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Non fare di ogni erba… un fascio

arabicgraffitti-nativezentwo-01_webRiflessioni un po’ più a freddo dopo Parigi. Nella confusione si dubita ancora di più. Sia la militanza ideologica che la riluttanza al confronto aperto sono sintomi delle difficoltà del pensiero. La serata a cui ho partecipato alla Casa della Cultura di Milano per la presentazione del libro di Fethi Benslama tendeva a una semplificata polarizzazione tra cultura illuminista e oscurantismo islamico. La sottile rivendicazione di una ‘superiorità’ occidentale non solo nega l’ “ethos” ricco e variegato di ciò che l’Islam come cultura ha dispiegato nel tempo ma rischia di generare proprio ciò che si vuole evitare. Rappresentando come ‘sbagliate’ ‘malate’ o ‘inferiori’ le fonti stesse dell’Islam si finisce in un sol colpo col negare possibilità evolutive alle sue narrazioni e di consegnare a un ‘male’ radicale tutti i suoi credenti ridotti a carnefici o vittime. Ignorando così la crisi e la sofferenza di milioni di musulmani che rischiano addirittura di essere descritti come una sparuta minoranza impotente di fronte alla fascinazione mediatica della violenza wahabita/salafita.

Immaginiamo una distopia: un mondo in cui l’occidente cristiano dopo un fase di grande sviluppo economico e culturale si sia impoverito e sia stato colonizzato per più secoli da altre civiltà. In un secondo tempo queste civiltà, tecnologicamente più avanzate dell’occidente, decidono (in base a calcoli geopolitici ed economici) di finanziare e rendere particolarmente influente una piccola minoranza di cattolici reazionari come – che so – i ‘legionari di Cristo’. Immaginiamo poi che le forze che hanno orientato le geopolitiche mondiali, amplificando anche involontariamente il potere di questa minoranza, ne colgano le perversioni ma identifichino tutti i cattolici con questa minoranza…

Da Bateson in poi sappiamo che i ‘doppi messaggi’ mandano fuori di testa… e dopo Spivak che non possiamo parlare ‘in nome di’ – certamente non in nome di Dio, ma neanche in quello dei subalterni. Che in questo caso sono milioni di musulmani fedeli al loro ethos ma inorriditi sia dal radicalismo islamista che dalle nostre semplificazioni.

 Provo a elencare nove punti su cui riflettere

1. SPAESAMENTO – c’è indubbiamente un’escalation nella barbarie che ci coglie impreparati… Dopo il nazismo e la decolonizzazione, dopo l’ottimismo del dopoguerra, le tensioni tra superpotenze, il timore atomico, le speranze di pace, cosa sono queste teste tagliate, questi corpi che si fanno esplodere, questi bambini soldato? Mettiamoci dentro anche le varie balcanizzazioni, le rivendicazioni reattive, le faide ‘etniche’, gli interventi ‘umanitari’… le centinaia di migliaia di morti in Siria, Iraq, Afganistan…. L’esportazione globale della democrazia evidentemente non basta a frenare l’eterno ritorno della necrofilia? Che sia (anche) un ritorno del rimosso? Aveva forse ragione Benjamin quando descriveva come una malattia l’idea troppo facile del ‘progresso’ e immaginava l’angelo di Klee contemplare impotente l’infranto delle sue rovine? Aggiungendo che è necessaria una radice utopica per dare forma all’eccezione di un’autentica trasformazione. Non un’evoluzione linearmente dialettica dunque ma un arresto, una sospensione, uno shock, un risveglio, una rimemorazione di ciò che veramente ci manca. Un confronto radicale con la malattia dell’umano. Di cui non possiamo dire di avere trovato una cura esportabile. Vale dunque ricordare l’incipit di dialettica dell’Illuminismo: «la Terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura». E parallelamente c’è una crisi profonda attraversa le soggettività, le coordinate di costruzione dell’identità nell’Islam. E lo spaesamento genera irrigidimento, ma forse anche una grande opportunità.

2. SATIRA – Definire l’essenza del nostro sentire comune ‘occidentale’ come il senso del satirico mi sembra un’assurdità. Il gusto del paradosso, la capacità di rovesciare l’assurdità in riso, il senso dell’umorismo non sono certo una esclusività culturale. L’umorismo, dal witz ebraico al paradosso zen, è lieve, compassionevole (anche quando è spietatamente autoironico) e per niente militante. La satira invece ha sempre avuto una precisa funzione ma all’interno di un universo di significati condivisi: quella di rappresentare con i suoi strumenti il conflitto tra umili e potenti, quella di denunziare gli abusi e le incongruenze del potere. Anche se lo stesso potere in qualche misura l’ha sovente tollerata e utilizzata per indebolire e assimilare le frustrazioni, fin dai tempi dei giullari di corte. (Acutissima l’analisi di Achille Mbembe su come la satira nei potentati postcoloniali rafforzi la grottesca corporeità pulsionale dell’autocrata – ma qualcosa di simile accade anche con la mediatizzazione della vita sessuale dei nostri potenti). Là dove la satira ha svolto una funzione critica evolutiva è stato comunque all’interno di contesti dove il conflitto si giocava entro coordinate condivise, sincroniche. Applicare il medesimo criterio a chi non condivide queste coordinate, in un tempo di paesaggi multipli, di diacronie e disgiunzioni significa rivendicare in modo militante una superiorità culturale. Che non può non rimandare allo schema di categorizzazione e comparazione ‘evolutiva’ che dopo l’Illuminismo ha generato i famigerati ‘zoo umani’ delle prime expo e più in generale la visione evoluzionista e gerarchica delle ‘culture’ che ha animato le peggiori nefandezze coloniali e razziste. Diverso sarebbe problematizzare a partire dalla stessa tradizione (nostra e loro) la capacità critica, il dubbio, l’interrogazione aperta, con un ethos però che a me sembra radicalmente diverso dalla vis con cui si rivendica la superiorità di chi ‘sa ridere’ (o disprezzare?) ciò che per l’altro ha valore perché ne vede l’inautenticità o la parzialità.

