tanto meno  i pensatori passati e presenti che nell’Islam stesso offrono spunti e riflessioni che rivelano una forma dell’ethos musulmano del tutto estranea alla radicalizzazione salafita e wahabita sostenuta dai petromonarchi dei ricchi Paesi del Golfo nominalmente alleati dell’Occidente e strenui difensori dell’ortodossia wahabita.

Un antropologo illuminato come Mondher Kilani ha scritto un libro molto bello sulla primavera tunisina (Quaderni di una rivoluzione Eleuthera 2014). In un capitolo dà conto dell’offensiva del radicalismo islamico contro la dissacrazione artistica e dei dibattiti che vi hanno fatto seguito. Cita per esempio Rabaâ Abdelkefi, figlia di un ex gran mufti, che scrive:

Ma che cos’è il sacro, chi è sacro? Ho sempre pensato che la vita è sacra. Ho sempre creduto che coloro che si ergono a giudici e profeti, che investono sé stessi di un potere ivino o si sostituiscono a Dio offendono dio, i credenti e i suoi profeti. Ci si riunisce nelle moschee, anche quando c’è il coprifuoco; si esalta l’odio; ci si appella all’assassinio di certi intellettuali, artisti, sindacalisti, uomini politici ebrei, perché l’assassinio, come tutti sanno non è un attentato al sacro! Ma prendere una tela che trasforma la bruttezza in bellezza, che umanizza le espressioni minacciose dei jihadisti e che dà un volto alle donne «niqabate» è considerata una colpa abominevole!

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L’articolo di Abdelkefi è una reazione al conflitto tra islamisti e parte della società civile tunisina che ha fatto seguito alla mostra del 2012 Primavera delle Arti e che è sfociato nel mese di giugno in scontri violenti. Il ministro della cultura ha condannato la mostra minacciando di perseguire gli artisti per offesa al sacro. Il minsitro degli affari religiosi ha direttamente incitato alla violenza. Kilani ha pagine molto belle sulla relazione tra arte e sacro nell’Islam e sulle pratiche degli artisti della primavera tunisina, dalla pittura alla danza dalla street art al rap e all’hip hop. Il radicalismo islamico tenta di portare acqua al suo mulino amplificando il controllo bio-psico-politico del gregge dei credenti, criminalizzando ‘attacco al sacro’ e definendolo come categoria analoga all’attacco ai diritti umani.

Tuttavia Kilani critica anche l’inclinazione dei ‘laici’ e dei ‘modernisti’ tunisini che tendono a interpretare le manifestazioni di protesta come un inclinazione «naturale» del «popolaccio» alla violenza.

Ora, per ricordare l’analisi di Marx sulla religione, al di là della famosa formula «la religione come oppio dei popoli»,[1] bisogna tenere presente che la religione, in particolare nella sua formulazione monoteista, può costituire una forma di islaiq-art_W590xH300espressione dello sconforto e della protesta, insomma delle contraddizioni sociali ed economiche del mondo in cui le persone vivono. Le reazioni ‘religiose’ hanno origine dalle condizioni materiali in cui chi protesta si muove. I movimenti islamisti radicali certamente cercano di strumentalizzare la collera e di ampliare così la loro base politica.[Kilani 2014]

L’argomentazione critica di laici e modernisti aggiunge Kilani, semplifica l’equazione con un atteggiamento di superiorità mista a sprezzo verso quella che viene generalmente presentata come l’espressione di una forza puramente distruttrice. L’argomentazione critica finisce per considerare a priori chiunque partecipi ai movimenti di protesta come un irriducibile fanatico.

Questo ricorda il modo con cui in Occidente si usa considerare i «terroristi islamici» come »gentaglia» da eliminare. In un mondo in cui il rispetto dell’altro e la tolleranza universale sono considerati valori supremi è paradossale il fatto di escludere alcuni esseri umani. L’unica soluzione per uscire da questo paradosso è di non considerarli neppure dei nemici, ma esseri malefici e nocivi che bisogna distruggere una volta per tutte (…) Questa logica di distruzione totale del «nemico giurato» (…) è un gioco pericoloso perché rischia di farci cadere nella stessa barbarie che denunciamo e combattiamo. Prefigura uno stato d’eccezione generalizzato, di cui Guantanamo non è che il simbolo. Questo tipo di «ragione sacrificale» sregolata non è molto lontana dalla ragione sacrificale propria del terrorismo, che non concepisce niente di esterno a sé stesso e rispetto a cui la conversazione con l’altro è nell’ordine dell’insostenibile, dell’impossibile, dell’inconcepibile, escludendo ogni possibilità di rendere reversibile la relazione nemico/amico. [Kilani ibid]

