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storie che disegnano cicogne

OperaImage.ashx«Un uomo che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciatosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna»

Adriana Cavarero inizia così l’introduzione al suo bel libro sulla filosofia della narrazione, riportando questa storia che Karen Blixen racconta  ne La mia Africa. Una storia che le avevano raccontato da bambina. A questo punto Karen Blixen si chiede: «quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?» La Cavarero aggiunge: «il significato del racconto sta infatti proprio in questo semplice risultare  che non consegue ad alcun progetto, e nell’unità figurale del disegno.» E cita non a caso il commento di Hannah Arendt nel suo saggio su Isak Dinesen (Karen Blixen era il suo nome d’arte): «la storia rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi. Ma sulla teoria della narrazione della Arendt tornerò più in là.

Ho pensato a questo testo leggendo il libro di padre Mauro Armanino,  La storia perduta e ritrovata dei migranti, testimonianza del suo lavoro nel carcere di Marassi, prima del suo attuale impegno in Niger. Libro da cui emergono alcune impreviste e straordinarie cicogne. Alcune di queste storie ‘indicibili’ non vanno lette dalla falsa coscienza sentimentaloide che si ‘commuove’ ma non si indigna; semmai ritrovando sia le tracce del nostro 900 che quelle di una vicenda umana che attraversa la storia e che fatica ad affrancarsi dall’ingiustizia, ma pure le tracce di una resistenza umana  che in ogni epoca ha testimoniato e disegnato le sue cicogne…

Tra le tante mi limito a citare la lettera che ‘Donald’ un liberiano in prigione  probabilmente per vicende limitrofe alla ‘tratta’ ha scritto a Mauro:

«Gentile padre Mauro,

questa è la verità riguardo al mio caso. Ho incontrato una giovane donna in Africa, chiamata Juliet. Dopo aver girato molti paesi africani in cerca di una vita migliore ci siamo incontrati ad Accra in Ghana. E’ stata molto gentile con me. L’ho anche aiutata ad attraversare la sua auto dal Togo al Ghana. Mi ha confidato che è stata in Europa per vari anni e questo mi ha fatto sperare. Da tanto tempo desideravo andare in Europa, il Paradiso Promesso che avevo tanto sognato. Le ho chiesto allora di farmi andare fuori dal continente africano. In seguito a questa domanda ha promesso di aiutarmi a viaggiare in Italia per incontrare alcune ragazze nigeriane, non prima di avermi chiesto di promettere che sarei stato onesto col mio ‘giuramento’.

Mi disse che avrei dovuto pagarle 30 mila euro e mi parlo di Blessing e di un’altra Juliet che si trovavano in Italia. Secondo lei queste ragazze si dimostravano poco riconoscenti e non mantenevano affatto la promessa di mandarle il denaro pattuito prima di partire.

Ho dunque viaggiato attraverso il deserto, esattamente come Blessing e Juliet che passarono anch’esse attraverso la Libia. Io sono arrivato da Malta e loto, credo, da Lampedusa.

Prima di partire Juliet mi aveva ritirato il passaporto e l’aveva sostituito con uno falso da usare per inviarle i soldi in Africa.

Ho cominciato il viaggio dal Niger. Eravamo in molti per quel viaggio, circa 40. Il viaggio era di quelli di vita o di morte. Ci siamo trovati a Sabha e ci siamo persi nel deserto con due autisti arabi e ci trovammo poi a Tamnghasset. Siamo in seguito rimasti senz’acqua fino ad Adrah, dove la gendarmeria algerina ci ha intercettati e messi in prigione. Dopo alcune settimane di carcere ci hanno portati in mezzo al deserto sotto un sole implacabile. Nel gruppo cerano varie ragazze e questo ci dava buona garanzia di urina da bere, insieme al sangue delle loro mestruazioni. Anche il mezzo che ci precedeva, chiamato ‘Marlboro’, si è guastato.

Abbiamo anche visto un camion con varie persone a bordo, tutte morte a parte una: Sembrava uno scheletro vivente. Dopo alcuni giorni di cammino Dio ci ha salvati attraverso un camion che andava a Tripoli in Libia. Siccome non avevamo soldi da dargli, sono state le ragazze del nostro gruppo che hanno pagato il nostro viaggio prostituendosi. Poi alcune di loro sono rimaste incinte. Non avevamo il telefono e non ci era possibile chiedere soldi alle nostre madam o sponsors.

Dio non ci ha dimenticati perché ha guardato i suoi figli di Israele persi nel deserto per 40 anni. Il nostro viaggio è durato circa un anno. L’autista ci ha portati fino in Libia perché aveva abbastanza ragazze ogni volta che lo desiderava. Dalla Libia abbiamo potuto chiamare aiuto e ricevere i soldi del viaggio per arrivare in Italia, la nostra terra promessa. Però era necessario prima attraversare il mar Rosso… e sapevamo che molti migranti avevano perso la vita in questo tentativo, ma non avevamo altra scelta: vita o morte.

Forse Dio ha avuto compassione di noi, poveri africani perduti. Abbiamo potuto attraversare il mare e al nostro arrivo c’era gente che sapeva come aiutarci. La madam li aveva già informati.

Qui in Italia stavo appena sopravvivendo, mendicando sulla strada o spacciandomi per americano con le ragazze nigeriane. Alcune anziane signore italiane mi avevano preso a benvolere e mi aiutavano. Quando sono stato arrestato dalla polizia qui a Genova non ho recriminato. In effetti avevo sempre sognato di venire in Occidente, in Europa, ‘terra di speranza’.

Gli africani che ho incontrato in prigione dicono che la mia voce è stata usata per combinare affari e dicono perché non ho cambiato il telefono, prima dell’arresto. ..Ma ho risposto loro che io in prigione non sto soffrendo, seguo i corsi biblici, e ciò è quanto ho sempre sognato.

Posso parlare varie lingue: inglese, ibo, francese, olandese e un poco anche italiano.