3. LETTERALISMO della CREDENZA TOTALIZZANTE versus APERTURA della RICERCA SPIRITUALE.

E’ cruciale distinguere religiosità (come la intendeva Freud) dallo spirito della religione (o spiritualità). La prima è una struttura difensiva idealizzante e totalizzante, che proietta il male sull’altro e finisce per agire proprio le pulsioni più distruttive che vorrebbe esorcizzare. La spiritualità (che può essere assolutamente laica) è l’esatto contrario e cioè il confronto e la trasformazione delle pulsioni di morte in pulsioni di vita… Per Freud la religiosità è quella difesa proiettiva e paranoide che vorrebbe controllare l’alterità pulsionale attraverso un dispositivo animato dalle stesse pulsioni distruttive. Lo spirito religioso autentico invece rappresenta la pulsione distruttrice, la confusione , la scissione come un deposito originario che ci appartiene e va trasformato. Un deposito in cui è appunto presente anche ciò che si oppone alla distruttività. E che ci mette storicamente di fronte a una scelta. Attenzione del resto alla semplificazione psicologistica di fenomeni psico-storico-politici o addirittura metastorici. Lo stesso termine islamofobia non è del tutto corretto perché il comportamento del fobico è l’evitamento mentre la deriva paranoide genera un insight immunitario assoluto e indiscutibile che richiede un’azione. E’ in questo senso che Fornari parlava di guerra come elaborazione paranoica del lutto. Non possiamo ignorare la lezione di Foucault e di Deleuze su come razza e razzismo facciano parte dei processi fondamentali con cui l’inconscio rappresenta il rapporto con l’alterità. «L’inconscio non delira sui propri genitori, bensì sulle razze, le tribù, i continenti, la storia e la geografia…» [Deleuze e Guattari]

Il fondamentalismo, la tendenza totalizzante, fanno parte dei processi fondamentali dell’inconscio nella misura in cui a una radice utopica di coappartenenza all’umano si sostituisce una logica di rispecchiamento centrata su un ideale. Questo narcisismo delirante, in cui lo specchio deve rimandare il medesim,o è strutturale e ci coinvolge tutti, musulmani e non. Idealizzazione narcisista (narcisismo di morte) e paranoia sono spesso compagni di strada.

Fetih Benslama che nel suo stesso nome è figlio dell’Islam spezza una sorta di interdetto (ma non è il solo!) confrontandosi con le ombre più profonde delle narrazioni islamiste ma egli stesso ci mette in guardia distinguendo efficacemente la religiosità reattiva dalle forze spirituali interne alla religione quando dice che la «costruzione [totalizzante] è stata tante volte smantellata dalle forze spirituali interne alla religione quando esse erano sufficientemente compatte e folte , tale costruzione non cessa tuttavia di ripresentarsi e oggi, ancor di più, attraverso una credenza folle.» Il riferimento è appunto alla distinzione tra religiosità e spirito religioso che è al centro della riflessione di Jean-Michel Hirt, un altro collega che da tempo si interessa all’Islam.

La differenza tra letteralismo ideologico e spiritualità in ricerca del bene è una polarità costitutiva del rapporto tra credenza (o opinione) e ricerca del vero. Da S. Francesco (che andò a dialogare col Saladino durante le crociate) all’Emiro algerino in esilio Abd el Kader. che dopo la morte di migliaia d’individui nel 1860 decise di intervenire in difesa della popolazione cristiana, salvandone almeno 15.000 dal massacro. Ospitò personalmente nel proprio palazzo gli abitanti di un convento, sei preti, undici suore e quattrocento bambini ricercati dai drusi. Senza dimenticare che ebrei perseguitati dai Re cattolici di Spagna trovarono asilo in terre d’Islam.

4. TERRORISMI E RAZZISMI COME ELABORAZIONE PARANOICA DELLA DIFFERENZA. La dimensione totalizzante è psichica e si annida in ogni credenza e a prescindere dal contenuto della credenza stessa (laica o religiosa che siano). Là dove la credenza diventa immunitaria, già Fornari (e Jung!) proponevano una visione psicostorica volta a riconoscere che se la pulsione di morte si fissa nell’elaborazione paranoica delle differenze (o nella inflazione della volontà di potenza) essa genera fondamentalismi, razzismi, pogrom, pulizie etniche o culturali. Il valore espistemologico della psicoanalisi sta anche nel costruire passaggi di liberazione.

