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I no del Sahel e i nostri

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Da Mauro Armanino in Niger ricevo e condivido:

«Non li vogliono più da in Algeria. Non hanno documenti e non cambiano l’identità. Non esistono nel viaggio e non hanno nome nel mare. Non contano nulla di giorno. Non hanno un prezzo di stagione. Non si fanno pagare in anticipo. Non vogliono restare a casa loro. Non vogliono scomparire nel nulla. Non accettano di obbedire ai comandi dei signori. Non si fanno pregare per cambiare itinerario . Non si scoraggiano davanti ai reticolati per loro prodotti. Non tornano indietro sulla stessa strada. Non dicono il loro paese di provenienza agli sconosciuti. Non si lasciano comprare come merce di scambio. Non accampano scuse al primo venuto. Non parlano nessuna lingua commerciale. Non giocano a guardie e ladri. Non si accontentano delle briciole che cadono dal tavolo dei politici. Non imbrogliano gli amici. Non dormono bene da anni. Non sanno perché sono nati dall’altra parte. Non hanno paura di vivere e neanche di morire. Non sanno raccontare i sogni del giorno dopo. Non vedono l’ora di mangiare come Dio manda. Non hanno tuniche di ricambio e non portano i sandali di domenica. Non ricordano il giorno della partenza e non sanno quello di arrivo. Non hanno un itinerario da seguire e non sanno nuotare. Non ricordano la data del matrimonio.

Non sono schiavi di nessuno. Non accettano scuse senza fondamento. Non fanno turismo di massa. Non credono alla morte dopo la vita. Non scambiano regali per i compleanni. Non viaggiano in orario. Non prenotano le nascite. Non firmano i contratti di compravendita. Non credono nelle banche degli azionisti. Non vincono quasi mai alla fine del primo tempo. Non ci giurano sopra. Non si credono i migliori. Non indovinano la festa dell’indipendenza. Non hanno la tessera del partito che ha perso. Non partecipano al referendum abrogativo. Non hanno niente da insegnare. Non si interessano delle ultime frontiere appena nate. Non si fidano delle promesse e non escludono i miracoli. Non lo dicono a nessuno per scaramanzia. Non si scoraggiano se hanno smarrito la direzione. Non capiscono come si possa essere liberi senza viaggiare. Non hanno padroni da servire. Non si fanno pregare per dare una mano. Non parlano di loro senza essere prima interrogati. Non amano sedersi ai ai primi posti nei banchetti. Non parlano male neppure per scherzo. Non si scusano per la fretta e non ringraziano sul momento. Non hanno ancora visto la giustizia nei tribunali. Non leggono i giornali del governo. Non prendono nota e non dimenticano gli indizzi postali dei vicini.

Non si lamentano dei tempi. Non portano esempi da imitare. Non sono forti in matematica. Non invocano le leggi per i loro diritti. Non si legano al vento che passa. Non si fermano ai semafori. Non imbrogliano le stagioni della vita. Non si interessano degli archivi di storia. Non si rendono conto del tempo che rimane. Non gli importa dei calendari di cartone. Non praticano nessun sport olimpico. Non amano farsi pregare per accettare l’invito a cena. Non frequentano le cattive compagnie. Non si nascondono se attesi e non sono puntuali agli appuntamenti. Non fanno silenzio quando c’è da cantare. Non sono tristi quando si trovano in compagnia. Non provano a camminare sulle acque. Non si vergognano dei proverbi degli anziani. Non sanno immaginare nulla di meglio del presente. Non vanno dietro agli ambulanti di professione. Non sanno fabbricare altri mondi. Non prendono in prestito i libri. Non finiscono la scuola per mancanza di domande. Non ci pensano nemmeno. Non rimborsano i debiti contratti da bambini. Non pregano se non c’è nessuno che ascolta. Non si lamentano se il nuovo giorno tarda a venire. Non si mettono in fila per la mensa dei poveri. Non si stupiscono se la sabbia incomincia a danzare.

L’immagine iniziale è un graffito a Johannesburg. Quella sotto un lavoro di Banksy.

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E’ questa l’Europa? Pace!

Nobel per la pace all’Europa… si fatica a prenderlo come segno di dubbia speranza… troppo forte la sensazione di qualcosa di fasullo, costruito, che non corrisponde né alla crisi delle istituzioni economico finanziarie che hanno scritto l’europa dei trattati e delle burocrazie, né al lavorìo sotterraneo e lento verso su un’identità europea aperta. Già qualche anno fa in un bel libro sul mito di Europa (la fanciulla rapita in Asia da Zeus seduttore mutatosi in toro, e doppio di Pasifae, madre dell’ibrido Minotauro), la storica Luisa Passerini evidenziava il ‘deficit simbolico’ che caratterizza l’attuale costruzione europea e la affonda nelle secche dell’eurocentrismo e delle gerarchie interne…

