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L’Italia condannata dalla Corte europea dei diritti umani

L’articolo di Alessandro Dal Lago sul Manifesto del 24 febbraio – Sconfitti su tutta la linea
La condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo fa giustizia delle enormità compiute 2009 dal governo Berlusconi, ai danni dei migranti provenienti dall’Africa. E sancisce ciò che molti hanno sempre sostenuto: che bloccare una nave nelle acque internazionali e consegnare a Gheddafi gli imbarcati non è solo una violazione del diritto internazionale, ma anche delle convenzioni stipulate dall’Italia e del più elementare diritto del mare e delle genti. Che Maroni, responsabile di quell’azione, non si dichiari d’accordo con la Corte non sorprende.
La sua linea è sempre stata impedire ai richiedenti asilo di toccare le nostre coste e quindi di far valere i propri diritti. Ma anche il comportamento dell’Italia un anno fa, durante le rivolte nel Maghreb, ha seguito la stessa logica: quella della detenzione e poi del rimpatrio coatto, quando il blocco in mare aperto non è possibile. In poche parole, la politica della destra italiana in materia di immigrazione è sempre stata risolvere il problema negandolo. Gli stranieri dovevano tornare dove erano salpati, punto e basta. Da qui anche l’imbarazzo con cui il governo Berlusconi ha fatto la guerra a un dittatore con cui aveva stipulato proficui affari (gas e petrolio in cambio di esseri umani).
Tuttavia, la linea Berlusconi-Maroni, per quanto sprezzante dei diritti umani, bassamente utilitaristica e demagogica, mirata cioè a una facile popolarità interna, non è un’eccezione. Da sempre, da quando il canale di Sicilia è solcato dalle carrette del mare, la politica italiana è stata la chiusura. Come la Germania ha ricordato l’anno scorso, le proteste italiane per il presunto abbandono da parte dell’Europa sono infondate, visto che noi accogliamo meno richiedenti asilo di tutti i paesi del nord Europa. E aggiungiamo che gli accordi con Ben Alì e Gheddafi sono di vecchia data e risalgono ad Amato e Pisanu. Se andiamo al fondo del problema, la sentenza della Corte è un colpo alla Bossi Fini, che in realtà estendeva e induriva la Turco-Napolitano.
Insomma è la politica migratoria del nostro paese a essere messa in discussione. Ricordiamo che un peschereccio che soccorra una barca di migranti rischia di essere sequestrato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e che tutto il sistema dei Cie rifiuta le ispezioni degli enti internazionali ed è sottratto di fatto al controllo della magistratura. E ora il problema è: il governo Monti ha intenzione di cambiare questa politica del respingimento e dell’espulsione?
Ne dubitiamo. Gli accordi con il nuovo governo libico vanno nello stesso senso di quelli con Gheddafi. E quindi la caccia al nero in Libia di cui parlano le cronache, nonché le altre tensioni nell’Africa del nord continueranno a provocare fughe e respingimenti in un infernale gioco dell’oca. Il ministro Riccardi ha un bell’invocare una “revisione”. Sarebbero necessari un cambiamento complessivo di legislazione, una sensibilità totalmente diversa nei partiti che appoggiano Monti, una nuova politica dell’informazione.
A leggere i commenti dei lettori dei grandi quotidiani alla notizia della sentenza della Corte di Strasburgo vengono i brividi. Ora l’Europa non è vista solo come l’astrazione che si sfila i soldi dalle tasche, ma anche come la burocrazia che viola la nostra integrità nazionale. A tanto hanno portato due decenni di demagogia, xenofobia più o meno dichiarata e ostilità istituzionale per gli stranieri.
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Nuda vita II [Hannah Arendt]

Ho ritrovato un articolo di Alessandro Dal Lago , ‘Hannah Arendt, i senza patria e noi’.  Nella prima parte Dal Lago spiega che quando lesse  per la prima volta gli scritti della Arendt li liquidò come manifestazioni di un pensiero sostanzialmente conservatore coerentemente con il clima prevalente nella sinistra dell’epoca. Negli anni successivi i il giudizio cambiò. Dal Lago sottolinea che ben prima di Foucault (e spesso utilizzando le stesse fonti) «Arendt dimostra che l’invenzione delle razze è essenziale all’autorappresentazione europea e occidentale. Europa e occidente non possono esistere senza fondarsi sulla superiorità, comunque determinata, rispetto al resto dell’umanità. Superiorità volta per volta mitologica, biologica, razziale, culturale; quale ne sia l’espressione “scientifica”, la pretesa ideologica di dominare gli altri sulla base della superiorità, della conquista, della forza o “per il loro bene” è l’essenza della coscienza europea» – Un concetto che ritroviamo anche nei pensatori ‘post-coloniali’.

Dal Lago commenta in particolare le ‘Origini del Totalitarismo’ e aggiunge che le pagine dedicate alle migrazioni forzate e alla fine dell’illusione nei diritti umani sono tra le migliori della Arendt:

«Hannah Arendt scrive a proposito di profughi e migranti: “Gli individui costretti a vivere fuori di ogni comunità sono confinati nella loro condizione naturale, nella loro mera diversità, pur trovandosi nel mondo civile. (…) Il loro distacco dal mondo, la loro estraneità sono come un invito all’omicidio, in quanto la morte di uomini esclusi da ogni rapporto di natura giuridica, sociale e politica, rimane priva di qualsiasi conseguenza per i sopravvissuti”.

Arendt pensava che il limbo degli apolidi, conseguenza della prima guerra mondiale, preparasse le stragi della seconda e che fosse quindi una premessa del totalitarismo. Ma le sue analisi hanno un valore che trascende l’analisi storica. Se è la cittadinanza – e non una generica appartenenza umana, come nell’espressione “diritto umano” -, a fondare l’esistenza sociale, allora la perdita della cittadinanza, come avviene per i profughi, o la rinuncia forzata, come nel caso dei migranti, significa l’esposizione all’omicidio anche in situazioni di apparente protezione dell’umanità, come nei sedicenti stati di diritto contemporanei.

Arendt avrebbe visto nell’episodio dei polacchi di Puglia, come nelle morti in mare vicino a Lampedusa, un esempio evidente dell’inclinazione omicida (se non altro per omissione) degli stati di diritto nei confronti di chi non ne è cittadino. Se si sospettasse che dieci italiani sono stati uccisi in qualche parte del mondo (e non solo in Italia) lo scandalo sarebbe enorme.

Uno stupro imputabile a uno straniero fa infinitamente più rumore della morte di alcune decine di stranieri sulle nostre coste. Non si tratta di minimizzare il primo, ma di notare come per gli stranieri, privi della nostra cittadinanza, non sia applicabile alcuna assunzione  di responsabilità, anche indiretta, se non la condanna degli scafisti, colpevoli a portata di mano. Si alzano le spalle, si dà per scontata la nostra innocenza, anche quando – e capita abbastanza spesso – è una nostra nave militare ad affondare qualche battello di migranti. I diritti, e tanto meno umani, non esistono sul nostro territorio e all’interno delle nostre acque territoriali, per chi non è dei nostri.»

Amo la terra
come in viaggio
il luogo straniero,
e non diversamente.
Così la vita mi tesse
piano al suo filo
in una trama sconosciuta. [H.A. 1954]

– a seguire il link a un articolo di Claudio Magris sul Corriere del 4 giugno 2011, che mi ha segnalato Lisa. Se lo cliccate potete leggerlo.

L’assuefazione per quei morti.





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