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C’è grande confusione sotto i cieli

jodorowsky_camoin_00Un ghanese affamato e solo dà fuori di matto a Milano. Immediate nefandezze verbali contro gli immigrati e i ‘clandestini’. L’ideologia è questa: pensare l’altro come un intruso che contamina. In questo i nazisti sono stati maestri.

Il giorno prima Grillo aveva fatto la sua sparata contro lo ius solis. Complimentato da La Russa.

Vana sincronia, sono solo rigurgiti immunitari, perché tutto questo è chiaro, non regge più. Le donne sfregiate con l’acido… ma non era un retaggio barbarico del primitivo oriente? Che fine hanno fatto i rumeni stupratori? Non se ne parla più, tanto le cronache sono piene di ragazzine scomparse e donne che subiscono violenza, ma la proiezione etnica non regge più. Forse santi e stupratori sono categorie transculturali. Certo è che ‘grande è la confusione sotto il cielo’.

Qualche tempo fa in Toscana ho visto due africani cacciati in malo modo dal treno, affidati alla polizia ferroviaria che voleva portarli in questura. Non avevano il biglietto. Uno di loro gridava disperato – ma voi non sapete come stiamo noi africani, da cosa veniamo! Stava per perdere il lume. Sono intervenuto, il treno era fermo, con cortesia ho detto al poliziotto che pareva ragionevole – li avete fatti scendere non infierite, lasciateli andare. Il controllore si è infuriato, perdeva quasi lui il lume. – Lo paga lei il biglietto? Eh lo paga lei? – Domanda retorica perché ormai erano scesi. Ma sì – dico – il biglietto glielo avrei pagato. Da Arezzo a Firenze non costa una cifra spropositata. Il controllore si è infuriato ancora di più – E il torto che lei fa a tutti gli altri passeggeri – urlava – glie lo chieda, glie lo chieda se son d’accordo… si rivolgeva infuriato a tutto il vagone, che lo guardava in silenzio. Poco mancava che mi desse del fascista…

Il razzismo immunitario è roba vecchia. Negli anni Sessanta i titoli dei giornali sottolineavano così la presunta etnicità dei meridionali. «Siciliano svaligia un appartamento» ecc.

E’ la stessa storia che si ripete:

 «Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vivini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere, ma soprattutto non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di esperedienti o, addirittura di attività criminali.»

Un sindaco leghista? No si tratta della relazione dell’ispettorato per l’immigrazione Usa, ottobre 2012 e parla degli italiani (vedi La macchia della razza di Marco Aime)

Guardando i tarocchi la carta giusta per commentare l’avventura del migrante è la prima, quella senza numero, il Matto. È un vagabondo nomade che porta il fagotto delle sue cose col bastone in spalla. Il passato gli corre appresso e non si sa dove vada. Se la leggiamo come annuncio di un desiderio, l’aspirazione migrante osa. Il cane che lo insegue (il suo passato) non lo trattiene, Il suo impulso vitale è un grande potenziale non ancora dispiegato. Ma se lo guardiamo dal punto di vista della doppia esclusione, il passato è un lupo che morde, il suo eroismo è velleitario, i suoi trucchi da briccone ingenui. Allora si scopre davvero matto. Ma com’è che i matti ci sono anche da noi? C’è grande confusione sotto il cielo.

Ps: Come scriveva Abdelmalek Sayad, c’è una “doppia assenza” che caratterizza l’esperienza del migrante: non più “là”, ma non del tutto a casa “qui”, l’immigrato è sospeso fra l’assenza dal paese di origine, dal quale ci si allontana alla ricerca di un altrove che si immagina migliore, e l’essere costantemente “fuori luogo” nel paese di accoglienza, una realtà in cui si è spesso esclusi o emarginati. Al concetto di “doppia assenza” si affianca quello di “doppia presenza”, che si riferisce ai duplici radicamenti, ai legami con il proprio paese – affettivi, relazionali, sociali, economici – che perdurano nel tempo e ai nuovi legami che gradualmente vengono costruiti nel luogo di arrivo. (vedi anche il tema non indifferente della formazione per chi assiste chi muore ‘altrove’)

