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epigrafi

citazioni in epigrafe di Approdi e Naufragi:

Esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra.
Walter Benjamin

L’umanesimo tradizionale è rimasto astratto allorché definiva il potere di auto-determinarsi solo da parte dei cittadini e non invece degli schiavi.
G. Simondon

Ogni delitto nasce dall’illusione di riuscire, uccidendo il nemico a vincere la morte.
Franco Fornari

Gli uomini impazziscono perché non sanno che il conflitto è dentro di loro, e ciascuno addossa il torto all’altro. Se una metà dell’umanità è in torto, allora è in torto – per metà – ogni essere umano.
C.G. Jung

Ancora sprovvisti di forme organizzative adeguate, corpi di donne e di uomini premono ai bordi dei nostri sistemi politici, chiedendo di trasformarli in una forma irriducibile alle dicotomie che hanno a lungo prodotto l’ordine politico moderno
Roberto Esposito

L’avvento del fascismo tecnoburocratico non è scritto negli astri.
Ivan Illich

Il soggetto umano per eccellenza è quello che è in grado di diventare altro, altro da sé, una nuova persona: E’ colui che costretto alla perdita, alla distruzione se non all’annientamento, fa nascere da questo evento una nuova identità.
Achille Mbembe

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a stone poem by Nizar Ali Badr
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Approdi e Naufragi

In libreria e online!

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La presentazione dice:

«Negli ultimi anni, i ripetuti naufragi al largo delle coste siciliane e in particolare a Lampedusa hanno messo in luce che le ‘carrette’ che trasportano migranti e rifugiati sono solo l’ultimo anello di rotte e esodi complessi. Rotte che collegano i campi di transito e la prigionia nel deserto, i morti in mare e le geopolitiche delle grandi potenze, le utopie deluse riemerse in forma patologica con l’aspirazione che i figli siano cittadini del mondo. Vicende che ne incontano altre che dal passato ci parlano. Nel XVII secolo, Nostra Signora di Lampedusa era migrata dalla Sicilia spagnola al Brasile insieme ad altre icone creolizzate adottate dalle confraternite di schiavi. Il compito di queste irmandades era di garantire una buona sepoltura ai loro membri e questo è diventato il pre-testo per esplorare il rapporto tra elaborazione del lutto e resistenza culturale da varie prospettive: filosofiche, antropologiche, psicoanalitiche. Rivendicare che una vita è degna di lutto è testamento dell’aspirazione a una vita degna di essere vissuta. Da questo punto di vista le migliaia di migranti che continuano a trovare precaria sepoltura nel Mediterraneo ci convocano – come direbbe Benjamin – a quell’ «appuntamento segreto tra generazioni» che alcune immagini particolarmente pregnanti generano nei momenti di pericolo. Il naufragio in questione è anche quello della coscienza europea, tentata dalle passioni tristi del risentimento, dell’astio e della reazione immunitaria ad ogni alterità.»

Da questo punto di vista, il lavoro di chi tenta in più parti del mondo di onorare i morti elaborando i lutti e i traumi storici con un «sovrappiù di vita» risuona con le intuizioni della psicoanalisi e della psicologia analitica come con con quelle della teologia della liberazione, del pensiero post-coloniale e della differenza. Se, da un lato, la storia è un sintomo in cui si intrecciano terrore traumatico e dimensione fantasmatica, l’irruzione nel presente di un perturbante che dal passato insiste ad interpellarci ci risveglia alla possibilità di immaginare una riparazione etica ed estetica del mondo.»

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Aleppo la nuova Sarajevo

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Aleppo è la nuova Sarajevo…. che non susciti (ancora?) la stessa reazione solidale nelle coscienze ‘europee’  è un sintomo e segno dei tempi?

Aleppo is the new Sarajevo….is the fact that it does not (yet?) resonate in our ‘european’ consciousness  a symptom and sign of the times…?