        Mi sembra un buon esempio di come non sia corretto semplificare in gran fretta l’interpretazione degli ‘eventi’.  Sappiamo bene che la ricostruzione storica ‘ufficiale’ – le politiche della memoria e dell’identità – non coincidono con altre forme della memoria espresse dalla storia orale e da altre forme di manifestazione anche sintomatiche degli incorporati storici. Dove collocare le appassionate canzoni erotiche di Umm Khaltum [2] che hanno fatto vibrare generazioni di egiziani e maghrebini o l’iconizzazione mediatica (molto occidentalizzata) dei giovani cantanti arabi? Penso per esempio all’emiratina Balqees i cui video (“Majnoun” ha una quindicina di milioni views[3]) sollecitano un’immaginario più vicino a 1000 sfumature di grigio che alla nostra rappresentazione della normatività della Sharia. Ma basta fare una piccola ricerca su internet sui video più cliccati nel mondo arabo (280 milioni di clip di youtube cliccati ogni giorno![4]) per farsi un’idea della molteplicità di paesaggi mediatici e identitari abitati sincronicamente e diacronicamente nel mondo arabo. Eppure ogni parte e ogni partito cerca di appropriarsi del passato, di sgranare fatti e cause «come i grani del rosario» per generare una versione unica e definitiva degli eventi e della Storia.

Cito – ancora una volta Achille Mbembe:

Contro le letture strumentali del passato sostengo che la memoria come il ricordo, la nostalgia o l’oblio è innanzitutto costituita da un intreccio di immagini psichiche. E’ in questa forma che emerge nel campo simbolico e politico o ancora nell’ambito della rappresentazione. Il suo contenuto è fatto di immagini di esperienze primarie e originarie avvenute in passato e di cui non siamo necessariamente stati testimoni. L’importante nella memoria, nel ricordo o nell’oblio, non è tanto la verità quanto il gioco dei simboli e la loro circolazione, gli scarti, le menzogne, le difficoltà di articolazione, i più piccoli atti mancati e i lapsus, in breve la resistenza. In quanto potenti complessi rappresentativi la memoria, il ricordo e l’oblio sono a rigor di logica atti sintomatici.[Mbembe 2013]

[1] Del resto,  ai tempi di Marx, l’oppio era ancora considerato come un potente ed efficace psicofarmaco Basta leggere per intero la citazione tratta dalla sua Critica alla filosofia del diritto di Hegel: «La religione è il sospiro della creatura oppressa, l’anima di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di condizioni sociali da cui lo spirito è stato escluso. E’ l’oppio dei popoli». (corsivo mio).Non droga dunque ma narrazione possibile che restituisce lo ‘spirito’ là dove l’oppressione sociale tende ad escluderlo! La frase suona sorpendentemente diversa da quella semplificazione che ci affascinava al tempo del liceo invitandoci al radicalismo anti-religioso.

[2] https://www.youtube.com/watch?v=XPGHpBOt5sE

[3] https://www.youtube.com/watch?v=h-zrhvMN0rAhttp

[4] fonte Discover Digital Arabia, 2013

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Non fare di ogni erba… un fascio

arabicgraffitti-nativezentwo-01_webRiflessioni un po’ più a freddo dopo Parigi. Nella confusione si dubita ancora di più. Sia la militanza ideologica che la riluttanza al confronto aperto sono sintomi delle difficoltà del pensiero. La serata a cui ho partecipato alla Casa della Cultura di Milano per la presentazione del libro di Fethi Benslama tendeva a una semplificata polarizzazione tra cultura illuminista e oscurantismo islamico. La sottile rivendicazione di una ‘superiorità’ occidentale non solo nega l’ “ethos” ricco e variegato di ciò che l’Islam come cultura ha dispiegato nel tempo ma rischia di generare proprio ciò che si vuole evitare. Rappresentando come ‘sbagliate’ ‘malate’ o ‘inferiori’ le fonti stesse dell’Islam si finisce in un sol colpo col negare possibilità evolutive alle sue narrazioni e di consegnare a un ‘male’ radicale tutti i suoi credenti ridotti a carnefici o vittime. Ignorando così la crisi e la sofferenza di milioni di musulmani che rischiano addirittura di essere descritti come una sparuta minoranza impotente di fronte alla fascinazione mediatica della violenza wahabita/salafita.

Immaginiamo una distopia: un mondo in cui l’occidente cristiano dopo un fase di grande sviluppo economico e culturale si sia impoverito e sia stato colonizzato per più secoli da altre civiltà. In un secondo tempo queste civiltà, tecnologicamente più avanzate dell’occidente, decidono (in base a calcoli geopolitici ed economici) di finanziare e rendere particolarmente influente una piccola minoranza di cattolici reazionari come – che so – i ‘legionari di Cristo’. Immaginiamo poi che le forze che hanno orientato le geopolitiche mondiali, amplificando anche involontariamente il potere di questa minoranza, ne colgano le perversioni ma identifichino tutti i cattolici con questa minoranza…

Da Bateson in poi sappiamo che i ‘doppi messaggi’ mandano fuori di testa… e dopo Spivak che non possiamo parlare ‘in nome di’ – certamente non in nome di Dio, ma neanche in quello dei subalterni. Che in questo caso sono milioni di musulmani fedeli al loro ethos ma inorriditi sia dal radicalismo islamista che dalle nostre semplificazioni.