 Da quando mia madre è morta sto soffrendo e ho deciso che sarei andato in Europa ad ogni costo e malgrado ogni sofferenza. Ho rischiato la vita nel deserto del Sahara e ringrazio Dio che ha salvato la mia vita. Trovarmi in prigione è come nascondermi da Juliet, anche se le ho detto che andavo in Svizzera a chiedere l’asilo politico. Avrei dovuto partire con un amico nigeriano in Svizzera, ma non avevo i soldi per farlo.

Quando mi trovavo a Novara mangiavo dalla Caritas gratuitamente ogni sera e mi facevo chiamare col mio vero nome…(…) E’ solo per sopravvivere che mi trovo in prigione. Ciò che desidero è diventare pastore, oppure profeta e studiare l’italiano molto bene.

Non è necessario che ti dica molto di più sugli africani perché li conosci abbastanza, avendo tu vissuto in Liberia, che è una povera nazione, dove si trova la fame, la povertà, le malattie e dove mancano le scuole.»

Padre Mauro analizza molto bene nel suo libro i subtesti – i detti e i non detti – di questa lettera per certi versi paradigmatica di certi percorsi migranti. Ciò che non mi sembra però eludibile è una richiesta di futuro e di orizzonte. L’Europa attuale, quella per lo meno tutta presa dal sanare (?) i guasti della pirateria finanziaria, l’Europa degli equilibri precari, dei rigurgiti razzisti e dei localismi rassicuranti, fatica molto a capire che forse la sua salvezza sta qui.

Come ha detto un altro detenuto a padre Mauro:

«Se sei venuto per aiutarmi stattene a casa, ma se la tua liberazione è legata alla mia allora vieni e lavoriamo insieme.»

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L’etica della traccia

Viviamo in un mondo che mette fortemente a rischio la ‘condizione umana’. La dimensione etica non può dunque essere ridotta alla nostra ‘co-appartenenza’ al mondo. Scriveva Primo Levi nel capitolo sulla ‘zona grigia’ de ‘I sommersi e i salvati’: «Dove esiste un potere esercitato da pochi o uno solo contro molti il privilegio nasce e prolifera» In questa zona ibrida di funzionari-prigionieri il con-senso è segnato (e segnalato) dalla tentazione a tradire, a uniformarsi a e non dalla libera partecipazione.
Come sottolinea Laura Boella la stessa Arendt ha diretto la sua attenzione verso “uomini e donne che hanno acceso fiammelle di luce nei ‘tempi bui’, che non sono stati affatto specchio dell’epoca ma, prima ancora che con la loro opera (…) hanno incarnato l’umanità a partire dai propri problemi d’ombra, e insieme dallo slancio verso l’assoluto, dalla spensieratezza, dalla malinconia, dall’inettitudine alla vita reale (…)La loro invisibilità è la stessa delle innumerevoli vite, fitte di amori, odi, entusiasmi, dolori, tradimenti e sacrifici, che non hanno lasciato traccia nella grande storia (…) Proprio perché gettano luce nel buio, gli uomini e le donne dei tempi bui sono figure di contrasto. I poeti, che parlano quando gli altri tacciono o tacciono quando tutti parlano, rappresentano in molti modi la sproporzione, lo squilibrio, l’eccesso o il difetto degli individui contemporanei nei confronti della realtà. (…) L’individuo più indifeso e più esposto, solo che non si sottragga all’urto con la realtà, può porsi come forza di contrasto, negazione di ogni presunta irrevocabilità o fatalità…»

Ciò che preme ora non sono le grandi tracce nella Storia ma il coraggio della traccia nelle ‘piccole’ storie di resilienza e resistenza individuale e collettiva.

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Mi piace/Non mi piace

«Dire sì o no, mi piace o non mi piace, è già un’interlocuzione, a volte una provocazione, comunque un’evocazione della presenza altrui. Il piacere, ossia il particolare sentimento che intensifica una sensazione legata a un oggetto, vuole essere condiviso, comunicato, ha per destinatari gli altri. (…)Dire mi piace/non mipiace ha dunque a vedere con la ‘presentazione’ di ciò che è nel mondo comune, tenendo conto del gusto degli altri, dei loro giudizi possibili. E la facoltà della mente che ‘presenta’ e non ‘rappresenta’ è appunto l’immaginazione che lavora attovamente per tirar fuori il giudizio di gusto dall’ambito della percezione immediata dell’io(…) Nel gusto si tratta infatti di far apparire, di dare presenza nel mondo, e quindi significato umano, a cose e persone reali (…) Scegliere i propri libri e i propri amici è dunque un’affermazione della propria appartenenza a un mondo comune.»

Così Laura Boella nel suo “Il coraggio dell’etica”. L’ispirazione viene dalla riflessioni di Hannah Arendt: «ciò che si manifesta nel gusto è il modo in cui gli uomini si coappartengono. E questa coappartenenza (…) è l’unica cosa su cui si può fare affidamento (…) Al senso di sé della ragione, che vive dell’io-penso, si contrappone il senso del mondo,che in quanto senso comune (passivo) e in quanto immaginazione (attiva) vive degli altri»

Nel pensiero di Boella questa è una delle radici dello sforzo di ripensare l’etica come immaginazione morale ‘incarnata’ nel mondo, nel corpo, nelle relazioni : «L’etica intrattiene un rapporto difficile, ma inevitabile, con la vita. Essa non è creata dalle teorie o dalle dottrine che se ne occupano, né viene vissuta esclusivamente nella forma di una classe di sentimenti morali, né si identifica con l’esercizio di una facoltà razionale. L’etica richiede l’accadere del bene, della giustizia, della libertà in atti, gesti, esperienze singolari e concrete che sono modi di vivere la vita: amiciza, amore, passione, dolore, piacere, sforzo, pazienza, perdono. Esperienze, gesti, relazioni viventi sono le condizioni di possibilità del pensiero e dell’agire morale; li mettono in moto , ma ne rappresentano anche costantemente l’ostacolo che può far fallire l’esercizio della libertà, il desiderio del bene.»