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di catastrofi e sfere solidali

164724315-9a514d7d-4be7-431b-9d75-2530048ad3b6«Se si fa assurgere la tensione tra interno ed esterno a motivo fondamentale di tutta la [costruzione] culturale, si diventa più che mai consapevoli della natura sorprendente del costante ritorno dell’interno. Moltissimi non hanno forse dovuto vivere  il mondo esterno come la quintessenza di incidenti che distruggono le sfere? L’esterno che avanza, che travolge, che spoglia non è sempre infinitamente più calmo e forte di ogni costruzione del mondo interiore? l’immagine della bolla [evoca] la fragilità degli spazi abitati dagli uomini. Che cosa è in grado di fare la capacità dei mortali di proteggersi da sé nelle loro serre di relazione? La forza di coloro che sono legati è abbastanza mirabile da stabilizzarsi in rapporti prioritari reciproci, anche se tutto sembra mirare a far esplodere le sfere che rendono possibile l’uomo (…) E, tuttavia, questa autoproduzione nello spazio autocreato – la capacità di gettare il mantello sopra di sé e sopra quelli che sono dalla propria parte, ritirandosi nella casa di vetro invisibile delle appartenne sentite – è l’impulso primario e incessante che deve affermarsi in numerosissimi casi, in special modo dopo una crisi di gruppo. Da essa risultano le strutture alle quali più tardi, nel periodo borghese, i cittadini dediti alla teoria daranno il nome di “società” o culture. La capacità degli uomini che sono collegati tra loro di smentire il proprio sentirsi persi nell’esteriorità sembra immensa. Come si potrebbe altrimenti sopportare il rischio di appartenere a una specie di esseri mortali parlanti, soggetti alla paura, e quanto sarebbe insopportabile la minaccia dall’esterno, se non ci fosse un involucro di solidarietà che rianima, capace di rigenerarsi, il quale contrappone resistenze creative agli attacchi che sciolgono, almeno finché è possibile.

Quale processo costituito di complessi crescenti di solidarietà, la storia dell’Homo sapiens nel periodo della cultura evoluta è sopratutto una lotta per la serra integra e integrante: Essa si fonda sul tentativo di conferire all’interno più ampio, al proprio più conciliante, al comune di più vasta portata, una forma invulnerabile o quantomeno vivibile, possibilmente superiore agli attacchi provenienti dall’esterno. Il fatto che, evidentemente, questo tentativo sia ancora in corso e che si continui a lottare, nonostante le smisurate controffensive, per l’ingresso di frazioni sempre più ampie dell’umanità in rifugi comuni o endosfere, sempre più grandi, testimonia tanto la natura irresistibile dei suoi motivi quanto la tenacia delle resistenze che si contrappongono alla tendenza storica in direzione di una sicurezza interna allargata. Le lotte per il mantenimento e per l’espansione delle sfere costituiscono il nucleo drammatico della storia della specie e, allo stesso tempo, il suo principio di continuità.

Se osserviamo le tante culture piccole che dai tempi più remoti arrivano fino ai periodi storici, questa frotta di bolle sfuggenti, pieni di lingue, riti, progetti nel loro sgorgare e nel loro scoppiare, e se, in alcunicasi scelti, possiamo guardarle nel loro continuo fluttuare, crecsere e dominare, si impone la domanda su come sia possibile che non sia stato tutto spazzato via dal vento»

Peter Slotedijk – da Sfere II –

Mi chiedo se questa dinamica che parla di una sfera «capace di apprendere» e ampliare i propri confini solidali non vada meditata a fondo anche rispetto ai molteplici terremoti globali i cui esiti giungono a noi sotto le spoglie e i detriti del Grande Esodo migrante…

 

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L’apartheid di Panebianco

giotto_fuga-in-egittoNon scrivo da un po’. Forse è il tempo uggioso, ma anche il mondo che entra e riduce al silenzio – la tragedia siriana, le elezioni in Egitto, le bombe in Daghestan.  Forse è colpa di un bel libro che ho letto ‘A constellation of vital events’ – che descrive le atrocità della guerra in Cecenia e la resistenza, malgrado tutto, dell’umano, a capo di crudeltà e torture inimmaginabili. La paralisi è anche data dal contrasto con le notiziole italiche: proposte di leggi elettorali in cui larghe ‘minoranze’ rischiano di avere ancor meno voce in capitolo. Democrazia adesiva e calmierata del facile consenso, senza preferenze. Piccolo cabotaggio delle identità. Ma basterà il valore d’immagine di leader nuovi e vecchi a curare la depressione collettiva? Dubito che di questi tempi funzioneranno a lungo ricette che fanno appello alla negazione e alla compensazione maniacale. O all’altra retorica, quella del sano realismo delle procedure, senza fronzoli e senza immaginazione.

