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Sogni di sogni

Nel 1982 Gordon Lawrence, un consulente e formatore interessato alla comprensione delle dinamiche totalitarie nelle istituzioni comincia a sperimentare all’Istituto  Tavistock di Londra quello che poi diventerà la Social Dreaming Matrix.

Dall’ascolto del potenziale narrativo del sogno possono emergere elementi di pensiero che collegano il sogno alla sua matrice rizomatica, complessa, alle appartenenze plurali e contradditorie che oggi strutturano la nostra identità, ma che pure ci accomunano più che mai nell’immaginare e ‘sognare’ la sua costruzione.  Possiamo immaginare la Matrice da cui attinge il Sogno come un campo di narrazioni potenziali profondamente interconnesse, un rizoma, o una nuvola di elettroni di cui non è possibile stabilire l’esatta posizione se non a partire da una determinata modalità di osservazione. Il lavoro sul Sogno può ‘fissare’ una ‘particella’ e descriverla come un prodotto della storia e dell’inconscio personale del sognatore oppure ‘risuonare’ associativamente con un tutto-mondo rispettando la natura collettiva e sociale della Matrice, l’interconnessione delle storie, ognuna nella sua diversa unicità. Nella Social Dreaming il sognatore racconta infatti il suo sogno al gruppo, e ognuno racconta le sue associazioni, ma trattando il sogno come sogno del gruppo, o attraverso il quale il gruppo racconta il suo ‘sogno’, esplora le sue aspirazioni, i suoi conflitti e li rende generativi trasformando l’immaginazione in pratica sociale.  «Abbiamo constatato  – dice Lawrence – che a un cambiamento del ‘contenitore’ ospitante (la Matrice) corrisponde un cambiamento della natura dei sogni ospitati. I sogni non esprimevano più preoccupazioni di tipo individuale, ma diventavano socio-centrici, ossia ruotavano attorno a tematiche sociali…». L’idea del sogno come proprietà individuale diventa obsoleta nella misura in cui viene condiviso nello spazio della Matrice.  Infatti, non appena li raccontiamo i sogni acquistano una natura sociale. Il tempo della narrazione del sogno è il tempo in cui qualcosa che non è strettamente temporale può entrare nella storia e nel mondo.  «I nostri sogni hanno a che fare con la natura delle nostre connessioni (…) La storia dell’umanità, mentre siamo svegli è una storia di frammentazione, di persone e comunità separate per nazionalità, religione, politica. I nostri sogni sono connessi alla semplice verità che siamo membri di una stessa specie.»

Questa citazione di Lawrence richiama una delle sue fonti, Jung  e la sua idea di  un’ampia stratificazione narrativa della psiche. Jung sosteneva inoltre  il sogno utilizzava queste fonti narrative per rielaborare  gli eventi e il divenire.  Ricordando che una serie di sogni  gli aveva preannunciato la prima Guerra mondiale.

Nel suo principale saggio sulla Social Dreaming (Won from the formless and infinite) Lawrence racconta un suo sogno seminale: il sogno di un architetto cieco. Questa figura ossimorica richiama un’altra fonte cruciale di Lawrence, Bion e la sua ‘capacità negativa’ (Keats), la capacità di esplorare creativamente reggendo l’incertezza e non a partire da un ‘sapere’, ma di ‘fare anima’ a partire dalla metabolizazione profonda di processi in cui sopravviviamo. Sovente, come in una fiaba, il sogno esplora con mille variazioni il viaggio dell’eroe, i suoi successi e  i suoi naufragi, da cui riemergiamo, al risveglio, sopravvissuti.

Un’altra fonte di Lawrence è in fondo Bateson perchè Lawrence tratta il sogno  come manifestazione di una proprietà emergente di un gruppo o di un sistema.