O ancora: «…quando ci si rende conto della realtà materiale, fisica di una relazione e allora i gesti iniziano a parlare una lingua diversa e ben più precisa di quella delle angosce e dei voli dell’immaginario: scaldare le mani e i piedi di un bambino diventa un gesto di tenerezza materna o paterna, dare aria alla stanza di un malato diventa un gesto d’aiuto, frammenti sparpagliati di suoni ascoltati con tremore destano la ricerca dell’altro.»

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Continuum e la fine dello stato-nazione

C’è una nuova serie canadese che si chiama Continuum, ambientata verso la fine del XXI secolo in un mondo dove i governi hanno dichiarato bancarotta e sono stati costretti da una crisi finanziaria epocale a cedere le redini al ‘governo degli imprenditori’ o delle multinazionali (‘corporate government’). Questo governo esercita un potere assoluto e ogni cittadino è altresì vincolato dalla sua personale quota di debito. L’iniziale chiara distinzione tra uno status quo da difendere e i cattivi terroristi che lo attaccano (la protagonista è una poliziotta che viaggia nel tempo per catturarli) lascia il posto a interrogativi di ordine etico più sottili e questo è di per sé una caratteristica abbastanza interessante anche di altre produzioni dell’attuale mediascape americano.

Del resto – nel bene e nel male – gli Stati Uniti non sono una ‘nazione’ costituita sul modello delle nazioni europee. Continuum evidenzia efficacemente una delle due possibili forme future di governance della fine dello stato nazione che l’Europa di questi tempi di trova a dover affrontare: cedere sovranità ai ‘mercati’ e alle dinamiche commercial-finanziarie oppure ripensare l’identità (e la democrazia a venire) nel senso di una apertura al mondo, di una nuova immaginazione etica e nella costruzione di uno spazio di co-appartenenza di singolarità multiple, insomma nella condivisione di ciò che ci differenzia in una polis finalmente cosmopolita e creola capace di fare  i conti con le ineguaglianze,  la storia e il passato senza erigere monumenti mortiferi alla memoria traumatica.

La marcia indietro di Pisapia e giunta rispetto alla cittadinanza onoraria al Dalai Lama non è un bel segnale…

Che ci sia qualcosa da imparare anche dagli Stati Uniti rispetto alla questione della cittadinanza (come vero luogo dell’identità umana nel fare sociale, nella partecipazione e non come a priori identitario)? Su questo tema, ho trovato una bella intervista del 1974 a Hannah Arendt  di cui vi propongo il brano iniziale:

«Questo non è  uno stato-nazione e gli  europei fanno molta fatica a comprendere questo semplice fatto che per altro dovrebbero conoscere, questo Paese non è unito né dall’eredità, né dalla memoria, né dal suolo, né dalla lingua né da un’origine unica… qui non ci sono  americani autentici, fatta eccezione per gli indiani, tutti gli altri sono cittadini e questi cittadini sono uniti da una sola cosa ed è molto, si diviene cittadini degli Stati Uniti con una semplice accettazione della Costituzione, la Costituzione [in Europa] è quasi un foglio di carta che si può cambiare ed emendare, ma qui la Costituzione è un documento sacro, è la memoria unica di un atto unico e sacro, l’atto di fondazione degli Stati uniti, che ha riunito delle minoranze  etniche e delle regioni molto diverse senza per altro né assimilare né appiattire queste differenze.»

L’ultimo bel libro di Achille Mbembe Uscire dalla grande notte riprende gli stessi temi in chiave postcoloniale e vorrei nei prossimi post condividere alcune note di lettura…

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Esposito sulla fenomenologia del male quotidiano

Da Dostoevskij a oggi la fenomenologia del male quotidiano

di Roberto Esposito

in “la Repubblica” del 21 marzo 2012

Un saggio di Simona Forti aiuta a capire le origini e le metamorfosi della violenza L ́epicentro simbolico attorno a cui ruota il testo sta nel celebre episodio dei “Fratelli Karamazov” dove appare il Grande Inquisitore La necessità di scardinare la gabbia interpretativa entro cui il problema è stato chiuso da secoli di tradizione filosofica

Come può accadere che, in un giorno come gli altri, un uomo scenda da una moto, entri in una scuola ebraica di Tolosa, insegua e spari a sangue freddo dei bambini con i genitori, poi risalga in moto e si allontani? Che egli sia lo stesso – pare – che la settimana scorsa ha ucciso alcuni militari di colore aggiunge all ́orrore della vicenda una motivazione razzista che la rende ancora più odiosa, ma non scioglie l ́enigma che si profila dietro di essa. Perché, in quali vesti, con quali lugubri movenze, il male torna ad affacciarsi in un mondo che sembra averlo spinto ai suoi margini? Ed è lo stesso male che ci perseguita da sempre? Che ha devastato l ́Europa nei primi decenni del Novecento? Oppure è un male diverso, nei modi e nelle intenzioni, se non nei suoi esiti omicidi? Quali sono, e da quali scaturigini emergono, i demoni che ancora ci afferrano alla gola? Una risposta di alto profilo a queste domande è adesso fornita da Simona Forti in un libro, appena pubblicato da Feltrinelli, intitolato appunto I nuovi demoni. Ripensare oggi male e potere. Va subito detto che esso va ben al di là di una pur compiuta ricostruzione della riflessione otto-novecentesca sul male, per ingaggiare un vero e proprio corpo a corpo con la tradizione filosofica contemporanea. La questione del male – nel suo rapporto costitutivo col potere – diventa l ́angolo prospettico da cui l ́autrice riesce a serrare in un medesimo giro d ́orizzonte il pensiero che da Kant muove da un lato verso Heidegger e Levinas e dall ́altro verso Nietzsche e Foucault, fino a lambire l ́attuale dibattito su nichilismo e biopolitica.