 Sento allora di dover almeno commentare un articolo di Panebianco, pubblicato qualche giorno fa dal Corriere. L’articolo si intitolava Troppe ipocrisie sugli immigrati e cliccando sul titolo lo potete leggere. In sostanza Panebianco propone una realpoliitik basata sulla ‘convenienza’ accusando il buonismo confusionario dei buoni propositi (catto-comunisti) e le politiche dell’accoglienza. Arriva infine a proporre un vero e proprio apartheid: «Una politica realistica, fondata sulla convenienza, si dovrebbe insomma porre problemi di scelta, di selezione (…)Per esempio, certi gruppi, provenienti da certi Paesi, dovrebbero essere privilegiati rispetto ad altri gruppi, provenienti da altri Paesi, se si constata che gli immigrati del primo tipo possono essere integrati più facilmente di quelli del secondo tipo. È possibile che convenga favorire l’immigrazione dal mondo cristiano-ortodosso a scapito, al di là di certe soglie, e tenuto conto del divario nei tassi di natalità, di quella proveniente dal mondo islamico.»

Questo paradigma immunitario dice è già messo in atto da altri paesi. Bisognerebbe forse ricordare anche che la Germania nazista di questo paradigma era maestra.

Mi colpisce sempre l’appello implicito o esplicito di molti conservatori alle ‘radici’ cristiane.  Ma in realtà, sì, una perversa coerenza c’è se si considera che all’origine del mondo moderno la cosiddetta identità cristiana (con cui buona parte dei conservatori continuano a  giocare) si  forgia nelll’esclusivismo religioso, sulla definizione del concetto di minoranza, sull’espulsione violenta di ebrei e moriscos dalla Spagna con cui si inaugura il  siglo de oro, sulla guerra  commerciale dei corsari , sulla schiavitù, sull’epurazione di soggetti portatori di  diversità culturali e religiose tramite persecuzione o conversione forzata…

 La cosa più ridicola in tutto questo è il riferimento al cristianesimo come struttura identitaria, «includiamo solo i cristiani, loro sì che si possono integrare». A parte l’oggettiva problematicità di questa affermazione (chi dice che un rumeno – con tutto il legittimo risentimento di chi è reduce da anni di devastazione culturale – si ‘integri meglio di un senegalese? E integrarsi è per forza l’equivalente di una ‘conversione’ o non dovrebbe essere una via a doppio binario, la ricerca per quanto difficile di nuovi codici di relazione reciprocamente inclusivi?). Questa inclusione privilegiata dei  ‘cristiani’ esclude in realtà  il nucleo più profondo del cristianesimo stesso. Al pari di altre narrazioni (lo tsimtsum ebraico, il vuoto del buddhismo, la sottomissione al mistero del musulmano) la kenosis cristiana ha il suo cuore nello svuotamento, nel riconoscimento dell’umano a partire da una nuda vita, la nuda vita, dei poveri, dei perseguitati degli esclusi ma comunque sempre vita degna di vita e degna di lutto, anzi per certi versi testimonianza di una vita che proprio in quanto pre-politica trascende  le dinamiche del potere sovrano e le convenienze dell’Impero.  Di Pilato sappiamo che qualche dubbio di coscienza l’ha avuto. Mi auguro che ciò accada anche a Panebianco. Del resto anche dal punto di vista della ‘convenienza’  e della lungimiranza credo che la storia testimoni il crescente fallimento degli immunitarismi (che ne generano sovente altri speculari). E che segnali come uno dei suoi ‘indici’ profondi la necessità di riconoscere le diversità sapendo proporre un discorso capace di andare oltre quell’omologazione, in cui il concetto non pensato di integrazione si confonde con l’integralismo. Religioso o laicista che sia.

