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Costellazioni

Unknown-2Mi ha molto colpito il  fatto che nella storia contemporanea a Lampedusa – e nel Mediterraneo costellato di morti – si colga l’eco della tratta degli schiavi e della loro aspirazione alla libertà, espressa in Brasile nel culto di Nossa Senhora de Lampedosa e nella funzione delle confraternite negre di assicurare ai fratelli ‘degna sepoltura’.

Mi ricorda quanto diceva Benjamin sull’impotenza di qualsiasi idea di ‘salvezza’ mossa dall’idea per quanto messianica di un progresso, di una salvezza futura. L’angelo della storia, dice Benjamin, lasciato solo, non può che contemplare rovine… Ciò che salva è una dialettica immobile, una ‘costellazione’ tra presente e passato, un «appuntamento misterioso tra generazioni» che apra uno squarcio e faccia spazio proprio alle rovine, in un lutto-vivo che compie qualcosa : Strana idea quella di una dialettica immobile, no? Visto che l’idea di Hegel e Marx di dialettica era proprio quella di una processualità inarrestabile dello spirito o dei rapporti sociali verso un qualche punto Omega di redenzione o comunanza. Ebbene per Benjamin la vera dialettica si può compiere solo nella sospensione, in un tempo che si ferma per entrare in costellazione col passato, per accogliere oggi, ora, ciò che vi si è compiuto…

Benjamin chiarisce appunto che nel considerare la storia dovremmo conquistare un’ idea del presente « che non sia una transizione » (Tesi II) ma in cui il tempo stesso si fermi, resti come in sospeso, risuoni « in un appuntamento misterioso tra generazioni » (Tesi XIV) in una « costellazione » che la propria era ha costituito con un’era precedente ma a partire da un altro modo del presente,  attraversato da « schegge di tempo messianico ».

«Lo storico che muove da qui cessa di lasciarsi scorrere tra le dita la successione delle circostanze come un rosario. Egli afferra la costellazione in cui la sua epoca è venuta a incontrarsi con una ben determinata epoca anteriore. Fonda così un concetto di presente come quell’adesso, nel quale sono disseminate e incluse schegge del tempo messianico.» (Annesso A)

Il tempo messianico per Benjamin sarebbe dunque il tempo in cui il presente può dilatarsi ad accogliere per un’istante frammenti del passato…

Scrive ancora Benjamin:

«Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? … Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una ‘debole’ forza messianica, a cui il passato ha diritto.» (Tesi II)

E ancora: «Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con il momento presente (Jetzt) ‘in una costellazione’ In altre parole: immagine è la dialettica nell’immobilità.»

La scheggia di tempo cui parla Benjamin è dunque contemporaneamente un’immagine e una sospensione folgorante del flusso temporale in cui l’elemento messianico (che per Benjamin redime la concezione marxiana della storia) è la restituzione all’insieme della storia di un senso non astratto di giustizia. Una restituzione che ribalta la sospensione della nuda vita esclusa dallo stato d’eccezione, trasformandola nell’eccezione singolare che convoca la coscienza della specie.

Credo che Achille Mbembe intenda qualcosa di molto simile quando dice che è necessaria una meditazione rituale e collettiva su come trasformare in presenza interiore la distruzione fisica di coloro che sono stati uccisi. Meditare sulla loro assenza e sui modi di restaurare simbolicamente quel che è stato distrutto – dice ancora Mbembe – «consiste nel dare tutta la sua forza sovversiva al tema della sepoltura.» E la sepoltura non è tanto celebrazione della morte quanto il rimando a un «supplemento di vita» che è necessario affinché i morti possano trovare la loro collocazione in una cultura che abbraccia la vita. Forse bisognerebbe riconsiderare l’abusato concetto di integrazione anche in questi termini.