L ́epicentro simbolico, e il perno di rotazione interno, del libro si può trovare nel più celebre episodio de I fratelli Karamazov di Dostoevskij. «Noi non siamo con Te, siamo con lui» – sussurra il Grande Inquisitore a Cristo, ritornato fra gli uomini ed imprigionato, mentre centinaia di eretici bruciano ad maiorem Dei gloriam. In questa scena leggendaria, in cui il vegliardo enuncia a Cristo i motivi per i quali la Chiesa avrebbe scelto il demonio, l ́autrice individua il “paradigma Dostoevskij” – alludendo allo sguardo abissale con cui l ́autore de I demoni sfonda la soglia estrema davanti alla quale, pur cogliendo l ́enigmatica relazione tra libertà e male, Kant si era ritratto, spaventato della sua stessa scoperta. Il volto della medusa sul quale lo scrittore russo getta un fascio di luce, lacerando di colpo il velo con cui la tradizione metafisica lo aveva coperto, è la consapevolezza che l ́uomo non fa il male perché ignaro di farlo, o magari perché costretto dalle circostanze, ma perché ne trae il piacere inebriante di sottomettere altri uomini, fino a distruggerne la carne e lo spirito. In questo senso – che è quello, primordiale ed ancora attuale, del dominio e del sangue, della violenza e della resa – una intera linea interpretativa ha parlato di nichilismo come capacità di ridurre l ́uomo letteralmente a niente, a pura materia, vivente o morente, di una smisurata volontà di potenza. Ma le parole del Grande Inquisitore dicono anche qualcosa di altro, non del tutto percepibile nella furia devastante degli eroi negativi de I demoni. Esse dicono che il potere – come si esercita in tutti gli incunaboli della sovranità – non è che la controfaccia di una volontà di obbedienza che chiede di essere attivata per proteggere gli uomini non solo dai rischi esterni, ma da una libertà che essi temono di esercitare. Qui, nel cuore della sua analisi, Simona Forti apre un varco ermeneutico, già inaugurato da Nietzsche e allargato, in maniera diversa, da Hannah Arendt e Michel Foucault. Al suo centro vi è l ́individuazione di quella volontà di vita cui la riflessione contemporanea ha assegnato il nome di biopolitica. Qualsiasi cosa si voglia intendere con esso, ciò che tale dispositivo teorico revoca in dubbio è quel rapporto verticale tra vittima e carnefice che a lungo è stato attribuito al regime del male – anche quando questo si è infinitamente ampliato sia nel numero di coloro che lo esercitavano sia in quello di coloro che sono stati costretti a subirlo. Perché perfino quando tale rapporto – tra la malvagità senza freni dei persecutori e l ́indigenza più inerme delle vittime – ha conosciuto, nel genocidio ebraico, l ́apice e, per così dire, il grado zero, neanche allora si è trattato di una semplice relazione a due. Anche in quel caso, tra gli uni e gli altri, si è inserita la presenza, grigia e incolore, di demoni minori che pure hanno collaborato indirettamente al massacro o lo hanno consentito con la loro inerte compiacenza. Dal libro di Hilberg sulla Distruzione degli ebrei in Europa (Einaudi 1999), a quelli di Browning Uomini comuni (Einaudi 1995) e di Goldhagen I volenterosi carnefici di Hitler (Mondadori 1998), è stato ampiamente documentato il ruolo di quei desk killers che, protetti dal loro compito burocratico, hanno costituito le rotelle, silenziose e decisive, del meccanismo di sterminio. Ma forse nulla più del processo ad Adolph Eichmann – documentato negli straordinari reportage di Hannah Arendt editi col titolo, forse riduttivo, ma certamente sintomatico, di La banalità del male (Feltrinelli 2003) – esprime il carattere, apparentemente anodino, di questo Effetto Lucifero (Cortina 2008), come Philip Zimbardo ha definito il comportamento sadico indotto dalla emulazione e dalla sudditanza ad un aberrante principio di autorità. E del resto cosa altro traspare dal sorriso ebete dei soldati americani che ad Abu Ghraib si sono autofotografati accanto al corpo inerte di nemici morti o torturati?

Ciò che dall ́evocazione dei nuovi demoni – dell ́inerzia e del conformismo, dell ́obbedienza cieca e della irresponsabilità – l ́autrice ricava è intanto la necessità di scardinare la gabbia interpretativa entro cui la tradizione filosofica ha chiuso, di fatto neutralizzandola, la fenomenologia del male. Il male non è né una semplice increspatura dell ́essere, destinata ad essere risarcita e dissolta nei processi di secolarizzazione, né una sostanza metafisica eternamente in lotta con il principio, altrettanto assoluto, del Bene. Esso, tutt ́altro che irrigidito in una livida sentenza di morte, nasce e si sviluppa come effetto sinistro di una indifferenziata volontà di sopravvivenza – sopravvivenza ad ogni costo, anche quello di poggiare sulla infinita piramide di morti che Elias Canetti ha intravisto nei tratti sfigurati di un potere originario (su cui si veda il bel saggio di Giacomo Marramao Contro il potere, Bompiani 2011, già segnalato in queste pagine da Nadia Fusini).

Ma Simona Forti è andata oltre la decostruzione di una lettura semplicemente dicotomica del male. Ciò che si profila nelle pagine finali della sua genealogia, dedicate a due autori del dissenso contro il regime sovietico come Jan Patocka e Vàclav Havel, è una modalità non soltanto critica, ma anche affermativa, di intendere la relazione tra potere e soggetti. Se è vero, come ha sostenuto Foucault, che ogni processo di soggettivazione ha a che fare con una qualche forma di assoggettamento, è anche vero che il potere genera sempre, se non l ́attualità, quantomeno la possibilità di una resistenza. Per tenerla sveglia, anche quando un peso infinito sembra gravare sulle nostre vite, si tratta di tentare uno sdoppiamento nei confronti di noi stessi. Di resistere alla tentazione del cedimento e della compromissione nei confronti del male, attraverso l ́attivazione di una forza contraria cui la tradizione occidentale talvolta ha dato il nome, limpido e intenso, di anima.

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Nuovo attacco ai Beni Comuni?