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2014

Questo (il vivere secondo il bene) è massimamente il fine, sia in comune per tutti gli uomini, sia per ciascuno separatamente. Essi, però si uniscono e mantengono la comunità politica anche in vista del semplice vivere, perché vi è probabilmente una qualche parte di bene anche nel solo fatto di vivere; se non vi è un eccesso di difficoltà quanto al modo di vivere, è evidente che la maggior parte degli uomini sopporta molti patimenti e si attacca alla vita (zoé) come se vi fosse in essa una sorta di serenità (euēmería, bella giornata) e una dolcezza naturale.

Aristotele, Politica (1278b)

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La piccola bellezza

Schermata 2013-11-24 a 23.40.21La piccola bellezza:  la vita vulnerabile 

Per avvicinarsi all’idea di lutto come una costellazione che nel presente riconosce al contempo l’impermanenza e fa spazio alla vita, anzi a un «supplemento di vita», a un suo plus-valore che non teme la perdita (la ‘castrazione’ direbbero gli psicoanalisti), condivido questo brano di Christian Bobin.  La scimmietta critica sulla spalla potrebbe cogliere nel testo un eccesso di pathos, una dimensione ‘intimista’ disarmata di ironia che poco avrebbe a che fare con quella psico-sociale. La scimmietta del disincanto sembra avere ha un po’ ragione. Ma anche no.  Bobin dice che la scrittura non riesce mai a compiere se non il gioco della propria cancellazione. Forse per medicare il nostro disincanto dovremmo innanzi tutto riconoscere il diritto all’intimità del dolore (al lutto appunto così come si declina in un sentire che include la vita; e quali vite non son degne di lutto?). E questo non significa forse riconoscere il diritto alla vita? Dimensione pre-politica certo, ma condizione necessaria a qualsiasi polis umana. Il testo di Bobin è tratto da L’enchantement simple, l’incanto semplice:

