bigino postcoloniale

israeli-wall14La questione del pensiero postcoloniale è assai complessa e diversificata. Intitolare una pagina del blog ‘pensieri postcoloniali’ era un progetto troppo ambizioso. Nel libro cito sopratutto il sudafricano Achille Mbembe, oltre naturalmente a Edouard Glissant. Di Mbembe mi ha colpito la proposta di un umanesimo postcoloniale che dichiara una parentela con autori come Benjamin e Bloch e, d’altro canto, una critica altrettanto lucida degli stati che sulle ferite della storia costruiscono una retorica identitaria. Poi mi sono reso conto che non bastava e in nota ho aggiunto una sorta di elementarissimo‘bigino’ che riporto di seguito.

Il ‘post di post-coloniale è affine a quello di post-moderno, perché tenta didecostruire le pratiche discorsive che interpretano l’altro a partire dalle proprie categorie. Il precursore di questa scuola di pensiero è stato indubbiamente Edward Said che è particolarmente conosciuto per la sua critica di come il cosiddetto «Oriente» sia stato pensato in modo stereotipato da parte degli studiosi occidentali. L’ossessione categorizzante per la specificità culturale è un esempio di come il colonialismo occidentale abbia giocato con le categorie dell’alterità per difendersi da tutto ciò che non è “occidentale”.

Tra i pensatori che hanno lavorato a partire da questa premessa va innazitutto citata Gayatri Spivak che si è chiesta se i cosiddetti subalterni abbiano veramente la possibilità di parlare. L’occidente riconosce infatti la parola del soggetto solo qualora questo si dimostri capace di giocare la carta di una identità forte e articolata (anche se riduttiva e scissa). Il pensiero dell’occidente è prevalentemente binario o/o, dialettico, procede per opposti contrapposti, per principi di esclusione o inclusione. Il conflitto è il grande motore del pensiero. La trappola è sottile non solo perché le élite culturali formate dall’accademia occidentale ne hanno metabolizzato le categorie ma perché anche il rifiuto reattivo delle logiche universalistiche e umanistiche dell’occidente cade allora nella trappola di una semplificazione assai funzionale alle categorie dei gruppi egemoni, quasi a dire: «Se vogliamo uscire dal pensiero occidentale dovremmo contrapporre una nostra alterità, diversità, specificità, etnicità, dovremmo rifiutare qualsiasi forma di umanesimo o di tensione universale presente nelle nostre culture…» seguendo così inconsapevolmente il discorso coloniale.

La risposta del pensiero postcoloniale è stata di escludere un ritorno ad un’immaginaria identità costruita sull’alterità e di riconoscere nella contaminazione e nella creolizzazione il motore di una processualità complessa.

Altri importanti esponente dei postcolonial studies sono Arjun Appadurai e Homi K. Bahba.  Appadurai ha lavorato molto sulle diverse forme dell’immaginazione come possibili pratiche sociali di ‘negoziazione’ tra individui e codici collettivi globalizzati.  Bahba utilizza categorie filosofiche e psicoanalitiche per spiegare le ambivalenti pratiche «mimetiche» che i popoli colonizzati hanno dovuto adottare. (Mi sembra che Beneduce abbia adottato questa prospettiva nella sua analisi dei ‘culti di possessione). In ogni caso tutti concordano che  solo comprendendo la storia coloniale possiamo capire il presente e ragionare sui processi globali di creolizzazione che derivano da atti creativi di risposta all’assimilazione culturale occidentale.

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