Due giorni fa leggevo su Repubblica una bella intervista di Luciana Sica a Massimo Recalcati che tra l’altro diceva “questa è una crisi che evidenzia il disprezzo e il misconoscimento del Bene comune, l´accaparramento senza freni delle risorse di tutti: il lavoro, le leggi, le istituzioni, la natura… Quando la spinta al godimento diventa compulsiva e non conosce limiti, quando l´avidità non ha più fondo, è la stessa idea di comunità che viene meno. Per dirla in termini analitici, è la pulsione di morte che prevale e travolge la dimensione del legame sociale”

Ieri il Comitato Scientifico Equivita (www.equivita.it) mi ha inoltrato  un appello di Alex Zanottelli.
A quanto risulta infatti dalle dichiarazioni di Catricalà, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, si vuole ribaltare il risultato del referendum del 13 giugno scorso, liberalizzando l’acqua. Tra l’altro non sapevo che quando Mario Monti era Commissario Europeo, trascurando il parere del Parlamento Europeo che nel 1995 l’aveva bocciata, ripresentò – pochi mesi dopo tale bocciatura – la Direttiva Europea “sulla brevettabilità del vivente” (ovvero la possibilità – mai esistita prima – di privatizzare le piante, gli animali e le parti del corpo umano, con la sola esclusione del corpo umano intero).
La direttiva fu approvata, dopo quasi tre anni, il 12 maggio 1998 (direttiva 1998/44) durante i quali avvenne “la più forte azione di lobby nella storia del Parlamento Europeo” (dichiarazione dello stesso relatore della direttiva, Willy De Clerq) e dopo che numerose ONG di tutta Europa avevano speso ogni energia possibile per bloccarla.

Ecco l’appello di Zanotelli

“SALVIAMO IL REFERENDUM DELL’ACQUA

TRADIMENTO MONTI

Era il 13 giugno , esattamente 7 mesi fa ,quando 26 milioni di italiani/e sancivano l’acqua bene comune :”Ubriachi eravamo di gioia… le spalle cariche dei propri covoni!(Salmo,126). E oggi,13 gennaio ritorniamo a “seminare nel pianto..” (Salmo,126) perché il governo Monti vuole privatizzare la Madre. Sapevamo che il governo Monti era un governo di banche e banchieri, ma mai ,mai ci saremmo aspettati che un governo, cosidetto tecnico, osasse di nuovo mettere le mani sull’acqua, la Madre di tutta la vita sul pianeta. E’ quanto emerge oramai con chiarezza dalla fase 2 dell’attuale governo, che impone le liberalizzazioni in tutti i settori.Infatti le dichiarazioni di ministri e sottosegretari, in questi ultimi giorni, sembrano indicare che quella è la strada anche per l’acqua. Iniziando con le affermazioni di A.Catricalà, sottosegretario alla Presidenza, che ha detto che l’acqua è uno dei settori da aprire al mercato. E C.Passera, ministro all’economia,ha affermato :”Il referendum ha fatto saltare il meccanismo che rende obbligatoria la cessione ai privati del servizio di gestione dell’acqua, ma non ha mai impedito in sé la liberalizzazione del settore.” E ancora più spudoratamente il sottosegretario all’economia G.Polillo ha rincarato la dose: “Il referendum sull’acqua è stato un mezzo imbroglio. Sia chiaro che l’acqua è e rimane un bene pubblico.E’ il servizio di distribuzione che va liberalizzato.”E non meno clamorosa è l’affermazione del ministro dell’ambiente C.Clini:”Il costo dell’acqua oggi in Italia non corrisponde al servizio reso…..La gestione dell’acqua come risorsa pubblica deve corrispondere alla valorizzazione del contenuto economico della gestione.” Forse tutte queste dichiarazioni preannunciavano il decreto del governo (che sarà votato il 19 gennaio) che all’art.20 afferma che il servizio idrico- considerato servizio di interesse economico generale- potrebbe essere gestito solo tramite gara o da società per azioni, eliminando così la gestione pubblica del servizio idrico. Per dirla ancora più semplicemente, si vuole eliminare l’esperienza che ha iniziato il Comune di Napoli che ha trasformato la società per azioni a totale capitale pubblico(ARIN ) in ABC (Acqua Bene Comune-Ente di diritto pubblico). E’ il tradimento totale del referendum che prevedeva la gestione pubblica dell’acqua senza scopo di lucro .E’ il tradimento del governo dei professori.E’ il tradimento della democrazia. Per i potentati economico-finanziari italiani l’acqua è un boccone troppo ghiotto da farselo sfuggire. Per le grandi multinazionali europee dell’acqua(Veolia,Suez,Coca-Cola…) che da Bruxelles spingono il governo Monti verso la privatizzazione, temono e tremano per la nostra vittoria referendaria,soprattutto il contagio in Europa.
“Un potere immorale e mafioso –ha giustamente scritto Roberto Lessio, nel suo libro All’ombra dell’acqua- si sta impossessando dell’acqua del pianeta.E’ in corso l’ultima guerra per il possesso finale dell’ultima merce:l’acqua.Per i tanti processi di privatizzazione dei servizi pubblici in corso, quello dell’accesso all’acqua è il più criminale.Perchè è il più disonesto, il più sporco, il più pericoloso per l’esistenza umana.” Per questo dobbiamo reagire tutti con forza a tutti i livelli, mobilitandoci per difendere l’esito referendario, ben sapendo che è in gioco anche la nostra democrazia. Chiediamo al più presto una mobilitazione nazionale, da tenersi a Roma perché questo governo ascolti la voce di quei milioni di italiani/e che hanno votato perché l’acqua resti pubblica. Chiediamo altresì che il governo Monti riceva il Forum italiano dei movimenti per l’acqua,ciò che ci è stato negato finora. Rilanciamo con forza la campagna di “obbedienza al referendum” per trasformare le Spa in Ente di diritto pubblico (disobbedendo così al governo Monti). Sollecitiamo i Comuni a manifestare la propria disobbedienza alla privatizzazione dell’acqua con striscioni e bandiere dell’acqua. E infine ai 26 milioni di cittadini/e di manifestare il proprio dissenso esponendo dal proprio balcone ,uno striscione con la scritta: ”Giù le mani dall’acqua”! In piedi , popolo dell’acqua!
Ce l’abbiamo fatta con il referendum, ce la faremo anche adesso !E di nuovo la nostra bocca esploderà di gioia (Salmo,126)”

