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La protesta di piazza Taksim e la capacità di aspirare

Unknown-1Ho abitato in Turchia per molti anni e mi tocca quanto sta accadendo laggiù. La capacità di protesta di Piazza Taksim  è una capacità culturale come lo era quella di Piazza Tahrir! E’ un grave pregiudizio etnocentrico pensare che la capacità di aspirare a giustizia, libertà, a orizzonti futuri non dominati dal mercato o dall’economia siano appannaggio della cultura occidentale.

Cerco di spiegarmi: Cultura è un concetto polisemico, impossibile ridurlo a una formula onnicomprensiva. E’ un concetto per altro che nasce solo di recente, e nel nostro di universo semantico – la parola vien d’uso nel 1700 francese, quando cultura voleva dire il frutto di un’educazione – il punto era semmai se questo fosse più sviluppato nell’aristocrazia o nella borghesia. Ma il concetto si definisce nel 1800 con l’etnografia classificatoria del colonialismo che per almeno 100 anni ha catalogato usi, costumi, eredità, tradizioni come ciò che è legato al passato. Invece la cultura, se non la essenzializziamo (facendola diventare un sostituto della ‘razza’), è un concetto limite, paradossale e composto da antinomie: alcune dimensioni della cultura sono mitiche e narrative e altre materiali; alcune rivolte al passato altre al futuro, e ancora: la dimensione  culturale è stata messa in opposizione alla ‘natura’ ma la natura dell’uomo è di essere culturale!

Panikkar insegnava che le culture sono incommensurabili l’una con l’altra e allo stesso tempo sono il risultato di una reciproca fecondazione; che i valori di ogni cultura sono relativi a un dato contesto e non sono assolutizzabili (anzi che la visione di universalità dei propri contenuti culturali è l’essenza del colonialismo)… ma che allo stesso tempo in ogni cultura vi sono dimensioni transculturali che aprono al pluralismo e in una tensione verso una dimensione capace di contemplare (non assimilare) le differenze. Insomma le culture sono rivolte alla trasmissione/riproduzione del passato ma anche all’invenzione del futuro.NEWS_86422

Certo, non possiamo dimenticare che la cultura è il ‘deposito’ dell’espressione umana in tutte le sue forme (arte, musica, teatro, linguaggio) ma la cultura è un dialogo tra aspirazioni e consuetudini e nello zelo di ricordare le seconde abbiamo creato una scissione artificiosa tra cultura e sviluppo….

Difatti oggi quale consideriamo scienza del futuro? Non certo la cultura ma L’economia! E’ l’economia che si occupa di bisogni, desideri, speranze, calcolo. Avere delegato all’economia il futuro è stato disastroso, perché il capitalismo funziona a partire dalla moltiplicazione di desideri ‘usa e getta’. Se il valore (di scambio) di un oggetto dipende dal fatto di essere desiderato è ovvio che il dispositivo del capitalismo può moltiplicare i profitti solo se moltiplica i desideri. Ma possiamo anche volere una data cosa perché è bella, ci serve, la utilizziamo in modo saggio e creativo. Il desiderio può essere il grado zero dell’aspirazione. Non si tratta di demonizzare l’ingegno umano e ciò che produce può migliorare molte cose nella vita delle persone. Ma è necessario al contempo comprendere che molti desideri indotti dalla tecno scienza hanno in primo luogo come motore il profitto a breve termine più che l’interesse a lungo termine delle comunità o del mondo. I desideri indotti spesso si spendono nella tendenza pulsionale al godimento sterile e privo di orizzonte che genera ‘perdita di mondo’. L’assoggettamento prevale sulla soggettivazione, per dirla in gergo filosofico. Il desiderio del migrante di migliorare la propria condizione economica  rivela però come questo grado zero possa orientarsi verso l’aspirazione perché incorpora questioni di equità e giustizia. Le esperienze di credito rotativo, il piccolo risparmio di una comunità che poi discute su come utilizzarlo, può, per esempio, animare la partecipazione e la riflessione comune.

images-1Il paradosso del desiderio migrante rappresenta un segno, uno specchio che ci rivela il peggio e il meglio della nostra stessa condizione, da un lato la caduta in una angosciata sindrome da risarcimento dall’altro il richiamo simbolico a una trama desiderante ancora animata…capace di sognare e di liberare questi desideri dalla sfera  della ripetizione e della frustrazione rancorosa recuperando almeno una misura di senso comune, di solidarietà, di elaborazione condivisa e di orizzonte.

Mi interessa con Appadurai la scelta di pensare il deposito culturale come risorsa per l’apertura di orizzonti futuri, aspetto che l’antropologia ha spesso trascurato a favore della visione etnicista della riproduzione del passato. La cultura è un po’ come la lingua e la coerenza culturale non è mera ripetizione di singoli aspetti, ma la possibilità di ricombinare il sistema di relazioni simboliche in modo generativo, come la lingua che si presta a infinite ricombinazioni di significato a partire dal gioco dei significanti…

Ne ‘le aspirazioni nutrono la democrazia’ (ed. et al) Appadurai definisce la capacità di aspirare come quella parte del deposito culturale che propizia l’apertura di un orizzonte! La capacità di aspirare è una capacità culturale, un terreno di elaborazione collettiva dove si eprimono e si rappresentano futuri possibili. E’ anche una pratica della partecipazione possibile, una capacità di voce dei diretti interessati. L’autore inoltre ci ricorda che le culture non sono monolitiche, che il dissenso, la dissonanza fano parte della cultura che non è mai di per sé un blocco né al suo interno né verso092335922-b54478b4-cfea-40f1-af16-76ba365b6e94 l’esterno.