Altre fonti sono più esplicite. Lawrence racconta di avere casualmente trovato per caso un libro intitolato “Il Terzo Reich dei Sogni” di Charlotte Peradt, una psicoterapeuta tedesca che, fra il 1933 e il 1939, aveva raccolto in Germania 300 sogni che esprimevano in modo diretto le reazioni dei sognatori al clima politico. Un’altra fonte cruciale è la versione un po’ romantica della spedizione (1935) dell’antropologo Kilton Stewart tra i Senoi della Malesia. Stewart descrive una cultura armoniosa basata su una sorta di reverie condivisa. I Senoi lavoravano per liberare il negativo delle loro metabolizzazioni oniriche e sfruttarne il potenziale narrativo e creativo attraverso un sistema cooperativo di condivisione dei sogni che iniziava ogni mattina in ogni famiglia e veniva proseguito dai capi-famiglia riuniti. (à suivre)

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Il labirinto di Alice (attaccamento e Tao)

Nel seminario del ’93 (che si intitolava ‘Perché l’immaginazione non va al potere’) Pagliarani ci aveva parlato della storia di Pollicino (questa volta serviranno le briciole o sassolini?), per raccontare quanto sia paradossale l’arte di imparare dall’esperienza (e che a volte per ricordare è necessario dimenticare ciò che si è imparato)… Mi ricordo in particolare due storie. La prima tratta da un bellissimo libro di Francesco Berto che credo si chiami Parole di bambino e che racconta del lavoro fatto con i suoi alunni di quinta elementare sul tema dell’attaccamento. Pagliarani ci lesse un brano che un bambino, Alberto, aveva scritto sul tema ‘scrivi una lettera a un bambino appena nato’. Ne ritrovo in rete solo una parte:

“…Quando mia mamma e mio papà sono andati a mangiare in pizzeria per festeggiare l’anniversario del loro matrimonio e mi hanno portato dalla nonna, io credevo che sarebbero andati a divertirsi e che, dopo essersi divertiti, avrebbero deciso di lasciarmi dalla nonna per tutta la vita, perché avevano capito che loro due, senza di me, stavano molto bene. Quando però ho visto che sono venuti a riprendermi, mi hanno dato un bacetto e mi hanno portato un sacchettino di caramelle, ho capito che i genitori non abbandonano mai il loro figlio anche se sentono che loro due, da soli, starebbero meglio. Quando, un’altra volta mi hanno portato dalla nonna perché dovevano andare a un matrimonio in una città lontana, io non mi sono più ricordato che avevo capito che i genitori non abbandonano mai il figlio e ho avuto paura che mi abbandonassero e mi lasciassero per sempre dalla nonna. Quando sono ritornati a riprendermi e mi hanno portato una serie di macchinine, proprio quelle che mi piacevano tanto, mi sono ricordato che sapevo già che i genitori non abbandonano il figlio anche se capiscono che loro, da soli, starebbero meglio. Allora un bambino può capire che i genitori gli vogliono bene e che non lo abbandoneranno mai, ma poi si dimentica di averlo capito…»

L’altro brano era tratto da Alice nello specchio:

«Vedrei il giardino molto meglio», disse Alice tra sé, «se potessi salire in cima a quella collina: ed ecco un sentiero che ci sale – aspetta, no, non è vero…» (dopo essere proseguita per qualche metro lungo il sentiero che faceva diverse giravolte), ma immagino che prima o poi ci arriverà. Ma quanto gira di qua e di là! Assomiglia più a un cavatappi che a un sentiero! Bene QUESTA svolta mi porterà in cima, e invece no! Torna dritta alla casa! Beh, allora proverò dall’altra parte.» 

E così fece salendo e scendendo, e provando, svolta dopo svolta, ma tornando sempre alla casa. Anzi una volta che girò un angolo un po’ più in fretta del solito ci andò a sbattere contro prima di potersi fermare (…)

Così, volgendo risolutamente le spalle alla casa, si incamminò ancora una volta per il sentiero, decisa a continuare sino alla collina. Per qualche minuto andò tutto bene, e stava proprio dicendo, «QUESTA volta ce la farò…» quando il sentiero fece una giravolta e si scosse tutto (più tardi ne parlò in questi termini) e il momento dopo si ritrovò davanti all’uscio della casa.

Non vi ricorda lo straordinario esordio del Tao Te Ching? Ve ne propongo alcune traduzioni (in rete ce ne sono 175 diverse):

«La Via veramente Via non è una Via costante»

«La via che può essere seguita (o che può essere espressa dalla parola) non è la Via eterna»

« Il Tao che può essere ‘tao-ato’ (ragionato) non è il Tao eterno»

«La Via che può essere veramente considerata una Via non è una Via permanente»

«La Via di cui si può parlare varia»

«Il Tao, la realtà sottile dell’universo, non può essere descritto»

«Anche il miglior insegnamento non è il Tao»

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David Graeber su debito e immaginazione.