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Quel che resta del padre e il complesso di Telemaco

Unknown-3Merita davvero il nuovo libro di Recalcati Il complesso di Telemaco,  che riprende temi già delineati in Cosa resta del padre.  Con una invidiabile chiarezza di pensiero ed esposizione, Recalcati da un lato evidenzia quanto la pulsione di morte animi il ‘discorso capitalista’ e dall’altro declina con passione le incertezze e il valore della trasmissione, dell’aspirazione e della costruzione dell’umano in tempi oscuri. Il punto di partenza è evidentemente l’eclissi della funzione simbolica del padre e la relativa ‘domanda di padre’ che giunge in modo insistente dalla società civile, ma evidentemente non per il padre eroe totalizzante delle identificazioni di massa. (A questo proposito si veda anche la lucida analisi di Recalcati  in un articolo su Repubblica intitolato La pastorale americana sul fenomeno Grillo, che non a caso ha reagito dicendo che tra i cinque stelle ‘non ci sono intellettuali.) Per invitare alla lettura de  Il complesso di Telemaco cito alcuni brani dall’introduzione:

«Bisogna essere chiari: il mio punto di vista è che questa eclissi non indica una crisi provvisioria della funzione paterna destinata a lasciare il posto a un suo eventuale recupero. Rilanciare il tema del tramonto dell’imago paterna non significa rimpiangere il mito del padre-padrone. Personalmente non ho nessuna nostalgia per il pater familias. Il suo tempo è irrimediabilmente finito, esaurito, scaduto. Il problema non è dunque come restaurarne l’antica e perduta potenza simbolica ma piuttosto quello di interrogare quel che resta del padre nel tempo della sua dissoluzione (…) In tale contesto la figura di Telemaco mi pare un punto-luce. Essa mostra l’impossibilità di separare il movimento dell’ereditare – l’eredità è un movimento singolare e non una acquisizione che avviene per diritto – dal riconoscimento del proprio essere figli.»

In questo senso Telemaco rappresenta l’opposto di Edipo che nell’ansia di evitare la profezia autoavverante di una filiazione maledetta uccide il padre:

«Telemaco si emancipa dalla violenza parricida di Edipo; egli cerca il padre non come un rivale con il quale battersi a morte, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge della parola sulla propria terra (…) egli prega affinché il padre ritorni dal mare ponendo in questo ritorno la speranza che vi sia ancora una giustizia giusta per Itaca. Mentre lo sguardo di Edipo finisce per spegnersi nella furia impotente dell’autoaccecamento – come marchio indelebile della colpa – quello di Telemaco si rivolge all’orizzonte per vedere se qualcosa torna dal mare. Certo, il rischio di Telemaco è la malinconia, la nostalgia per il padre glorioso, per il re di Itaca, per il grande eroe che ha espugnato Troia. La domanda di padre, come Nietzsche aveva intuito bene, nasconde sempre l’ insidia di coltivare un’ attesa infinita e melanconica di qualcuno che non arriverà mai. È il rischio di confondersi con uno dei due vagabondi protagonisti di Aspettando Godot di Samuel Beckett. Lo sappiamo: Godot è il nome di un’ assenza. Nessun Dio-padre ci potrà salvare: la nostalgia per un padre-eroe è sempre in agguato! (…) Dal mare non tornano monumenti, flotte invincibili, capi-partito, leader autoritari e carismatici, uomini-dei, ma solo frammenti, pezzi staccati, padri fragili, vulnerabili, nuovi sindaci dal sorriso gentile, poeti, registi, insegnanti precari, migranti, lavoratori, semplici testimoni di come si possa trasmettere ai propri figli e alle nuove generazioni la fede nell’avvenire, il senso dell’ orizzonte, una responsabilità che non rivendica alcuna proprietà.

