La mappa di Pollicino

Vorrei rassicurare il lettore che potrebbe sentirsi un po’ perso nel labirinto del blog un po’ come Pollicino che non sa se in tasca si stia mettendo briciole o sassolini per quando nella selva gli toccherà ritrovare la strada di casa. Naturalmente non possiamo andare a cercare il bandolo della matassa alla maniera dell’ubriacone che si accontenta di cercare le chiavi di casa dove c’è luce ma non dove le ha smarrite. Se le chiavi sono smarrite dovremo per un tempo smarrirci un po’ anche noi. In realtà avevo pensato di chiamare questa premessa metodologica ‘piccola mappa per smarrirsi con agio’… poi ho pensato che chi legge potrebbe anche – e a ragione – scocciarsi e piantar lì la lettura. Anche in questo caso una fiaba mi ha soccorso facendomi ricordare anche un bel seminario di Luigi Pagliarani che vedeva il perdere e ritrovare e riperdere la strada di Pollicino come paradigmatico della situazione analitica (e della vita affettiva) nel non poter mai dare per scontato di ‘essere arrivati’. Pollicino (Le Petit Poucet) è una celebre fiaba di Charles Perrault, originariamente pubblicata nei Racconti di Mamma Oca [1697]. La trama è nota. Un taglialegna e sua moglie, non avendo più di che sfamare i loro 7 figli, decidono di abbandonarli nel bosco. Il più piccolo dei fratelli, Pollicino, avendo udito per caso la conversazione dei genitori, si riempie le tasche di sassolini bianchi. Il giorno dopo, quando i genitori conducono i figli nella foresta, Pollicino li lascia cadere dietro di sé. Traccia dunque un percorso, e con questi suoi landmark ritrova la strada di casa. Il giorno dopo la cosa si ripete, ma questa volta Pollicino prende solo briciole di pane, che vengono mangiate dagli uccelli. Dunque Pollicino non conosce ancora la differenza tra sassolini e briciole. La conoscenza di questa differenza tra ciò che rimane e ciò che viene mangiato, è quella che gli consentirebbe di ritrovare non casualmente la strada di casa. La storia prosegue raccontando di come i sette fratelli finiscano nel Palazzo di un orco (quello del famoso «ucci ucci sento odor di cristianucci») e solo l’attivazione di tutte le risorse di Pollicino gli permetteranno di attraversare le varie peripezie salvandosi la pelle. Ingannerà con l’astuzia persino la moglie dell’orco facendole credere che il marito è stato rapito dai briganti e facendosi consegnare tutto l’oro dell’orco con cui libererà la sua famiglia dalla povertà. In questo contesto ciò che mi sembra degno di nota è che la fiaba ci dica che la conoscenza (la mappa) si fa cammin facendo e che solo la vita può rivelare le risorse necessarie a comprendere il proprio cammino. In questa prospettiva, poco importa se ai miei sassolini si siano mescolate alcune briciole. Ciò che spero è che giunga anche il sentimento di un attraversamento legato alla vita e all’esperienza per quanto parziale e che insieme si riesca a costruire un discorso che consenta un minimo di orientamento. Questo lavoro nasce infatti dall’esperienza nel lavoro con migranti e rifugiati in Italia e all’estero. Le mie riflessioni sono tuttavia ancora frammentarie, com’è tipico del pensare sul campo, mentre le cose accadono, nell’epoca che ci abita e da cui è difficile trovare una distanza riflessiva. Certo, alcune esperienze come alcune letture aprono mondi, complicano la comprensione, stimolano nuove riflessioni, ma in modo da escludere ogni prematura sintesi. Anche scrivendo, le parole difficilmente riescono ad esprimere sia l’intuizione che i dubbi, sia il rigore del pensiero che la sua relatività . Ciò che diceva Lao Tzu – La via che si può nominare non è la vera via – sembra valido per ogni formulazione che tenti di dar conto della condizione umana. Eppure nella consapevolezza della parzialità di quanto facciamo e scriviamo, il lavoro del pensiero, della cultura e della comunità diventa ogni giorno più urgente. Siamo ormai abituati a pensare la conoscenza come possibilità di conoscere tutto – ma in realtà solo a partire da una frammentazione specialistica dei saperi. Rispetto al miraggio di un sapere esaustivo, per cui una lettura in più, un’intuizione in più ci permetterebbe di raggiungere una mirabile sintesi, conviene invece dar conto della propria esperienza meditante e parziale che porta a cogliere articolazioni, somiglianze e differenze, ‘omologie funzionali’ ovvero campi omeomorfi in cui cogliamo la pluralità delle forme di ciò che costituisce l’umano. Pur sapendo che questi ‘collegamenti’ e queste intuizioni interdisciplinari non possono che sfiorare il corpus sempre più inaccessibile dei saperi nella loro pluralità e totalità. Insomma, queste ‘abduzioni’ – per usare un termine prediletto da Gregory Bateson – o questi ‘equivalenti omeomorfi’ se vogliamo citare Raimon Panikkar – insomma queste ‘forme’ che gettiamo a mo’ di sonda in campi diversi per verificare se un dato pattern connette anche altrove, non si prestano a fare da sintesi per assimilare gli altri alla propria visione, pratica o disciplina.

2 risposte a “La mappa di Pollicino

  1. La conoscenza si esercita ormai solo nell’orizzontalità del rizoma sempre ramificato che mai giunge in nessun luogo, ma sempre ricerca.
    A volte la direzione sembra smarrirsi e si dubita della validità di questo procedere. Poi si incontrano blog come il tuo, ci si ristora spezzando il pane-parola con un com-pagno di viaggio e si riparte per il pellegrinaggio senza sosta né meta che ci condurrà alla città del Non Dove, a quel persiano Na-koja-Abad che così bene ci spiegò Corbin cercando di illustrare il mondo della visione, il mundus imaginalis che tanto inseguiamo.

  2. Caminante son tus huellas
    el camino y nada más;
    caminante, no hay camino
    se hace camino al andar.

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