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La Cura e la Vergogna

Da Lino ricevo e volentieri rilancio:

Lampedusa celebra e si prende Cura, oltre la Vergogna
Teatro, parola e movimento per un saluto dall’Europa a chi è partito senza mai arrivare

Di fronte alla tragedia di Lampedusa si sono rimpianti i morti, si è riacceso lo scontro sulle responsabilità delle pessime leggi attuali sull’immigrazione, ma si lasciano in ombra i bisogni dei sopravvissuti, che restano e non dimenticano. Sono l’unico sfondo silenzioso e coraggioso che dà dignità di esseri umani alle vittime.
Lampedusa è l’incrocio di una guerra, combattuta subdolamente dall’Europa contro il mondo dei poveri, delle donne, dei bambini. Tecnicamente si chiama guerra a bassa intensità, quella che produce più morti tra la popolazione civile.
I protagonisti di questa vicenda che troppe volte si ripete uguale a se stessa, hanno subito una grande violenza, un’esperienza traumatica, che separa irrimediabilmente ciò che prima era unito: la famiglia, l’immaginazione del proprio futuro e il quotidiano. I loro corpi sono irrigiditi e le loro menti incredule, è molto difficile trovare emozioni da esprimere se non si ripara questo trauma, questo dolore.
In molte esperienze di guerra in cui abbiamo lavorato, il teatro ha consentito di far esprimere ed elaborare esperienze vissute, altrimenti inenarrabili. Il teatro consente questa riunificazione perché attraverso i simboli è possibile esprimere il proprio dolore, i propri lutti, e contenerli attraverso il gruppo in scena.
L’idea che proponiamo è l’organizzazione di un evento artistico/teatrale che rappresenti un rituale di saluto, di unione tra i sopravvissuti e i loro morti, con il coinvolgimento di tutti gli abitanti di Lampedusa: il loro coraggioso sindaco, i pescatori, i giovani, gli artisti dell’isola e i rappresentanti delle comunità che oggi sono coinvolte in questa tragedia, che ne annuncia altre possibili e probabili domani. I Lampedusani non dimenticano e non devono essere lasciati soli con la rabbia, la violenza e il dolore. Abbiamo visto le lacrime salate dei soccorritori e gli interventi commoventi degli adolescenti che gridavano, come il papa Francesco, “vergogna”! e noi vogliamo rispondere con un’azione forte che li veda protagonisti. Non si possono seppellire e rispettare i morti se non ci prendiamo cura dei loro sopravvissuti, accompagnandoli nel commiato. Solo se le persone inghiottite dal Mediterraneo non saranno lasciate sole, i sopravvissuti potranno sentirsi presi in cura da chi vorrà accoglierli e non perpetueranno altra violenza, causata dalla nostra incuria.
L’evento artistico/teatrale che proponiamo a Lampedusa per il 3 di gennaio 2014, a tre mesi dalla tragedia, intende rappresentare simbolicamente l’unità della morte con la vita, l’accompagnamento dei morti verso una loro sepoltura degna. L’impegno è quello di coinvolgere i principali media nazionali e internazionali, per rendere concreta la partecipazione degli europei che vogliono essere solidali. I superstiti traumatizzati non sono solo “loro”, ma un po’ tutti noi abbiamo bisogno di cambiare la storia. Vogliamo offrire a tutti quelli che porteranno a lungo nel cuore questa esperienza, una strada di riappacificazione con questo dolore così profondo, per congedarsi dagli uomini, dalle donne e dai bambini custoditi in fondo al mare, perché essi non tormentino gli animi e le coscienze di chi non è riuscito a salvarli. Chiediamo così con forza di spostare l’attenzione dell’Italia e dell’Europa dalle rivendicazioni sulle responsabilità dei morti, peraltro evidenti, alla cura dei vivi.
Per la sua realizzazione possiamo contare sulle risorse di un’estesa rete artistica nazionale e internazionale coordinata dalla residenza teatrale “Scarlattine Teatro”.
Questo è il primo segnale di una messa a disposizione della nostra esperienza pluriennale nel lavoro con migranti, vittime di tortura e richiedenti asilo (www.etnopsi.it).

Inviateci proposte di collaborazione alla realizzazione di questo progetto a info@etnopsi.it

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10 motivi per vergognarsi

Nell’editoriale del 6 ottobre sul corriere della sera Piero Ostellino si chiede perché vergognarsi e non esprimere semplicemente cordoglio per le vittime di Lampedusa. Il cordoglio è un sentimento di dolore per un lutto, per qualcosa che colpisce come ineluttabile, un ‘atto di Dio’ si diceva una volta. Credo che sia questo che intende Ostellino, quando dice che la situazione è troppo complicata, non ha soluzioni, non è regolamentabile. E quindi – perché provar vergogna? Lo Stato non può farci nulla.