Noi siamo nell’epoca del tramonto irreversibile del padre, ma siamo anche nell’epoca di Telemaco; le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni. Ma questa attesa non è una paralisi melanconica. Le nuove generazioni sono impegnate – come farà Telemaco – nel realizzare il movimento singolare di riconquista del proprio avvenire, della propria eredità. Certo il Telemaco omerico si aspetta di vedere all’orizzonte le vele gloriose della flotta vincitrice del padre-eroe. Eppure egli potrà ritrovare il proprio padre solo nelle spoglie di un migrante senza patria.»

 Mi piace molto questa immagine del padre-migrante, di questo padre plurale che arriva, nella mancanza e nella speranza e che riflette le nostre dispersioni, la perdita di mondo che ci impone di costruire l’umano senza un qualche fondamento a priori che escluda la nostra contingenza. Naturalmente, per compensazione ci può essere la tentazione di rappresentare un auto-consistenza regressiva del fantasma di personaggi potenti o di ideologie che promettono ‘soluzioni totali’ e espulsioni immunitarie dei corpi estranei,  sicura fonte di illusorio sollievo per chi si sente smarrito. Spesso i migranti ci mostrano il contrario, la capacità di sopravvivere e re-inventare la vita nel e malgrado l’esilio. Ma oltre ai padri da oltre il mare arrivano anche figli, giovani migranti che pure cercano un avvenire. Come per i nostri figli, noi europei come testimoni non rassegnati dovremmo saper ispirar loro  (senza troppe prediche) la possibilità di un futuro che legittimi sia il desiderio che la responsabilità.

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«Vulnerabile a chi?» (pratiche di accoglienza)

Quello che segue è un autentico strumento di indagine che è stato usato non molto tempo fa da un centro di accoglienza per  persone richiedenti asilo. Il testo era stato tradotto dall’italiano in un inglese maccheronico assolutamente incomprensibile e mi sono divertito a ritradurlo in italiano rendendo il significato effettivo delle domande che venivano poste. Ma al di là dell’efferatezza della traduzione, anche se fosse stata perfetta gli assunti teorici e culturali con cui è stato costruito il questionario sono così smaccatamente acritici ed etnocentrici da evocare le peggiori forme di controtransfert istituzionale.

Il contesto nel quale viene usato è quello di un colloquio individuale in cui la/o psicologa/o somministra il  questionario al richiedente asilo. Le risposte vengono poi analizzate allo scopo di misurare la “vulnerabilità” dell’interlocutore e confermare i sospetti di sindromi ‘generaliste’ come il Post Traumatic Stress Disease che finiscono per psichiatrizzare i cosiddetti «vulnerabili» (che magari hanno superato prove che ci manderebbero a pezzi) che si aggiunge ad altri strumenti di inclusione/esclusione con cui nutriamo e manifestiamo il dilemma immunitario in Italia oggi.

Ecco il questionario:

  • In qualità di sei arrivato in Italia?
  •  Sai suonare qualche attrezzo di lavoro?
  •  Sei piaciuto cosa di più?
  •  Sei piaciuto cosa di meno?
  •  Quando e in qualità di hai scoperto il sesso?
  •  La sua (di lei – femminile, riferito a donna) esperienza prima.  (per dire la sua prima esperienza)
  •  In qualità di trovi te stesso con la tua donna/uomo?
  •  Ultimo fatto visita?
  •  Tu sveglio di notte?
  •  In qualità di, è il tuo appetito?
  •  Porti immediatamente indietro il sonno o hai difficoltà?
  •  Tu diventi idrofobo tu facilmente?
  •  Hai difficoltà ad assemblarti quando devi fare qualcosa?
  •  Fai tentativi sensi di colpa?
  •  Hai già realizzato altre preoccupazioni?
  •  Ti ricordi di te stesso quali medicine hai preso?
  •  Autobiografia quando sono iniziati i tuoi problemi
  •  Quando tu/lui/lei è stata l’ultima volta che ti sei sentito bene?

