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tradizione, contro-tradizione e modernità (e il gioco degli opposti fondamentalismi)

Avaaz lancia un’ottima campagna contro la deformazione simmetrica delle opinioni pubbliche generata dal lancio in youtube del video blasfemo contro Maometto (Se l’apologia del nazismo è stata valutata come una modalità di propaganda proiettiva dell’ odio che può essere limitata da leggi, forse il dibattito si può aprire sulla propaganda islamofoba, mascherata da satira? vedi anche l’articolo di Dacia Maraini sul Corriere del 12 settembre). Interessante anche la notizia che il video di pessima qualità che originariamente era passato inosservato sia stato sottotitolato in arabo e rilanciato e pubblicizzato in TV dalla destra salafita egiziana che evidentemente aveva tutto l’interesse a soffiare sul fuoco. La campagna di Aavaz riprende la copertina di Newsweek sulla rabbia araba e la modifica con pacifiche immagini quotidiane di vita che ricordano la vecchia canzone di Sting “Don’t you know that Russians love their children too…”

Andando un po’ oltre vorrei citare ancora il bel libro di Seyyed Hossein Nasr, Islam in the modern world che aiuta a capire molto di ciò che sta accadendo. Nasr fa innanzi tutto un’importante distinzione tra la ‘tradizione’ e il cosiddetto fondamentalismo islamico, che in realtà nega nei contenuti e nello spirito aspetti fondamentali della tradizione e si può anzi considerare una contro-tradizione.

La tradizione – dice Nasr – implica un rapporto con la sacralità di una rivelazione e lo sviluppo di questa sacralità nella storia di una data comunità umana. In altre parole «implica sia una continuità orizzontale con l’Origine che una connessione verticale che collega ogni momento nello sviluppo della vita si ogni singola tradizione con una Realtà metastorica». La pluralità di volti dell’Islam, dal sufismo più esoterico alla filosofia aristotelica, dalle formulazioni giuridiche degli ‘alim alle forme artistiche, includendo le profonde divergenze tra sciiti e sunniti, e le rielaborazioni delle correnti di pensiero e della società civile che si vanno confrontando con l’occidente appartengono comunque a un medesimo albero alle cui radici, dice Nasr, sta una saggezza e una barakah,  o grazia che permettono la continuità della sua vita.

Per distinguere la tradizione sia dal ‘fondamentalismo’ (che in realtà è una contro-tradizione) che da quel ‘modernismo’ cinico che sobbalza all’idea di una qualsivoglia narrazione in cui il Sacro entra nell’ordine temporale dobbiamo considerare tre grandi categorie della tradizione islamica.

1. Naturalmente la tradizione crede nella rivelazione divina del Corano, studia le catene di trasmissione degli hadith cioé le parole attribuite a Muhammad, considerando sia il criticismo moderno che il corpus degli studi islamici sulla questione. La tradizione difende anche il corpus della Shari’ah, cioè della legge divina, così come è stata capita e interpretata nel corso del tempo da diverse scuole classiche ma accettando la possibilità dell’ijtihad, cioè di nuove applicazioni a nuove situazioni. La tradizione ha inoltre sempre incluso nell’Islam le vie mistiche del cuore del sufismo (che ha avuto naturalmente i suoi martiri), difendendo una pluralità possibile di modi di essere musulmani. La tradizione non considera il passato un mero gradino evolutivo verso la conoscenza presente. Anche se i fondamentalisti enfatizzano la purezza della loro fede si collocano tuttavia fuori dalla tradizione ignorando  la lunga tradizione dell’ ermeneutica coranica e scegliendo a seconda delle necessità un dato versetto, in modo del tutto arbitrario e decontestualizzato, «spesso attribuendogli un significato del tutto estraneo a tutta la tradizione dei commenti coranici o tafsir.»