Alex Zanotelli

Su Repubblica di oggi le prime risposte del governo sono ambigue: da un lato generica ‘apertura’, dall’altro la difesa della ‘distribuzione’ privata (e dei suoi relativi ”profitti’) in nome della ‘razionalizzazione’ e dell’ ‘efficienza’ amministrativa. A mo’ di commento non trovo di meglio che  lo scambio epistolare tra Hannah Arendt (scusate se la cito ripetutamente) e il marito delusi dall’atteggiamento di Kennedy sulla rivoluzione cubana. La Arendt,   – che pure aveva riposto molte speranze  – in Kennedy scrisse al marito : “semplicemente non ha capito cosa sia una rivoluzione e cosa essa significhi nella vita di un popolo…”   Henirch Blücher replicò in stile aforistico: “Tutti gli uomini di potere perdono la comune intelligenza delle cose.”

Sono allibito che un governo che ha incontrato grande apertura di credito, speranza nella ‘competenza’ e una grande disponibilità ai sacrifici richiesti per ‘raddrizzare una baracca’ scardinata dalle dinamiche del capitalismo finanziario globale sembri disprezzare il ‘capitale simbolico’ (e il legame sociale’) offerti dal voto di 26 milioni di italiani che si sono schierati contro la privatizzazione dell’acqua.

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la foresta delle storie

Alberto Asor Rosa scrive su la Repubblica del 13 gennaio: “oggi la letteratura, soprattutto nella sua forma specificamente narrativa, è dappertutto (…) Quand´è che la narrazione, – anzi, ‘affabulazione’ pura e semplice, estesa a dismisura, e perciò straniata e inconsapevole, – diviene racconto? Diviene racconto quando non si limita a tentare di “riprodurre” la vita, ma cerca di coglierne il senso. Non la vita, ma il senso della vita è (è sempre stato e, secondo me, dovrebbe sempre essere) l´oggetto della grande narrazione…”

E’ una cosa su cui gli stessi romanzieri hanno spesso detto la loro riflettendo o facendo riflettere i loro personaggi.

Per esempio nel recente 1Q84 di Murakami Haruki leggiamo:

«Un giorno Tengo si accorse che quando dal mondo dei romanzi tornava  in quello della realtà non provava lo stesso senso di amara delusione di quando rientrava dal mondo della matematica. Perché? Ci rifletté a lungo e infine giunse a una conclusione. nella foresta dei romanzi per quanto il nesso tra le cose potesse sembrare evidente, non succedeva mai di ricevere una risposta chiara. Era quella la differenza con la matematica. Il ruolo del romanzo per dirla in modo sommario era quello di mutare un problema dandogli una forma diversa. E grazie alla natura e alla direzione di quel cambiamento, veniva suggerita, in chiave romanzesca, una soluzione alternativa. Tengo tornava nella realtà portando con sé quel suggerimento. Era come una formula magica incomprensibile scritta su un pezzo di carta. A volte mancava di coerenza e non poteva trovare subito un utilizzo pratico. Ma aveva in sè una possibilità. Forse un giorno sarebbe riuscito a decifrare quelle formule magiche. Era una possibilità che gli scaldava il cuore dall’interno.»

Gian Piero Quaglino nel presentare il suo manifesto della terza formazione [Cortina] include una ricca sezione sulla narrazione offrendoci numerose citazioni significative:

«Un romanzo non afferma niente, un romano cerca e pone delle domande (…) La stupidità della gente deriva dall’avere una risposta per tutto. La saggezza del romanzo deriva dall’avere una domanda per tutto (…) A me pare che oggi in tutto il mondo la gente preferisca giudicare invece di capire, rispondere invece di domandare, così che la voce del romanzo può essere udita a stento in mezzo alla rumorosa imbeccillità delle certezze umane» (Kundera)

Che fa eco a quanto Philip Roth ha messo in bocca a Nathan Zuckerman:

«C’è stato un tempo in cui le persone intelligenti usavano la letteratura per pensare».

Ma c’è anche spazio per Novalis:

«Un romanzo è la vita in forma di libro» «Per conoscere la vita e sé stessi si dovrebbe sempre scrivere un romanzo».

Hannah Arendt invece citava spesso Karen Blixen: «ogni dolore può essere sopportato se lo si narra o se ne fa una storia».

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Il perturbante, lo straniero, la comunanza delle storie

Nelle giornate interminabili delle colonie estive quando il cielo si confonde col mare sino a quando le pietre si colorano del sole  pomeridiano e l’odore del mare è più forte. Il tempo è un ritmo improvviso, assoluto, indiscutibile. Capita poi che qualcuno si faccia male: è toccato a lui, ma perché proprio a lui? No, il bambino nemmeno si chiede perché, osserva tra timore e meraviglia.

A volte, l’inerzia delle cose rassicura. Dopo una sgridata. O nell’attesa prima del dentista. O, certo, con un lutto. La consistenza del fustagno un po’ liso dei pantaloni. Il verde slavato di un muro. In quell’istante il dettaglio è diventato un rifugio, per affinità col nostro stranimento. La contiguità delle cose quasi rassicura:  tessuto di ciò che dell’ignoto pure ci è noto, rispecchiamento della nostra voglia di vivere in ciò che riconosciamo, anche se  frammento di un reale indomabile.

Se invece vieni ospitato in una casa di passaggio, in una città straniera e cominci a sfogliare i libri o a guardare le copertine dei cd, ti pare di leggere il disordine e la casualità della vita di chi ti ospita (amici di amici con cui non hai ancora formato vincoli). Ogni cosa ti parla di questa estraneità: dalla qualità della carta igienica, alle medicine affastellate su un ripiano sopra il lavandino. Comincia allora un lavorìo lento con cui ci accordiamo con la trama quotidiana delle cose altrui e scopriamo senza arroccarci la possibile comunanza delle storie.