Dice ancora Appadurai: «Una delle più grandi forme di povertà è la mancanza di risorse per dar voce alla protesta. La capacità di esprimere protesta è una capacità culturale…«dove le opportunità di formulare ipotesi e contestazioni rispetto al futuro sono limitate (e questa potrebbe essere una buona definizione della povertà) ne consegue che la capacità stessa di avere aspirazioni risulta relativamente meno sviluppata…»

Alcuni dei ‘segni’ di questa capacità emergente:

–       Gestire l’emergenza con la pazienza perché «la capacità di vivere l’emergenza e saper aspettare ha un significato molto serio nella vita dei poveri»

–       Definire degli obbiettivi

Schermata 2013-06-09 a 22.13.46–       Esercitare la capacità di esprimere protesta, sapere opporsi collettivamente e stabilire dei precedenti per ottenere un riconoscimento.

–       Dare una dimensione rituale alla costruzione del nuovo. Rituale inteso non come ripetizione ma come capacità generativa di simbolizzare la propria partecipazione. (Appadurai cita i ‘Toilet Festivals’ degli slum di Mumbai.) In Piazza Taksim occupata si balla, ci si sposa.

La libertà ci dice Appadurai citando Amartya Sen va pensata come  «un orizzonte collettivo, denso e duttile di speranze e desideri» E non a caso parla di ‘democrazia profonda’ capace di incrociare la verticalità profonda delle radici con la dimensione orizzontale, rizomatica, che spazia oltre i muri e i falsi confini

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Quel che resta del padre e il complesso di Telemaco

Unknown-3Merita davvero il nuovo libro di Recalcati Il complesso di Telemaco,  che riprende temi già delineati in Cosa resta del padre.  Con una invidiabile chiarezza di pensiero ed esposizione, Recalcati da un lato evidenzia quanto la pulsione di morte animi il ‘discorso capitalista’ e dall’altro declina con passione le incertezze e il valore della trasmissione, dell’aspirazione e della costruzione dell’umano in tempi oscuri. Il punto di partenza è evidentemente l’eclissi della funzione simbolica del padre e la relativa ‘domanda di padre’ che giunge in modo insistente dalla società civile, ma evidentemente non per il padre eroe totalizzante delle identificazioni di massa. (A questo proposito si veda anche la lucida analisi di Recalcati  in un articolo su Repubblica intitolato La pastorale americana sul fenomeno Grillo, che non a caso ha reagito dicendo che tra i cinque stelle ‘non ci sono intellettuali.) Per invitare alla lettura de  Il complesso di Telemaco cito alcuni brani dall’introduzione:

«Bisogna essere chiari: il mio punto di vista è che questa eclissi non indica una crisi provvisioria della funzione paterna destinata a lasciare il posto a un suo eventuale recupero. Rilanciare il tema del tramonto dell’imago paterna non significa rimpiangere il mito del padre-padrone. Personalmente non ho nessuna nostalgia per il pater familias. Il suo tempo è irrimediabilmente finito, esaurito, scaduto. Il problema non è dunque come restaurarne l’antica e perduta potenza simbolica ma piuttosto quello di interrogare quel che resta del padre nel tempo della sua dissoluzione (…) In tale contesto la figura di Telemaco mi pare un punto-luce. Essa mostra l’impossibilità di separare il movimento dell’ereditare – l’eredità è un movimento singolare e non una acquisizione che avviene per diritto – dal riconoscimento del proprio essere figli.»

In questo senso Telemaco rappresenta l’opposto di Edipo che nell’ansia di evitare la profezia autoavverante di una filiazione maledetta uccide il padre:

«Telemaco si emancipa dalla violenza parricida di Edipo; egli cerca il padre non come un rivale con il quale battersi a morte, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge della parola sulla propria terra (…) egli prega affinché il padre ritorni dal mare ponendo in questo ritorno la speranza che vi sia ancora una giustizia giusta per Itaca. Mentre lo sguardo di Edipo finisce per spegnersi nella furia impotente dell’autoaccecamento – come marchio indelebile della colpa – quello di Telemaco si rivolge all’orizzonte per vedere se qualcosa torna dal mare. Certo, il rischio di Telemaco è la malinconia, la nostalgia per il padre glorioso, per il re di Itaca, per il grande eroe che ha espugnato Troia. La domanda di padre, come Nietzsche aveva intuito bene, nasconde sempre l’ insidia di coltivare un’ attesa infinita e melanconica di qualcuno che non arriverà mai. È il rischio di confondersi con uno dei due vagabondi protagonisti di Aspettando Godot di Samuel Beckett. Lo sappiamo: Godot è il nome di un’ assenza. Nessun Dio-padre ci potrà salvare: la nostalgia per un padre-eroe è sempre in agguato! (…) Dal mare non tornano monumenti, flotte invincibili, capi-partito, leader autoritari e carismatici, uomini-dei, ma solo frammenti, pezzi staccati, padri fragili, vulnerabili, nuovi sindaci dal sorriso gentile, poeti, registi, insegnanti precari, migranti, lavoratori, semplici testimoni di come si possa trasmettere ai propri figli e alle nuove generazioni la fede nell’avvenire, il senso dell’ orizzonte, una responsabilità che non rivendica alcuna proprietà.

Noi siamo nell’epoca del tramonto irreversibile del padre, ma siamo anche nell’epoca di Telemaco; le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni. Ma questa attesa non è una paralisi melanconica. Le nuove generazioni sono impegnate – come farà Telemaco – nel realizzare il movimento singolare di riconquista del proprio avvenire, della propria eredità. Certo il Telemaco omerico si aspetta di vedere all’orizzonte le vele gloriose della flotta vincitrice del padre-eroe. Eppure egli potrà ritrovare il proprio padre solo nelle spoglie di un migrante senza patria.»