2. Ma tutto ciò resta piuttosto astratto se non contempliamo la qualità delle forme che l’Islam ha creato. Per fare un esempio triviale: per secoli l’Islam è stato molto più civilizzato di noi. Alla corte di re Sole non ci si lavava quasi mai e si coprivano le puzze con le ciprie mentre ogni buon musulmano faceva le sue abluzioni cinque volte al giorno e si recava quasi quotidianamente all’hamam. E’ una questione non di ideologie ma di ‘presenza’. Se la dottrina ha a che fare con i contenuti, con la ‘verità’ di una religione, la bellezza rappresenta la modulazione del suo modo di co-creare il mondo.  Non c’è dubbio che la civiltà islamica tradizionale abbia messo molta enfasi sul matrimonio della bellezza con ogni aspetto della vita umana. «Non è possibile sottovalutare l’importanza dell’arte e dell’architettura islamica insistendo solo sugli aspetti legali e etici della religione,» dice Nasr.  E’ interessante da questo punto di vista notare che sia modernisti che fondamentalisti esprimono una totale indifferenza alla bellezza privilegiando funzionalità e utilità sociale. Molte nuove moschee, costruite dagli uni o dagli altri, sono caserme di cemento segnalate da un misero minareto. Lo stesso discorso si applica al velo che era ornamento plurale di bellezza nelle società tradizionali ed è stato riappropriato come divisa mortificante (si pensi all’icona iraniana di chador e mitragliatrice) dopo che negli ultimi 200 anni l’impatto della modernità occidentale ha messo in crisi la tradizione. Comunque Nasr sostiene giustamente che «L’atteggiamento verso l’arte nel senso più ampio del termine dovrebbe essere in sé criterio sufficiente per rivelare la vera natura dell’Islam ‘fondamentalista’ nei confronti dell’Islam tradizionale.»

3. Il terzo punto critico è quello politico. Con l’appello di un ‘ritorno alle origini’ si esprime un diniego disperato delle forme temporali, in cui l’arbitrio distruttivo di ogni atto di terrore viene negato in nome dell’avvento di una fine che ricoincida con l’inizio (negando di fatto la declinazione del sacro nella storia della sua stessa narrazione religiosa). Privo di ogni ritegno e tolleranza il linguaggio politico del ‘fondamentalismo’ avvicina religiosità e nichilismo con accenti molto più vicini alle forme rivoluzionarie occidentali che al messaggio coranico e trasforma la religione in ideologia.

Come contrappunto a queste note segnalo un bell’articolo di Baricco a commento de Le origini culturali del Terzo Reich di George L.Mosse. Lo trovate qui.  Baricco conclude così: «Cosa si impara da Mosse? Cosa mette allo scoperto, lui, che possa aiutarci a non sbagliare la prossima volta? Io, personalmente, ho imparato una cosa, statistica: tutti i movimenti di pensiero che, in un modo o nell’ altro, finirono per comporre l’ideologia nazista nacquero come ribellione a una qualche modernità. Nascevano tutti dall’idea che l’incursione di un repentino futuro stava svuotando l’umano dei suoi principali valori, strappandolo via dalla sua autenticità. Naturalmente l’idea non era idiota: in effetti spesso il progresso spinge l’uomo lontano da se stesso. Ma il tipo di reazione era molto meno condivisibile: l’istinto era quello di ripristinare una certa purezza dell’umano, mettendolo al riparo dalle mutazioni dettate dal tempo. Così, quello che alla fine mi è parso di imparare da Mosse, è un verdetto che bisognerebbe prendere sul serio: fino a quando ancora sarà percepibile il riverbero dell’apocalisse novecentesca, dovrebbe essere categorico, per gli umani, non ripetere l’errore di inchiodarsi davanti alla modernità e di sospenderla nel tempo vuoto, e pericolosissimo, di un ritorno alle origini. L’ultima volta che ci siamo riscaldati al tepore di una simile utopia abbiamo combinato un disastro colossale. Non potremo certo fare di peggio, se solo accetteremo qualsiasi modernità come un campo aperto in cui mettere in gioco ciò in cui crediamo. Non un baratro davanti a cui fuggire, ma una mappa appena accennata, in cui sarà un privilegio trascrivere i nostri nomi, tutta la nostra storia e ogni bellezza che abbiamo conosciuto.»