«Nella camera dell’agonia, come in quella del godimento, nulla può entrare senza che ne venga mutato il nome e il sangue. Un angelo sta sulla soglia, e non è senza tremore che indoviniamo l’ombra che lo tocca all’attaccatura della spalla. Amare e morire procedono dalla stessa conoscenza, camminano con lo stesso passo. Sono due luminosità che non fanno che un solo fuoco, ed è senza dubbio per questo motivo che amiamo così poco e così male: bisognerebbe acconsentire alla nostra stessa disfatta. Bisognerebbe perdere e rinunciare a tutto, anche ai guadagni che la perdita genera. E’ solo nell’amore – nella delicatezza di una mano, nella lentezza di una voce o nel tormento di uno sguardo – che qualcosa ritrova il proprio posto, tutto il suo posto, nel centro perituro di sé: l’eternità è la parte più friabile del corpo. Scrivere prende a prestito da questa doppia luce qualche splendore. Colui che scrive contempla tutte le cose al sole autunnale. Nella carne più tenera come nel più semplice fiore, consegna un sapere sobrio, che perfeziona folgorando (…) Così crede di poter sopravvivere, presiedendo alla cerimonia minuziosa della propria cancellazione. Ma non è che un gioco e un ben povero gioco. Ciò che si scrive non tiene. Nessuna parola tiene. L’ebbrezza della parola può solo, per un tempo, confortarci con questo sogno di potenza. Ma con l’anzare della sera, le nostre labbra impallidiscono e le nostre frasi si perdono nel buio, come freccie sperdute nel loro invisibile bersaglio. Guardo la bambina da cui tutto il mio sapere deriva. Elena. Entra in queste pagine, qui è a casa sua. La guardo un giorno, travestita da sposa al ballo in maschera di una scuola. Guardo come danza, sospinta da una gioia che si nutre di sé stessa. Corre fino in fondo alla sala, trascinando dietro a sé una serpentina di colore vivo, come un filo di luce nella scia del suo riso. Con la sera, la stanchezza illumina il suo volto, disperdendo il suo sguardo che plana su ogni cosa senza distinzioni. La bambina di sei anni e il suo vestito macchiato da una torta troppo pesante: il suo volto è così nudo all’avvicinarsi del sonno che posso vederci – come  a fior di pelle – il doppio infinito della sua vita e della sua morte. La guardo e imparo a fatica ciò che i libri non insegnano:  è nella spossatezza che le forze aumentano. E’ nell’abbandono che si diventa prìncipi, è nel dischiudersi della morte che scopriamo questo più nobile dischiudersi dell’amore. Se la bellezza di un volto è significativa, è a causa di questa luce che la forma a sua insaputa e il cui dischiudersi si confonde con quello della sua futura sparizione. Nella nobiltà dei volti dimentichi di se stessi, non ho visto altro che l’evidenza di questa chiarezza verso cui ogni vita tende, senza conoscerla: bellezza e morte intrattengono un commercio incessante nello spazio aperto del volto, simile al mormorio di due vicine al di là della siepe di un giardino. I tratti dell’infanzia – votati per la loro stessa perfezione a un rapido svanire – sono più chiari di tutti gli altri. La loro freschezza è segno della loro perdita. Il volto di un bambino è un fiore offerto, promesso alla falce che gli dà il suo splendore mentre infiamma l’aria circostante. La fine è già sin dall’inizio. A volte la si vede. A volte non si vede più che questa luce che segretamente altera il volto adorato. Così si indovina dove andiamo e chi ci aspetta. Così un volto – quasi nulla – si impone a noi, nell’estrema fugacità della sua gloria. L’amore di questo nulla ci libera per un istante dall’insignificanza poi, molto rapidamente, dimentichiamo. Ritorniamo al mondo. Ci si scorda di ciò che è indimenticabile: l’istinto, la bellezza. (…) Non vediamo più quanto tutto ci assomigli, come tutte queste cose siano deboli, come noi, prive d’appoggio, come noi, ricevendo tutto di colpo in faccia, la vita, la morte, le fate e i lupi. Come noi. E’ dimenticata, la prudenza infantile che faceva temere la fine del paradiso, l’ora di coricarsi. Non è più udita, la domanda inquieta al cuore delle più antiche nenie, che mendica ancora un po’ di tempo, ancora un po’ di vita: je voudrais que la rose fût encore au rosier, et que mon ami Pierre fût encore à m’aimer. Ci si dimentica. Si parte nella foresta, si parte nel mondo che non sarebbe nulla se non gli prestassimo man forte, nutrendo, nel profondo, i cani che si disputano la nostra anima. Avendo rinunciato al più alto sapere – che è il sapere dell’infanzia – abbiamo perduto la forza della chiarezza, la virtù di ciò che è semplice. Manchiamo il bersaglio della vita. Manchiamo tutto. La cosa strana in fondo è che la grazia ci tocchi, quando tutti i nostri sforzi mirano a renderla inaccessibile. La cosa strana è che – nel fervore di un’attesa, di uno sguardo, di un riso – si acceda talvolta a quell’ottavo giorno della settimana, che non comincia e non si esaurisce in alcun tempo. E’ nella speranza di tali cose che vivo ed è sotto questa luce che scrivo, gustando la bellezza dei giorni che trascorrono. Scrivere, indubbiamente, è vano e non è affatto certo che ciò impedisca alla notte di venire, ma dopo tutto può sembrare altrettanto vano amare, cantare o cogliere le prime pervinche, pallide e fresche come all’uscita da una lunga malattia, per portarle in una stanza deserta. Le guardo, ascolto la loro lezione: nulla si apre se non così, nel centro oscuro dell’superfluo, nell’apparente rimorso dell’inutilità. Scrivo, non scrivo. Guardo la bambina che si allontana vestita da sposa, spossata di stanchezza: la bambina immediata, la preda delle ombre. Nell’eternità di quello sguardo, c’è solo un pensiero bianco, leggero. Cade, vola, va. Occupa da sola il cielo e la terra, simile a quei fiori di tiglio che porta la brezza e che girano su se stessi:  danzando tra aria ed aria si offrono rifiutandosi, non toccano mai il suolo. Così questo unico pensiero di una presenza che non ci mancherebbe mai più, di una bellezza che non soffrisse più le offese della sera, del male, della morte. Al bambino che mi chiedesse cos’è la bellezza – e non potrebbe essere che un bambino, poiché solo questa età ha il desiderio del lampo e l’inquietudine del necessario – risponderei così: bello è tutto ciò che si allontana da noi dopo averci sfiorato. Bello è lo squilibrio profondo – la mancanza di sicurezza e di voce – che provoca in noi l’urto leggero di un’ala bianca. La bellezza è l’insieme di quelle cose che ci attraversano e ci ignorano, aggravando d’improvviso la leggerezza di vivere. Le mostrerei il cielo dove gli angeli, asciugandosi le mani in una nuvola, creano un dipinto di Turner, e gli prenderei un pugno di questa terra su cui andiamo. Gli direi che un libro è come una canzone, un nulla per dire tutto ciò che non sappiamo dire, e gli taglierei un’arancia. La passeggiata proseguirebbe lontana nella sera. Nel silenzio scopriremmo infine, lui ed io, la risposta alla sua domanda. Nell’immensità luminosa di un silenzio che le parole sfiorano senza turbare.»