 Mi piace molto questa immagine del padre-migrante, di questo padre plurale che arriva, nella mancanza e nella speranza e che riflette le nostre dispersioni, la perdita di mondo che ci impone di costruire l’umano senza un qualche fondamento a priori che escluda la nostra contingenza. Naturalmente, per compensazione ci può essere la tentazione di rappresentare un auto-consistenza regressiva del fantasma di personaggi potenti o di ideologie che promettono ‘soluzioni totali’ e espulsioni immunitarie dei corpi estranei,  sicura fonte di illusorio sollievo per chi si sente smarrito. Spesso i migranti ci mostrano il contrario, la capacità di sopravvivere e re-inventare la vita nel e malgrado l’esilio. Ma oltre ai padri da oltre il mare arrivano anche figli, giovani migranti che pure cercano un avvenire. Come per i nostri figli, noi europei come testimoni non rassegnati dovremmo saper ispirar loro  (senza troppe prediche) la possibilità di un futuro che legittimi sia il desiderio che la responsabilità.

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Il feticcio e la ricchezza del mondo (con link su Recalcati/Deleuze)

Sulla moltiplicazione magica dei beni materiali e sul feticismo delle merci Marx aveva intuito qualcosa di importante. Nel post su Aladino avevo già citato il passo del Capitale su «il carattere di feticcio della merce e il suo arcano», in cui il valore di scambio (cioè il desiderio per una data cosa che mi porta ad attribuirle un dato valore,  a prescindere dal suo uso e dalla sua condivisione) è associato alla moltiplicazione industriale dei prodotti che rivela una «potenza ‘oscura’» che trasforma la merce in una cosa – dice Marx –  sensibilmente soprasensibile, in un feticcio, vale a dire in qualcosa investito di un potere nascosto. Non solo perché una sorta di ‘magia nera’ imprigiona una parte della vita di chi produce nella merce. Ma perché la merce nella sua abbondanza, dà forma all’ «invisibile perturbante dell’accumulazione», cioè a un impoverito parente della plurale molteplicità del mondo e ci illude di prender parte alla sua ‘ricchezza’ (del mondo) che – nella forma della merce – in fondo rappresenta in un bizzarro gioco di specchi, solo la ricchezza di chi accumula. E’ il ‘genio della lampada’, il djinn che ci dona l’illusione di partecipare a questa ricchezza. Questa moltiplicazione delle cose affascina e spinge il desiderio verso un breve godimento, verso l’illusione di esserci , di prender parte, attraverso la ‘scelta’ che il consumo garantirebbe. Come dice Mbembe, la nostra è l’epoca dell’«espansione generalizzata della forma-merce e del suo dominio sulla totalità delle risorse naturali, delle produzioni umane, in breve sull’insieme dei viventi.» La forma merce si contrappone radicalmente all’idea di bene comune, di non appropriabilità del vivente. Credo che è su questo che bisognerà molto lavorare. Le cose sono tuttavia ancor più complesse perché la ripetizione – si sa – disanima, la trama mostra la corda,  così, per ri-animare il desiderio le merci sono a loro volta sempre più animate da ‘storie’,  diventano storie o frammenti di storie (internet, facebook, sms) e giocano sul piacere del gioco e dell’immaginario e questa dimensione acquista una sua autonomia, diventa anche luogo di scarto e di possibile resistenza e affermazione dell’aspirazione. (I pareri su questo son divisi).  Secondo Appadurai, la complessità dei paesaggi che mediatizzazione e migrazione creano incrina l’idea ingenua di una inevitabile resa dell’immaginazione allo storytelling consumista. L’aspirazione al miglioramento economico e al consumo dei popoli ‘subalterni’ potrebbe dunque essere animata da una logica meno subalterna di quanto non si possa pensare.  Un po’ come la lingua imposta dai colonizzatori agli schiavi (il ‘pidgin’, la lingua ‘creola’) che gli schiavi adottano e fanno propria ma come strumento di resistenza, come principio di differenza e uguaglianza e non solo come supina adesione a un modello. Scrive Appadurai:

E’ sempre più evidente che il consumo mediatico nel mondo provoca resistenza, ironia, selettività e in generale capacità di azione (agency)… Questo non vuol dire che i consumatori siano attori liberi che vivono felicemente in un mondo di centri commerciali sicuri, buoni pasto e sballi veloci… la libertà, d’altro canto, è una merce molto più elusiva.

L’etimologia di feticcio. Il neo-logismo portoghese fetiço deriva dal latino facticius, cioè qualcosa di fabbricato, che riguarda  cose che si animano, un ‘ibrido’ di organico e inorganico al cui interno o nella cui superficie ha sede il sacro: lo ‘spirito che muove’. Il feticcio attiva ciò che è indicibile, incontrollabile, incontenibile. Per altro il feticcio rappresenta anche ciò che vorrebbe imporre una forma al disordine, un ordine e una gerarchia all’alterità. Ma che ne rivela anche l’autonomia.

Certo, il capitalismo odierno tende a propiziare forme distruttive del desiderio, perché il prevalere della competizione e del profitto a breve non genera le articolazioni di cui avremmo bisogno:  globalizzare le opportunità, rispettare le aspirazioni al miglioramento economico,  lasciarsi interpellare dalle differenze, pensare con solidarietà alla qualità della vita delle generazioni future e alla sopravvivenza della terra tutta.

In realtà la continua manipolazione dei desideri insita in una certa logica del consumo non fa che aumentare la logica del bisogno, della frustrazione e del risentimento. Il desiderio si struttura nell’ingiunzione capitalistica al godimento, mentre trascura la tensione desiderante dei subalterni che a questa logica contrappongono – come dice Appadurai – quella delle loro aspirazioni.

Massimo Recalcati, uno psicoanalista che non si sottrae al confronto con la specificità biopolitica della società contemporanea, sostiene che bisogna individuare nella doppiezza del potere ipermoderno l’essenza del totalitarismo postideologico.

