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ibrido, meticcio, creolo, complesso

Interessante recensione di Pierluigi Battista sul Corriere della Sera di oggi a La vita buona che raccoglie le interviste di Aldo Cazzullo al Cardinale Scola. Il titolo dell’articolo però è per certi versi fuorviante definendo la tesi di Scola come Un ideale di meticciato che non è multiculturale.  Credo che per multiculturalità l’autore (e forse Scola) intenda quel pastrocchio sincretistico che la Chiesa tanto teme, mentre il multiculturalismo mira sì alla coesistenza di più comunità ma che restano strettamente nei confini delle loro appartenenze e raramente propiziano di per sé meticciati o creolizzazioni. Lo stesso termine meticcio (dallo spagnolo mestizo) non lascia adito a dubbi: si definivano così gli individui che nascevano dall’incrocio fra i conquistadores e le popolazioni indigene. Un termine con un brutto sapore coloniale, ma in cui per lo meno il sangue si mescola davvero.

Non ho ancora letto il libro ma almeno dall”articolo traspare una certa idea di dialogo interculturale e interreligioso, specialmente là dove il cardinale rivendicando «orgogliosamente» la sua identità personale e culturale sembra ipotizzare una «pienezza identitaria» – scrive Battista – che «vorrebbe essere intransigente sulle cose fondamentali senza imporre con la prepotenza il contenuto della propria intransigenza». Come dire “Sappiamo di avere ragione, e quindi ti facciamo lo sconto”? Mi sembra la proposta dialogica vada definita con minor ambiguità e lo stesso autore dell’articolo conclude con questo esempio: «come non pensare che il vincolo di una legge (…) che vieti la tutela dei diritti anche per le coppie di fatto etero e omosessuali non costituisca essa stessa una imposizione?»

Non basta mettere i puntini sulle i dell’identità, finendo per costruire dialoghi fittizzi che non trasformano né chi partecipa   né i ‘climi’ della coscienza collettiva.  Mettersi davvero a rischio di dialogo, in una prospettiva che non tenta di assimilare la pluralità di forme dell’esperienza religiosa, come auspicava Panikkar, è forse altra cosa.

E’ anche utile distinguere ciò che è meramente ibrido (ricombinato in modo sterile) o prevedibilmente meticcio (e in ultima analisi colonizzato) dalla dimensione della creolizzazione che come Edouard Glissant non si stancava di ripetere è quella in cui si manifesta una nuova imprevedibile creazione. Del resto anche le culture tradizionali avevano ben chiara la distinzione tra una condizione ibrida di partenza e il raggiungimento, nel corso di tutta una vita, di una relativa armonizzazione delle forze e delle appartenenze conflittuali che si muovono nella psiche.

Il meticciato multiculturale che Scola e la chiesa ratzingeriana temono è probabilmente il sincretismo, il fai-da-te new age, la superficialità del bricolage spirituale. Come se chi invece si accontenta di una religiosità identitaria fatta di credenze non rischiasse di essere altrettanto superficiale.

Mi aiuta a ragionare un autore iraniano (perché infatti pensare che per pensare queste cose esista solo il pensiero occidentale?) Daryush Shayegan si è fatto conoscere quando trent’anni fa ha dimostrato che la cosiddetta ‘rivoluzione islamica’ di Khomeini, lungi dall’essere un ritorno alla ‘originarietà’ dello spirito della religione sciita era stata fortemente contaminata (ibridata) da aspetti ideologici occidentali (la parola rivoluzione non appartiene alla tradizione dell’Islam). Nel suo ultimo libro che raccoglie diversi saggi, La conscience metisse, uscito da poco in Francia, ribadisce che non abbiamo a che fare con delle culture autonome, estranee all’interconnettività che ci lega tutti in una civilizzazione mondializzata.   Anche Shayegan ritiene che «Il multiculturalismo tende a ridursi a una sorta di politica identitaria dove il concetto di cultura si confonde immancabilmente con l’identità etnica, cosa che rischia di essenzializzare l’idea di cultura sovradeterminando le sue distinzioni [e sottovalutando] quella rete di interconnettività multipolare che si è sostituita agli antichi fondamenti metafisici del mondo, una rete che collega idee, cose e identità culturali .» [Vedi anche la pagina sull’ontonomia]

Shayegan sostiene che viviamo in una situazione ‘interepistemica’, per utilizzare la terminologia di Michel Foucault. Molte civilizzazioni tradizionali operano  sul piano dei simboli, delle analogie,  e attingono nell’arsenale della memoria collettiva in un mondo non del tutto disincantato e che non ha ancora privatizzato le proprie credenze. Allo stesso tempo consumano abbondantemente le idee nuove che vengono dalle successive mutazioni dei tempi moderni.