La vergogna invece è un sentimento interessante perché nella vergogna nascondiamo qualcosa di noi agli altri (di cui ci vergogniamo) o veniamo faccia a faccia con ciò che preferiremmo nascondere a noi stessi. E’ l’inizio di una dolorosa consapevolezza che ci mette in crisi ma costringe a riflettere sulla nostra identità. Ostellino esercita il suo mestiere di polemista fuori dal coro ma a me sembra che  ci siano molti buoni motivi – come italiani – per vergognarsi.

Provo a elencare quelli che mi vengono in mente:

1. Vergogna per una legge che fa dell’aspirazione del migrante a fuggire da guerra e miseria e a migliorare il suo futuro un reato. Molti hanno sottolineato che chi potrebbe fermarsi ad aiutare rischia – come già accaduto – una denuncia per favoreggiamento. Vergogna per non pensare che uno Stato si definisce per come definisce la dignità umana di ogni uomo.

2. Vergogna perché lo spirito della nostra Costituzione, nata anche dalla consapevolezza dei crimini nazisti e fascisti contro minoranze e gruppi etnici, è stato tradito. Articoli 2 e 10:

 “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”

“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.”

Questi articoli dicono che lo straniero è un uomo e in quanto tale – se non può esserlo altrove – da noi è cittadino. Dopo la reazione alla devastante politica immunitaria del nazifascismo, dopo la guerra, questa non era retorica.

3. Vergogna perché a Lampedusa è dislocata una sola motovedetta.

4. Vergogna per la mancanza di procedure efficaci per alleggerire il carico di sofferenza e precarietà che vivono migranti e lampedusani; per l’assenza di piani di emergenza efficaci ed immediati per la distribuzione degli arrivi sul territorio nazionale.

5. Vergogna per le condizioni dei cosiddetti centri di accoglienza

6. Vergogna per svilire l’onore nazionale rifiutando di riconoscere e ricordare i crimini storici del colonialismo italiano. Vi sarebbe una ben maggiore dignità in questo che nella censura dei crimini di guerra volta a proteggere il sentimento nazionale.

7. Vergogna perché negli stadi il minuto di silenzio per i morti viene riempito dai cori del tifo calcistico.

8. Vergogna per la povertà di iniziative dall’alto e dal basso, a partire da quelle politiche che dovrebbero propiziare l’apertura di canali e procedure umanitarie per chi rischia la vita pur di fuggire dal proprio paese. Vergogna anche per aver dialogato poco e male con le trasformazioni e le società civili del Mediterraneo, scegliendo sempre come bussola la scorciatoia dell’interesse economico a breve termine.

9.Vergogna per la retorica dell’invasione migrante dal mare, bufala utilizzata in malafede per politiche identitarie basate sulla paura e sull’appello alle pulsioni più regressive al di fuori di ogni principio di realtà. Vergogna per aver rimosso i milioni di nostri emigrati.

10. Vergogna infine per non provare sufficiente vergogna. La frase già citata di Primo Levi andrebbe meditata: «Nella vita politica nostra mi pare ci sia stata una mutua degradazione. Ci si influenza a vicenda, fatalmente. Fra dominante e dominato c’è uno scambio fatale per cui il livello morale della classe dominante influenza il livello morale dei soggetti, dei cittadini. E viceversa». Dopo la guerra in un’Italia ben più povera, basterebbe pensare a una catastrofe come quella del Polesine per rievocare una solidarietà che non nasceva certo dal benessere diffuso.

Per fortuna ci sono anche segnali di diverso segno. E fra tutti abbiamo molti motivi di essere orgogliosi di Lampedusa, del suo sindaco, dei suoi abitanti. Cerchiamo il coraggio di rendere esemplare e ampliare la loro testimonianza civile.