 Da una parte esso si sostiene su una pratica orizzontale del controllo che mostra la capacità di incidenza capillare del potere sulle forme stesse dell’organizzazione della vita, dall’altro il tracollo dell’Ideale e della sua esaltazione ideologica ha generato uno scompaginamento del legame sociale e uno smarrimento diffuso (…) Controllo e assenza di controllo si rincorrono dunque seguendo una circolarità paradossale (…) La clinica contemporanea mette in evidenza proprio questo disorientamento di fondo dei legami sociali: la diffusione epidemica di panico e depressione offre sinteticamente il ritratto di un potere che per un verso agisce sulla vita attraverso strategie di controllo che invadono sempre più la sfera cosiddetta privata e, dall’altra, si rivela però semplicemente assente, impotente ad arginare l’angoscia. [Recalcati 2010]

L’apparente e decantata superiorità della nostra cultura, del nostro bios si riduce – nella dinamica a-politica delle forme attuali del dominio economico – alla costruzione antropologica di un bizzarro ibrido, fabbricato come essere a un tempo frustrato  e desiderante, desiderante in quanto frustrato e frustrato in quanto l’aspirazione che è il cuore del desiderio viene sempre obbligata a spegnersi nella ripetizione del circuito pulsionale.

La continua manipolazione dei desideri insita in una certa logica del consumo non fa che aumentare la logica del bisogno, della frustrazione e del risentimento. Il desiderio si struttura nell’ingiunzione capitalistica al godimento, mentre trascura la tensione desiderante dei subalterni che a questa logica contrappongono – come dice Appadurai – quella delle loro aspirazioni.

Nel forte desiderio del migrante spesso colpisce  la vitalità di un’aspirazione ancora animata, poco satura, eco di una trama desiderante capace di sognare e di liberare il desiderio dalla sfera  della ripetizione e della frustrazione rancorosa. (vedi il post Eau Sauvage)

A proposito di desiderio, pulsione e aspirazione, sulla Repubblica di ieri un articolo molto chiaro di Recalcati nell’anniversario della pubblicazione dell’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari. Lo trovate qui. Recalcati dà conto della facilità con cui il ‘tutto subito’ sessantottino si è coniugato con quello berlusconiano dell’ ‘ingiunzione a godere’. E forse non per mancanza di un’astratto riferimento alla legge di uno (pseudo)padre (bulletti, autoritarismi, formazioni reattive ideologiche, identificazioni di massa col capo non sono mancati in entrambi i casi) ma per la difficoltà di coltivare un’autentica immaginazione morale.

 Certo è che per crescere oltre l’indebolimento di un legame sociale semplicemente dato per costruirne uno animato dall’aspirazione sarà necessario affrontare una serie di sfide: immaginare un’economia che rispetti la spinta al miglioramento economico individuale e familiare ma che al contempo ricordi o riscopra  la solidarietà. Una politica capace di valorizzare le pari opportunità e il principio di uguaglianza e responsabilità ma sappia amare le differenze. Una libertà di pensiero in tutte le aree della ricerca – sia nelle scienze ‘dure’ che in quelle ‘umane’ – capace di ripensare i sistemi e i paradigmi e di nutrirsi di interdisciplinarietà e non solo di iperspecializzazione.

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Mago nero Mago bianco (ancora su pulsione e aspirazione)

Nel mio libro sul “deposito del desiderio” ho preso in considerazione le amplificazioni di un importante versetto coranico:

“Noi abbiamo proposto il Deposito ai Cieli, alla Terra e ai Monti, ed essi rifiutarono di portarlo e ne ebbero paura. Ma se ne caricò l’Uomo e l’uomo è ingiusto e di ogni legge ignaro!” (XXXIII:72)

In molte delle tradizioni dell’Islam è questo il verso chiave che giustifica la necessità di una ermeneutica del testo sacro. Ciò che è stato affidato all’Uomo è un mistero non ancora compiuto, qualcosa che per compiersi necessita  dell’opera umana. Come nella parabola evangelica dei talenti. O come disse Nicola Cusano: l’uomo è la parte incompiuta della creazione.

Alessandro Bausani, autorevole studioso di islamistica e iranistica e autore di una classica traduzione italiana del Corano rileva che  questo passo presenta una singolare affinità con un mito del Niger.

Il Dio creatore chiese alle pietre “volete avere bambini e poi morire?” . Esse risposero negativamente e così esse sono eterne ma sterili, al contrario degli uomini che muoiono ma sono fecondi. 

Il deposito in questo caso sarebbe associato al rapporto tra mortalità e sessualità. Tuttavia è necessario aggiungere che – poiché anche piante e animali sono fertili – la ricchezza della differenziazione biologica si completa come “deposito divino” nella singolare specificità esistenziale della consapevolezza umana.

I miti di creazione sovente articolano il rapporto tra pulsione e aspirazione. Secondo una tradizione islamica la prima parte del corpo umano creata da Dio fu il sesso. Nell’albero delle sefirot della Cabala ebraica Yesod – il fondamento – è ugualmente un analogo della sessualità. Al Qortobî, uno degli autori di riferimento dell’esegesi coranica racconta così la creazione: Allah disse: “questo è il mio deposito, ve lo confido” e l’esegeta aggiunge “perché il sesso è un deposito.” Il termine arabo per deposito – Amânatum – ha la medesima radice dell’ebraico Amen, e indica quesl “sì” e quel “così sia” con cui l’uomo accetta con dignità ma per certi versi ciecamente la condizione umana. Un sì paradossale perché l’assenso alla sessualità e al contempo alla precarietà esistenziale è un vero e proprio salto nel buio (quella del punto cieco è una classica metafora per indicare il sesso nella lingua araba). Esistono altre versioni del  mito di creazione dell’uomo in cui Satana si divertì a entrare e uscire da ogni orifizio del corpo primitivo d’argilla dell’uomo prima che Dio vi insufflasse l’anima. Nei numerosi trattati sull’anima dei filosofi arabi, la natura dell’uomo attraversata dall’arbitrarietà pulsionale verrà appunto contenuta e inquadrata dalle sue tre funzioni fondamentali, percezione, immaginazione e intelletto.