Non penso vi sia poetessa italiana più affine alla sensibilità di Christian Bobin di Mariangela Gualtieri. Leggerà a Milano alcune sue poesie il 30 novembre alle 18 ai Frigoriferi Milanesi in via Piranesi 10 per il Progetto In  Campo, alla Mostra del laboratorio di narrazione fotografica organizzato per ragazzi in crisi dalla Cooperativa Minotauro, con la direzione artistica di Melina Mulas. Merita davvero sentirla. Qui il link.

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Costellazioni

Unknown-2Mi ha molto colpito il  fatto che nella storia contemporanea a Lampedusa – e nel Mediterraneo costellato di morti – si colga l’eco della tratta degli schiavi e della loro aspirazione alla libertà, espressa in Brasile nel culto di Nossa Senhora de Lampedosa e nella funzione delle confraternite negre di assicurare ai fratelli ‘degna sepoltura’.

Mi ricorda quanto diceva Benjamin sull’impotenza di qualsiasi idea di ‘salvezza’ mossa dall’idea per quanto messianica di un progresso, di una salvezza futura. L’angelo della storia, dice Benjamin, lasciato solo, non può che contemplare rovine… Ciò che salva è una dialettica immobile, una ‘costellazione’ tra presente e passato, un «appuntamento misterioso tra generazioni» che apra uno squarcio e faccia spazio proprio alle rovine, in un lutto-vivo che compie qualcosa : Strana idea quella di una dialettica immobile, no? Visto che l’idea di Hegel e Marx di dialettica era proprio quella di una processualità inarrestabile dello spirito o dei rapporti sociali verso un qualche punto Omega di redenzione o comunanza. Ebbene per Benjamin la vera dialettica si può compiere solo nella sospensione, in un tempo che si ferma per entrare in costellazione col passato, per accogliere oggi, ora, ciò che vi si è compiuto…

Benjamin chiarisce appunto che nel considerare la storia dovremmo conquistare un’ idea del presente « che non sia una transizione » (Tesi II) ma in cui il tempo stesso si fermi, resti come in sospeso, risuoni « in un appuntamento misterioso tra generazioni » (Tesi XIV) in una « costellazione » che la propria era ha costituito con un’era precedente ma a partire da un altro modo del presente,  attraversato da « schegge di tempo messianico ».

«Lo storico che muove da qui cessa di lasciarsi scorrere tra le dita la successione delle circostanze come un rosario. Egli afferra la costellazione in cui la sua epoca è venuta a incontrarsi con una ben determinata epoca anteriore. Fonda così un concetto di presente come quell’adesso, nel quale sono disseminate e incluse schegge del tempo messianico.» (Annesso A)

Il tempo messianico per Benjamin sarebbe dunque il tempo in cui il presente può dilatarsi ad accogliere per un’istante frammenti del passato…

Scrive ancora Benjamin:

«Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? … Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una ‘debole’ forza messianica, a cui il passato ha diritto.» (Tesi II)

E ancora: «Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con il momento presente (Jetzt) ‘in una costellazione’ In altre parole: immagine è la dialettica nell’immobilità.»