SE QUESTO E’ UN UOMO…. NESSUN UOMO E’ UN’ISOLA

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Storie rimosse, segnalazioni e un post di Mauro Armanino

UnknownI sopravvissuti, prevalentemente eritrei ed etiopi, indagati per reato di clandestinità. La capitaneria che prima di intervenire avrebbe detto di dover aspettare il ‘protocollo’ da Roma. Negano. E’ bene allora concedere il beneficio del dubbio. Ma sappiamo anche quanto le procedure irriflesse possano diventare cappi, in questo caso mortali. «Obbedivo agli ordini,” vecchia storia. Non sempre ciò che è legale è legittimo. Antigone insegna. Il diritto nasce, diceva Pindaro, per coprire l’abuso. Un ex ministro dell’interno, governatore della Lombardia che dice: “Non commento, parlo solo delle Olimpiadi”. Il Signore glie ne dia atto. Una coscienza capace di responsabilità ci imporrebbe subito di spiegare in ogni ordine di scuola quali nefandezze noi italiani abbiamo compiuto in Etiopia ed Eritrea. Ecco qualche fonte sul massacro del 1937, mentre dal blog di Giuseppe Casarrubea cito:

«Le perdite etiopi nella guerra del  1935 e 1936 furono 760.000, secondo il numero fornito dal Negus alla Società delle Nazioni. Un numero forse non esatto, ma che indica la dimensione del massacro. In Etiopia a  questo numero immenso, vanno aggiunte le perdite della prima guerra italo-etiope, 1895 – 1896, e dopo le stragi di bambini, donne e uomini  dopo l’ attentato a Graziani nel 1937, il massacro di Amazegna Wagni, nel 1939 ed i morti della seconda guerra mondiale in Africa Orientale.

Gli eritrei che hanno pagato il più alto prezzo di sangue furono i soldati dell’ esercito coloniale, gli  ascari. Le stime, però, sono molto vaghe. Per i soldati italiani morti in terrra d’Africa la  contabilità è precisa, i soldati eritrei sono carne da macello, qualche migliaio in più o in meno ha poca importanza.

Circa 2000 furono gli ascari morti nella prima guerra italo etiopica, tra il dicembre  del 1895 e l’ ottobre del 1896. Nella seconda guerra italo-etiopica, 1935-1936, gli ascari morti sono da 3500 a 4500.  Contro gli inglesi i morti eritrei si stimano essere 10000, solo 3700 nella battaglia di Gondar nel 1941. Queste morti di soldati di un popolo dominato,  arruolati, con la costrizione o con il miraggio di sfuggire la fame, per  combattere sotto  la bandiera del dominatore devono essere addebitate al colonialismo ed al fascismo italiano.»

Sul sito di Meltingpot trovate l’appello per il diritto d’asilo europeo.

Da Niamey, Niger ricevo da Mauro Armanino il post «Mari» che giro:

«Ci sono quelli da cui si scappa e quelli a cui non si torna. I mari nostri e quelli di nessuno. I mari a forma di croce e quelli come conchiglie. I mari che contano e quelli che non scompaiono. I mari per scappare e quelli per non raggiungere. I mari della vergogna e quelli delle agenzie. I mari dei migranti e quelli che non servono a nessuno. I mari che inseguono le onde e quelli che non conducono al porto. I mari importanti e quelli di riserva. I mari immaginari e quelli che non esistono ancora. I mari dipinti e quelli non ancora disegnati. I mari che allontano e quelli che non avvicinano. I mari come cimiteri e i cimiteri come mari.

Ci sono quelli di sabbia e quelli di acqua salata. I mari dei bambini e quelli delle madri. I mari ricattati e quelli in vendita. I mari che sono muri e quelli che non sono ponti. I mari che ridono e quelli che non piangono. I mari che raccontano e quelli che non parlano. I mari che sognano e quelli che non dormono mai. I mari abbandonati e quelli non adottati. I mari degli imperi e quelli delle periferie. I mari imprestati e quelli messi all’asta. I mari privati e quelli non pubblici. I mari della politica e quelli dei poveri. I mari delle navi e quelli dei salvagenti. I mari famosi e quelli che non contano. I mari della vergogna e quelli delle crociere.