 Questa traccia mi sembra fertile: il dialogo interculturale trova un terreno di confronto sulle “trame di liberazione” là dove immagina un’articolazione tra  pulsione, mancanza e coscienza, tra rischio dell’amore ed esperienza religiosa, tra distruttività e trasformazione. In questo contesto è indubbio che nessuna prospettiva univoca ha ancora saputo risolvere il problema del “deposito divino” che solo l’uomo si può assumere grazie a una coscienza – bisogna pur dirlo – un po’ cieca.

Detto in termini più psicoanalitici, l’articolazione tra il logos umano e la Cosa pulsionale passa per quell’aspetto dell’immaginario che la mistica islamica ha esplorato a fondo e che Corbin e Hillman hanno avuto il merito di restituirci: la dimensione immaginale.

La leggenda islamica secondo cui la terra di Adamo viene animata dal soffio divino, dopo che il soffio demonico è spirato per tutti i suoi orifizi racconta il difficile confronto tra Spirito e Pulsione che anima le rappresentazioni archetipiche dell’esperienza religiosa. Altre narrazioni mistiche parlano del rapporto tra amore umano e amore mistico. Nella mistica islamica le prove amorose spesso vengono rappresentate come la prova del deserto  e della nostalgia per il divino. Rimanendo dunque nel mio orticello vi ripropongo un brano  tratto dall’Archetipo  dello Spirito nella fiaba in cui Jung ci racconta il sogno di un giovane teologo che ha una tonalità decisamente fiabesca:

 Il giovane sogna un Mago Bianco – una sublime figura ieratica di vecchio saggio vestito di nero. Egli parla a lungo col giovane concludendo con le parole “Ma per questo avremo bisogno del Mago Nero”. In quel mentre si apre la porta ed entra un secondo vecchio simile al primo ma vestito di bianco. E’ il Mago Nero che dice al Mago Bianco: “Ho bisogno del tuo consiglio,” gettando però una occhiata dubbiosa verso il sognatore. Il Mago Bianco replica: “Puoi parlare liberamente è un innocente.” Il Mago Nero allora racconta la sua storia. Egli giunge da una terra lontana dove era successo qualcosa di straordinario. La terra era governata da un vecchio re che sentiva vicina la sua fine. Il re aveva cercato una tomba adeguata e poiché nella sua terra esistevano molte tombe dei tempi antichi egli si era scelto la più bella. Secondo la leggenda vi era stata sepolta una vergine… Il re aveva fatto aprire la tomba per prepararla. Ma quando le ossa erano state riportate alla luce esse avevano preso vita e si erano mutate in un cavallo nero che era fuggito al gran galoppo. Dopo aver udito questa storia il mago nero si era lanciato all’inseguimento del  cavallo. Dopo aver trascorso molti giorni a inseguirne le traccie era giunto ai margini del deserto. Lo aveva attraversato da un’estremità all’altra sino a uscirne finalmente in una contrada fertile. In quei pascoli aveva visto il cavallo nero pascolare tranquillo. Il Mago Nero era venuto a cosultare il Mago Bianco perché là aveva anche scoperto le perdute chiavi del Paradiso e nessuno sapeva cosa farne.

 Jung aggiunge che il sognatore si trova a dover fare i conti con

 “l’incertezza di ogni valutazione morale, con la sconvolgente interazione di bene e male e con l’impietoso concatenamento di colpa, sofferenza e redenzione. Questa via verso l’esperienza religiosa primordiale è quella giusta ma quanti la riconoscono?  E’ come una piccola voce tranquilla e parla da lontano. E’ ambigua, controversa, oscura, presagio di pericoli e avventure incerte; una via affilata come un rasoio, da perseguire solo per amore di Dio, senza sicurezze e senza crismi legittimanti.”

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La leggenda di Khadija e Maometto (Narrazioni del desiderio IV).

Velo e rivelazione

L’usanza del velo non sarebbe originariamente araba ma bizantina (dunque cristiana) e persiana. Prendendo in considerazione la misura delle contaminazioni culturali è impossibile attribuirne la  paternità al Corano o a Maometto, ed è possibile che nelle prime comunità di musulmani il velo si limitasse a ciò di cui parla la sura XXIV nella traduzione di Alessandro Bausani: “Dì alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare e si coprano i seni d’un velo”.

Una leggenda riportata da Al Tabari riflette simbolicamente sulla questione con ben altra profondità.  Al Tabari mette in scena Maometto in preda ai dubbi: l’angelo della visione che gli annuncia la nuova rivelazione coranica gli appare terrificante ed egli teme la follia.

“Quell’anno Maometto lasciò la montagna e scese da Khadija e le disse: – O Khadija, temo di diventare mattto – Perché? – gli chiese quella – Perché – disse – noto in me stesso i segni dei posseduti; quando cammino sulla via sento voci in ogni pietra e in ogni collina; e nella notte vedo in sogno un essere enorme che si presenta a me, un essere la cui testa tocca il cielo e i cui piedi toccano la terra; non lo conosco e si avvicina a me per afferrarmi(…) Khadija gli disse – Avvertimi se vedi qualcosa del genere – (…) Orbene un giorno, trovandosi in casa con Khadija, Maometto disse: – O Khadija, questo essere ora m’appare, lo vedo. – Khadija si avvicinò a Maometto, si sedette lo prese in grembo e gli disse: – lo vedi ancora? – Sì – rispose. Allora Khadija si sciolse i capelli e disse: – E ora lo vedi? – No – rispose Maometto. Khadija disse: – Rallegrati non si tratta di un demone ma di un angelo.” (Al Tabari 206)

Questa storia evoca il protomito, raccontato nella Genesi – e più diffusamente nel libro apocrifo di Enoch – in cui  gli angeli  (i “figli di Elohim”) prima del diluvio si innamorano delle donne generando con esse mostri e giganti…