***

Come ci racconta Jean-Michel Hirt nel suo libro Le miroir du Prophète, la costruzione identitaria si lega alla narrazione implicita, alla costruzione condivisa, ai campi percettivi e agli investimenti affettivi con cui ‘fissiamo’ le cose.

Prendiamo un oggetto qualunque – una mela – essa è visibile in quanto oggetto posto davanti agli occhi, ma visibile solo parzialmente a partire da una sua complessa costruzione percettiva, emotiva, mnemonica che ci permette di attendere la rinnovata conferma della sua identità; tuttavia le immagini della sua realtà non coglieranno mai la sua realtà integrale che rimane velata.

In altre parole solo la moltitudine di immagini possibili corrisponde all’invisibilità della sua realtà integrale. Il fisico Basarab Nicolescu esprime una riflessione analoga in questi termini: “Un nuovo Principio di Relatività emerge dalla coesistenza di pluralità complessa e unità aperta: nessun livello di Realtà costituisce un luogo privilegiato da cui si possano comprendere tutti gli altri livelli di Realtà. Un livello di Realtà è ciò che è perché tutti gli altri livelli esistono allo stesso tempo. Questo principio di relatività può offrire una nuova prospettiva sul dialogo tra le diverse discipline accademiche e tra le diverse culture. È una visione transdisciplinare. La realtà non è solo multidimensionale, è anche multireferenziale.” [vedi anche il link su ontonomia]

Lo straniero come immagine ibrida e perturbante

Ma cosa accade quando l’immagine della cosa o di sé stessi si ingarbuglia, diventa insolita o se qualcosa di nascosto traspare nell’immagine? Nell’esperienza del perturbante che Freud ha descritto così efficacemente  nel suo saggio sull’unheimlich, qualcosa si rivela estraneo in ciò che più ci è familiare,  e proprio per questo ci inquieta in modo del tutto particolare, come quando la percezione della realtà materiale, invece di  ribadire consistenza e identità, vacilla. Qualcosa di ignoto irrompe all’improvviso.

L’immagine divenuta “ibrida” non si limita a replicare la persona o la cosa. Nel riflesso brilla una scintilla di alterità. Hirt ci ricorda che il gioco di rispecchiamento identitario non è tuttavia un esercizio filosofico, se lo stesso Freud in Considerazioni attuali sulla guerra e la morte lo ri-esplicita in questi termini: “perché gli uomini non possono impedirsi di mettere a morte lo straniero?” Il saggio di Freud sul perturbante scritto alla fine della stessa guerra contiene elementi di risposta che permetterebbero di dire che lo straniero è proprio ciò che sfugge al rispecchiamento e diventa ‘immagine ibrida’.

Lo statuto dello straniero pone come questione ineludibile il confronto con ciò che in noi si manifesta come estraneità e irriducibilità al “totalitarismo della coscienza”

Lo straniero che è immagine incomprensibile dell’umano incrina la logica simmetrica del rispecchiamento identitario e provoca effetti di inquietante estraneità legati al dubbio sulle nostre credenze nella realtà.

Una reazione autoimmunitaria all’invisibile?

Di fronte allo straniero, il corpo psichico è spaesato e non sa se la propria reazione nei confronti di ciò che percepisce come corpo estraneo non finisca per essere una reazione autoimmunitaria contro ciò che intimamente gli appartiene, o viceversa se, iper-adattandosi senza opportune misure difensive a un corpo veramente estraneo, non finirà per scatenare una crisi di rigetto.

Là dove il riflesso ‘infedele’ e perturbante  non viene umanizzato nel dialogo o nella narrazione, l’immagine può farsi non solo scissa e sdoppiata ma persecutoria.

Ciò che dell’alterità non viene integrato diventa tanto più minaccioso quanto più l’io si pensa ‘sostanziale’ – una sostanza fatta di identificazioni, credenze, ideologie –  più che relazionale. Quali le alternative? Oltre al diniego e alla guerra (che si illude di eliminare il pericolo della frammentazione identitaria che lo straniero rappresenta) vi è una terza possibilità: quello di accettare  di umanizzare il perturbante riconoscendo che la realtà è più ricca e complessa di qualsiasi ‘griglia’ o credenza. Se l’io riesce a far fronte a questa ristrutturazione delle credenze si inaugura la possibilità immaginale, la possibilità cioè di opporre alla frammentazione una rappresentazione complessa:  il percorso dall’ibrido al complesso di cui parlano molte vie.

Le storie ci rendono umani

Tornando all’incipit narrativo di questo post mi confortano in questo momento le mie attuali letture arendtiane…  ecco una singola citazione che risuona con quanto scritto finora:

«Poiché il mondo non è umano perché è fatto da esseri umani, e non diventa umano solo perché la voce umana risuona in esso, ma solo quando è diventato oggetto di discorso. Per quanto le cose di questo mondo ci colpiscano intensamente, per quanto profondamente esse possano emozionarci e stimolarci, non diventano umane per noi se non nel momento in cui possiamo discuterne con i nostri simili. Tutto ciò che non può diventare oggetto di dialogo – il sublime, l’orribile, il perturbante – può anche trovare una voce umana attraverso la quale risuonare nel mondo, ma non è propriamente umano. Noi umanizziamo ciò ch avviene nel mondo e in noi stessi solo parlandone e, in questo parlare, impariamo a diventare umani [….] Nessuna filosofia, nessuna analisi, nessun aforisma, per quanto profondo, può avere un’intensità e una pienezza di senso paragonabile a quella di una storia ben raccontata.» [da ‘L’umanità in tempi bui’]

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La dimora comune


Un’amica genovese scrive: “Stavo pensando che forse, se la ascoltassimo [la natura], non urlerebbe più e comunicherebbe con noi semplicemente parlando, respirando, sussurando…”

C’è una bella espressione di Hannah Arendt (scusate se la cito molto in questo periodo ma fa parte delle mie letture): “riconoscere politicamente la terra”. Laprotezione ambientale non è solo una tecnica volta a garantire il sistema immunitario della terra (che pure è ecosistemico). La difesa dei ‘beni comuni’  è anche il riconoscimento (transculturale) del fatto che la terra è una ‘dimora comune’. Bellissime pagine sono state scritte a questo proposito da Edouard Glissant che si collocano all’opposto delle genealogie ataviche e che fondano una logica della «compresenza». Il poeta pensa le vibrazioni della terra, attraversa la geografia senza muri delle frontiere, dei paesaggi. La frattura diventa frattale. L’immagine guida per Glissant è l’arcipelago. Per Ann Michaels le figurazioni sono più telluriche e sotterranee: ciò che vi è stato sepolto vive nella memoria della terra immaginata (rivelata) dal poeta.