 Provo a elencare nove punti su cui riflettere

1. SPAESAMENTO – c’è indubbiamente un’escalation nella barbarie che ci coglie impreparati… Dopo il nazismo e la decolonizzazione, dopo l’ottimismo del dopoguerra, le tensioni tra superpotenze, il timore atomico, le speranze di pace, cosa sono queste teste tagliate, questi corpi che si fanno esplodere, questi bambini soldato? Mettiamoci dentro anche le varie balcanizzazioni, le rivendicazioni reattive, le faide ‘etniche’, gli interventi ‘umanitari’… le centinaia di migliaia di morti in Siria, Iraq, Afganistan…. L’esportazione globale della democrazia evidentemente non basta a frenare l’eterno ritorno della necrofilia? Che sia (anche) un ritorno del rimosso? Aveva forse ragione Benjamin quando descriveva come una malattia l’idea troppo facile del ‘progresso’ e immaginava l’angelo di Klee contemplare impotente l’infranto delle sue rovine? Aggiungendo che è necessaria una radice utopica per dare forma all’eccezione di un’autentica trasformazione. Non un’evoluzione linearmente dialettica dunque ma un arresto, una sospensione, uno shock, un risveglio, una rimemorazione di ciò che veramente ci manca. Un confronto radicale con la malattia dell’umano. Di cui non possiamo dire di avere trovato una cura esportabile. Vale dunque ricordare l’incipit di dialettica dell’Illuminismo: «la Terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura». E parallelamente c’è una crisi profonda attraversa le soggettività, le coordinate di costruzione dell’identità nell’Islam. E lo spaesamento genera irrigidimento, ma forse anche una grande opportunità.

2. SATIRA – Definire l’essenza del nostro sentire comune ‘occidentale’ come il senso del satirico mi sembra un’assurdità. Il gusto del paradosso, la capacità di rovesciare l’assurdità in riso, il senso dell’umorismo non sono certo una esclusività culturale. L’umorismo, dal witz ebraico al paradosso zen, è lieve, compassionevole (anche quando è spietatamente autoironico) e per niente militante. La satira invece ha sempre avuto una precisa funzione ma all’interno di un universo di significati condivisi: quella di rappresentare con i suoi strumenti il conflitto tra umili e potenti, quella di denunziare gli abusi e le incongruenze del potere. Anche se lo stesso potere in qualche misura l’ha sovente tollerata e utilizzata per indebolire e assimilare le frustrazioni, fin dai tempi dei giullari di corte. (Acutissima l’analisi di Achille Mbembe su come la satira nei potentati postcoloniali rafforzi la grottesca corporeità pulsionale dell’autocrata – ma qualcosa di simile accade anche con la mediatizzazione della vita sessuale dei nostri potenti). Là dove la satira ha svolto una funzione critica evolutiva è stato comunque all’interno di contesti dove il conflitto si giocava entro coordinate condivise, sincroniche. Applicare il medesimo criterio a chi non condivide queste coordinate, in un tempo di paesaggi multipli, di diacronie e disgiunzioni significa rivendicare in modo militante una superiorità culturale. Che non può non rimandare allo schema di categorizzazione e comparazione ‘evolutiva’ che dopo l’Illuminismo ha generato i famigerati ‘zoo umani’ delle prime expo e più in generale la visione evoluzionista e gerarchica delle ‘culture’ che ha animato le peggiori nefandezze coloniali e razziste. Diverso sarebbe problematizzare a partire dalla stessa tradizione (nostra e loro) la capacità critica, il dubbio, l’interrogazione aperta, con un ethos però che a me sembra radicalmente diverso dalla vis con cui si rivendica la superiorità di chi ‘sa ridere’ (o disprezzare?) ciò che per l’altro ha valore perché ne vede l’inautenticità o la parzialità.

3. LETTERALISMO della CREDENZA TOTALIZZANTE versus APERTURA della RICERCA SPIRITUALE.

E’ cruciale distinguere religiosità (come la intendeva Freud) dallo spirito della religione (o spiritualità). La prima è una struttura difensiva idealizzante e totalizzante, che proietta il male sull’altro e finisce per agire proprio le pulsioni più distruttive che vorrebbe esorcizzare. La spiritualità (che può essere assolutamente laica) è l’esatto contrario e cioè il confronto e la trasformazione delle pulsioni di morte in pulsioni di vita… Per Freud la religiosità è quella difesa proiettiva e paranoide che vorrebbe controllare l’alterità pulsionale attraverso un dispositivo animato dalle stesse pulsioni distruttive. Lo spirito religioso autentico invece rappresenta la pulsione distruttrice, la confusione , la scissione come un deposito originario che ci appartiene e va trasformato. Un deposito in cui è appunto presente anche ciò che si oppone alla distruttività. E che ci mette storicamente di fronte a una scelta. Attenzione del resto alla semplificazione psicologistica di fenomeni psico-storico-politici o addirittura metastorici. Lo stesso termine islamofobia non è del tutto corretto perché il comportamento del fobico è l’evitamento mentre la deriva paranoide genera un insight immunitario assoluto e indiscutibile che richiede un’azione. E’ in questo senso che Fornari parlava di guerra come elaborazione paranoica del lutto. Non possiamo ignorare la lezione di Foucault e di Deleuze su come razza e razzismo facciano parte dei processi fondamentali con cui l’inconscio rappresenta il rapporto con l’alterità. «L’inconscio non delira sui propri genitori, bensì sulle razze, le tribù, i continenti, la storia e la geografia…» [Deleuze e Guattari]

Il fondamentalismo, la tendenza totalizzante, fanno parte dei processi fondamentali dell’inconscio nella misura in cui a una radice utopica di coappartenenza all’umano si sostituisce una logica di rispecchiamento centrata su un ideale. Questo narcisismo delirante, in cui lo specchio deve rimandare il medesim,o è strutturale e ci coinvolge tutti, musulmani e non. Idealizzazione narcisista (narcisismo di morte) e paranoia sono spesso compagni di strada.