L’avvenire del mondo forse si traccia più che mai altrove. Tutto ciò risuona con un intervista a France Culture in cui Achille Mbembe  parla dell’Africa in occasione dell’uscita del suo libro Pour sortir de la grande nuit e dice tra l’altro: …“Assistiamo all’emergere di una civiltà urbana inedita per lo meno in questo continente [l’Africa], la costituzione di una diaspora imprenditrice, sopratutto negli Stati Uniti, l’arrivo di nuovi immigranti dalla Cina e dal resto dell’Asia, un rimodellamento formidabile delle mentalità intorno alla rivoluzione religiosa che è in corso. Tutto ciò chiama a una nuova immaginazione sia intellettuale che politica che mi lascia paradossalmente ottimista.» – L’intervistatore un po’ sarcastico chiede «E tutto ciò a patto – Lei dice – in conclusione del libro – a patto che gli africani non guardino più veramente, o niente affatto all’Europa. Quell’Europa che l’ha accolta a braccia aperte, Achille Mbembe, che ingratitudine…! E la fa ridere!»

«Sì… ma infine, l’Europa oggi mi sembra posseduta da un’enorme desiderio di apartheid, mi sembra abitata da un desiderio perturbante, un fantasma perturbante di comunità senza stranieri, ho l’impressione che il mondo in cui viviamo si stia spostando, l’Europa è un attrice importante di questo mondo che viene, ma dobbiamo guardare altrove se vogliamo riaprire effettivamente l’avvenire…»

L’intervistatore chiede ancora perché Mbembe ritenga insulse le celebrazioni europee delle prime liberazioni africane dal colonialismo e Mbembe risponde:

«Si tratta di celebrazioni a un tempo senza forma e senza contenuto simbolico, ciò di cui abbiamo bisogno è di imparare nuovamente ad articolare sul continente africano una riflessione critica che permetta di riaprire le porte dell’avvenire. Per il momento ci accontentiamo di rivestire di lustro ciò che lo scrittore congolese Sony Labou Tansi ha chiamato ‘lo stato vergognoso’. Dunque per me non c’è motivo di celebrare. L’idea di sciopero morale in Um [il riferimento è all’eroe dell’indipendenza camerunese, un personaggio di grande statura morale – Mbembe lo paragona a Gandhi –  Ruben Um Nyobè, assassinato dai francesi e sepolto in una colata di cemento]  consiste nel dire che potremo liberarci se dall’inizio saremo liberi interiormente. Vale a dire se saremo in grado di costituire una capacità morale sufficientemente spessa e densa per poter resistere alla corruzione perchè la corruzione in tutte le sue forme costituisce la principale arma della colonizzazione ed è quest’arma – dice Um – che lo Stato coloniale utilizza per continuare a sfruttare gli africani.»

L’intervista la trovate qui: xkr5zm_achille-mbembe-sortir-de-la-grande-nuit_news

Segnalo anche il post di Verso un mondo nuovo sull’argomento.

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L’eredità postcoloniale dell’Africa secondo Achille Mbembe

Nel suo ultimo libro, Achille Mbembe descrive bene l’eredità postcoloniale dell’Africa, l’eredità pesante delle ‘riserve razziali’ che i colonizzatori avevano utilizzato come fonti di manodopera, potenziando le divisioni etniche, distruggendo le reti  complesse che erano spazi di circolazione commerciale a geometria variabile e sostituendo alle colonie le ‘nazioni’ africane ancor più funzionali agli interessi del mercato. In queste nuove nazioni post-coloniali le enclavi dove le multinazionali estraggono le risorse del continente costituiscono una nuova frontiera di predazione in cui agli enormi interessi economici si mescolano potentati, mafie locali, gruppi paramilitari in combutta con l’establishment corrotto o in competizione per la gestione delle tangenti in una crescente mercificazione della vita. Per moltitudini di africani la scelta non è più tra obbedienza e disobbedienza come nel modello coloniale ma tra l’asservimento e degrado morale per sopravvivere da un lato e la morte lenta o differita dall’altro. L’esarcebazione post-coloniale dei conflitti etnici e delle differenze religiose e culturali ha ugualmente permesso di dividere l’intelligenza collettiva della società civile che è stata accantonata a favore di interessi locali. Mbembe ci dice che la violenza è diventata così capillare da ‘normalizzare’ l’idea che il potere non può essere conquistato che con la vita altrui e con la distruzione di ogni legame sociale…. Ma vi è anche un’altra Africa in cui circolano i mondi, un’Africa che si creolizza e che sogna una comunità decolonizzata coltivando una coscienza che Mbembe chiama Afripolitanismo, consapevole del relativismo delle orgini e responsabilizzato rispetto alla libera costruzione di nuove identità creole: e qui Mbembe si richiama esplicitamente a Glissant e alla sua poetica del tout-monde e della relazione. Ma gli lascio la parola, traducendo questi primi brani di Sortir de la Grande Nuit:

«Accanto al mondo delle rovine e a quella che è stata chiamata ‘capanna senza chiavi’ emerge un’Africa che sta compiendo la sua sintesi secondo modalità di decostruzione e ridistribuzione delle differenze. L’avvenire di questa Africa si farà sulla base della forza dei suoi paradossi e della sua materia indocile. E’ un’Africa in cui le strutture sociali e spaziali sono ormai decentrate; che va contemporaneamente verso passato e del futuro; in cui i processi spirituali sono una creolizzazione di secolarizzazione della coscienza, di immanenza radicale (senso del mondo e senso dell’istante) e di tuffo apparentemente senza mediazioni nel divino; in cui le lingue e i suoni sono ormai profondamente creoli; che concede uno spazio centrale alla sperimentazione; nella quale germinano immagini e pratiche sorprendentemente post-moderne (…) E’ sul piano culturale e dell’immaginario che le trasformazioni sono più vive. L’Africa non è più uno spazio circoscritto, di cui si può definire il lkuogo e che nasconderebbe un segreto o un enigma, o che si può circoscrivere. Se vi è ancora un continente, si tratta sovente e per molti di un luogo di passaggio o di transito. Un luogo che si sta definendo intorno a un modello nomade, di transito, errante o di rifugio(… ) Cultura del passaggio, dunque – sopratutto per chi va altrove. Ma quanti ostacoli da sormontare in un kondo sempre più recintato in cui si erigono muri. Per milioni di persone la globalizzazione non rappresenta affatto il tempo infinito della circolazione. Rappresenta il tempo delle città fortificate, dei campi e dei cordoni, delle recinzioni e delle frontiere sulle quali si viene a cozzare e che sempre più servbono da stele o da ostacolo tomba – la morte tracciata nella polvere o nei flutti(…) L’Africa è sempre più popolata da migranti potenziali. Di fronte al saccheggio, alle molte forme di avidità, alla corruzione, alla malattia, alla pirateria e a molteplici esperienze di stupro sono pronti a lasciare il luogo natale nella speranza di reinventarsi e riradicarsi altrove. Dal filatoio che opera per scomporre le forze vive del continete, qualcosa si sta formando con forza e violenza: una fuga forsennata davanti alla terribile alternativa: restare nell’arsura che secca e correre il rischio di diventare mera carne umana, o spostarsi, partire, ad ogni costo (…) Queste brusche osservazioni non significano che non esista alcuna sana aspirazione alla libertà e al benessere in Africa. Questo desiderio fatica tuttavia a trovare una lingua, pratiche efficaci, e sopratutto una traduzione in nuove istituzioni e in una cultura politica nuova, dove la lotta per il potere non sia più un mero gioco a somma zero. Perché la democrazia si radichi in Africa bisognerebbe che fosse poratat da forze sociali e culturali organizzate; istituzioni e reti che escano dal genio, dalla creatività e soprattutto dalle lotte quotidiane delle persone e dalle loro stesse tradizioni di solidarietà. Ma ciò non basta. Ci vuole anche un’Idea di cui [l’Africa] sarebbe una metafora vivente. Così riarticolando per esempio la politica e il potere intorno alla critica delle forme di morte, o più precisamente intorno all’imperativo di nutrire i ‘depositi di vita’, si potrebbe aprire la via a un nuovo pensiero della democrazia in un continente dove il potere di uccidere resta più o meno illimitato, e dove la povertà, la malattia e gli azzardi di ogni genere rendono l’esistenza incerta e precaria. In fondo, un tale pensiero dovrebbe una mescolanza di utopia e pragmatismo. Dovrebbe essere, necessariamente, un pensiero di ciò che viene, dell’emergenza e e del sollevamento. Ma questo sollevarsi dovrebbe andare ben al di lù delle lotte anticolonialiste e antimperailiste i cui limiti, nel contesto della mondializzazione e in relazione a ciò che è accaduto dall’indipendenza in poi, sono ormai evidenti.

Nel frattempo tre fattori decisivi costituiscono un freno alla democratizzazione del continente. Innanzi tutto un certa economia politica. In secondo luogo, un certo immaginario del potere, della cultura e della vita. E infine strutture sociali che tra i tratti salienti hanno quello  di conservare la forma apparente e le antiche maschere mentre si trasformano incessantemente in profondità.  (…) La brutalità dei vincoli economici di cui i Paesi africani hanno fatto esperienza nel corso dell’ultimo quarto del XX secolo – e che prosegue sotto l’egida del neoliberismo – ha contribuito alla fabbricazione di una moltitudine di diseredati (…)»

Sinceramente trovo un eco nelle parole di Mbembe che mi sembra andare al di là della sola situazione africana…

(a suivre)

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