Ci sono quelli dei naufraghi e quelli dei contrabbandieri. I mari dei clandestini e quella della gente per bene. I mari delle pattuglie e quelli delle frontiere. I mari dell’estate e quelli senza stagione. I mari delle cannoniere e quelli delle scialuppe. I mari che salvano e quelli che non si perdono. I mari degli armistizi e quelli delle battaglie. I mari comprati e quelli senza acquirenti. I mari dei tramonti e quelli delle notti. I mari delle frontiere e quelli degli orizzonti. I mari da indovinare e quelli senza risposte. I mari dove si muore e quelli in cui non si vive. I mari dei riflettori e quelli che non passsano inosservati. I mari dei castelli e quelli delle fate.

Ci sono quelli dei giornalisti e quelli dei pescatori. I mari coi pesci e quelli delle reti vuote. I mari umanitari e quelli senza pietà. I mari coi nomi e quelli cancellati. I mari della farfalle e quelli rapaci. I mari assenti e quelli non presenti. I mari addomesticati e quelli da scoprire. I mari coi delfini e quelli con le vele da diporto. I mari imprigionati e quelli non liberi. I mari degli oceani e quelli che finiscono subito. I mari strategici e quelli delle mercanzie. I mari colorati e quelli non sbiaditi. I mari religiosi e quelli non credenti. I mari delle crociate e quelli delle sconfitte. I mari commerciali e quelli non gratuiti.

Ci sono quelli che nascondono e quelli che non dicono. I mari che cantano e quelli che non tacciono. I mari di gesso e quelli di argilla. I mari che portano fiumi e quelli che moltiplicano pesci. I mari negli occhi e quelli nelle lacrime. I mari annoiati e quelli non desiderati. I mari delle traversate e quelli non esplorati. I mari delle isole e quelli delle terre non ferme. I mari della storia e quelli non quotidiani. I mari delle battaglie e quelli innamorati. I mari sposati e quelli rimasti orfani. I mari dei bambini e quelli dei padri. I mari come supermercati e quelli come osterie. I mari con le colline e quelli senza pianure.

Ci sono quelli che annoiano e quelli che non dormono mai. I mari delle portaerei e quelli non disarmati. I mari creati e quelli abusivi. I mari con le spiaggie e quelli senza scogli. I mari militarizzati e quelli senza pace.I mari presi in ostaggio e quelli ricattati. I mari intelligenti e quelli senza maestri. I mari impegnati e quelli distratti.I mari delle donne e quelli degli ombrelloni. I mari che hanno tempo e quelli non eterni. I mari con le sirene e quelli senza isole. I mari con le voci e quelli senza musica. I mari con i gabbiani e quelli con le sbarre. I mari come pianure e quelli non seminati. I mari che riflettono il cielo e quelli che gridano terra.

mauro armanino, niamey, ottobre 2013 dal sud di lampedusa

Un’ultima segnalazione mi arriva da Cristina:

 

La onlus Medu, Medici per i diritti umani organizza il progetto ‘Un camper per i diritti’. Ha bisogno in particolar modo di medici, psicologi e operatori socio-sanitari, su Firenze e Roma, interessati a uscire sui camper due volte a settimana, specialmente la sera, raggiungendo luoghi dove è possibile dare sostegno a chi ne ha bisogno. In particolare, l’associazione si occupa di dare informazioni sul diritto alla salute e sulle modalità di accesso ai Servizio sanitario nazionale; visite mediche; accompagnamento ai servizi sanitari pubblici (in caso di necessità);
orientamento verso strutture di accoglienza, servizi sanitari pubblici e servizi di assistenza per i rifugiati e i migranti.

Ogni camper è composto da un team di quattro o cinque persone, in genere tre operatori socio sanitari e due medici. Ma dall’associazione fanno sapere che spesso, per progetti diversi e di altra natura, c’è bisogno anche di altre categorie di professionisti.

Tutti gli interessati alle opportunità messe a disposizione da Medu devono scrivere o inviare il proprio, dettagliato curriculum, via e-mail. Ulteriori informazioni si trovano invece sulla pagina dedicata.  

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Lettera da Lampedusa

“Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa. Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore.

Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.

Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente.

Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore. In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche. Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umane a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera.

Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza”.

Giusi Nicolini


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