La situazione interepistemica dimostra che questi ‘blocchi’ di conoscenza possono coesistere, fertilizzarsi a vicenda oppure suscitare una sorta di schizofrenia o polifrenia culturale provocando blocchi mentali e irrigidimenti identitari.  Se alla contrapposizione identitaria si sostituisce un dialogo capace di abitare più livelli scopriamo che «Ogni livello ha il suo gradino segreto e una chiave che apre una porta, da cui la necessità di essere presenti a tutti i livelli. Anche nei regimi più chiusi il vento del cambiamento è più forte delle resistenze identitarie e nulla potrà fermarlo…».

Shayegan cita Gaston Bachelard, quando dice che il vero spirito scientifico consiste nel ‘saper porre i problemi’   e che pensare significa ringiovanire spiritualmente «accettare una mutazione brusca che contraddice un passato»

«Sul piano delle culture questa interconnettività pone sul tappeto delle relazioni rizomatiche con una sorta di configurazione a mosaico [ a volte in un gioco di specchi incrociati]… sul piano della conoscenza si manifesta con un ventaglio di interpretazioni… Sul piano delle identità si traduce con delle identità plurali… di modo che nessuna cultura è in grado di corrispondere da sola alla coscienza ampliata dell’uomo contemporaneo» Siamo chiamati a vivere negli arcipelaghi di un mondo in cui le frontiere non servono solo a separare. E conclude uno dei suoi saggi citando un altro pensatore post-coloniale, l’indiano Hohmi Bahba che sostiene che viviamo sempre più negli «in between spaces,» che generano nuovi segni di identità e nuove reti di collaborazione.

Anche François Julien ha scritto delle cose molto interessanti sul tema ma ne parlerò in un prossimo post.

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La dimora comune


Un’amica genovese scrive: “Stavo pensando che forse, se la ascoltassimo [la natura], non urlerebbe più e comunicherebbe con noi semplicemente parlando, respirando, sussurando…”

C’è una bella espressione di Hannah Arendt (scusate se la cito molto in questo periodo ma fa parte delle mie letture): “riconoscere politicamente la terra”. Laprotezione ambientale non è solo una tecnica volta a garantire il sistema immunitario della terra (che pure è ecosistemico). La difesa dei ‘beni comuni’  è anche il riconoscimento (transculturale) del fatto che la terra è una ‘dimora comune’. Bellissime pagine sono state scritte a questo proposito da Edouard Glissant che si collocano all’opposto delle genealogie ataviche e che fondano una logica della «compresenza». Il poeta pensa le vibrazioni della terra, attraversa la geografia senza muri delle frontiere, dei paesaggi. La frattura diventa frattale. L’immagine guida per Glissant è l’arcipelago. Per Ann Michaels le figurazioni sono più telluriche e sotterranee: ciò che vi è stato sepolto vive nella memoria della terra immaginata (rivelata) dal poeta.

Ancora una citazione della Arendt: «Se la conoscenza (nel senso moderno di competenza tecnica) si separasse irrimediabilmente dal pensiero, allora diventeremmo esseri senza speranza, schiavi non tanto delle nostre macchine, ma della nostra competenza, creature prove di pensiero  alla mercé di ogni dispositivo tecnicamente possibile.»

Molto interessanti anche le sue riflessioni ante litteram sui pericoli dell’antipolitica e sull’importanza della democrazia partecipativa quanto mai attuali oggi.  Il proliferare di comitati cittadini e  le assemblee di ‘indignati’ sembrano sintomi positivi di una coscienza democratica in divenire.