«Qualcosa come il  97-98% del denaro nell’ ‘economia’  complessiva di paesi ricchi come gli USA o la Gran Bretagna sono debito. Vale a dire che si tratta di ricchezza il cui valore poggia su qualcosa che non esiste veramente nel presente (bauxite, sculture, pesche, software…),  ma su qualcosa che potrebbe esistere in un certo momento futuro. I soldi “astratti” non sono un idea ma una promessa – la promessa di qualcosa di concreto che esisterà nel futuro, profitti futuri estratti da risorse future, lavoro futuro di minatori, artisti, raccoglitori di frutta, web designers, non ancora nati. Nel punto in cui l’economia immaginaria futura è 50-100 volte più ampia di quella corrente e ‘reale’, i conti non possono tornare. Ma l’esplosione delle bolle spesso non lascia alcun futuro da immaginare, se non un futuro catastrofico, perchè la creazione di bolle è resa possibile dalla distruzione di ogni capacità di immaginare futuri alternativi. E’ solo quando non riusciamo più a immaginare che sia possibile muoversi verso una qualche società futura, quando pensiamo che il mondo non possa e non sarà mai fondamentalmente diverso, che non resta null’altro da immaginare che una quantità sempre maggiore di denaro futuro.» (David Graeber: DEBT)

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tout-monde

Mi è stato fatto notare che l’ultima frase del post introduttivo “Il tout-monde del migrante come anche il nuovo mondo di ogni generazione è il mondo fatto con tutti i resti, con le tracce di ciò che era mondo quando il mondo era ancora mondo e non lo sapevamo” è piuttosto enigmatica.
Che vuol dire che il mondo era ancora mondo?  E come facevamo a non saperlo? Da un lato questa idea di un mondo ancora ‘mondo’, ancora pieno, vivo, indiviso, tutto, rimanda alla percezione infantile di una possibile unità tra soggetto a oggetto, legata da un lato alla relativa indifferenziazione della coscienza e dall’altro all’immediatezza simbolica delle immagini del mondo e alla forza viva delle predisposizioni archetipiche. Nell’infanzia il mondo ancora parla all’anima e non alle nostre categorizzazioni. Usciti dall’infanzia il vago ricordo di questo ‘mondo ancora mondo’ non ne compensa la perdita. E tuttavia – come per le ‘tracce’ di Glissant, in questo ricordo si cela buona parte della tensione creativa, poetica e religiosa dell’umanità. Del resto oggi la perdita è ancora più radicale, Ci sono nostre esperienze percettive (della città come della natura) che i nostri figli non conosceranno anche se possono accedere e trasformare le loro. Vi è dunque un duplice scarto: 1.Tra l’esperienza del mondo delle generazioni che precedono e la propria. 2.  Tra la percezione di un proprio ‘principio di individuazione’ e le dimensioni collettive ‘date’ nella contingenza dell’epoca in cui veniamo al mondo. Da questo duplice scarto nasce una tensione che aspira a ricomporre la dicotomia tra ciò che è meramente soggettivo e ciò che intuiamo dell’oggettiva  processualità in fieri del mondo.

Questo bisogno di riunificare soggetto e oggetto è chiarita bene da Raimon Panikkar.

«La nuova innocenza non è il sogno ingenuo di voler recuperare il Paradiso perduto. La nuova innocenza rappresenta la guarigione della ferita provocata dalla separazione dell’epistemologia dall’ontologia. Facendo della conoscenza la caccia all’oggetto da parte di un soggetto che deve soltanto controllare che le sue armi (categorie) siano pulite. (…) Ogni conoscenza riflessiva all’interno di un’epistemologia separata da ogni ontologia non è più innocente, ha ferito l’oggetto. (…) La riflessività innocente è quella che senza danneggiare l’oggetto ritorna al soggetto,. La riflessività innocente  avviluppa in uno stesso atto il conoscente e il conosciuto.»

 A partire da questo nuovo paradigma (che si coniuga bene con «nuda vita» e «tout-monde») si può riaccedere a una percezione condivisa e plurale (e anche poetica) del mondo.

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