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Il gioco del mondo (un frammento onirico)

A proposito di ‘matrice sociale dei sogni’ volevo condividere un breve frammento di un sogno fatto ieri notte, che credo sia anche eco di un bell’incontro a Torino dove si è parlato di etica, bambini, adolescenti, famiglie, ma anche di migranti e del bisogno di trovare nuove forme di appartenenza e costruzione comune, e condivisione dei pesi e delle sfide di questo mondo odierno a tratti così pesante…
Nel mio sogno bisognava svelare l’enigma di cosa fosse il ‘board-mir’, o trovarlo e comunque scoprire il significato della parola mir (o myr).
Pensavo fosse sanscrito e al risveglio ho guardato ed effettivamente c’è una parola myr che è una misura temporale di ‘un milione di anni
Invece in russo (cosa che ignoravo o che era sepolta nel mio inconscio) mir significa sia pace che mondo, ma anche comunità e assemblea. La parola originaria ha a che fare con una forma di autogoverno e di proprietà comune delle terre che già esisteva nel medioevo.  Con l’abolizione della servitù della gleba, il mir assunse un ruolo centrale nella gestione comunitaria della terra, che veniva concessa ai contadini russi dietro sostanzioso “riscatto”. Bakunin vedeva nel Mir la predisposizione del popolo russo verso l’autogestione e la collettivizzazione delle terre. La sua storia prosegue fino al 1928 quando il Mir viene abolito  da Stalin a favore di forme di gestione collettiva statalizzata (Primo piano quinquennale – requisizione del grano).
La parola inglese board rimanda invece ai giochi in particolare i giochi da tavolo (tipo gioco dell’oca) che in inglese si chiamano board games. Più in generale board rimanda a asse, tavola e per derivazione tavolo (da gioco), lavagna, cartellone. Ma può essere usata per significare ‘a bordo’ (di una nave) o per un consiglio d’amministrazione o altro esclusivo ‘comitato’…
Insomma un po’ come con il gioco della sabbia (o gioco del mondo) dobbiamo forse immaginare giochi e pratiche di pace foss’anche con una prospettiva di lunghissimo termine (non ingenua ma un po’ utopica) per costruire mondo e comunità?
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La dittatura invisibile dell’uniforme

Il libro di François Julien De l’universel, de l’uniforme, du commun, è ricco di spunti.sul dialogo interculturale e sull’idea di «universalità». Julien si chiede quali nozioni possano aiutarci a pensare il rapporto tra culture. L’«universale» è tra queste? Dipende da come lo pensiamo. Ci serve per riconoscere delle invarianti umane declinate nella pluralità delle culture oppure nomina un «dover essere» proiettato a priori  e che vuole stabilire una norma assoluta per l’umanità?

La nostra idea di universale nasce da una serie di momenti della storia:  l’invenzione filosofica dei «concetti» in Grecia, lo sviluppo della «cittadinanza» a Roma, la neutralizzazione delle differenze nel cristianesimo istituzionale.

Julien sostiene  che proprio il confronto con altre culture può liberare l’universale dagli universalismi precostruiti. «Se invece di valere come cappa ideologica esso serve effettivamente come idea regolatrice che guida una ricerca. Togliendo i recinti a ogni totalità già data, potrà liberare nuovamente le condizioni di possibilità di una dimensione «comune»  sempre minacciata di svalutazione e ripiegamento. Allora il senso dell’umano non subirà più  i limiti della paura o della reticenza – per crescere e svilupparsi»

Julien sostiene dunque che l’idea di universale va messa in risonanza alle forme concettuali sviluppate in altre culture (sottolinea in particolare che nella filosofia cinese i concetti dominanti sono la trasformazione ed equilibrio e non il concetto di ‘Essere che da noi porta a pensare l’universale come qualcosa di immutabile e assoluto). Ma anche con altre categorie che risuonano con l’idea di universale:

1. la categoria politica del «comune» nel senso della communitas, dell’impegno a co-costruire senza esclusioni a priori. E’ il luogo della condivisione perché indica «il fondamento senza fondo» dell’esperienza umana. E’ tuttavia sempre minacciato dalla sua reversibilità, da inclusivo può diventare esclusivo ed immunitario.