Cito a parziale compensazione della deriva paranoide John Berger :

 «Quel che caratterizza l’attuale tirannide globale è che non ha volto. Non c’è nessun Führer, nessuno Stalin, nessun Cortés. Il suo funzionamento e i suoi metodi variano a seconda del continente e della storia locale, ma lo schema complessivo è il medesimo: uno schema circolare. La divisione tra i poveri e i relativamente ricchi si trasforma in un abisso. Tutte le restrizioni e le prescrizioni tradizionali vanno in pezzi. Il consumismo consuma ogni dubbio e capacità critica. Il passato diventa obsoleto. Perciò le persone perdono il senso di sé, il senso della propria identità, e finiscono per localizzare e individuare un nemico per riuscire a definirsi. Il nemico – qualunque ne sia la denominazione etnica o religiosa – lo si trova sempre tra i poveri. Ecco il circolo vizioso. Sul piano economico, a fianco della ricchezza, il sistema produce una povertà crescente e un numero sempre maggiore di famiglie senza tetto. Intanto, a livello politico, promuove ideologie che organizzano e giustificano l’esclusione e l’eventuale eliminazione delle orde di nuovi poveri. Oggi è questo nuovo circolo politico-economico a incoraggiare il persistente talento per crudeltà che annientano l’immaginazione umana.

“Ieri notte mi ha telefonato un’amica di Vadodara. Piangeva. Ci ha messo un quarto d’ora a dirmi di cosa si trattava. Niente di complicato. Solo che una sua amica, Sayeeda, era stata intrappolata dalla folla. Solo che l’avevano sventrata e le avevano riempito lo stomaco di stracci in fiamme. Solo che, una volta morta, qualcuno le aveva inciso sulla fronte ‘OM’ (OM è il simbolo sacro dell’induismo.)”

Sono parole di Arundhati Roy. Sta descrivendo il massacro di un migliaio di musulmani da parte di fanatici indù nello stato indiano del Gujarat durante la primavera del 2002. “Scriviamo” ha confessato una volta Roy “su squarci aperti in muri che un tempo avevano finestre. Chi le finestre le ha ancora, certe volte non riesce a capire”. » (Da Berger ‘Il taccuino di Bento’, 2014)

5. Come accennato in tutto questo non va sottovalutata la nostra notevole IGNORANZA DELLA SOFFERENZA DELL’ISLAM DIALOGALE (accentuata da un certo compiacimento mediatico per il cambiamento catastrofico). I missionari wahabiti giocano proprio sull’aspirazione a egalité e fraternité, in sostanza sull’aspirazione a una giustizia che ‘non è di questo mondo’ portando acqua al mulino delle semplificazioni ideologizzanti. D’altro canto se il wahabismo è in ascesa, rappresentare l’Islam dialogale come minoritario è uno sconfortante errore. Pensarlo tale o costitutivamente incapace di animare narrazioni diverse non può che aumentare il sentimento di disillusione e nutrire le pulsioni distruttive. Del resto non va sottovalutato quanto la psicoanalisi dell’adolescenza già con Winnicott spiegava rispetto alla tendenza alla devianza distruttiva che esprime in modo distorto un’esigenza di autenticità, di risveglio dalle anestesie. Il sentimento di essere vivi e reali può passare da agiti violenti e sovente autosacrificali. Che placano, semplificando le dissonanze cognitive. (L’esigenza difensiva di semplificare ovviamente non si limita ai giovani). E’ certamente significativo che molti commentatori musulmani si interroghino sulle ambivalenze e ambiguità che in terre d’Islam segnalano la crisi. Ma un minimo di etnocentrismo critico vorrebbe che anche noi ci interrogassimo sulla nostra di profonda crisi. E che dessimo più spazio ai tanti pensatori musulmani che coniugano il loro ethos con la complessità del presente. Un esempio tra i tanti di questa sofferenza dell’Islam dialogale sono i libri della scrittrice algerina Karima Berger. L’ultimo (Les attentives) di prossima pubblicazione in Italia è il dialogo di una credente musulmana con Etty Hillesum e con i monaci martiri di Tibirhine!

6. L’enigma e il paradosso del RAPPORTO TRA UNO E MOLTEPLICE è alla base di ogni formulazione religiosa e filosofica. Come psicoanalisti poi proprio non possiamo tornare al cogito cartesiano neppure se rideclinato nel ‘je pense donc je suis… charlie’. La secolarità non coincide con il laicismo illuminista. E dopo Auschwitz non possiamo dimenticare la lezione di Adorno. Per uno psicologo analista è sovente evidente che la religione dell’Io e della ragione può essere animata dalla stessa vis inconscia e totalizzante che anima il totalitarismo ideologico-religioso. Del resto da un punto di vista simbolico è la coppia di opposti oscurità/luce può prendere forma sia nella dimensione totalizzante e ‘oscurantista’ della luce, quanto sorgere nella ‘notte oscura’ come insospettata capacità di attraversare il dubbio , l’incertezza, l’oscurità (S.Giovanni della Croce, The Cloud of unknowing, Meister Eckhart, ma l’elenco è lungo e transculturale). Keats (ripreso da Bion) la chiamava capacità negativa. In nome del pluralismo rischiamo di dimenticare che sotto le spoglie dell’universale l’illuminismo ha almeno in parte legittimato la logica della supremazia razziale e culturale che ha animato il colonialismo. Come Voltaire che sollecitava la zarina Caterina a attaccare l’impero musulmano con la benedizione dei Lumi. Basta rileggere cosa scriveva nel 1748 Montesquieu (che fu per altro l’illuminato pensatore della divisione dei poteri) ne Lo spirito delle Leggi,: «Lo zucchero costerebbe troppo se la canna da zucchero non fosse coltivata da schiavi. Queste creature sono tutte nere, con un naso così piatto da non suscitare nemmeno compassione. Non si può quasi credere che Dio, che è un Essere saggio, possa conferire un’anima, e specialmente un’anima buona a un corpo negro tanto brutto. Ci è impossibile supporre che queste creature siano uomini, perché se consentissimo a questo ne deriverebbe che neammeno noi siamo Cristiani.» Liberté, égalité, fraternité ma per chi? E poi che fine ha fatto la liberté se l’intuizione dell’universale viene calata in pratiche di prevaricazione e negazione dell’alterità. E’ banale ribadirlo ma siamo lungi dall’aver consolidato uno spazio mentale, sociale, economico e geopolitico in cui possano propserare égalité e fraternité. (Per esempio, come già sottolineava Arendt non è scontato porre in termini inediti l’appartenenza e la costruzione dell’umano in termini di cittadinanza…)