Fetih Benslama che nel suo stesso nome è figlio dell’Islam spezza una sorta di interdetto (ma non è il solo!) confrontandosi con le ombre più profonde delle narrazioni islamiste ma egli stesso ci mette in guardia distinguendo efficacemente la religiosità reattiva dalle forze spirituali interne alla religione quando dice che la «costruzione [totalizzante] è stata tante volte smantellata dalle forze spirituali interne alla religione quando esse erano sufficientemente compatte e folte , tale costruzione non cessa tuttavia di ripresentarsi e oggi, ancor di più, attraverso una credenza folle.» Il riferimento è appunto alla distinzione tra religiosità e spirito religioso che è al centro della riflessione di Jean-Michel Hirt, un altro collega che da tempo si interessa all’Islam.

La differenza tra letteralismo ideologico e spiritualità in ricerca del bene è una polarità costitutiva del rapporto tra credenza (o opinione) e ricerca del vero. Da S. Francesco (che andò a dialogare col Saladino durante le crociate) all’Emiro algerino in esilio Abd el Kader. che dopo la morte di migliaia d’individui nel 1860 decise di intervenire in difesa della popolazione cristiana, salvandone almeno 15.000 dal massacro. Ospitò personalmente nel proprio palazzo gli abitanti di un convento, sei preti, undici suore e quattrocento bambini ricercati dai drusi. Senza dimenticare che ebrei perseguitati dai Re cattolici di Spagna trovarono asilo in terre d’Islam.

4. TERRORISMI E RAZZISMI COME ELABORAZIONE PARANOICA DELLA DIFFERENZA. La dimensione totalizzante è psichica e si annida in ogni credenza e a prescindere dal contenuto della credenza stessa (laica o religiosa che siano). Là dove la credenza diventa immunitaria, già Fornari (e Jung!) proponevano una visione psicostorica volta a riconoscere che se la pulsione di morte si fissa nell’elaborazione paranoica delle differenze (o nella inflazione della volontà di potenza) essa genera fondamentalismi, razzismi, pogrom, pulizie etniche o culturali. Il valore espistemologico della psicoanalisi sta anche nel costruire passaggi di liberazione.

Cito a parziale compensazione della deriva paranoide John Berger :

 «Quel che caratterizza l’attuale tirannide globale è che non ha volto. Non c’è nessun Führer, nessuno Stalin, nessun Cortés. Il suo funzionamento e i suoi metodi variano a seconda del continente e della storia locale, ma lo schema complessivo è il medesimo: uno schema circolare. La divisione tra i poveri e i relativamente ricchi si trasforma in un abisso. Tutte le restrizioni e le prescrizioni tradizionali vanno in pezzi. Il consumismo consuma ogni dubbio e capacità critica. Il passato diventa obsoleto. Perciò le persone perdono il senso di sé, il senso della propria identità, e finiscono per localizzare e individuare un nemico per riuscire a definirsi. Il nemico – qualunque ne sia la denominazione etnica o religiosa – lo si trova sempre tra i poveri. Ecco il circolo vizioso. Sul piano economico, a fianco della ricchezza, il sistema produce una povertà crescente e un numero sempre maggiore di famiglie senza tetto. Intanto, a livello politico, promuove ideologie che organizzano e giustificano l’esclusione e l’eventuale eliminazione delle orde di nuovi poveri. Oggi è questo nuovo circolo politico-economico a incoraggiare il persistente talento per crudeltà che annientano l’immaginazione umana.

“Ieri notte mi ha telefonato un’amica di Vadodara. Piangeva. Ci ha messo un quarto d’ora a dirmi di cosa si trattava. Niente di complicato. Solo che una sua amica, Sayeeda, era stata intrappolata dalla folla. Solo che l’avevano sventrata e le avevano riempito lo stomaco di stracci in fiamme. Solo che, una volta morta, qualcuno le aveva inciso sulla fronte ‘OM’ (OM è il simbolo sacro dell’induismo.)”

