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gennaio 15, 2017 · 4:41 pm

presentazione a Bergamo il 22 gennaio

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Un appuntamento con Fabrice Dubosc al Macondo biblio caffè di Bergamo il 22 gennaio alle 20.30 per ragionare di crisi migrante e ‘costellazioni storiche’, elaborazione del lutto e resistenza culturale. Il naufragio di cui si parla è anche quello della coscienza europea, tentata dalle passioni tristi del risentimento, dell’astio e della reazione immunitaria a ogni alterità. Dopo una breve presentazione Fabrice dialogherà con Cecilia Edelstein del Centro Shinui e con quanti parteciperanno all’evento. Presenterà la serata Enrico Moretti.

 

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Presentazione a Genova il 14 gennaio

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gennaio 4, 2017 · 2:25 am

Recensione sul Manifesto del 28.12.2016

15350652_1146509635430640_8946005590664522393_n-1Quando nell’ottobre di tre anni fa, 366 migranti morivano al largo della costa di Lampedusa, molte erano già state le tragedie del Mediterraneo e, purtroppo, altrettante erano lì da venire. Eppure in quel momento la singolare vicenda, più di altre, rappresentava un’ecatombe difficile da mettere in parole, ancor più da spiegare.

È STATO COSÌ anche per Fabrice Olivier Dubosc, psicologo analista con una pratica clinica transdisciplinare, che ha deciso di scrivere una lunga riflessione a partire dalla «cerimoniosa quanto retorica sepoltura di Stato». Sono «tracce», scrive lui stesso, per una cosiddetta psicologia post-coloniale che hanno poi assunto la fisionomia di un libro dal titolo eloquente, Approdi e naufragi. Resistenza culturale e lavoro del lutto (Moretti&Vitali, pp. 292, euro 20).

Il volume non si concentra però sul fenomeno della migrazione, prende avvio sgranandosi per altre strade che si incrociano con esodi ugualmente complessi. Si affastellano così numerose immagini, per esempio Nostra Signora di Lampedusa che nel XVII secolo approdava dalla Sicilia al Brasile insieme ad altre irmandades; icone che garantivano degna sepoltura e che venivano adottate con devozione dalle confraternite di schiavi brasiliani. Ciò per dire che la geografia critica di Dubosc è ricca di stratificazioni il cui perno è costituito dallo scandalo di non riuscire a trovare un orientamento tra le irrimediabili immagini di morte che quotidianamente si ripetono.

SE È VERO CHE INTERCETTARE una cartografia di storie consente di costruire una genealogia di ciò che accade, è lecito immaginare che si possa determinare anche la scoperta di numerose figure, rispondenti a ulteriori narrazioni, capaci di dissonanza critica. Quindi Dubosc, insieme alla Madonna liberatrice, racconta la storia di Benedetto di San Fratello, Margaret Garner, Sara Baartman e la resistenza aborigena di Truganini. E poi gli apparati teorici, offerti in particolare da Paul Gilroy e Achille Mbembe.

È tuttavia in ciò che Dubosc chiama «pulsione umana del narrare» che sta il fulcro di questo volume, interessante nella sua nervatura poiché – oltre a raccontare e mettere insieme storie poco note – possiede un buon punto di avvistamento.

LA NARRAZIONE DEL SÉ appartiene infatti non solo a chi sopravvive bensì a quella misura del lutto – e delle vite che sembrano esserne «degne» o «indegne» – che si trasforma in eredità. In questo discorso, e nella formazione dell’autore, molto peso ha avuto Jung e la lezione del Libro rosso. Suggerimento, in capo ai defunti che reclamano ascolto e «richiedono istruzione», che è attraversato dalla lettura dell’ultima Judith Butler e della straordinaria risorsa della vulnerabilità. Basterebbe solo questo aspetto per dare ad Approdi e naufragi una possibilità di approfondimento. E invece c’è molto di più in questo libro piccolo, complesso e ricco di aperture critiche e politiche da esplorare e interrogare ancora.

Alessandra Pigliaru

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libera uscita

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“Approdi e Naufragi – lavoro del lutto e resistenza culturale – tracce di psicologia postocoloniale” pubblicato da Moretti e Vitali, dovrebbe arrivare in libreria in questi giorni (la data ufficiale di distribuzione è oggi!). E’ anche prenotabile on line su diversi siti. A mo’ di valedizione scelgo questa citazione:

«Dato che l’origine di un mito non determina la sua destinazione, non vi è un destino fisso per i miti: spetta a ogni età portare a compimento un mito significativo. In questa traiettoria si intravede la possibilità che un mito venga liberato dal peso delle passate interpretazioni e a sua volta sia capace di liberarci»                                               Luisa Passerini

e davvero grazie

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I no del Sahel e i nostri

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Da Mauro Armanino in Niger ricevo e condivido:

«Non li vogliono più da in Algeria. Non hanno documenti e non cambiano l’identità. Non esistono nel viaggio e non hanno nome nel mare. Non contano nulla di giorno. Non hanno un prezzo di stagione. Non si fanno pagare in anticipo. Non vogliono restare a casa loro. Non vogliono scomparire nel nulla. Non accettano di obbedire ai comandi dei signori. Non si fanno pregare per cambiare itinerario . Non si scoraggiano davanti ai reticolati per loro prodotti. Non tornano indietro sulla stessa strada. Non dicono il loro paese di provenienza agli sconosciuti. Non si lasciano comprare come merce di scambio. Non accampano scuse al primo venuto. Non parlano nessuna lingua commerciale. Non giocano a guardie e ladri. Non si accontentano delle briciole che cadono dal tavolo dei politici. Non imbrogliano gli amici. Non dormono bene da anni. Non sanno perché sono nati dall’altra parte. Non hanno paura di vivere e neanche di morire. Non sanno raccontare i sogni del giorno dopo. Non vedono l’ora di mangiare come Dio manda. Non hanno tuniche di ricambio e non portano i sandali di domenica. Non ricordano il giorno della partenza e non sanno quello di arrivo. Non hanno un itinerario da seguire e non sanno nuotare. Non ricordano la data del matrimonio.

Non sono schiavi di nessuno. Non accettano scuse senza fondamento. Non fanno turismo di massa. Non credono alla morte dopo la vita. Non scambiano regali per i compleanni. Non viaggiano in orario. Non prenotano le nascite. Non firmano i contratti di compravendita. Non credono nelle banche degli azionisti. Non vincono quasi mai alla fine del primo tempo. Non ci giurano sopra. Non si credono i migliori. Non indovinano la festa dell’indipendenza. Non hanno la tessera del partito che ha perso. Non partecipano al referendum abrogativo. Non hanno niente da insegnare. Non si interessano delle ultime frontiere appena nate. Non si fidano delle promesse e non escludono i miracoli. Non lo dicono a nessuno per scaramanzia. Non si scoraggiano se hanno smarrito la direzione. Non capiscono come si possa essere liberi senza viaggiare. Non hanno padroni da servire. Non si fanno pregare per dare una mano. Non parlano di loro senza essere prima interrogati. Non amano sedersi ai ai primi posti nei banchetti. Non parlano male neppure per scherzo. Non si scusano per la fretta e non ringraziano sul momento. Non hanno ancora visto la giustizia nei tribunali. Non leggono i giornali del governo. Non prendono nota e non dimenticano gli indizzi postali dei vicini.

Non si lamentano dei tempi. Non portano esempi da imitare. Non sono forti in matematica. Non invocano le leggi per i loro diritti. Non si legano al vento che passa. Non si fermano ai semafori. Non imbrogliano le stagioni della vita. Non si interessano degli archivi di storia. Non si rendono conto del tempo che rimane. Non gli importa dei calendari di cartone. Non praticano nessun sport olimpico. Non amano farsi pregare per accettare l’invito a cena. Non frequentano le cattive compagnie. Non si nascondono se attesi e non sono puntuali agli appuntamenti. Non fanno silenzio quando c’è da cantare. Non sono tristi quando si trovano in compagnia. Non provano a camminare sulle acque. Non si vergognano dei proverbi degli anziani. Non sanno immaginare nulla di meglio del presente. Non vanno dietro agli ambulanti di professione. Non sanno fabbricare altri mondi. Non prendono in prestito i libri. Non finiscono la scuola per mancanza di domande. Non ci pensano nemmeno. Non rimborsano i debiti contratti da bambini. Non pregano se non c’è nessuno che ascolta. Non si lamentano se il nuovo giorno tarda a venire. Non si mettono in fila per la mensa dei poveri. Non si stupiscono se la sabbia incomincia a danzare.

L’immagine iniziale è un graffito a Johannesburg. Quella sotto un lavoro di Banksy.

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La schiusura del mondo

 

Fabrice Olivier ha aggiunto 2 nuove foto.

La «schiusura del mondo», le condizioni che ci permetterebbero di fare mondo e di umanizzarlo non implica forse la capacità di osservare la storia dal punto di vista di «generazioni di sconfitti?»

di seguito un’opera di Banksy sul muro in Palestina e una di Paul Klee

foto di Fabrice Olivier.     foto di Fabrice Olivier.

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Ad Aleppo assediata è strage continua….le immagini che girano in rete sono raccapriccianti… che questa nuova Sarajevo non tocchi le coscienze ‘europee’ solo perché causa persa, più distante e araba e è un sintomo di tempi bui…

sotto un’altra composizione di nazir ali badr

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dicembre 2, 2016 · 1:42 am

controcorrente

«All cultures are involved in one another; none is single and pure, all are hybrid, heterogeneous, extraordinarily differentiated and unmonolithic» Edward Said

«Tutte le culture sono reciprocamente; nessuna è singola e pura, tutte sono ibride, eterogenee, straordinariamente differenziate e non monolitiche.» Edward Said

Sotto un’opera del writer giordano Wessam Shadid a Amman.

Below a work by the Jordanian  ‘writer’ Wessam Shadid in Amman

 

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Tras-figurazione

«E’ grazie a Coltrane che ho avuto l’intuizione di cosa intenda Paul Gilroy quando parla di trasfigurazione dell’esperienza come dell’adozione di una figura che aiuta un transito, che porta oltre, qui e altrove. Tras-figurazione come capacità evocativa che passando da una figurazione all’altra coglie qualcosa di invisibile nel visibile.» (Approdi e Naufagi pag. 144)
Di seguito un’opera del writer spagnolo Borondo per lo street art festival di Delhi

 

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