Un po’ più in là l’eccelso Hegel scriveva: «Nulla di congruo con l’umanità si può trovare nel carattere del negro (…) il negro è un esempio di uomo-animale selvaggio e senza legge (…) cantando e consumando radici o pozioni intossicanti raggiungono uno stato di estremo delirio da cui emanano i loro comandi. Se non riescono nell’intento dopo sforzi prolungati decretano che alcuni tra gli astanti – che sono parenti e vicini – siano assassinati e poi divorati dai loro compagni… Il prete passerà diversi giorni in questa condizione esaltata, uccidendo umani, bevendone il sangue e distribuendolo da bere. In pratica solo alcuni individui hanno dominio sulla natura e ciò solo quando non sono in sé bensì in uno stato di terrificante entusiasmo.»

La grandezza dell’esperienza illuminista sta nel rivelare la possibilità che da una cultura locale possa nascere la tensione all’universale. La sua povertà consiste nel assumere che le sue coordinate siano le uniche a generare questa tensione. Anche qui ritroviamo un mito dell’Uno totalizzante. Il vero passaggio implica il riconoscimento che ogni cultura locale è potenzialemente creatrice di una sua versione dell’universale e che il lavoro comune deve fare spazio a una dialettica fertile e vitale con le differenze. La vera radice utopica oggi consiste nel non riproporre la propria differenza come universale e contemporaneamente come negazione dell’altro. Solo così si potranno coniugare le singolarità, il pluralismo e l’insieme del mondo, quella costruzione dell’umano nella specie che Edouard Glissant chiamava tout-monde.

7. IL DEPOSITO NARRATIVO DELLA TRADIZIONE. E’ certo possibile per ognuno ragionare sulle ombre di alcune dimensioni problematiche di una o l’altra narrazione religiosa. Specialmente là dove non è stato risolto il ripristino dell’ijtihad, della libertà ermeneutica (che ancora esiste nello sciismo e che è oggetto di dibattito nella Sunna dopo che nel X secolo essa era stata limitata al campo giuridico). Mi sembra più utile riconoscere la fertilità narrativa del Corano, il suo improbabile e frammentato codice narrativo, i mitemi che lo animano. Come dice bene Julia Kristeva dobbiamo renderci dialoganti nella costruzione di ponti e passerelle con gli elementi fertili e con l”utopia positiva’ della tradizione. E’ quello che ho provato a fare con il mio testo Il deposito del desiderio. Forse che non c’è un tiqqun anche per l’Islam? Il ritiro divino necessario alla creazione non ha per esempio un eco nella vicenda di Iblis, il Lucifero di fiamma del Corano? Iblis è il primo ‘fondamentalista’, l’angelo/djinn che rifiuta di accettare l’imperfezione della creazione e di servire il libero arbitrio di quella creatura di fango che è l’uomo. Si ribella dicendo: “Vuoi metter sulla terra chi vi porterà la corruzione e spargerà il sangue mentre noi cantiamo le tue lodi?” (Sura della Vacca). Nella stessa Sura, quando Allah crea il mondo, l’Uomo impara a nominare ogni cosa grazie alla libertà donata da un diverso rapporto con la Parola mentre gli angeli ne sono incapaci perchè dicono «Noi non sappiamo altro se non quello che ci hai insegnato». E come dice un’altra Sura: »Noi abbiamo proposto il Deposito ai Cieli, alla Terra e ai Monti, ed essi rifiutarono di portarlo e ne ebbero paura. Ma se ne caricò l’Uomo e l’uomo è ingiusto e di ogni legge ignaro!» (XXXIII:72)