 Mi sembra che ogni ulteriore commento sia superfluo.

 Bisogna inoltre ricordare come il richiedente asilo sia costretto dal dispositivo di richiesta di asilo a ri-costruire e raccontare la sua storia in forme narrative artificiose che snaturano la comunicazione e la sua stessa rappresentazione dell’identità. Dopodiché – nei centri di accoglienza – raramente qualcuno si interessa alla dimensione narrativa della sua esistenza, le esigenze e i protocolli dell’ «assistenza socio-sanitaria» e dell’ «integrazione» impongono altri compiti agli operatori. E’ qui a mio avviso che va recuperato il senso e il tempo dell’incontro e una riconsiderazione e rivalutazione dell’ascolto, dello scambio di storie, della dimensione rituale in senso lato. Potremmo semplicemente definirlo rispetto autentico.  Specialmente dove si debba intervenire per affrontare un disagio che richiede di contestualizzare sintomi che da un lato parlano delle vicende che hanno portato alla migrazione e dall’altro esprimono le difficoltà incontrate nel cosiddetto paese d’accoglienza.

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Narrative, narrazioni, resilienze (2 segnalazioni)

Cristina mi manda la segnalazione di questo importante evento romano:

Porrajoms, sterminio e resistenza del popolo Rom. Racconti, ritmi, vite – Domenica 4 Marzo h. 18 VALLE OCCUPATO

«Tutti conosciamo oggi il termine Shoah, quasi nessuno conosce la parola Porrajmos, il nome dato allo sterminio degli zingari. Dobbiamo cominciare a imparare bene la parola Porrajmos, così come dobbiamo conoscere un luogo che si chiama Jasenovac, il campo di sterminio degli ustascia croati, dove furono sterminati verosimilmente decine di migliaia di serbi, di Rom, e di Ebrei. Dobbiamo ricordare tutto questo se vogliamo una memoria vera, profonda, che sia fertile per il futuro dei nostri figli» Moni Ovadia –
Il termine Porrajmos (in lingua romaní «divoramento») indica il tentativo di sterminare le comunità rom e sinte durante la seconda guerra mondiale . Al pari della più nota Shoah , il Porrajmos fu deciso sulla base delle teorie razziste che caratterizzavano il nazismo. Non si conosce con accuratezza il numero dei rom e sinti che al 1935 vivevano in Europa, è difficile dire con precisione quante furono le vittime, una recente stima parla di almeno 500mila rom e sinti sterminati. Migliaia di rom e sinti vennero deportati nei campi di concentramento europei ma anche italiani ad Agnone, Berra, Bojano, Bolzano, Ferramonti, Tossicìa, Vinchiaturo, Perdasdefogu e nelle Tremiti. I rom furono perseguitati, imprigionati, seviziati, sterilizzati, utilizzati per esperimenti medici, gasati nelle camere a gas dei campi di sterminio, perché “zingari” e secondo l´ideologia nazista “razza inferiore”, indegna di esistere. I rom erano definiti geneticamente ladri, truffatori, nomadi: la causa della loro pericolosità era nel loro sangue, che precede sempre i comportamenti. Questo marchio di “infamia”, impresso a sangue sulla pelle di rom, non è finito con il regime hitleriano. Esso perdura ancora oggi in forme diverse e con modalità, solo apparentemente meno cruenti.Nella città di Roma gli ultimi anni sono stati contraddistinti da più di 400 sgomberi e trasferimenti forzati. In maniera ripetuta si sono registrate violazioni di diritti umani e atti di razzismo istituzionale. Le comunità rom e sinte, spinte ai margini della città, sono stati collocate in spazi segnati dall’emarginazione e dall’isolamento sociale. In alcuni casi le politiche locali, segnate da processi di rifiuto e di rigetto, sono state l’indiretta causa di distruzione e morte.