Sono parole di Arundhati Roy. Sta descrivendo il massacro di un migliaio di musulmani da parte di fanatici indù nello stato indiano del Gujarat durante la primavera del 2002. “Scriviamo” ha confessato una volta Roy “su squarci aperti in muri che un tempo avevano finestre. Chi le finestre le ha ancora, certe volte non riesce a capire”. » (Da Berger ‘Il taccuino di Bento’, 2014)

5. Come accennato in tutto questo non va sottovalutata la nostra notevole IGNORANZA DELLA SOFFERENZA DELL’ISLAM DIALOGALE (accentuata da un certo compiacimento mediatico per il cambiamento catastrofico). I missionari wahabiti giocano proprio sull’aspirazione a egalité e fraternité, in sostanza sull’aspirazione a una giustizia che ‘non è di questo mondo’ portando acqua al mulino delle semplificazioni ideologizzanti. D’altro canto se il wahabismo è in ascesa, rappresentare l’Islam dialogale come minoritario è uno sconfortante errore. Pensarlo tale o costitutivamente incapace di animare narrazioni diverse non può che aumentare il sentimento di disillusione e nutrire le pulsioni distruttive. Del resto non va sottovalutato quanto la psicoanalisi dell’adolescenza già con Winnicott spiegava rispetto alla tendenza alla devianza distruttiva che esprime in modo distorto un’esigenza di autenticità, di risveglio dalle anestesie. Il sentimento di essere vivi e reali può passare da agiti violenti e sovente autosacrificali. Che placano, semplificando le dissonanze cognitive. (L’esigenza difensiva di semplificare ovviamente non si limita ai giovani). E’ certamente significativo che molti commentatori musulmani si interroghino sulle ambivalenze e ambiguità che in terre d’Islam segnalano la crisi. Ma un minimo di etnocentrismo critico vorrebbe che anche noi ci interrogassimo sulla nostra di profonda crisi. E che dessimo più spazio ai tanti pensatori musulmani che coniugano il loro ethos con la complessità del presente. Un esempio tra i tanti di questa sofferenza dell’Islam dialogale sono i libri della scrittrice algerina Karima Berger. L’ultimo (Les attentives) di prossima pubblicazione in Italia è il dialogo di una credente musulmana con Etty Hillesum e con i monaci martiri di Tibirhine!

6. L’enigma e il paradosso del RAPPORTO TRA UNO E MOLTEPLICE è alla base di ogni formulazione religiosa e filosofica. Come psicoanalisti poi proprio non possiamo tornare al cogito cartesiano neppure se rideclinato nel ‘je pense donc je suis… charlie’. La secolarità non coincide con il laicismo illuminista. E dopo Auschwitz non possiamo dimenticare la lezione di Adorno. Per uno psicologo analista è sovente evidente che la religione dell’Io e della ragione può essere animata dalla stessa vis inconscia e totalizzante che anima il totalitarismo ideologico-religioso. Del resto da un punto di vista simbolico è la coppia di opposti oscurità/luce può prendere forma sia nella dimensione totalizzante e ‘oscurantista’ della luce, quanto sorgere nella ‘notte oscura’ come insospettata capacità di attraversare il dubbio , l’incertezza, l’oscurità (S.Giovanni della Croce, The Cloud of unknowing, Meister Eckhart, ma l’elenco è lungo e transculturale). Keats (ripreso da Bion) la chiamava capacità negativa. In nome del pluralismo rischiamo di dimenticare che sotto le spoglie dell’universale l’illuminismo ha almeno in parte legittimato la logica della supremazia razziale e culturale che ha animato il colonialismo. Come Voltaire che sollecitava la zarina Caterina a attaccare l’impero musulmano con la benedizione dei Lumi. Basta rileggere cosa scriveva nel 1748 Montesquieu (che fu per altro l’illuminato pensatore della divisione dei poteri) ne Lo spirito delle Leggi,: «Lo zucchero costerebbe troppo se la canna da zucchero non fosse coltivata da schiavi. Queste creature sono tutte nere, con un naso così piatto da non suscitare nemmeno compassione. Non si può quasi credere che Dio, che è un Essere saggio, possa conferire un’anima, e specialmente un’anima buona a un corpo negro tanto brutto. Ci è impossibile supporre che queste creature siano uomini, perché se consentissimo a questo ne deriverebbe che neammeno noi siamo Cristiani.» Liberté, égalité, fraternité ma per chi? E poi che fine ha fatto la liberté se l’intuizione dell’universale viene calata in pratiche di prevaricazione e negazione dell’alterità. E’ banale ribadirlo ma siamo lungi dall’aver consolidato uno spazio mentale, sociale, economico e geopolitico in cui possano propserare égalité e fraternité. (Per esempio, come già sottolineava Arendt non è scontato porre in termini inediti l’appartenenza e la costruzione dell’umano in termini di cittadinanza…)

Un po’ più in là l’eccelso Hegel scriveva: «Nulla di congruo con l’umanità si può trovare nel carattere del negro (…) il negro è un esempio di uomo-animale selvaggio e senza legge (…) cantando e consumando radici o pozioni intossicanti raggiungono uno stato di estremo delirio da cui emanano i loro comandi. Se non riescono nell’intento dopo sforzi prolungati decretano che alcuni tra gli astanti – che sono parenti e vicini – siano assassinati e poi divorati dai loro compagni… Il prete passerà diversi giorni in questa condizione esaltata, uccidendo umani, bevendone il sangue e distribuendolo da bere. In pratica solo alcuni individui hanno dominio sulla natura e ciò solo quando non sono in sé bensì in uno stato di terrificante entusiasmo.»