8. IMPORTANZA DELLA RADICE UTOPICA

Pensando al messianesimo ‘debole’ di Benjamin, alla sua dialettica immobile che mira a interrompere (in ogni istante) l’illusione di una trasformazione evolutiva che non abbia al suo cuore la rimemorazione e l’appuntamento con la giustizia, si tratta forse di ripensare alla radice utopica (laica o religiosa che sia) come un deposito che di per sé non garantisce nulla ma che si qualifica per le scelte che riusciamo a compiere nel qui ed ora dell’evento. Questo tema certamente trascende la questione Islam. Detto altrimenti la radice utopica può alimentare la pulsione di morte sotto pretesa di garantire la vita eterna o il ‘reich’ millenario sulla terra. Tuttavia la radice utopica può anche essere l’unico ancoraggio all’umano e rendere capaci di attraversare gli orrori della storia e il confronto con la morte e l’ingiustizia restando fedeli alla pulsione di vita.. Il “viva la muerte” che gridarono i contadini spagnoli che scesero armati di forcone contro Napoleone è molto diverso da quello franchista. E certamente la ‘teologia politica’ degli oppressi si nutre di visioni alte. A volte questa radice utopica si coglie più nelle forme conviviali e nell’ethos di una cultura, nei suoi miti affettivi, in ciò che malgrado le distorsioni rinnova desideri e aspirazioni. Basta fare un giro sulla musica che ascoltano/guardano i giovani arabi su you tube (siamo nell’ordine di 60 milioni di visioni di un singolo videoclip!), per capire che se da un lato l’inoculazione musicale è profondamente influenzata dai codici visivi mediatici occidentali a conferma della compresenza di paesaggi plurali e complessi nella costruzione delle identità, dall’altro il desiderio di inventare la vita si radica in dimensioni non logocentriche dell’ethos. Un errore sarebbe concepire la Umma (la comunità dei credenti) sotto il segno di materno unificante/opprimente/omologante e sottovalutare la dimensione di giustizia/solidarietà fraterna che nelle sue forme migliori essa rappresenta per il credente musulmano. Per avere un eco dell’impatto che l’Umma ha avuto sugli afro-americani basta leggere cosa scrisse Malcom X dopo il suo pellegrinaggio alla Mecca.

 «Non ho mai sperimentato tanta sincera ospitalità ed un così profondo spirito di vera fratellanza quale quella praticata da gente di ogni razza e colore qui.. C’erano decine di migliaia di pellegrini, di tutto il mondo. Vi era gente d’ogni colore, dai biondi con occhi azzurri agli africani neri. Ma tutti partecipavamo allo stesso rituale, mostrando uno spirito di unità e di fratellanza che la mia esperienza in America mi aveva portato a credere  non potesse mai esistere fra bianchi e non bianchi. Ed eravamo davvero tutti fratelli perché la fede in un solo Dio ha rimosso il bianco dalle loro menti, dal loro comportamento e dalla loro attitudine. Da questo posso capire che, forse, se i bianchi americani accettassero l’Unicità di Dio forse accetterebbero anche l’Unicità dell’Uomo – e cesserebbero di misurare, ostacolare e ferire gli altri a causa del loro differente colore. Con la piaga del razzismo che infetta l’America come un cancro incurabile, il cosiddetto cuore “cristiano” dei bianchi americani dovrebbe essere più ricettivo alla ricerca di una soluzione per un problema così distruttivo.»

9. Vi è forse una testa di serie SIGNIFICANTE che può assumere versioni diverse nella narrazione religiosa e in quella secolare ma che è accomunata dal valore accordato alla VITA. In tempi di biopolitica passare a una politica della vita (dove il soggetto è la vita e non la politica) è certamente all’ordine del giorno. Hannah Arendt all’essere per la morte heideggeriano contrapponeva l’essere per la nascita!! E i tre monoteismi (e non solo loro) hanno comunque in comune il significante della resurrezione dei corpi. Su questo ci sarebbe altro da dire anche dal punto di vista psicoanalitico, ma non si può mai dire tutto. Che ognuno possa proclamare innanzi tutto Je suis humain. Non è questo  il cuore sia della costruzione religiosa che di quella secolare che resiste all’idea che l’umano sia ridotto a mera funzione?

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Né Uno né Due (Esposito con Panikkar)

olifantCon la consueta acutezza R. Esposito declina nell’articolo del 23 giugno su Repubblica l’importanza di sciogliere le dicotomie dei regimi del potere e del sapere che paralizzano il pensiero e l’orizzonte del possibile: dicotomie tra bios (vita culturale) e zoè (vita dell’oikos, della sussistenza materiale,  vita senza qualificazioni, grado zero dell’aspirazione), pubblico e privato, storia e natura, scienze umane e scienze naturali. Scrive tra l’altro Esposito

«Alla divergenza cartesiana di res cogitans [spirito, pensiero] e res extensa [materia] corrispondeva, nel pensiero politico, quella posta da Hobbes tra stato naturale e stato civile. Quando, inaugurando una nuova forma di riflessione dialettica, Hegel situava il conflitto tra servo e padrone all’origine della vita dello spirito, condizionava la stessa possibilità della sintesi ad uno scontro tra tesi ed antitesi.

Questa visione dicotomica, che per diversi secoli ha orientato il nostro modo di pensare, e dunque di agire, subisce prima una scossa e poi, negli ultimi decenni, un vero e proprio collasso… (…)Il colpo finale, rispetto alla bipolarità tra mente e corpo, è venuto dalle nuove scienze neurologiche. Per non parlare della sovrapposizione tra virtuale e reale nello spazio immateriale della rete. Tutto ciò è stato in buona parte anticipato nella riflessione europea lungo traiettorie oblique rispetto agli assi portanti della filosofia moderna.»