E San Paolo ancora raccomanda nella sua epistola ai Corinzi che le donne si velino nel momento della preghiera per via degli angeli: 

“L’uomo non è obbligato a velarsi il capo (…)Egli è la gloria di Elohim. (…) ma la donna deve avere sul proprio capo potere per via degli angeli (…) Giudicate da voi: conviene che una donna preghi Elohim con la testa non velata?(…)per l’uomo è un disonore avere i capelli lunghi ma per la donna i capelli lunghi sono una gloria.” (1. Cor.11: 7-15)

E se simbolicamente  i capelli sembrano rappresentare la forza della personalità ma anche l’identità di genere non può non colpire in questo passaggio una narrazione in cui – se l’uomo come “immagine” di Elohim ne riflette la gloria – la donna possiede – nei propri capelli – una sua gloria ‘autonoma’ che dev’essere velata nel momento della preghiera.

In tutte queste narrazioni l’angelo (o il demone) sembra rappresentare un aspetto dello spirito vulnerabile, sul quale una donna può esercitare un potere  seduttivo. Il desiderio radicato nella corporeità della donna ) rappresenterebbe un pericolo perché situato su coordinate altre e autonome rispetto a un’aspirazione astratta e disincarnata: quindi efficaci nel rivelarne la debolezza. Proprio perché, secondo la tradizione, la condizione angelica non prevede redenzione e apprendimento ma obbedienza partecipe, con questa disobbedienza spirituale gli angeli di cui ci racconta la Genesi “cadendo” portano l’assoluto nella seduzione e nella materia. E tuttavia Khadija sa che l’angelo a cui si può prestar fede,  l’angelo della rivelazione coranica e dell’annuciazione a Maria, Gabriele, rispetterà il suo disvelamento, non cadrà in tentazione, non proietterà l’assoluto nel parziale, pur comprendendo il mistero e la superiorità del parziale.  E significherà questo rispetto non interferendo con la coppia umana.

Siamo dunque nell’ambito tempiterno della ierostoria. La storia  di Khadija ci dice che la “verità” della Rivelazione trova la sua conferma grazie al disvelamento di una donna che mette consapevolmente alla prova un angelo. Quasi che in questa “tentazione” si celasse tutto il discrimine e il sapere sulla condizione angelica, sugli angeli ubbidienti e su quelli che si perdono. Ma anche lo statuto di un desiderio capace di coniugare aspirazione e lealtà –  e dunque della conoscenza sessuata  che nasce dall’incontro tra maschile e femminile.

Maometto vede l’angelo: Khadidja no. Tuttavia la donna sa qualcosa di come l’invisibile agisce. 

Se Maometto fa fatica a qualificare ciò che vede, Khadija dal canto suo crede in ciò che non vede. Si capisce allora come Maometto debba passare da lei per verificare la propria esperienza. Dunque anche nell’Islam, l’uomo, per credere,  «deve passare dalla fede di una donna»  donna che evidentemente dispone di un sapere sulla verità (e sull’illusione) che precede ed eccede lo stesso sapere del fondatore. Come è stato detto, questo sapere femminile “verifica” la verità del profeta! O trovando altre parole: l’uomo è abitato dall’alterità, ma senza la donna – specchio della sua anima – non lo può sapere.

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Nuda vita IV [L’aspirazione migrante]

Seguendo la lezione di Roberto Esposito, ricordo che esistono due parole per vita in greco: bios e zōē. Nella Politica Aristotele le aveva ben distinte: bios era la vita pubblica, la vita della comunità, la vita politica del cittadino con cui l’uomo crea le forme della vita civile. Oggi potremmo tradurre bios con vita politica, vita sociale, vita culturale. Questa parola è poi diventata la radice di tutto ciò che è bio-logico, come se una volta sfumata la distinzione fatta da Aristotele, quando parliamo di vita si debba sempre intendere la vita fisica.

Il concetto di vita fisica in greco non era invece espresso da bios ma da un altro termine che includeva la vita senza qualificazioni in tutte le sue forme. La vita fisica ne era in qualche modo lo specchio. Questo termine era zōē che Aristotele definiva anche come vita economica, cioè vita della famiglia (l’oikos, la casa, da cui deriva appunto la parola economia) e del suo mantenimento e dunque di tutto ciò che ne consente gestione.

La zōē, era intimamente connessa all’idea di sussistenza, allo sforzo dell’individuo per garantire la sopravvivenza familiare a prescindere dalle forme della cultura. Oggi potremmo tradurre zōē nei termini della ‘nuda vita’ di chi deve innanzi tutto sopravvivere. Zōē è indubbiamente anche la vita dell’aspirazione migrante in cerca di condizioni minime di sussistenza. Ma zōē in quanto vita in sé, vita che precede ogni differenziazione e per questo è più grande delle sue forme, è anche la pienezza di vita, vita come radice desiderante dell’aspirazione di vita. Anche oggi i ‘cittadini’ (il cui diritto alla cittadinanza è legato arcaicamente all’eredità del ‘sangue’!)  apparentemente godono del bios culturale, cioè del diritto di partecipare, anche se altre dinamiche sovente lo anestetizzano, lo rendono sostanzialmente virtuale. I ‘migranti’ invece hanno nella lotta per la sussistenza, nell’aspirazione al miglioramento economico per sé e i propri cari, la fonte di ogni percorso di vita. Moltissimi non possono nemmeno pensare a una vita affettiva – a una casa – senza tale miglioramento. La dicotomia tra bios (vita della comunità) e zōē  (nuda vita dell’economia) ai tempi di Aristotele costituiva l’indiscusso fondamento della vita politica mentre oggi – a patto che sia riconosciuta – interpella diversamente le coscienze. Forse la zōē è un ossimoro:  la vita della necessità economica si intreccia con l’aspirazione intrinseca ad essere più che ad avere, aspirazione che tuttavia è radicata nel corpo e nei sistemi umani.

