Archivi tag: Natale Losi

tre presentazioni del libro


Se siete in zona è una buona occasione d’incontro!

Città di Castello – 3 febbraio 2012 ore 17.30 presso il Torrione in via Gramsci presenta Achille Rossi

Genova – 6 febbraio 2012 ore 17 BibliotecaBerio, via del Seminario 16,  presentano Natale Losi, Pippo Costella e Marina Toselli

Torino – 23 marzo ore 21 Libreria Legolibri, via Maria Vittoria 31, presentano Cinzia Gatti e Maria Novella Tiezzi

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in fare rete, quel che resta del mondo

Aladino e l’Uovo di Rukh (II)

Il mago dell’Occidente, non riuscendo ad ottenere quanto vuole, rinchiude Aladino nella caverna votandolo a morte sicura. Aladino però riesce a evadere perché sfregando casualmente la lampada gli compare appunto quel ‘genio della lampada’  (djinn) che Aladino utilizzerà per cambiare il suo status da figlio orfano scapestrato in ricco pretendente alla mano della principessa. Egli utilizza dunque la lampada per la sua scalata sociale.

Così, Aladino riesce a far ‘fruttare’ l’incontro con l’alterità nata dalla seduzione del mago occidentale. Il risultato è la definizione di un progetto amoroso: una volta arricchito potrà sposare la principessa Badr al Budur (che significa ‘luna piena della luna piena’ – cioè pienezza del principio femminile), cosa che grazie al potere della lampada gli riesce.

Riprendo le riflessioni di Holbek e Losi sulle dinamiche narrative nelle peripezie delle fiabe: gli sforzi dell’eroe sono retti da tre coppie di opposizione tematica:

1) il conflitto tra generazioni, 2) l’incontro tra i sessi, 3) l’opposizione sociale umili/potenti; [Holbek 1987]  4) il rapporto oppositivo o collaborativo tra il mondo visibile e quello invisibile di cui il rapporto tra il mondo dei vivi e quello dei morti è un esempio. 

Già Propp aveva messo in luce che la fiaba è costituita da un misfatto seguito da una serie di tre prove o peripezie e lo schema si adatta bene alla nostra fiaba: la prima peripezia consiste infatti nella sepoltura iniziatica in una caverna, con una successiva liberazione che corrisponde anche a una comunicazione con l’invisibile (il djinn) e in un ribaltarsi del rapporto tra umili e potenti (il povero orfano si arricchisce) che apre nuove prospettive sulle relazioni di genere (Aladino corteggia e sposa una principessa)!

Veniamo alla seconda peripezia. Il possesso della lampada non è cosa sicura perché il mago maghrebino riesce a tornare in possesso della stessa e fa trasportare in un deserto lontano il palazzo che l’eroe aveva fatto costruire e rapisce anche la principessa. Aladino viene così screditato agli occhi del Sultano. Il mago gli sottrae sia la sposa (l’Anima) che il consenso sociale. Da questo esilio Aladino dovrà riemergere a capo di grandi fatiche, mettendo in campo coraggio, intelligenza e resilienza e non più unicamente il potere magico della lampada.

Dopo aver sconfitto definitivamente il primo mago, la questione sembrerebbe risolta, ma entra in campo il fratello del mago, un altro mago seduttore, che dopo avere ucciso una santa locale, la pia Fatima, ne indossa le vesti e utilizza la seduzione religiosa per tentare di sottrarre a sua volta la lampada ad Aladino: ecco la terza peripezia.

Sceso in città il mago se ne andò sotto il palazzo di Aladino. La gente gli si raccolse intorno, nella convinzione che fosse la pia Fatima, ed egli cominciò a fare come faceva lei, mettendo la mano sui sofferenti, recitando su questo la fatiha, su quello qualche altra sura del Corano, sul terzo facendo una preghiera.

Il mago, travestito da santa, riesce a farsi invitare a palazzo dalla principessa, e nell’intento di fare infuriare il djinn della lampada, la convince a chiedere ad Aladino di fare appendere sotto la volta del palazzo – a mo’ di grande lampadario – un uovo dell’uccello Rukh. Da quest’uovo sono nati tutti i djinn. L’intento non dichiarato è proprio quello di farli infuriare contro Aladino, di fargli commettere una sorta di peccato blasfemo, spingendolo a utilizzare la ‘madre di tutte le lampade’ per illuminare il suo palazzo. Si tratta di una vera e propria idolatria simbolica perché, nelle più diverse tradizioni, l’uovo rappresenta la totalità originaria, il germe da cui nasce il mondo. Appenderlo a mo’ di lampadario significa pretendere di utilizzare e gestire per i propri fini l’insieme dell’eco-sistema spirituale e non più solo la relazione necessaria e parziale con i djinn e gli angeli che il destino ci assegna.