Esposito parla di un processo irriducibile all’Uno come al Due (titolo del suo ultimo lavoro] che ricorda molto l’adualismo (l’advaita) di Panikkar.  Processo costituito piuttosto da una serie infinita di differenze. Non a caso l’autore chiamato in causa è Deleuze. «Quelle che la tradizione metafisica ha considerato rigide dicotomie – tra essere e divenire, soggetto e oggetto, realtà e apparenza – diventano per [Deleuze] forme di un movimento generativo di elementi molteplici. Tra l’Uno e il Due si inseriscono i molti, in una combinazione plurale, e sempre mobile, di singolarità. Eppure se la forza di questi autori risiede nel potenziale critico che scaricano sul dispositivo metafisico della separazione, la loro eredità non è priva di contraddizioni e ambivalenze. Non è detto che lo smontaggio delle dicotomie moderne abbia di per sé un esito di emancipazione. Né che una costellazione di infinite differenze sia risolutiva di vecchie e nuove forme di esclusione. Certo il mondo contemporaneo non è né unipolare né bipolare, ma multipolare. Ciò tanto in filosofia che in politica. Il crollo del sistema sovietico non ha determinato l’egemonia di una sola potenza. La globalizzazione ha prodotto un tale sommovimento da destituire di fondamento non solo i concetti di centro e periferia, ma anche di interno ed esterno. Se quello che si è chiamato terzo mondo penetra nel primo, questo vede crescere a dismisura le proprie disomogeneità interne. Le derive localistiche che hanno portato a guerre interregionali nell’ex blocco sovietico sono esse stesse l’esito autoimmunitario di quella generale contaminazione costituita dalle dinamiche di globalizzazione. Questa si presenta come un insieme informe di universale e particolare, di integrazione e frantumazione.» Qui tornano alla mente le disgiunzioni e congiunzioni tra i vari panorami (etnici, narrativi, ideologici, mediatici, finanziari ecc.) co-esistenti nella globalizzazione di cui parla Appadurai

A tali contraddizioni, conclude Esposito bisognorebbe dare forma sul piano politico e, prima ancora, filosofico. «L’idea ingenua che il conflitto, innescato dalla ineguaglianza delle condizioni, possa essere neutralizzato da meri espedienti tecnici si è rivelata una illusione dannosa. Occorre ripensarlo in termini politici all’interno di un mondo irriducibile sia alla grammatica monoteistica dell’Uno che alla logica escludente del Due.»

Se nell’advaita vedanta di Shankara l’advaita (non-dualismo) tendeva al monismo della Presenza divina immanente in ogni cosa, alla conoscenza mistica dell’indivisibilità del Sé, Panikkar rilegge l’advaita come a-dualismo, irriducibilità della realtà sia alla pura unità che alla dualità. L’advaita si presenta come una risposta possibile a un apparente conflitto insolubile di valori essenziali, come una scoperta del pluralismo come mito sostenibile in quell’amore per la realtà capace di valorizzare la diversità che è una dimensione transculturale.

«la realtà non è né una né molteplice, non è quantificabile e nemmeno totalmente intellegibile, la polarità è costituitiva e non va eliminata ma riconosciuta [tuttavia]non c’è né vittoria finale da una parte né sintesi dialettica dall’altra (…) Il primo modo cerca di risolvere il conflitto fondamentale promuovendo il trionfo di Dio, della legge e dell’ordine ecc. e infatti riesce a domare le forze disgregatrici di un determinato status quo. La tentazione è il potere, cioè che Dio sta sempre dalla parte del battaglione più forte. Il secondo modo cerca di risolvere l’incompatibilità per mezzo di un equilibrio dinamico e provvisorio fra le diverse posizioni e naturalmente funziona finché entrambi i partiti accettano il gioco dialettico [e hanno un peso più o meno equivalente]. Il terzo modo (…) tende a un approccio del tutto differente da una soluzione monolitica in favore del più forte e da una soluzione dualistica che è costretta a irrigidirsi in un equilibrio instabile ed esplosivo o a cadere in un compromesso nel quale alla minoranza è assegnato solo un premio di consolazione. Qui il pluralismo appare come una consapevolezza che conduce a una positiva accettazione della diversità – un accettazione che non forza atteggiamenti differenti entro un’unità artificiale, né li aliena per mezzo di manipolazioni riduzionistiche. Qui il potere non ha l’ultima parola e la norma della maggioranza non è il fattore decisivo.» [da Il mito del pluralismo].

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Il feticcio e la ricchezza del mondo (con link su Recalcati/Deleuze)