Una volta riconosciuto il dualismo (la scissione?) di fatto tra un’aspirazione di ‘serie A’ –  cercare la pienezza del vivere, partecipare alla vita sociale e culturale – e un’aspirazione di ‘serie B’ – desiderare la sopravvivenza e il miglioramento delle condizioni economiche – forse ci si può iniziare a chiedere se non si tratti di un falso dualismo. In questo senso possiamo già riconoscere nella questione migrante una importante cartina di tornasole di una sfida epocale a ripensare la vita. Paradossalmente proprio la presa in carico prioritaria della ‘vita biologica’ e della ‘sicurezza’ rischia di trasformare le culture come forme-di-vita in divenire, come articolazione di bios e zōē,  in forme scisse di sopravvivenza prive di aspirazione. Alla radice della tensione sicuritaria intravediamo l’offuscamento di due forme dell’aspirazione: l’aspirazione alla libertà (la cui ombra è l’individualismo egoico, il piccolo interesse privato), e l’aspirazione alla comunità e alla trasmissione (la cui ombra è l’immunitarismo che solleva muri per tenere fuori lo “straniero”).

Certo è che per crescere oltre l’indebolimento di un legame sociale dato per costruirne uno desiderato sarà necessario affrontare una serie di sfide: immaginare un’economia che rispetti l’aspirazione al miglioramento economico individuale e familiare ma che al contempo affermi la solidarietà, le opportunità della ‘decrescita’  e le ‘visioni’ alte dell’umano che come dice Glissant spesso benedicono proprio chi vive nelle tracce – più che di una memoria articolata  – di ciò che è andato perso perso. Una politica capace di valorizzare le pari opportunità e la condivisione delle responsabilità (le ‘promesse’) a partire da una partecipazione personale che non si limiti alla delega . Una libertà di pensiero in tutte le aree della ricerca – sia nelle scienze ‘dure’ che in quelle ‘umane’ – capace di ripensare i sistemi e i paradigmi e di nutrirsi di interdisciplinarietà e non solo dei luoghi comuni delle proprie discipline o di iperspecializzazione.

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Aspirazione (1)

Anche in questo caso l’etimologia della parola sembra pertinente – aspirazione viene dal latino aspirare che significa «inspirare, inalare», E’ dunque affine a ispirazione. Ma è anche necessario espirare, lasciar andare e «mollare».  (Coomaraswami aveva proposto come traduzione di nirvana esalare, espirare.)

L’aspirazione esprime dunque sul piano psico-spirituale una polarità ritmica: ciò che la respirazione esprime su quello fisico. Mentre nello yoga la respirazione ‘bastava’ a riconnettere ritmicamente col cosmo, le differenziazione della coscienza esige oggi un ritmo immaginale, una metabolizzazione delle esperienze e delle immagini che ‘crea’ un luogo per l’anima.

Nelle relazioni affettive l’orizzonte dell’aspirazione tende al dialogo senza pretese di assimilazione perché è sostanzialmente erotico, libero cioé (nei momenti di grazia!) dalla possessività, dal desiderio di assimilare l’altro, e sente quindi di appartenere con lui o con lei all’avventura della vita.   L’aspirazione è dialogica. L’aspirazione non può essere soddisfatta dall’oggetto “in sé” ma dalla con-tingenza dell’oggetto stesso, dal suo indicare la possibilità di una trama a un tempo solidale e trascendente nel cuore stesso dell’esperienza umana.

In tal caso l’aspirazione si manifesta radice del desiderio, tensione che nutre la capacità di  amare l’oggetto al di là e attraverso la sua parzialità.