La scheggia di tempo cui parla Benjamin è dunque contemporaneamente un’immagine e una sospensione folgorante del flusso temporale in cui l’elemento messianico (che per Benjamin redime la concezione marxiana della storia) è la restituzione all’insieme della storia di un senso non astratto di giustizia. Una restituzione che ribalta la sospensione della nuda vita esclusa dallo stato d’eccezione, trasformandola nell’eccezione singolare che convoca la coscienza della specie.

Credo che Achille Mbembe intenda qualcosa di molto simile quando dice che è necessaria una meditazione rituale e collettiva su come trasformare in presenza interiore la distruzione fisica di coloro che sono stati uccisi. Meditare sulla loro assenza e sui modi di restaurare simbolicamente quel che è stato distrutto – dice ancora Mbembe – «consiste nel dare tutta la sua forza sovversiva al tema della sepoltura.» E la sepoltura non è tanto celebrazione della morte quanto il rimando a un «supplemento di vita» che è necessario affinché i morti possano trovare la loro collocazione in una cultura che abbraccia la vita. Forse bisognerebbe riconsiderare l’abusato concetto di integrazione anche in questi termini.

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Nossa Senhora da Lampadosa patrona degli schiavi

Unknown-1Nella prima metà del XVIII secolo viene venerata in Brasile Nossa Senhora da Lampadosa, patrona degli schiavi, a cui è tuttora dedicata a Rio una chiesa donata alla confraternita (irmandade)  negra  di Alampedosa. Dietro l’altare era collocato un Cristo nero. Molte confraternite di schiavi già veneravano santi ‘neri’  come san San Benedetto da San Fratello il primo nero proclamato beato con regolare processo canonico già nel ‘700 e poi fatto santo. E la confraternita di Lampedusa aveva trovato ospitalità nella chiesa di San Rosario e Benedetto. Un gruppo consistente di schiavi neri passano da Lampedusa, hanno padroni italiani, si convertono al cattolicesimo venerano Nostra Signora di Lampedusa e vengono poi imbarcati per il Brasile dove col passare del tempo si strutturano in confraternita alla stregua di altre confraternite  di schiavi che vengono tollerate se non propiziate per cercare di contenere le tensioni sincretiste incanalando i momenti di celebrazione nell’istituzione cattolica e consentendo alle confraternite di svolgere una funzione di assitenza pubblica e mutuo aiuto. La festa del santo patrono era un momento cruciale. Nel caso di San Rosario  sacro e profano si intrecciavano con messe, processioni, e  banchetti che culminavano nell’elezione di uno schiavo nominato ‘re del Congo’.Affresco. S. Benedetto small

E’ degno di nota che la principale attività delle confraternite era però di conferire un degno funerale ai loro membri.  Penso a quanto dice Judith Butler sulle vite dei vulnerabili che sembrano meno degne di lutto delle nostre in una società che distribuisce la vulnerabilità in modo ineguale, naturalizzando le disuguaglianze sociali. (cfr il suo A chi spetta una buona vita? ed Nottetempo)

Ma perché Nostra signora di Lampedusa diventa patrona degli schiavi? Lo spiega bene Gianluca Gatta in una bella scheda – pubblicata su un numero della rivista di Antropologia Medica dedicata alle presenze migranti in Italia – a partire da un dipinto che si trova nel Santuario della Madonna di Porto Salvo a Lampedusa. Il personaggio del quadro è il marinaio Andrea Anfossi, che all’inizio del 1600 era stato fatto schiavo da corsari barbareschi che lo avevano catturato e condotto a Lampedusa dove volevano rifornirsi di legna. Anfossi fugge, nel quadro ha le catene ancora ai polsi, Prende il vento con una tela/vela trovata in una grotta che raffigura la madonna col bambino insieme a Santa Caterina d’Alessandria(!)

Ancora oggi non tutti gli esseri umani viventi hanno lo status di soggetti degni di lutto e sepoltura, degni dunque di diritti, protezione, libertà e senso di appartenenza politica per il solo fatto di essere vivi. 

