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L’etica della traccia

Viviamo in un mondo che mette fortemente a rischio la ‘condizione umana’. La dimensione etica non può dunque essere ridotta alla nostra ‘co-appartenenza’ al mondo. Scriveva Primo Levi nel capitolo sulla ‘zona grigia’ de ‘I sommersi e i salvati’: «Dove esiste un potere esercitato da pochi o uno solo contro molti il privilegio nasce e prolifera» In questa zona ibrida di funzionari-prigionieri il con-senso è segnato (e segnalato) dalla tentazione a tradire, a uniformarsi a e non dalla libera partecipazione.
Come sottolinea Laura Boella la stessa Arendt ha diretto la sua attenzione verso “uomini e donne che hanno acceso fiammelle di luce nei ‘tempi bui’, che non sono stati affatto specchio dell’epoca ma, prima ancora che con la loro opera (…) hanno incarnato l’umanità a partire dai propri problemi d’ombra, e insieme dallo slancio verso l’assoluto, dalla spensieratezza, dalla malinconia, dall’inettitudine alla vita reale (…)La loro invisibilità è la stessa delle innumerevoli vite, fitte di amori, odi, entusiasmi, dolori, tradimenti e sacrifici, che non hanno lasciato traccia nella grande storia (…) Proprio perché gettano luce nel buio, gli uomini e le donne dei tempi bui sono figure di contrasto. I poeti, che parlano quando gli altri tacciono o tacciono quando tutti parlano, rappresentano in molti modi la sproporzione, lo squilibrio, l’eccesso o il difetto degli individui contemporanei nei confronti della realtà. (…) L’individuo più indifeso e più esposto, solo che non si sottragga all’urto con la realtà, può porsi come forza di contrasto, negazione di ogni presunta irrevocabilità o fatalità…»

Ciò che preme ora non sono le grandi tracce nella Storia ma il coraggio della traccia nelle ‘piccole’ storie di resilienza e resistenza individuale e collettiva.

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Mi piace/Non mi piace

«Dire sì o no, mi piace o non mi piace, è già un’interlocuzione, a volte una provocazione, comunque un’evocazione della presenza altrui. Il piacere, ossia il particolare sentimento che intensifica una sensazione legata a un oggetto, vuole essere condiviso, comunicato, ha per destinatari gli altri. (…)Dire mi piace/non mipiace ha dunque a vedere con la ‘presentazione’ di ciò che è nel mondo comune, tenendo conto del gusto degli altri, dei loro giudizi possibili. E la facoltà della mente che ‘presenta’ e non ‘rappresenta’ è appunto l’immaginazione che lavora attovamente per tirar fuori il giudizio di gusto dall’ambito della percezione immediata dell’io(…) Nel gusto si tratta infatti di far apparire, di dare presenza nel mondo, e quindi significato umano, a cose e persone reali (…) Scegliere i propri libri e i propri amici è dunque un’affermazione della propria appartenenza a un mondo comune.»

Così Laura Boella nel suo “Il coraggio dell’etica”. L’ispirazione viene dalla riflessioni di Hannah Arendt: «ciò che si manifesta nel gusto è il modo in cui gli uomini si coappartengono. E questa coappartenenza (…) è l’unica cosa su cui si può fare affidamento (…) Al senso di sé della ragione, che vive dell’io-penso, si contrappone il senso del mondo,che in quanto senso comune (passivo) e in quanto immaginazione (attiva) vive degli altri»

Nel pensiero di Boella questa è una delle radici dello sforzo di ripensare l’etica come immaginazione morale ‘incarnata’ nel mondo, nel corpo, nelle relazioni : «L’etica intrattiene un rapporto difficile, ma inevitabile, con la vita. Essa non è creata dalle teorie o dalle dottrine che se ne occupano, né viene vissuta esclusivamente nella forma di una classe di sentimenti morali, né si identifica con l’esercizio di una facoltà razionale. L’etica richiede l’accadere del bene, della giustizia, della libertà in atti, gesti, esperienze singolari e concrete che sono modi di vivere la vita: amiciza, amore, passione, dolore, piacere, sforzo, pazienza, perdono. Esperienze, gesti, relazioni viventi sono le condizioni di possibilità del pensiero e dell’agire morale; li mettono in moto , ma ne rappresentano anche costantemente l’ostacolo che può far fallire l’esercizio della libertà, il desiderio del bene.»