Un lettore mi chiede del rapporto tra aspirazione e cambiamento: da dove nasce il cambiamento  o meglio come capire di quale cambiamento si tratta perché sovente «plus ça change plus c’est la même chose»…? E’ una buona domanda che merita una riflessione più approfondita di quella che sono in grado di offrire da solo.
A me sembra che l’aspirazione al cambiamento  sia un’ aspirazione alla trasformazione (che però rischia di restare un concetto astratto) pur sapendo che per certi versi possiamo trasformare relativamente poco.  (Ma forse un poco che fa la differenza – o che ci aiuta a sciogliere gli schemi mentali che ci impediscono di cogliere le cose nella loro dinamica ecosistemica, relativa e relazionale. Bateson da questo punto di vista dice cose che ricordano molto la logica buddhista). Lo stesso Bateson rovescia la questione e si chiede che cosa l’opposto del cambiamento e cioè sia la ‘stabilità’ e la decostruisce per restituire la complessità delle relazioni sistemiche che la permettono. Il cambiamento di cui parla è quello che permetterebbe di aprirsi alla complessità. La psiche (intesa sia come dispositivo individuale che sociale e culturale) sarebbe un apparato per trasformare (metabolizzare) le esperienze costruendo equilibri aperti e complessi. Si potrebbe dire che questa è una caratteristica specie-specifica dell’umano. La qualità dell’aspirazione si esprimerebbe in prima battuta nella caratteristica ‘narrativa’ e immaginale dell’umano. (Nelle possibilità di senso che costruiscono le sue narrazioni).
D’altro canto se l’ombra dell’aspirazione è l’idealizzazione dobbiamo essere consapevoli di alcune trappole. Si può pensare a un triangolo sistemico che ci imprigiona, fatto di idealizzazione, potere (l’ombra invischiante del desiderio) e ripetizione (l’ombra della pulsione)…
Di fatto la vera aspirazione non idealizza perché sa che il suo oggetto è irrangiungibile o non esistente se non nella forma che la stessa aspirazione riesce a dargli e allora nella distanza gli si avvicina (chi dice che la realtà non sia paradossale?)…
Cerco di spiegarmi con una piccola parabola… Surawardhi (uno straordinario mistico persiano del XIII secolo) racconta che all’inizio la prima emanazione del Logos furono tre fratelli. La prima sorella, Bellezza, prese coscienza di essere il Bene Supremo. Nel momento in cui giunse a questa consapevolezza sorrise e da questo sorriso nacquero miriadi di angeli. Il secondo fratello, Amore, che era sempre stato il compagno assiduo e inseparabile di Bellezza, quando vide il suo sorriso si sentì talmente turbato e smarrito che ebbe un moto di fuga e distacco… Allora Nostalgia, il terzo fratello, si aggrappò a Amore e lo fermò nella sua fuga: da questa sospensione, da questo spazio vuoto che si era creato nacquero il cielo e la terra.
Questa parabola si presta ovviamente a molte interpretazioni.
La Bellezza in quanto esperienza umana è fondata sulla transitorietà, sull’impermanenza. (Esempio paradigmatico i giapponesi che a primavera vanno a vedere i cileigi che sfioriscono e il vento che soffia  via i petali)  Qualcosa dell’esperienza umana della bellezza si radichi nell’esperienza percettiva e nella nostra modalità pulsionale di rispondervi. Qui entra in gioco il rapporto con l’altro e con il suo di desiderio, con il potere e il mistero dell’oggetto stesso. La paura di essere ‘mangiati’ o assimilati dall’altro che sia l’altro della relazione o il Grande Altro (il bene supremo contemplato dalla propsettiva della finitudine) che presumiamo dia un senso compiuto e finale alla vita… (e spesso li facciamo coincidere). Da qui il moto di sgomento di Amore che in quanto tale non vivrebbe più se si perdesse totalmente nell’altro… E’ Nostalgia (in mancanza di un termine migliore e da non confondere con il ritiro malinconico-depressivo che segue ad abbandoni e separazioni) la forma desiderante – l’aspirazione –  che permette di ritrovare una relazione desiderante con l’altro? A me piace molto che il cosmo materiale ‘il cielo e la terra’ quindi la concretezza del mondo quotidiano vengano creati, da questo nulla, da questo vuoto mosso dal desiderio/anelito per qualcosa che per più versanti o è impermanente o non c’è (non alla maniera in cui pensiamo l’esserci delle cose) e per cui tuttavia proviamo nostalgia.
In un post successivo cercherò di ragionare sul rapporto tra aspirazione e dimensione sociale, tra aspirazione e nuda vita.

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Pulsione, desiderio, aspirazione.

In risposta al commento di Lino al post sul deposito del desiderio direi che ho provato a immaginare una sorta di tri-articolazione di pulsione, desiderio, aspirazione. Per cominciare dalla differenza tra desiderio e pulsione direi che il desiderio (anche solo sul piano immaginario) è relazionale, è desiderio dell’altro (con tutte le sue eventuali complicazioni ma anche con un’apertura costitutiva), mentre la pulsione si dà in una ripetizione che ci interpella nell’urgenza di soddisfare (di scaricare) ciecamente una tensione. La pulsione è un desiderio a breve termine, un desiderio con data di scadenza  radicato in un bisogno. Recalcati e Zizek hanno raccontato bene  come la dimensione della soddisfazione pulsionale (il ‘godimento’) si intrecci con la logica capitalistica e con i suoi ‘feticci’. L’apparente e decantata superiorità del liberismo occidentale si riduce sovente – nella dinamica a-politica delle forme del dominio economico – alla costruzione antropologica di un bizzarro ibrido, fabbricato come essere a un tempo frustrato  e desiderante, desiderante in quanto frustrato e frustrato in quanto l’aspirazione viene sempre obbligata a spegnersi nella ripetizione del circuito pulsionale. Le narrazioni della pulsione sono povere o inesistenti. E’ in fondo la cecità della pulsione che fa problema al desiderio. Se il desiderio è un ponte che costruisce ‘illusioni’ relazionali sostenibili, l’aspirazione ne costituirebbe il respiro paradossale, un rizoma relazionale che riconosce i propri attaccamenti ma non si esaurisce in nessun ‘oggetto’. Aspirazione come desiderio ‘liberato’. Si potrebbe anche parlare di una tensione relazionale eco-sistemica. L’aspirazione sarebbe centrata sull’ ‘essere’ e non sull’ ‘avere’. Naturalmente l’aspirazione può essere troppo disincarnata e astrattamente ideale quanto la pulsione gretta e prigioniera della ripetizione. L’ombra dell’ aspirazione sarebbe una sorta di inflazione psicologica o spirituale. Il pericolo dell’aspirazione – per esempio dell’aspirazione alla verità – è quello di ricadere inavvertitamente in un attaccamento un po’ cieco per la ‘superiorità’ delle nostre costruzioni. Per dirla con Panikkar: “Il pericolo nasce nella possibile confusione tra il nostro desiderio di capire qualcosa perché presumiamo (a priori) che la Realtà sia (dovrebbe essere) comprensibile e l’ aspirazione a trovare un senso alla nostra vita e a tutta la realtà.” Senza dimenticare che la vita di sussistenza e i suoi bisogni, le stesse pulsioni – se si articolano con il desiderio e l’aspirazione – possono trovare una diversa collocazione. Da questo punto di vista allora si potrebbe dire che il compito del desiderio è una sorta di creazione ex nihilo che non idealizza ma non avvillisce. D’altro canto si potrebbe anche immaginare l’aspirazione come il cuore nascosto del desiderio, quella tensione desiderante ) che continua a desiderare e non si ‘esaurisce’  anche quando si è ottenuto ciò che si desiderava. Un esempio secolare di ‘aspirazione’ potrebbe essere l’orizzonte (lontano) della giustizia e della libertà. Penso che approfondirò alcuni di questi temi nei prossimi post anche perché avevo scritto una sezione del libro che poi ho tagliato. Mi farebbe molto piacere discuterne insieme.

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