Domenica 4 Marzo A più di un un anno dalla morte dei 4 fratellini rom arsi vivi nella loro baracca sulla via Appia a Roma, facciamo memoria di una ininterrotta storia scritta con l’inchiostro del rifiuto e dell’intolleranza, con l’Associazione 21 luglio e Popica Onlus. Dalle 18.00 nel foyer: musica, thè, biscotti e tanti ospiti Saliranno per la prima volta sul palco del Teatro Valle Occupato le comunità Rom e Sinte di Roma e con loro: Le Musiche di Assalti Frontali, Taraf de Gadjo, Jovica Jovic e i Muzikanti di Balval Le Danze delle “zingare spericolate” Chejà Chelen. Il Teatro di Antun Blažević (Tonyzingaro) e Sergio Cizmic.                                                                                                                  Il Cinema di Massimo D’Orzi con un breve estratto del docufilm ”Adisa o la storia di Mille anni Simonetta Salacone  Le Video-testimonianze di Erri De Luca e Moni Ovadia E a seguire CENA METICCIA della comunità METROPOLIZ E proiezione del docufilm di Laura Halilovic “Io, la mia famiglia rom e Woody Allen”Sarà una serata di condivisione e conoscenza della cultura rom, delle parole, i suoni e i colori di questo popolo, reietto e inviso ma resistente nella Roma meticcia che ci piace. Una serata all’insegna dell’accoglienza, dello scambio e dell’ascolto.

***

Il cacciatore di voci segnala sul suo blog

The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore (2011)

  (cliccare per vederlo) il corto animato che ha vinto l’Oscar 2012.

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Il perturbante, lo straniero, la comunanza delle storie

Nelle giornate interminabili delle colonie estive quando il cielo si confonde col mare sino a quando le pietre si colorano del sole  pomeridiano e l’odore del mare è più forte. Il tempo è un ritmo improvviso, assoluto, indiscutibile. Capita poi che qualcuno si faccia male: è toccato a lui, ma perché proprio a lui? No, il bambino nemmeno si chiede perché, osserva tra timore e meraviglia.

A volte, l’inerzia delle cose rassicura. Dopo una sgridata. O nell’attesa prima del dentista. O, certo, con un lutto. La consistenza del fustagno un po’ liso dei pantaloni. Il verde slavato di un muro. In quell’istante il dettaglio è diventato un rifugio, per affinità col nostro stranimento. La contiguità delle cose quasi rassicura:  tessuto di ciò che dell’ignoto pure ci è noto, rispecchiamento della nostra voglia di vivere in ciò che riconosciamo, anche se  frammento di un reale indomabile.

Se invece vieni ospitato in una casa di passaggio, in una città straniera e cominci a sfogliare i libri o a guardare le copertine dei cd, ti pare di leggere il disordine e la casualità della vita di chi ti ospita (amici di amici con cui non hai ancora formato vincoli). Ogni cosa ti parla di questa estraneità: dalla qualità della carta igienica, alle medicine affastellate su un ripiano sopra il lavandino. Comincia allora un lavorìo lento con cui ci accordiamo con la trama quotidiana delle cose altrui e scopriamo senza arroccarci la possibile comunanza delle storie.

***

Come ci racconta Jean-Michel Hirt nel suo libro Le miroir du Prophète, la costruzione identitaria si lega alla narrazione implicita, alla costruzione condivisa, ai campi percettivi e agli investimenti affettivi con cui ‘fissiamo’ le cose.

Prendiamo un oggetto qualunque – una mela – essa è visibile in quanto oggetto posto davanti agli occhi, ma visibile solo parzialmente a partire da una sua complessa costruzione percettiva, emotiva, mnemonica che ci permette di attendere la rinnovata conferma della sua identità; tuttavia le immagini della sua realtà non coglieranno mai la sua realtà integrale che rimane velata.