 

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La Cura e la Vergogna

Da Lino ricevo e volentieri rilancio:

Lampedusa celebra e si prende Cura, oltre la Vergogna
Teatro, parola e movimento per un saluto dall’Europa a chi è partito senza mai arrivare

Di fronte alla tragedia di Lampedusa si sono rimpianti i morti, si è riacceso lo scontro sulle responsabilità delle pessime leggi attuali sull’immigrazione, ma si lasciano in ombra i bisogni dei sopravvissuti, che restano e non dimenticano. Sono l’unico sfondo silenzioso e coraggioso che dà dignità di esseri umani alle vittime.
Lampedusa è l’incrocio di una guerra, combattuta subdolamente dall’Europa contro il mondo dei poveri, delle donne, dei bambini. Tecnicamente si chiama guerra a bassa intensità, quella che produce più morti tra la popolazione civile.
I protagonisti di questa vicenda che troppe volte si ripete uguale a se stessa, hanno subito una grande violenza, un’esperienza traumatica, che separa irrimediabilmente ciò che prima era unito: la famiglia, l’immaginazione del proprio futuro e il quotidiano. I loro corpi sono irrigiditi e le loro menti incredule, è molto difficile trovare emozioni da esprimere se non si ripara questo trauma, questo dolore.
In molte esperienze di guerra in cui abbiamo lavorato, il teatro ha consentito di far esprimere ed elaborare esperienze vissute, altrimenti inenarrabili. Il teatro consente questa riunificazione perché attraverso i simboli è possibile esprimere il proprio dolore, i propri lutti, e contenerli attraverso il gruppo in scena.
L’idea che proponiamo è l’organizzazione di un evento artistico/teatrale che rappresenti un rituale di saluto, di unione tra i sopravvissuti e i loro morti, con il coinvolgimento di tutti gli abitanti di Lampedusa: il loro coraggioso sindaco, i pescatori, i giovani, gli artisti dell’isola e i rappresentanti delle comunità che oggi sono coinvolte in questa tragedia, che ne annuncia altre possibili e probabili domani. I Lampedusani non dimenticano e non devono essere lasciati soli con la rabbia, la violenza e il dolore. Abbiamo visto le lacrime salate dei soccorritori e gli interventi commoventi degli adolescenti che gridavano, come il papa Francesco, “vergogna”! e noi vogliamo rispondere con un’azione forte che li veda protagonisti. Non si possono seppellire e rispettare i morti se non ci prendiamo cura dei loro sopravvissuti, accompagnandoli nel commiato. Solo se le persone inghiottite dal Mediterraneo non saranno lasciate sole, i sopravvissuti potranno sentirsi presi in cura da chi vorrà accoglierli e non perpetueranno altra violenza, causata dalla nostra incuria.
L’evento artistico/teatrale che proponiamo a Lampedusa per il 3 di gennaio 2014, a tre mesi dalla tragedia, intende rappresentare simbolicamente l’unità della morte con la vita, l’accompagnamento dei morti verso una loro sepoltura degna. L’impegno è quello di coinvolgere i principali media nazionali e internazionali, per rendere concreta la partecipazione degli europei che vogliono essere solidali. I superstiti traumatizzati non sono solo “loro”, ma un po’ tutti noi abbiamo bisogno di cambiare la storia. Vogliamo offrire a tutti quelli che porteranno a lungo nel cuore questa esperienza, una strada di riappacificazione con questo dolore così profondo, per congedarsi dagli uomini, dalle donne e dai bambini custoditi in fondo al mare, perché essi non tormentino gli animi e le coscienze di chi non è riuscito a salvarli. Chiediamo così con forza di spostare l’attenzione dell’Italia e dell’Europa dalle rivendicazioni sulle responsabilità dei morti, peraltro evidenti, alla cura dei vivi.
Per la sua realizzazione possiamo contare sulle risorse di un’estesa rete artistica nazionale e internazionale coordinata dalla residenza teatrale “Scarlattine Teatro”.
Questo è il primo segnale di una messa a disposizione della nostra esperienza pluriennale nel lavoro con migranti, vittime di tortura e richiedenti asilo (www.etnopsi.it).

Inviateci proposte di collaborazione alla realizzazione di questo progetto a info@etnopsi.it

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