 Forse una modernità non antagonista, capace di esorcizzare in sé la propria ombra fondamentalista e ideologizzante potrebbe tornare a dialogare con fertile meraviglia con le narrazioni religiose del mondo. Anzi forse il costruzionismo di una secolarità aperta ci potrebbe aiutare a pensare il sacro senza cadere in ‘fondamentalismi’ laici o religiosi.
Dimenticavo, a proposito di bellezza, a Venezia è stato presentato Wadjda di Haifaa Al Mansour, il primo film di una regista saudita. Di seguito un breve clip:

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Un post dal Niger (la prima volta di Zinder)

Padre Mauro Armanino è un sacerdote-antropologo che lavora con i rifugiati in Niger, uno dei paesi col minor reddito pro-capire del mondo (e con grandi risorse minerarie, tra cui uranio, petrolio e oro).  Il Niger è non solo punto di transito di importanti rotte di migrazione economica dall’Africa ma confina con paesi che  sono stati al centro di eventi catastrofici (basta dire che a Nord c’è la Libia e a ovest il Mali con il nord occupato dai tuareg, appnea oltre il confine sud la Nigeria più ‘fondamentalista’, quella di Kano). Il Paese è a larga maggioranza musulmana con minoranze animiste e cristiane. Numerose le enclavi di sfruttamento minerario, gestite dai potentati. Un rapporto di Greenpeace del 2010 sulle aree minerarie dello Stato africano parla di acque contaminate, metalli nocivi, polveri sottili e abitanti a rischio leucemia, cancro e malattie respiratorie. Qui opera l’Areva, l’azienda francese con cui Berlusconi e Scajola avevano già firmato accordi (poi annullati) per costruire  centrali nucleari in Italia. In alcuni luoghi la falda acquifera è già contaminata  per milioni di anni. I livelli di radioattività nelle strade di Akokan sono 500 volte superiori ai valori normali nell’area. Metalli radioattivi venduti nei mercati locali. E’ uno dei costi nascosti del nucleare: il prezzo ambientale pagato dall’Africa all’estrazione dell’uranio.   Anche se il Niger è segnato dallo sfruttamento e dalla mancanza di equità sociale, la convivenza pacifica delle religioni sembrava sinora cosa acquisita. Il film blasfemo su Muhammad ha scatenato la rabbia musulmana anche qui, rabbia culminata nell’incendio della chiesa di Zinder.  Il consiglio islamico del Niger ha condannato il film blasfemo all’origine degli attacchi ma ha anche condannato ogni reazione violenta che “è contraria all’insegnamento dell’Islam che è religione di pace, tolleranza e reciproco rispetto tra musulmani e non musulmani.” Forse il consiglio aggiunge Mauro avrebbe dovuto avere lo stesso coraggio condannando i crimini commessi nel nome dell’Islam nel Mali del nord da uno pseudo-islamismo ideologizzato che poco ha a che vedere con la tradizione.  Ecco il suo post dopo gli eventi di Zinder, grazie Mauro.

«Era venerdì 14 settembre quando la chiesa di Zinder è stata parzialmente bruciata. Sono le seconde ceneri del paese.Le prime erano accadute quando il palazzo del Ministero di Giustizia era stato incendiato l’anno scorso. Gli archivi e i dossier degli indagati per corruzione finiti in cenere.

Esattamente come la giustizia con mandanti e esecutori. O allora si è trattato di un banale corto circuito. Lo stesso che è imputato per la serie di incendi che hanno devastato i mercati della capitale. E nel contesto delle ceneri altri incendi si sono sviluppati. Quelli industriali della raffineria di petrolio inaugurata nel mese di novembre scorso. Quelli con i copertoni delle macchine e dei camion in città. E quelli in seguito all’uccisione di tre persone durante le manifestazioni di strada dell’anno scorso. Zinder è stata la prima capitale del territorio coloniale francese nel 1922. L’amministrazione sarebbe poi stata trasferita a Niamey. L’attuale capitale del Niger che si trova a 650 kilometri da Zinder. Per la prima volta l’incendio in una chiesa.