La grandezza dell’esperienza illuminista sta nel rivelare la possibilità che da una cultura locale possa nascere la tensione all’universale. La sua povertà consiste nel assumere che le sue coordinate siano le uniche a generare questa tensione. Anche qui ritroviamo un mito dell’Uno totalizzante. Il vero passaggio implica il riconoscimento che ogni cultura locale è potenzialemente creatrice di una sua versione dell’universale e che il lavoro comune deve fare spazio a una dialettica fertile e vitale con le differenze. La vera radice utopica oggi consiste nel non riproporre la propria differenza come universale e contemporaneamente come negazione dell’altro. Solo così si potranno coniugare le singolarità, il pluralismo e l’insieme del mondo, quella costruzione dell’umano nella specie che Edouard Glissant chiamava tout-monde.

7. IL DEPOSITO NARRATIVO DELLA TRADIZIONE. E’ certo possibile per ognuno ragionare sulle ombre di alcune dimensioni problematiche di una o l’altra narrazione religiosa. Specialmente là dove non è stato risolto il ripristino dell’ijtihad, della libertà ermeneutica (che ancora esiste nello sciismo e che è oggetto di dibattito nella Sunna dopo che nel X secolo essa era stata limitata al campo giuridico). Mi sembra più utile riconoscere la fertilità narrativa del Corano, il suo improbabile e frammentato codice narrativo, i mitemi che lo animano. Come dice bene Julia Kristeva dobbiamo renderci dialoganti nella costruzione di ponti e passerelle con gli elementi fertili e con l”utopia positiva’ della tradizione. E’ quello che ho provato a fare con il mio testo Il deposito del desiderio. Forse che non c’è un tiqqun anche per l’Islam? Il ritiro divino necessario alla creazione non ha per esempio un eco nella vicenda di Iblis, il Lucifero di fiamma del Corano? Iblis è il primo ‘fondamentalista’, l’angelo/djinn che rifiuta di accettare l’imperfezione della creazione e di servire il libero arbitrio di quella creatura di fango che è l’uomo. Si ribella dicendo: “Vuoi metter sulla terra chi vi porterà la corruzione e spargerà il sangue mentre noi cantiamo le tue lodi?” (Sura della Vacca). Nella stessa Sura, quando Allah crea il mondo, l’Uomo impara a nominare ogni cosa grazie alla libertà donata da un diverso rapporto con la Parola mentre gli angeli ne sono incapaci perchè dicono «Noi non sappiamo altro se non quello che ci hai insegnato». E come dice un’altra Sura: »Noi abbiamo proposto il Deposito ai Cieli, alla Terra e ai Monti, ed essi rifiutarono di portarlo e ne ebbero paura. Ma se ne caricò l’Uomo e l’uomo è ingiusto e di ogni legge ignaro!» (XXXIII:72)

8. IMPORTANZA DELLA RADICE UTOPICA

Pensando al messianesimo ‘debole’ di Benjamin, alla sua dialettica immobile che mira a interrompere (in ogni istante) l’illusione di una trasformazione evolutiva che non abbia al suo cuore la rimemorazione e l’appuntamento con la giustizia, si tratta forse di ripensare alla radice utopica (laica o religiosa che sia) come un deposito che di per sé non garantisce nulla ma che si qualifica per le scelte che riusciamo a compiere nel qui ed ora dell’evento. Questo tema certamente trascende la questione Islam. Detto altrimenti la radice utopica può alimentare la pulsione di morte sotto pretesa di garantire la vita eterna o il ‘reich’ millenario sulla terra. Tuttavia la radice utopica può anche essere l’unico ancoraggio all’umano e rendere capaci di attraversare gli orrori della storia e il confronto con la morte e l’ingiustizia restando fedeli alla pulsione di vita.. Il “viva la muerte” che gridarono i contadini spagnoli che scesero armati di forcone contro Napoleone è molto diverso da quello franchista. E certamente la ‘teologia politica’ degli oppressi si nutre di visioni alte. A volte questa radice utopica si coglie più nelle forme conviviali e nell’ethos di una cultura, nei suoi miti affettivi, in ciò che malgrado le distorsioni rinnova desideri e aspirazioni. Basta fare un giro sulla musica che ascoltano/guardano i giovani arabi su you tube (siamo nell’ordine di 60 milioni di visioni di un singolo videoclip!), per capire che se da un lato l’inoculazione musicale è profondamente influenzata dai codici visivi mediatici occidentali a conferma della compresenza di paesaggi plurali e complessi nella costruzione delle identità, dall’altro il desiderio di inventare la vita si radica in dimensioni non logocentriche dell’ethos. Un errore sarebbe concepire la Umma (la comunità dei credenti) sotto il segno di materno unificante/opprimente/omologante e sottovalutare la dimensione di giustizia/solidarietà fraterna che nelle sue forme migliori essa rappresenta per il credente musulmano. Per avere un eco dell’impatto che l’Umma ha avuto sugli afro-americani basta leggere cosa scrisse Malcom X dopo il suo pellegrinaggio alla Mecca.