Segnalo un interessante intervista sull’ultimo numero di Internazionale all’antropologo David Graeber che è uno degli animatori della protesta occupy Wall Street. Cito: «Secondo Graeber il problema dei debiti non è solo che averne troppi fa male. Ancora più importante è il fatto che i debiti rovinano la propensione degli esseri umani a aiutarsi a vicenda. I libri di storia ci raccontano una storia in cui la moneta e i mercati nascono dalla tendenza ‘a scambiare e barattare’ per dirla con Adam Smith.» Prima che nascesse la moneta vigeva in pratica il baratto: che so sette polli per un paio di sandali. Poi, secondo questa tesi, un mercante intelligente avrebbe capito che era più facile attribuire a tutti i beni un mezzo di scambio comune, per esempio l’argento. Gli antropologi sostengono da tempo che tutta questa storia non è mai avvenuta, che non si conosce nessun caso di economia di baratto pura. E che non è affatto plausibile che la moneta sia nata così. Nelle società senza moneta le persone si scambiano oggetti come forma di tributo o per ottenere qualcosa successivamente o come dono. Ricorrono al baratto solo quando hanno a che fare con sconosciuti. La moneta è stata invece introdotta da stati come l’Egitto o dalle grandi burocrazie sumere per misurare la proprietà e determinare le imposte. Sono nati così nel tempo «anche il concetto di prezzo e l’idea di mercato impersonale che hanno via via eroso le reti organizzate di mutuo supporto esistite in precedenza.» Secondo Graeber la moneta trasforma dovere e responsabilità – che sono fatti sociali –  in ‘debito’ che è un concetto finanziario astratto, in cui le relazioni che lo fondano sono diventate invisibili. «Non sono i debiti ma i rapporti umani [le promesse direbbe la Arendt] a essere sacri. Comprendere le origini sociali dei debiti, spiega Graeber, dovrebbe rendere molto più facile rinegoziarli quando le condizioni cambiano.»

Un’altra lettura di questi giorni è il libro di Daniel Goleman sulle emozioni distruttive. In un seminario di dialogo di filosofi, neurofiosiologi, psicologi cognitivi e comportamentali con il Dalai Lama si parla a un certo punto della ‘storia delle emozioni’ in occidente e di come sono state considerate. La parola compassione – si dice – è prevalentemente orientata all’altro, un sentimento che si prova per chi è più sfortunato o in pena. Il Dalai Lama reagisce con sorpresa e ne nasce tutta una discussione linguistica con i suoi traduttori e collaboratori. Insomma, al contrario di ciò che accade da noi  la parola tibetana omeomorfa per compassione, tsewa, ha una diversa sfumatura:  include sia sé stessi che gli altri. «Possa io essere libero dalla sofferenza e dalle fonti della sofferenza» Tsewa.

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Edouard Glissant [1928-2011]

 La questione migrante interpella non solo le nostre difficoltà ma anche le nostre risorse rispetto al fare anima e al fare mondo. Tra quanti hanno avuto a cuore questa prospettiva voglio subito ricordare Edouard Glissant, poeta e saggista di origine antillese, scomparso nel 2010 e pensatore della ‘creolizzazione’. La concezione occidentale – diceva Glissant – pensa ciascuna identità come avente un’unica radice, che esclude l’altro.  La creolizzazione invece concepisce l’identità individuale o collettiva come un sistema di relazioni che generano l’imprevisto e l’impensato. Così, la possibilità di leggere il reale dipende anche dalla capacità di frequentare una coscienza immaginativa che lungi dall’essere atavica (nel senso dell’identitarismo rigido delle culture statiche) non è estranea ad una matrice poetica primordiale che ancora anima ciò che vive nelle culture umane.

 La «creolizzazione delle lingue e degli immaginari» questa è la sfida che Glissant lancia a partire da una percezione poetica ‘nomade’. Glissant sostiene che questa capacità creativa creola sia una sfida contemporanea ma anche una eredità, radicata nella ricerca umana di parole per nominare l’inconcepibile, pulsione narrante che è stata con noi fin dalla preistoria delle letterature e che ci parla attraverso le ere e gli arcipelaghi del mondo nella molteplicità delle lingue «Poema che non è universale ma che vale per ciascuno e ovunque» [Glissant 2009].

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