2.  L’uniforme come ombra contemporanea dell’universale. Scrive a questo proposito

«Lungi dall’esserne una realizzazione l’uniforme è il doppio perverso dell’universale che la mondializzazione promuove. Saturando il mondo, si traveste [da universale] ma non può invocare legittimità poichè non si autorizza a partire da una necessità ma da una comodità; il suo interesse non deriva  dalla ragione, ma dalla produzione: diffondendo indefinitamente il simile, ne fa l’unico paesaggio che ci resta e di fatto lo accredita.La sua dittatura è tanto più insidiosa quanto più è discreta e invisibile.»

MI sembra che a queste considerazioni faccia eco Cacciari su Repubblica di oggi: « Ci poniamo alcune domande: può esserci una città in cui il nomos, la legge, ciò che ci unisce, è puramente norma e non ha nulla a che fare con l’idea di amore o con l’idea di amicizia?». L’intervistatore chiede se la comunicazione dei social network possa avere a che fare con questa idea di amicizia e Cacciari risponde: «In quella comunicazione tutto si eguaglia, non ci sono più i vincoli tra i distinti, tutte le parole che circolano sono uguali. Poi possono esser necessari, ineludibili, tutti siamo costretti a usarli. Ma questo non significa che hanno a che fare con il vincolo di amicizia».

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Comunità/Immunità

Roberto Esposito [Esposito 2002] ci ha aiutato a cogliere il senso della comunità che si rovescia nel suo opposto, della comunità che diventa immunitaria. In una società immunitaria la libertà non è più libertà DI ma libertà DA. Per potersi dispiegare nelle sue forme la vita deve innanzitutto mantenersi tale, conservarsi. È in questa dinamica che si inscrive la dialettica tra comunità e immunità. Se la comunità è ciò che vincola gli individui in un impegno di servizio (munus) reciproco senza agende precostituite – il famoso ‘bene comune’ – l’immunità (in tutti i sensi) ne è il rovescio, l’immunità è ciò che dispensa da questo impegno.

Il fatto che ogni sistema o organismo sopravviva anche grazie a funzioni immunitarie (e si possa quindi parlare di una ragione immunitaria) non riduce la portata della prospettiva ecosistemica come osserva acutamente Peter Sloterdjik: «Tutta la storia è lotta tra sistemi immunitari (…) poiché tuttavia la Terra insieme ai suoi fragili sistemi atmosferici e biosferici ha rappresentato una volta per sempre il limitato teatro comune di tutte le operazioni umane (…) da questo punto in poi un protezionismo della totalità diventa il precetto della ragione immunitaria.» [Sloterdjik 2010]. La stessa ‘ragione immunitaria’ deve farsi comunità.

Paradigma dell’immunità  è stato proprio il nazismo. Per il nazismo la vita andava difesa dalle contaminazioni allargando progressivamente il controllo mortifero di ciò che poteva contaminare il sistema immunitario, la retorica purezza di ‘terra e sangue’: disabili fisici o psichici, omosessuali, zingari, ebrei. I tre dispositivi immunitari propri del nazismo erano:

La normativazione assoluta della vita, per quanto riguarda gli aspetti medici, biologici (controllo della devianza e della difformità, leggi sulla ‘protezione del sangue e dell’onore del popolo tedesco’, eugenetica, eutasiasia) e ‘razziali’ sottomessi all’arbitrarietà legalizzata.

L’incatenamento ideologico alla dimensione biologica – viene del tutto meno l’articolazione di coscienza, psiche e corpo, il corpo è tutto, l’uomo è interamente oggettivato, definito dalla biologia e dalla razza. Il nazismo assume il dato biologico come verità ultima in base alla quale la vita di ciascuno è esposta alla decisione eugenetica  dello Stato.

La sterilizzazione come fulcro medico della biocrazia nazista.  La nascita e l’eredità razziale determinavano il livello di cittadinanza nel Reich.

L’alternativa sembra così porsi tra nuda vita nell’immunità (monoculturale, irrigidita e mortifera) o nuda vita (generativa) in una comunità in cui pluralismo e diversità non sono più minacce.

La foto è la schedatura nazista di una bimba Rom.

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