Sulla moltiplicazione magica dei beni materiali e sul feticismo delle merci Marx aveva intuito qualcosa di importante. Nel post su Aladino avevo già citato il passo del Capitale su «il carattere di feticcio della merce e il suo arcano», in cui il valore di scambio (cioè il desiderio per una data cosa che mi porta ad attribuirle un dato valore,  a prescindere dal suo uso e dalla sua condivisione) è associato alla moltiplicazione industriale dei prodotti che rivela una «potenza ‘oscura’» che trasforma la merce in una cosa – dice Marx –  sensibilmente soprasensibile, in un feticcio, vale a dire in qualcosa investito di un potere nascosto. Non solo perché una sorta di ‘magia nera’ imprigiona una parte della vita di chi produce nella merce. Ma perché la merce nella sua abbondanza, dà forma all’ «invisibile perturbante dell’accumulazione», cioè a un impoverito parente della plurale molteplicità del mondo e ci illude di prender parte alla sua ‘ricchezza’ (del mondo) che – nella forma della merce – in fondo rappresenta in un bizzarro gioco di specchi, solo la ricchezza di chi accumula. E’ il ‘genio della lampada’, il djinn che ci dona l’illusione di partecipare a questa ricchezza. Questa moltiplicazione delle cose affascina e spinge il desiderio verso un breve godimento, verso l’illusione di esserci , di prender parte, attraverso la ‘scelta’ che il consumo garantirebbe. Come dice Mbembe, la nostra è l’epoca dell’«espansione generalizzata della forma-merce e del suo dominio sulla totalità delle risorse naturali, delle produzioni umane, in breve sull’insieme dei viventi.» La forma merce si contrappone radicalmente all’idea di bene comune, di non appropriabilità del vivente. Credo che è su questo che bisognerà molto lavorare. Le cose sono tuttavia ancor più complesse perché la ripetizione – si sa – disanima, la trama mostra la corda,  così, per ri-animare il desiderio le merci sono a loro volta sempre più animate da ‘storie’,  diventano storie o frammenti di storie (internet, facebook, sms) e giocano sul piacere del gioco e dell’immaginario e questa dimensione acquista una sua autonomia, diventa anche luogo di scarto e di possibile resistenza e affermazione dell’aspirazione. (I pareri su questo son divisi).  Secondo Appadurai, la complessità dei paesaggi che mediatizzazione e migrazione creano incrina l’idea ingenua di una inevitabile resa dell’immaginazione allo storytelling consumista. L’aspirazione al miglioramento economico e al consumo dei popoli ‘subalterni’ potrebbe dunque essere animata da una logica meno subalterna di quanto non si possa pensare.  Un po’ come la lingua imposta dai colonizzatori agli schiavi (il ‘pidgin’, la lingua ‘creola’) che gli schiavi adottano e fanno propria ma come strumento di resistenza, come principio di differenza e uguaglianza e non solo come supina adesione a un modello. Scrive Appadurai:

E’ sempre più evidente che il consumo mediatico nel mondo provoca resistenza, ironia, selettività e in generale capacità di azione (agency)… Questo non vuol dire che i consumatori siano attori liberi che vivono felicemente in un mondo di centri commerciali sicuri, buoni pasto e sballi veloci… la libertà, d’altro canto, è una merce molto più elusiva.

L’etimologia di feticcio. Il neo-logismo portoghese fetiço deriva dal latino facticius, cioè qualcosa di fabbricato, che riguarda  cose che si animano, un ‘ibrido’ di organico e inorganico al cui interno o nella cui superficie ha sede il sacro: lo ‘spirito che muove’. Il feticcio attiva ciò che è indicibile, incontrollabile, incontenibile. Per altro il feticcio rappresenta anche ciò che vorrebbe imporre una forma al disordine, un ordine e una gerarchia all’alterità. Ma che ne rivela anche l’autonomia.

Certo, il capitalismo odierno tende a propiziare forme distruttive del desiderio, perché il prevalere della competizione e del profitto a breve non genera le articolazioni di cui avremmo bisogno:  globalizzare le opportunità, rispettare le aspirazioni al miglioramento economico,  lasciarsi interpellare dalle differenze, pensare con solidarietà alla qualità della vita delle generazioni future e alla sopravvivenza della terra tutta.

In realtà la continua manipolazione dei desideri insita in una certa logica del consumo non fa che aumentare la logica del bisogno, della frustrazione e del risentimento. Il desiderio si struttura nell’ingiunzione capitalistica al godimento, mentre trascura la tensione desiderante dei subalterni che a questa logica contrappongono – come dice Appadurai – quella delle loro aspirazioni.

Massimo Recalcati, uno psicoanalista che non si sottrae al confronto con la specificità biopolitica della società contemporanea, sostiene che bisogna individuare nella doppiezza del potere ipermoderno l’essenza del totalitarismo postideologico.

 Da una parte esso si sostiene su una pratica orizzontale del controllo che mostra la capacità di incidenza capillare del potere sulle forme stesse dell’organizzazione della vita, dall’altro il tracollo dell’Ideale e della sua esaltazione ideologica ha generato uno scompaginamento del legame sociale e uno smarrimento diffuso (…) Controllo e assenza di controllo si rincorrono dunque seguendo una circolarità paradossale (…) La clinica contemporanea mette in evidenza proprio questo disorientamento di fondo dei legami sociali: la diffusione epidemica di panico e depressione offre sinteticamente il ritratto di un potere che per un verso agisce sulla vita attraverso strategie di controllo che invadono sempre più la sfera cosiddetta privata e, dall’altra, si rivela però semplicemente assente, impotente ad arginare l’angoscia. [Recalcati 2010]

L’apparente e decantata superiorità della nostra cultura, del nostro bios si riduce – nella dinamica a-politica delle forme attuali del dominio economico – alla costruzione antropologica di un bizzarro ibrido, fabbricato come essere a un tempo frustrato  e desiderante, desiderante in quanto frustrato e frustrato in quanto l’aspirazione che è il cuore del desiderio viene sempre obbligata a spegnersi nella ripetizione del circuito pulsionale.

La continua manipolazione dei desideri insita in una certa logica del consumo non fa che aumentare la logica del bisogno, della frustrazione e del risentimento. Il desiderio si struttura nell’ingiunzione capitalistica al godimento, mentre trascura la tensione desiderante dei subalterni che a questa logica contrappongono – come dice Appadurai – quella delle loro aspirazioni.