 Anche per Edward era la prima volta. Partito in Libia per giocare al calcio si è trovato in un campo di detenzione a Sebha. Per otto mesi ha sopravvisto tra i sommersi dalla fame e dagli stenti. Ha transitato tra i salvati solo perché un soldato aveva vissuto in Liberia. Assieme ad altri sono stati portati al confine col Niger e dopo quanche settimana nel ghetto di Agadez arriva a Niamey per la prima volta. Il loro figlio si chiama Favour. Favore di vivere malgrado le deportazioni in Algeria. Papà e mamma arrivano dall’Algeria via Liberia. Dopo aver perduto tutto si trovano col Favore che all’inizio del viaggio non c’era ancora. Edward ha cominciato a scrivere il diario della prigionia. Favour invece ha i capelli intrecciati e sembra una bambina solo avesse gli orecchini.

 Erano le 9 quando un gruppo di persone ha iniziato l’opera di distruzione dell’edificio religioso di Zinder. Anche la statua di Maria e la scuola adiacente sono state sacccheggiate. Unitamente al clima di tollerante fiducia che finora aveva condotto la convivenza civile in questo paese. Per la prima volta si contano le macerie di quanto era stato pazientemente intessuto in decennali rapporti di convivenza. Non appare casuale e forse neppure causale. Sono le frustrazioni accumulate e depositate come i serbatoi di greggio che hanno seminato illusioni petrolifere poi fallite. Frustrazione per l’uranio che appare come la più pericolosa chimera che il Niger abbia mai subito. Frustrazione per una classe politica che bada a non scompaginare i propri interessi che coincidono con quelli dei potentati cino francesi. Ai primi hanno persino dato le medaglie della legione al merito. Ai poveri non è mai stato dato nulla se non la cenere della democrazia.

Zinder si trova a 150 kilometri da Kano in Nigeria. Non è difficile organizzare spedizioni e neppure pagare che la rabbia dei giovani diventi il prezzo di un improbabile riscatto.Non si può continuare a pensare che rimangano impunite le conquiste neocoloniali del mercato unico.Si vende e svende la vita di migliaia di giovani con e per i quali l’unica prospettiva accettabile è l’esodo. Per ora quasi completamente bloccato per la Libia, in Costa d’Avorio e paesi adiacenti. La prima volta di Zinder coincide con la protesta che si arma e viene manipolata per confiscare il vuoto. Zinder è la prima volta che si specchia nel possibile accadimento delle geopolitiche nascoste.

 Il consiglio islamico del Niger ha ricordato ieri che non è dell’Islam distruggere chiese o altri edifici religiosi. Non si possono uccidere persone che non hanno nulla in comune con quanto accaduto altrove. Che proprio dell’Islam è invece la pace e la tolleranza. A Zinder erano un centinaio di giovani nel cortile. Dopo aver abbattuto la porta della chiesa hanno bruciato fino alla grotta. La statua di Maria in frantumi come una madre. Come le certezze di quanti pensavano che il futuro potesse tornare a declinarsi al quotidiano. Hamani scrive che la sua casa è andata distrutta con le recenti inondazioni nel paese. Dice che non ha un luogo dove posare il capo e chiede alcune stuoie di paglia per lui e la sua famiglia. Ha bisogno anche di alcuni pali di legno per appenderle. Per la prima volta come una speranza.»

Mauro Armanino, Niamey, settembre 2012

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In memoria di Abd el Kader (1808-1883)

Gli ultraconservatori americani, i fondamentalisti laici e religiosi anti-islamici (gli stessi che negli Usa bruciano il Corano) hanno arruolato un regista porno per provocare lo sdegno e la reazione islamica. La pretesa di mostrare la ‘nuda’ verità è in realtà – come nel porno – un’operazione di falsificazione che fa appello a un gusto voyeuristico che risuona con il nostro di immaginario. Che risuona con la logica dei famigerati filmini di tortura girati dai soldati Usa nelle basi in Iraq.  Oggi l’intento dichiarato è  di generare una reazione volta a cancellare le differenze e il pluralismo e rafforzare il blocco delle identità regressive in Occidente e in terre d’Islam. Niente come un nemico per rafforzare le identità minate… e per tentare di soffocare i profondi processi evolutivi della coscienza che sono in atto nel mondo islamico e nel nostro.