In altre parole solo la moltitudine di immagini possibili corrisponde all’invisibilità della sua realtà integrale. Il fisico Basarab Nicolescu esprime una riflessione analoga in questi termini: “Un nuovo Principio di Relatività emerge dalla coesistenza di pluralità complessa e unità aperta: nessun livello di Realtà costituisce un luogo privilegiato da cui si possano comprendere tutti gli altri livelli di Realtà. Un livello di Realtà è ciò che è perché tutti gli altri livelli esistono allo stesso tempo. Questo principio di relatività può offrire una nuova prospettiva sul dialogo tra le diverse discipline accademiche e tra le diverse culture. È una visione transdisciplinare. La realtà non è solo multidimensionale, è anche multireferenziale.” [vedi anche il link su ontonomia]

Lo straniero come immagine ibrida e perturbante

Ma cosa accade quando l’immagine della cosa o di sé stessi si ingarbuglia, diventa insolita o se qualcosa di nascosto traspare nell’immagine? Nell’esperienza del perturbante che Freud ha descritto così efficacemente  nel suo saggio sull’unheimlich, qualcosa si rivela estraneo in ciò che più ci è familiare,  e proprio per questo ci inquieta in modo del tutto particolare, come quando la percezione della realtà materiale, invece di  ribadire consistenza e identità, vacilla. Qualcosa di ignoto irrompe all’improvviso.

L’immagine divenuta “ibrida” non si limita a replicare la persona o la cosa. Nel riflesso brilla una scintilla di alterità. Hirt ci ricorda che il gioco di rispecchiamento identitario non è tuttavia un esercizio filosofico, se lo stesso Freud in Considerazioni attuali sulla guerra e la morte lo ri-esplicita in questi termini: “perché gli uomini non possono impedirsi di mettere a morte lo straniero?” Il saggio di Freud sul perturbante scritto alla fine della stessa guerra contiene elementi di risposta che permetterebbero di dire che lo straniero è proprio ciò che sfugge al rispecchiamento e diventa ‘immagine ibrida’.

Lo statuto dello straniero pone come questione ineludibile il confronto con ciò che in noi si manifesta come estraneità e irriducibilità al “totalitarismo della coscienza”

Lo straniero che è immagine incomprensibile dell’umano incrina la logica simmetrica del rispecchiamento identitario e provoca effetti di inquietante estraneità legati al dubbio sulle nostre credenze nella realtà.

Una reazione autoimmunitaria all’invisibile?

Di fronte allo straniero, il corpo psichico è spaesato e non sa se la propria reazione nei confronti di ciò che percepisce come corpo estraneo non finisca per essere una reazione autoimmunitaria contro ciò che intimamente gli appartiene, o viceversa se, iper-adattandosi senza opportune misure difensive a un corpo veramente estraneo, non finirà per scatenare una crisi di rigetto.

Là dove il riflesso ‘infedele’ e perturbante  non viene umanizzato nel dialogo o nella narrazione, l’immagine può farsi non solo scissa e sdoppiata ma persecutoria.

Ciò che dell’alterità non viene integrato diventa tanto più minaccioso quanto più l’io si pensa ‘sostanziale’ – una sostanza fatta di identificazioni, credenze, ideologie –  più che relazionale. Quali le alternative? Oltre al diniego e alla guerra (che si illude di eliminare il pericolo della frammentazione identitaria che lo straniero rappresenta) vi è una terza possibilità: quello di accettare  di umanizzare il perturbante riconoscendo che la realtà è più ricca e complessa di qualsiasi ‘griglia’ o credenza. Se l’io riesce a far fronte a questa ristrutturazione delle credenze si inaugura la possibilità immaginale, la possibilità cioè di opporre alla frammentazione una rappresentazione complessa:  il percorso dall’ibrido al complesso di cui parlano molte vie.