O ancora: «…quando ci si rende conto della realtà materiale, fisica di una relazione e allora i gesti iniziano a parlare una lingua diversa e ben più precisa di quella delle angosce e dei voli dell’immaginario: scaldare le mani e i piedi di un bambino diventa un gesto di tenerezza materna o paterna, dare aria alla stanza di un malato diventa un gesto d’aiuto, frammenti sparpagliati di suoni ascoltati con tremore destano la ricerca dell’altro.»

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Respect diversity/Abbasso l’amigdala

Mi fa proprio piacere che Balottelli abbia segnato!  Respect diversity diceva lo slogan prepartita. Forse i cambiamenti della coscienza collettiva passano anche di qui anche se certo non basta. Segnalo anche un  sincronico articolo di Massimo Piattelli Palmarini sul Corriere di ieri che trovate per esteso qui 

E ne riporto di seguito un paio di brani

«Il censimento del 2010 ha rivelato che, negli Stati Uniti, il 36 per cento della popolazione totale è composto da «non bianchi» («non-whites»), con un 7 per cento di aumento in appena dieci anni. La buona notizia è che, nei ripetuti sondaggi effettuati dai sociologi nell’ ultimo quarto di secolo, gli atteggiamenti dei bianchi americani nei confronti dei non bianchi sono nettamente e progressivamente migliorati. Il razzismo conscio è in netto e continuo declino, e sarà presto quasi scomparso. La cattiva notizia, pubblicata ieri sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale «Nature Neuroscience» da ricercatori della New York University e di Harvard, è che lo spirito è pronto, ma la carne è debole. Cioè, tra l’ atteggiamento anti-razzista consapevole e positivo e le reazioni subconscie negative dei bianchi a volti di non bianchi c’ è un fossato. Gli autori di questa ampia ricerca, Jennifer T. Kubota, Mahzarin R. Banaji ed Elisabeth A. Phelps, dopo aver analizzato molti risultati ottenuti negli ultimi anni nelle neuroscienze, concludono che esistono chiare attivazioni cerebrali dei centri deputati al disgusto, la paura e la sfiducia, quando si mostra a un bianco un volto di un non bianco. L’ area cerebrale sottocorticale che si attiva per prima, chiamata amigdala, è infatti specializzata in emozioni di carattere negativo. Il cervello delle persone sensate e socialmente sensibilizzate, però, non lascia queste emozioni negative agire a briglia sciolta. Subito dopo, infatti, in millesimi di secondo, presto si attiva anche un’ area della corteccia cerebrale, il nucleus accumbens dorsale, che registra un conflitto. Le emozioni negative inviate dall’ amigdala non sono benvenute ai centri superiori e il sistema cerca di neutralizzarle. Si attiva la centralina di controllo più nobile, la corteccia prefrontale dorsolaterale (in gergo «Dlpfc») e stabilisce chi deve vincere in questa lotta tra il bene e il male. Per lo più vince il bene, cioè giudizi e atteggiamenti non razzisti, ma l’ esistenza sorniona delle reazioni viscerali negative non può essere ignorata. (…) Chiedo all’ autrice principale di questa ricerca, la neuropsicologa Jennifer Kubota della New York University, cosa dobbiamo concludere. «I centri delle reazioni emotive negative sono malleabili e i centri superiori del giudizio e della decisione sono in grado di contrastarli. Le reazioni negative emotive dell’ amigdala sono, a guardarci meglio, più collegate al riconoscimento del proprio gruppo che non alla razza in quanto tale. Inoltre, ogni volta che un soggetto rievoca un ricordo e poi lo rinvia di nuovo in memoria – un processo molto studiato che si chiama “reappraisal” – il ricordo cambia. Esercitando questo processo, le reazioni  anche inconsce cambiano in positivo. Insomma, con un certo sforzo, le reazioni negative subconscie possono essere dominate». Aggiunge che siamo solo agli inizi di queste ricerche e che molto resta da fare. A me viene in mente uno striscione in inglese a lato del campo che gli spettatori della partita Italia-Inghilterra di domenica hanno ben visto a inizio partita: «Uniamoci contro il razzismo». Facciamolo, magari anche nei tempi supplementari o perfino ai rigori. Abbasso l’ amigdala, viva i centri corticali superiori.»

Come dice  Laura Boella nel suo bel libro su ‘Il coraggio dell’etica’ per capire l’empatia non bastano i neuroni specchio: il bene, la libertà la giustizia devono accadere in atti, gesti, giudizi, esperienze singolari e concrete. E ciò non è possibile senza una nuova immaginazione morale.

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