Del resto il vento della regressione è vivo nella rigidità identitaria di quel cattolicesimo che soavemente critica il Concilio, nella miopia politica di Israele, come in quella delirante parodia della tradizione che si esprime nel cosiddetto fondamentalismo islamico. Non ha fatto molta notizia l’attacco a Tripoli di un luogo di culto Sufi alla fine di agosto. La storia ci dice che ogni insegnamento religioso è stato utilizzato per giustificare e perpetrare violenza – bruciare gli eretici, scatenare guerre e crociate.  Freud aveva riconosciuto  quanto facilmente la narrazione religiosa si può trasformare in una formazione reattiva mossa dalla coazione a ripetere e dalla pulsione di morte.  Ma il veleno può anche ridiventare farmaco. Sarà allora importante distinguere come insegna lo storico dell’Islam Seyyed Hossein Nasr tra il retaggio e la profondità della tradizione e i contenuti e lo spirito dei movimenti politico-religiosi ‘fondamentalisti’.

Bisognerà ricominciare a studiare e pensare per evitare gli inganni. Non dobbiamo lasciare che il gioco degli opposti fondamentalismi riduca la complessità e ricchezza di una narrazione religiosa condivisa da miliardi di persone in un demone da temere invece che in una religione da rispettare per il contributo che dà alla comprensione della condizione umana.  E se non si può dimenticare la lezione di Edward Said sull’ “Oriente” come costruzione culturale ed economica dell’Occidente bisogna anche ricordare quello che dice il filosofo Roger-Pol Droit: “Popolato di meraviglie e di mostri l’Oriente immaginario diviene fonte di saggezza e riserva di saperi.” O le parole di Christian Jambet Roger-Pol Droit secondo cui “I giorni si annunciano in cui leggeremo Sohravardi come leggiamo Hegel.”

Senza per altro dimenticare l’avvertimento di un adepto appassionato della tradizione sufi come Frtijohf Schuon: “Nel mondo in dissoluzione in cui viviamo è divenuto indispensabile mostrare il punto di incontro dove si attenuano o si risolvono le divergenze tra il monoteismo semitico-occidentale e le grandi tradizioni originarie dell’India.”

La dimensione mistica si è sempre avvicinata a considerare le narrazioni religiose altrui  come patrimonio cosmoteandrico comune, a un tempo culturale e transculturale, paradossale traccia di un “Sé” transpersonale, di un’aspirazione preverbale che aspira a farsi narrazione. Abd el Kader, l’emiro guerrigliero Sufi che combattendo si oppose alla colonizzazione dell’Algeria e che esiliato in Libano salvò da un massacro migliaia di cristiani maroniti lo descrisse così:

 Tu sei il Signore e il servo, la vicinanza e la lontananza, Tu sei l’Uno e il molteplice, il Sublime e l’infimo, il Ricco e il bisognoso, l’adoratore e l’Adorato, il contemplante e il Contemplato. In Te si uniscono i contrari e gli opposti. Poiché tu sei il Visibile e l’Ascoso, il Viaggiatore e il Sedentario, Colui che semina e Colui che coltiva. Tu sei Colui che prende gioco, che agisce con astuzia e inganna. Tu sei la Realtà suprema e io sono la Realtà suprema. Tu sei creatura e io sono creatura. Tu non sei né questo né quello e io non sono né questo né quello.

 O nelle parole più contemporanee del filosofo iraniano, Abdolkarim Souroush: “La religione non è che uno dei modi di comprendere la divinità, così come la scienza non è che uno dei modi di comprendere la natura. Queste forme di conoscenza sono dunque umane, fallibili, evolutive e in competizione costante con altre forme di conoscenza.”

Non credo che si tratti di un commento agnosticamente modernista ma dell’invito a rinnovare con le forze del pensiero, del sentimento e della volontà la nostra comprensione di un mondo visibile e invisibile molto complesso 🙂

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