Le storie ci rendono umani

Tornando all’incipit narrativo di questo post mi confortano in questo momento le mie attuali letture arendtiane…  ecco una singola citazione che risuona con quanto scritto finora:

«Poiché il mondo non è umano perché è fatto da esseri umani, e non diventa umano solo perché la voce umana risuona in esso, ma solo quando è diventato oggetto di discorso. Per quanto le cose di questo mondo ci colpiscano intensamente, per quanto profondamente esse possano emozionarci e stimolarci, non diventano umane per noi se non nel momento in cui possiamo discuterne con i nostri simili. Tutto ciò che non può diventare oggetto di dialogo – il sublime, l’orribile, il perturbante – può anche trovare una voce umana attraverso la quale risuonare nel mondo, ma non è propriamente umano. Noi umanizziamo ciò ch avviene nel mondo e in noi stessi solo parlandone e, in questo parlare, impariamo a diventare umani [….] Nessuna filosofia, nessuna analisi, nessun aforisma, per quanto profondo, può avere un’intensità e una pienezza di senso paragonabile a quella di una storia ben raccontata.» [da ‘L’umanità in tempi bui’]

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Comunità/Immunità

Roberto Esposito [Esposito 2002] ci ha aiutato a cogliere il senso della comunità che si rovescia nel suo opposto, della comunità che diventa immunitaria. In una società immunitaria la libertà non è più libertà DI ma libertà DA. Per potersi dispiegare nelle sue forme la vita deve innanzitutto mantenersi tale, conservarsi. È in questa dinamica che si inscrive la dialettica tra comunità e immunità. Se la comunità è ciò che vincola gli individui in un impegno di servizio (munus) reciproco senza agende precostituite – il famoso ‘bene comune’ – l’immunità (in tutti i sensi) ne è il rovescio, l’immunità è ciò che dispensa da questo impegno.

Il fatto che ogni sistema o organismo sopravviva anche grazie a funzioni immunitarie (e si possa quindi parlare di una ragione immunitaria) non riduce la portata della prospettiva ecosistemica come osserva acutamente Peter Sloterdjik: «Tutta la storia è lotta tra sistemi immunitari (…) poiché tuttavia la Terra insieme ai suoi fragili sistemi atmosferici e biosferici ha rappresentato una volta per sempre il limitato teatro comune di tutte le operazioni umane (…) da questo punto in poi un protezionismo della totalità diventa il precetto della ragione immunitaria.» [Sloterdjik 2010]. La stessa ‘ragione immunitaria’ deve farsi comunità.

Paradigma dell’immunità  è stato proprio il nazismo. Per il nazismo la vita andava difesa dalle contaminazioni allargando progressivamente il controllo mortifero di ciò che poteva contaminare il sistema immunitario, la retorica purezza di ‘terra e sangue’: disabili fisici o psichici, omosessuali, zingari, ebrei. I tre dispositivi immunitari propri del nazismo erano:

La normativazione assoluta della vita, per quanto riguarda gli aspetti medici, biologici (controllo della devianza e della difformità, leggi sulla ‘protezione del sangue e dell’onore del popolo tedesco’, eugenetica, eutasiasia) e ‘razziali’ sottomessi all’arbitrarietà legalizzata.

L’incatenamento ideologico alla dimensione biologica – viene del tutto meno l’articolazione di coscienza, psiche e corpo, il corpo è tutto, l’uomo è interamente oggettivato, definito dalla biologia e dalla razza. Il nazismo assume il dato biologico come verità ultima in base alla quale la vita di ciascuno è esposta alla decisione eugenetica  dello Stato.

La sterilizzazione come fulcro medico della biocrazia nazista.  La nascita e l’eredità razziale determinavano il livello di cittadinanza nel Reich.

L’alternativa sembra così porsi tra nuda vita nell’immunità (monoculturale, irrigidita e mortifera) o nuda vita (generativa) in una comunità in cui pluralismo e diversità non sono più minacce.

La foto è la schedatura nazista di una bimba Rom.

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