 «Non ho mai sperimentato tanta sincera ospitalità ed un così profondo spirito di vera fratellanza quale quella praticata da gente di ogni razza e colore qui.. C’erano decine di migliaia di pellegrini, di tutto il mondo. Vi era gente d’ogni colore, dai biondi con occhi azzurri agli africani neri. Ma tutti partecipavamo allo stesso rituale, mostrando uno spirito di unità e di fratellanza che la mia esperienza in America mi aveva portato a credere  non potesse mai esistere fra bianchi e non bianchi. Ed eravamo davvero tutti fratelli perché la fede in un solo Dio ha rimosso il bianco dalle loro menti, dal loro comportamento e dalla loro attitudine. Da questo posso capire che, forse, se i bianchi americani accettassero l’Unicità di Dio forse accetterebbero anche l’Unicità dell’Uomo – e cesserebbero di misurare, ostacolare e ferire gli altri a causa del loro differente colore. Con la piaga del razzismo che infetta l’America come un cancro incurabile, il cosiddetto cuore “cristiano” dei bianchi americani dovrebbe essere più ricettivo alla ricerca di una soluzione per un problema così distruttivo.»

9. Vi è forse una testa di serie SIGNIFICANTE che può assumere versioni diverse nella narrazione religiosa e in quella secolare ma che è accomunata dal valore accordato alla VITA. In tempi di biopolitica passare a una politica della vita (dove il soggetto è la vita e non la politica) è certamente all’ordine del giorno. Hannah Arendt all’essere per la morte heideggeriano contrapponeva l’essere per la nascita!! E i tre monoteismi (e non solo loro) hanno comunque in comune il significante della resurrezione dei corpi. Su questo ci sarebbe altro da dire anche dal punto di vista psicoanalitico, ma non si può mai dire tutto. Che ognuno possa proclamare innanzi tutto Je suis humain. Non è questo  il cuore sia della costruzione religiosa che di quella secolare che resiste all’idea che l’umano sia ridotto a mera funzione?

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Convertire le religioni/Religions need conversion (Raimon Panikkar)

Mi sembra un buon momento per mettere in rete il documento filmato di una serie di incontri voluti da Raimon Panikkar con rappresentanti di diverse tradizioni religiose. E’ per me cruciale la differenza tra la religiosità come la intendeva Freud, cioè una forma reattiva di controllo della pulsione di morte animato dalla medesima spinta distruttiva, rispetto a un’autentico spirito religioso animato da una capacità di confronto e trasformazione con queste stesse dimensioni dell’umano. Le considerazioni nella didascalia finale del video sulla necessità di una ‘conversione delle religioni’ sono di Panikkar anche se non virgolettate.

I link più sotto dovrebbero permettere la visione del filmato.

I think it is a good time to share the video documentation of some moments of Raimon Panikkar’s dialogical ‘sangamas’ with believers of different religious traditions. I find crucial the difference between ‘religiosity’ as Freud intended it, a reactive form of control of the destructive drive basically motivated by that very same drive and the sincere religious stance confronting and struggling with it in an aspiration towards its radical transformation within. The considerations in the last written slide are by Panikkar though the quotation marks are missing. Here are a couple of links that should enable you to view it

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https://www.dropbox.com/s/c3sych64bdwfxco/SPIRITO_3%201.m4v?dl=0

https://www.facebook.com/rivistapsicologianalitica?ref=ts&fref=ts

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La bambina pugile

coverchandraE’ in libreria La bambina pugile il nuovo libro di poesie di Livia Chandra Candiani.

Per presentare Livia Chandra ecco uno stralcio da una cosa che ha scritto per Abitare qualche tempo fa sui seminari che tiene  nelle scuole elementari più periferiche di Milano  dove la maggior parte dei bambini sono migranti o figli di migranti e anche rom. Tra non molto dovrebbe uscire anche una raccolta delle poesie dei suoi ‘cuccioli poeti’. Una meraviglia.

«Per arrivare a scuola, dove tengo seminari di poesia ai bambini delle elementari, ci metto 50 minuti di tram, vecchi tram gelidi d’inverno, con le panche di legno e le lampade di vetro sempre accese. Durante il viaggio, non cambi solo spazi, ma epoche. Sali in mezzo a signore milanesi del 2013 abbronzate tutto l’anno, con vestiti semplici e di ottima fattura, studenti con modelli supersonici di cellulari, zaini e scarpe, pochissimi uomini. Man mano, scendono tutti e salgono donne velate, grandi grandi, cinesi sgargiantissime e cinesi piccolissimi serissimi, filippine sorridenti e stanche, rumene e russe severe e monumentali e africane con bambini educatissimi e silenziosi che mangiano un’infinità di merende a tutte le ore. Certe volte, vado a scuola prima e giro per il quartiere per vedere cosa vedono i miei bambini. Nei dintorni di una delle mie scuole, ci sono fianco a fianco macelleria islamica, negozio di prodotti rumeni, bar gestito da cinesi, negozio arabo di cose meccaniche, tipo telefonini, spine, spinotti, radio, orologi, e uno di massaggi tailandesi. La strada è a doppia carreggiata tipo autostrada, in mezzo i tram lumaconi che vanno verso Quarto Oggiaro, le auto sfrecciano, ti tirano sotto come niente fosse. L’unico giardino è un terreno spelacchiato davanti a scuola, eppure gli alberi fioriscono lo stesso e anche la neve, ma nessuno li guarda. Intorno a un’altra scuola, il quartiere è più vecchio ma non c’è un negozio, solo un mercatino dell’usato di cose impensabili, mobili sgangherati, una statua di Santorre di Santarosa, orologi a cucù, innaffiatoi di latta, armadi con lo specchio fumé, forse qui non mangiano e non bevono ma alla fontanella verde, quelle con la faccetta di drago che butta acqua dalla testa, ho visto una bambina rom che è stata mia allieva spruzzare la sua nonna con la gonna lunga  a fiori e la nonna beata si prendeva gli spruzzi in faccia e sul petto e poi glieli restituiva, forse qui si chiama lavarsi.