Nel forte desiderio del migrante spesso colpisce  la vitalità di un’aspirazione ancora animata, poco satura, eco di una trama desiderante capace di sognare e di liberare il desiderio dalla sfera  della ripetizione e della frustrazione rancorosa. (vedi il post Eau Sauvage)

A proposito di desiderio, pulsione e aspirazione, sulla Repubblica di ieri un articolo molto chiaro di Recalcati nell’anniversario della pubblicazione dell’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari. Lo trovate qui. Recalcati dà conto della facilità con cui il ‘tutto subito’ sessantottino si è coniugato con quello berlusconiano dell’ ‘ingiunzione a godere’. E forse non per mancanza di un’astratto riferimento alla legge di uno (pseudo)padre (bulletti, autoritarismi, formazioni reattive ideologiche, identificazioni di massa col capo non sono mancati in entrambi i casi) ma per la difficoltà di coltivare un’autentica immaginazione morale.

 Certo è che per crescere oltre l’indebolimento di un legame sociale semplicemente dato per costruirne uno animato dall’aspirazione sarà necessario affrontare una serie di sfide: immaginare un’economia che rispetti la spinta al miglioramento economico individuale e familiare ma che al contempo ricordi o riscopra  la solidarietà. Una politica capace di valorizzare le pari opportunità e il principio di uguaglianza e responsabilità ma sappia amare le differenze. Una libertà di pensiero in tutte le aree della ricerca – sia nelle scienze ‘dure’ che in quelle ‘umane’ – capace di ripensare i sistemi e i paradigmi e di nutrirsi di interdisciplinarietà e non solo di iperspecializzazione.

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Radici e rizomi (1)

Maurizio Bettini, che si occupa di antropologia del mondo antico ha scritto  ‘contro il mito delle radici’, su Repubblica del 24 gennaio.  Bettini dice tra l’altro: «Le immagini non sono oggetti neutri… ciò che definiamo metafora non è solo un ornamento del discorso, è anche un potente strumento conoscitivo. Così accade anche nel caso delle radici. Questa immagine ha infatti la capacità di suggestionare fortemente qualsiasi discorso su identità e tradizione, e per un motivo abbastanza semplice: in un campo così astratto come quello delle determinazioni filosofiche o antropologiche , l’immagine delle radici permette di sostituire il ragionamento direttamente con una visione. Diceva già Cicerone nell’Oratore “ogni metafora… agisce direttamente sui sensi e sopratutto su quello della vista che è il più acuto…le metafore che si riferiscono alla vista sono molto più efficaci, perché pongono al cospetto dell’anima ciò che non potremmo né distinguere né vedere”. Nessuno ha mai visto la propria tradizione, tantomeno avrà visto la propria identità, ma tutti nella loro vita hanno visto delle radici. (…) Inutile dire che il ricorso alla metafora arboricola punta a questo scopo: costruire un vero e proprio dispositivo di autorità, che, attraverso i contenuti evocati dall’immagine, si alimenta di nuclei semantici forti quali la vita, la natura e la necessità biologica. Selezionando alcuni momenti della nostra storia culturale a scapito di altri (…) e presentandoli sotto l’immagine di radici si attribuisce loro l’autorevolezza che promana dalla natura, dalla necessità biologica e così via. Una volta che questo dispositivo di autorità sia stato messo in movimento, la conseguenza non può che essere la seguente: l’identità culturale predicata attraverso la metafora delle radici viene estesa a un intero gruppo, indipendentemente dalla volontà dei singoli. Un ramo può forse decidere di non appartenere all’albero con cui condivide le radici o addirittura di non essere un ramo? Una volta ‘radicati’ in una certa tradizione, scelgiere autonomamente la propria identità culturale diventa impossibile, ci si può solo riconoscere in qualla che gli altri hanno costruito per noi.»

Deleuze e Guattari avevano già posto il problema più di 30 anni fa in Mille piani: «E’ strano come l’albero abbia dominato la realtà dell’Occidente e tutto il suo pensiero, dalla botanica alla biologia, passando per l’anatomia, ma anche la gnoseologia, la teologia, l’ontologia, tutta la filosofia….: il fondamento radice: grund, roots e foundations. L’Occidnewte ha un rapporto privilegiato con la foresta e il disboscamento.»

Da Mille piani in poi molti hanno ripreso la loro immagine di rizoma. (Ma Deleuze e Guattari mettono in guardia: non opponete dualisticamente il rizoma alla radice!)   il rizoma è uno stelo sotterraneo, una radice orizzontale che connette imprevedibilmente elementi eterogenei e che gli autori mettono in relazione all’idea di evoluzione aparallela, di deterritorializzazione, di rottura asignificante (viene in mente la sincronicità junghiana come principio di connessione acausale). Il rizoma è l’opposto di una struttura è un sistema adualistico di «connessione ed eterogenità» che pure rivela un piano di consistenza.

Deleuze e Guattari fanno pensare da un lato alle libere associazioni creative dei loro padri surrealisti e dall’altro si riferiscono esplicitamente alle esplorazioni laterali (abduzioni) e alla riflessione epistemologiche di Bateson sui sistemi.

«Un rizoma è fatto di piani. Gregory Bateson si serve della parola piano per designare qualcosa di molto particolare: una regione continua o di intensità, che vibra su sé stessa e si sviluppa evitando ogni orientamento su un punto culminante o fine esterno.»

In altre parole un principio sistemico emergente che non può essere definito a priori a partire da principi di causalità lineare.

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