Ancora una citazione della Arendt: «Se la conoscenza (nel senso moderno di competenza tecnica) si separasse irrimediabilmente dal pensiero, allora diventeremmo esseri senza speranza, schiavi non tanto delle nostre macchine, ma della nostra competenza, creature prove di pensiero  alla mercé di ogni dispositivo tecnicamente possibile.»

Molto interessanti anche le sue riflessioni ante litteram sui pericoli dell’antipolitica e sull’importanza della democrazia partecipativa quanto mai attuali oggi.  Il proliferare di comitati cittadini e  le assemblee di ‘indignati’ sembrano sintomi positivi di una coscienza democratica in divenire.

Segnalo un interessante intervista sull’ultimo numero di Internazionale all’antropologo David Graeber che è uno degli animatori della protesta occupy Wall Street. Cito: «Secondo Graeber il problema dei debiti non è solo che averne troppi fa male. Ancora più importante è il fatto che i debiti rovinano la propensione degli esseri umani a aiutarsi a vicenda. I libri di storia ci raccontano una storia in cui la moneta e i mercati nascono dalla tendenza ‘a scambiare e barattare’ per dirla con Adam Smith.» Prima che nascesse la moneta vigeva in pratica il baratto: che so sette polli per un paio di sandali. Poi, secondo questa tesi, un mercante intelligente avrebbe capito che era più facile attribuire a tutti i beni un mezzo di scambio comune, per esempio l’argento. Gli antropologi sostengono da tempo che tutta questa storia non è mai avvenuta, che non si conosce nessun caso di economia di baratto pura. E che non è affatto plausibile che la moneta sia nata così. Nelle società senza moneta le persone si scambiano oggetti come forma di tributo o per ottenere qualcosa successivamente o come dono. Ricorrono al baratto solo quando hanno a che fare con sconosciuti. La moneta è stata invece introdotta da stati come l’Egitto o dalle grandi burocrazie sumere per misurare la proprietà e determinare le imposte. Sono nati così nel tempo «anche il concetto di prezzo e l’idea di mercato impersonale che hanno via via eroso le reti organizzate di mutuo supporto esistite in precedenza.» Secondo Graeber la moneta trasforma dovere e responsabilità – che sono fatti sociali –  in ‘debito’ che è un concetto finanziario astratto, in cui le relazioni che lo fondano sono diventate invisibili. «Non sono i debiti ma i rapporti umani [le promesse direbbe la Arendt] a essere sacri. Comprendere le origini sociali dei debiti, spiega Graeber, dovrebbe rendere molto più facile rinegoziarli quando le condizioni cambiano.»

Un’altra lettura di questi giorni è il libro di Daniel Goleman sulle emozioni distruttive. In un seminario di dialogo di filosofi, neurofiosiologi, psicologi cognitivi e comportamentali con il Dalai Lama si parla a un certo punto della ‘storia delle emozioni’ in occidente e di come sono state considerate. La parola compassione – si dice – è prevalentemente orientata all’altro, un sentimento che si prova per chi è più sfortunato o in pena. Il Dalai Lama reagisce con sorpresa e ne nasce tutta una discussione linguistica con i suoi traduttori e collaboratori. Insomma, al contrario di ciò che accade da noi  la parola tibetana omeomorfa per compassione, tsewa, ha una diversa sfumatura:  include sia sé stessi che gli altri. «Possa io essere libero dalla sofferenza e dalle fonti della sofferenza» Tsewa.

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Contemplazione e politica [Corbin con Arendt]

Provo a riproporre la questione a partire da due citazioni che mi è capitato di leggere nei giorni scorsi.

La prima di Henri Corbin dice: «E’ la priorità dell’essere sul fare che è fondamento della reciprocità»

La seconda è di Hannah Arendt: ”Anche nei tempi più bui, abbiamo il diritto a un po’ di illuminazione; essa non scaturisce tanto da teorie e concetti quanto dalla luce incerta, tremolante, spesso debole  che taluni uomini e donne nella loro vita come nel loro lavoro, accendono in qualsiasi circostanza e promanano per tutto il tempo concesso loro sulla terra» [1968]

Impossibile non sentire l’eco di quella «debole forza messianica» di cui aveva parlato Walter Benjamin.

Commenta la biografa della Arendt, Elisabeth Young Bruehl: « ‘Nei tempi bui’ – in fisteren Zeiten – è una formula del poeta Bertold Brecht; ci sono azioni malvagie di nuovo genere, ma non sono esse a cagionare il buio. Il buio è ciò che viene quando gli spazi aperti e chiari tra la gente, gli spazi pubblici in cui gli individui possono rivelarsi, sono sfuggiti o evitati; il buio è un atteggiamento carico di odio verso la sfera pubblica, verso la politica.» Ancora la Arendt «La storia conosce molte fasi di tempi bui in cui la sfera pubblica si oscura e il mondo diventa così incerto che gli uomini cessano di chiedere alla politica qualcosa di più del giusto rispetto verso i loro interessi vitali e la loro libertà personale» Su questo ‘qualcosa di più’ ci sarebbe da meditare.

Io credo che la sfida sia quella di conciliare queste due proposizioni apparentemente contradditorie, l’invito alla contemplazione relazionale e quello a una vita activa che generi ‘qualcosa di più’, una luce tremolante e spesso debole. Ecco mi sembra che ciò abbia molto a che fare con quella articolazione di desiderio e aspirazione che cerchiamo.

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