due fiabe

La prima è una parabola buddhista citata da Zimmer nel suo lavoro sulle filosofie dell’India che trovo paradigmatica del modo in cui un atto di verità può – in determinati momenti – sciogliere i malintesi che nascono dall’occultamento delle proprie verità e dalla intrinseca parzialità della comunicazione umana.

Il giovane Yannadatta era stato morsicato da un serpente velenoso. I suoi genitori lo portarono ai piedi di un asceta, lo adagiarono e dissero: ‘Reverendo i monaci conoscono rimedi e incantesimi; guarisci nostro figlio!

–       Non conosco rimedi, non sono medico.

–       Ma sei monaco; per carità verso questo giovane, adempi dunque a un Atto di Verità.

-L’asceta rispose: ‘Va bene. Adempirò a un Atto di Verità.’ Impose le mani sulla testa di Yannadatta e recitò la seguente stanza:

Una sola settimana vissi la vita santa con cuore leggero, in cerca di meriti. La vita che vivo da cinquanta anni, da allora, l’ho vissuta mio malgrado. Da questa verità, Salute! Il veleno è tolto! Che viva Yannadatta!

Immediatamente il veleno uscì dal petto di Yannadatta e cadde a terra.

Il padre impose allora la sua mano sul petto di Yannadatta e recitò la seguente stanza:

Non ho mai amato lo straniero

A casa mia, non mi son mai dato cura di condividere.

Ma questo mio disgusto monaci e bramani non l’hanno mai capito, per sapienti che fossero.

Da questa verità Salute! Il veleno è tolto! Che viva Yannadatta!

Immediatamente il veleno sortì dai lombi di Yannadatta e cadde a terra.

Il padre pregò la madre di eseguire anch’essa un Atto di Verità, ma la madre rispose: ‘ Ho una verità ma non posso recitarla in vostra presenza.’

Il padre rispose: ‘Riporta buona salute al figlio con qualunque mezzo.!’ Allora la madre recitò la seguente stanza:

O figlio mio, non odio questo serpente malefico che uscì dalla crepa e ti morse, più di quanto io odi tuo padre! Da questa santa verità il veleno è tolto! Che viva Yannadatta!

Immediatamente il resto del veleno cadde a terra, Yannadatta si rialzò e si mise a saltare.»

[Jātaka, citato in Zimmer (1953)]

Acutamente Zimmer commenta: «Questo racconto potrebbe essere preso come testo psicoanalitico. La rivelazione di verità occultate da anni di menzogne e di azioni morte che hanno ucciso il figlio (vale a dire ucciso l’avvenire, la vita di questa famiglia), è bastata come una magia a strappare il veleno a un povero corpo paralizzato…e la vita si unisce nuovamente alla vita.». [ibid.]

Per questo motivo ho definito gli atti di verità relativi e relazionali. Per esempio, l’enunciazione di una ‘terribile’ verità relazionale come quella della madre salva del tutto il figlio, cioè il futuro stesso della famiglia e della relazione. Allo stesso tempo, questo dire pur non essendo una mera finzione è relativo, non è una verità assoluta che chiude ogni possibile sviluppo e trasformazione, anzi.

Il campo relazionale non è mai dato in modo definitivo  ma è relativo alle parole, ai sentimenti e ai pensieri di tutti quelli che lo compongono. Ovviamente il contesto trasformativo deve essere quello di un dispositivo dove le questioni in gioco sono essenziali e il confronto quasi sacro e non quello delle rancorose accuse proiettive che molti coniugi amano lanciarsi nella quotidianità!

La seconda è una storia dei Marka del Mali, raccontata da Hampaté Bā.

In questa fiaba iniziatica al posto del guru c’è Djinna Nibara, ovvero un djinn paralitico, che, grazie al medesimo rituale circolare di verità relazionali, guarisce il figlio del re che era rimasto paralizzato.

Il djinn, che era stato catturato grazie a una bevanda-trappola a base di miele fermentato, accetta di aiutare il principe ma a determinate condizioni:

– O Re! Posso effettivamente guarire tuo figlio, e più rapidamente di quanto tu non immagini, ma non prima che tre condizioni siano state rispettate da tre persone: il tuo visir, la tua sposa prediletta e te stesso.

– Quali sarebbero queste condizioni? – chiese il Re.

– Ognuno di voi deve rivelare seduta stante e senza alcuna restrizione, una verità irrefutabile che corrisponde a un’intenzione intima del cuore ma che generalmente non viene espressa ad alta voce e in modo comprensibile: La vostra sincerità, come un raggio di luce, dissiperà l’oscurità che impedisce al principe di guarire. [Bā 1993/II] 

E naturalmente il visir ammette di invidiare la posizione del Re, la Regina di non essere soddisfatta delle sue attenzioni sessuali e il Re il suo incurabile egoismo. E lo stesso djinn paralitico – inedita immagine del ‘guaritore ferito’ – alla fine ammette con una propria ‘confessione’ di essere caduto nella trappola a causa della propria ingenuità e ignoranza.

La dimensione rituale si distingue dalla magia (che vorrebbe manipolare la realtà in un gioco preciso di cause ed effetti) grazie a una disposizione simbolica della coscienza. Allora, ciò che accade va oltre le intenzioni iniziali di chi partecipa al rituale stesso. Potremmo dire che il rituale è un artificio che permette la partecipazione veridica di ognuno grazie all’attivazione di una dimensione simbolica che umanizza il campo relazionale.

La foto del contastorie marocchino è ripresa dal blog doglikehorse. Quella del bhajan al Chamundi Temple di Mysore è mia.

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