Durante questi viaggi, ho imparato ad aprirmi più o meno a tutto. Una volta a una fermata a porte aperte, nel gelo di gennaio, è salita una palla di neve, ha preso in pieno le gambe di una signora filippina, che sorridendo si è scossa via la neve dal cappotto come si trattasse di un passeggero un po’ distratto che l’avesse sfiorata.

Così, giorno per giorno, anno per anno, ho imparato a dimorare nell’inaspettato, non è che mi aspetto di tutto, è che sto in una zona precaria e marginale dove so di non poter controllare quasi niente. E comincio a starci bene. Proprio viva viva. Fa tremare essere vivi, vivi vivi fa tremarissimare.

A scuola un bambino russo, grande e grosso, che non partecipava mai a nessun lavoro, mi ha avvicinato ciondolando e mi ha chiesto: “Perché l’amore si rompe?” Anche Willi era molto grosso per i suoi dieci anni, riccio e scuro di pelle, non sapeva di dove venisse suo padre, e chi l’ha mai visto diceva. Per lui scrivere poesie erano “stronzate”. Di colpo, un pomeriggio ha preso una penna e scritto così:

Io sono stonato

e la mia anima si si si sissi sissi sissi vuole carezza

la mia morbida anima.

Giorgia è magrissima, una faccetta pallida scanzonata e selvatica, gli occhi marroni troppo grandi le mangiano la faccia, capelli finissimi marroncini, non la si nota all’inizio, chiacchiera un pochino con le amiche, svagatamente, ma è sola, è molto scienziata e vive nel Bronx, ai confini con Roserio, come una libellula. Questo scrive delle parole:

Le parole sono la natura del parlare,
sono come il vento che deriva dall’aria
e il mare proveniente dall’acqua.

Sono tante biglie,
tanti granellini di sabbia
in un universo di granellini di sabbia.

Originano dal suono moderato della lingua.
Sono gli spiriti che escono
dalla bocca
attraverso la corazza dei fantasmi.

Sono un terremoto, un mare infuriato,
una tempesta,
talvolta feriscono
con le loro frecce avvelenate.

Esprimendo un modo di essere
sono i messaggi delle emozioni
e sono fondamentali
per la vita.

Quello che amiamo dei bambini e degli animali è che non fanno niente apposta, gli viene così. Noi costruiamo percorsi, mappe, progetti, luoghi, discorsi e loro spostano tutto, scavalcano, cavalcano, bucano, scassano, impilano, ci disfano e ci rinascono.

Sto incontrando bambini di tutte le razze, bambini tristi e provati dalla vita a sei anni, bambini che scrivono “io amo la malavita”, bambini con le cicatrici in faccia, bambine con il velo, bambini che ridono da far saltare in aria le pareti, bambini vecchini che trascinano i piedi in corridoi desolati, bambini stanchissimi, bambini maestri di essenziale. Quello che si ripete in ogni incontro è il loro bisogno di parola viva, di sentire che anche a scuola ci possono essere delle sorprese. Si sente parlare spesso di non avere aspettative, ma quel che io sto imparando è di averle tutte. Non si tratta di aspettarsi di tutto, ma di abitare zone scomode, zone dove l’inaspettato non è solo il verso di una poesia, ma anche frasi più oscene di una coltellata in piccole bocche imbronciate, storie appese al filo di un verso di cieli notturni visti dal campo rom. Ho imparato a riconoscere i bambini rom perché quasi tutte le loro poesie parlano della notte. Loro la notte la conoscono sulla pelle, nelle ossa, come la pioggia. Denisa, 9 anni:

Un giorno c’era la pioggia e io

camminavo piano su una strada molto lunga

e camminavo piano l’erba era molto verde

e io sono andata vicino a otto alberi

ma io avevo molto freddo, il vento

batteva, ma la pioggia

non mi bagnava più.

Il dono dell’inaspettato di un bambino rom è trovare i versi per dire uno sgombero:

Il mio cuore batte

e batte forte e schizza

E vengono

dei signori violenti che

sembrano degli squali

e mangiano

tutti i mobili.

Quando torno a casa e vado a dormire, sono piena zeppa di facce, di musi, di storie, di parole a metà, di versi spacca-petto, di sorrisi di trionfo, di lacrime che avevano bisogno di capirsi, di mani sudate e me li tengo tutti e me li porto nei sogni, li salvo, fino al giorno dopo.»

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