Lascia un commento

Archiviato in narrazioni

apertura e rituale

Siamo abituati a pensare alla dimensione rituale in termini di ripetizione sterile e chiusura in una forma identitaria invece che di pratiche che ricreano il mondo, che riconnettendo diventano ‘cura’. In ogni caso, la varietà di forme rituali del mondo ci fa riflettere sulla relazione tra dimensione rituale e  forme della coscienza umana.  Due recenti seminari del nostro corso annuale di pratiche interculturali (vedi al link ‘etnosistemici’), a Roma e a Genova si sono occupati della questione. Claudio Neri ha evidenziato alcuni concetti particolarmente fertili del vocabolario di Ernesto De Martino: ‘crisi della presenza’, ‘apocalissi psicopatologiche’ e ‘apocalissi culturali’. Cito un brano del suo intervento:

«La messa in scena drammatica, il mito ed il rito giocano un ruolo essenziale, nel rendere possibili ilpositivo attraversamento della crisi della presenza. Vi è uno stretto rapporto tra la crisi ed unriscatto che si attua su una base «mitico-rituale». Fuor di ogni esitazione, il rito, unito al mito,possiede una precisa funzione psicoterapeutica. Il rito – ad esempio, una festa, una processione o una cerimonia intensamente partecipate – è «una tecnica» con la quale si risponde alla «crisi». Le apocalissi culturali ed anche le diverse escatologie, e i simbolismi mitico-rituali, secondo de Martino, non soltanto hanno segno opposto a quello delle gravi forme psicopatologiche (apocalissi psicopatologiche), ma anzi rappresentano una via di trasformazione della sofferenza individuale. Esse, infatti, sottraggono l’individuo alla chiusura ed all’isolamento, disponendone il sentire all’interno di una tensione e di un progetto mitico e rituale collettivo. È un passo verso l’uscita dal tunnel del vuoto di valori e di senso”» [da Claudio Neri Il calore segreto degli oggetti]

D’altro canto, in ambito ‘etnopsi’ si idealizzano a volte prescrizioni tradizionali che possono anche essere regressive per le soggettività in divenire. Roberto Beneduce ha evidenziato ancora una volta come il nostro etnocentrismo cche predilige spiegazioni rapide e categorie nette entri in crisi di fronte alla complessità. Cito dal suo bel libro su Possessione e trance [2002] «Ritroviamo anche nel caso dei rituali di possessione (…) interpretazioni contrapposte e incompatibili. Si tratterà di culti religiosi o di discorsi politici e pratiche di resistenza culturale? Abbiamo a che fare con strategie di comunicazione e con semplici tecniche terapeutiche?  Le cerimonie di possessione rappresentano pratiche di memoria, meri eventi ‘teatrali’ o celebrazioni estetiche fini a se stesse? Questi rituali esprimono raffinati dispositivi retorici, articolate finzioni o rappresentazioni dell’alterità fissate dai canoni di una certa tradizione? L’imbarazzo etnografico nel situare questi eventi nell’una o nell’altra classe di fatti sociali costituisce di per sè un aspetto sul quale dovremo a lungo interrogarci.»

Anche la trasposizione semplicistica dei dispositivi dei culti tradizionali in una prospettiva terapeutica può essere arbitraria:

«nel tradurre un universo semantico ed esperienziale (…) in termini medico-psicologici, nel medicalizzare pratiche e discorsi di pertinenza religiosa rischiamo di confondere i livelli di analisi e produrre interpretazioni artificiose, illegittime, etnocentriche.» [ibid.]

Natale Losi ci ha fatto entrare nel vivo di una dimensione iniziatico-immaginale  articolando il rapporto tra finzione e verità a partire dall’immagine multiforme del labirinto.

Per evitare una banalizzazione delle varie ‘prescrizioni’  nella presa in carico del disagio migrante  io ho provato ad applicare la categoria dell’ontonomia alla dimensione rituale.  (Vedi sopra la pagina dedicata a ontonomia)

Provo a riassumere in sintesi estrema:

Il rituale ricrea il mondo, apre alla complessità e all’armonizzazione delle differenze. Imita sempre una narrazione cosmogonica originale: frattura il tutt’uno per creare un tout-monde plurale.Non può essere costruito a tavolino e nemmeno ridursi alla sterile ripetizione ritualista. Quando funziona esprime un senso emergente che nutre il capitale simbolico della persona e delle culture.La sacralità inerente alla dimensione rituale può essere accolta anche in una prospettiva secolare che tuttavia funziona solo vi è partecipazione autentica (per esempio credendo nel valore della processualità emergente e della comunicazione simbolica).Il rituale può rinnovarsi proporzionalmente alla partecipazione diversa di ognuno che dà spazio ai ‘pensieri in attesa di essere pensati’ da un  campo relazionale complesso.Il rituale è inoltre una negoziazione complessa tra le dimensioni della memoria e dell’oblio. Tuttavia, il ‘sacrificio’ che ricrea il mondo, implicito nella dimensione rituale, è essenzialmente una riconnessione comunicativa con la complessità e tocca contemporaneamente la dimensione individuale, comunitaria, collettiva e ‘cosmica’.Nella dimensione ‘eteronoma’ (in cui le leggi e l’ordine procedono dall’alto in basso) l’aspetto prevalente del rituale è la causalità magica: determinate azioni generano determinati risultati. Nella dimensione ontonomica (vedi la pagina sull’ ‘ontonomia’) l’ordine è emergente. Il rapporto tra la complessità invisibile e la coscienza si accentua, nella percezione che ogni esistenza e la stessa coscienza hanno natura simbolica. Si tratta però di capire bene che per coscienza non va necessariamente intesa la mera lucidità della razionalità analitica. Il pensiero simbolico di cui ci importa ha una dimensione “allusiva” che esplora ciò che non conosciamo ancora in modo più ricco della riflessione per categorie.

«Il rituale è un modo di dar forma all’humanum….» [Panikkar]

Lascia un commento

Archiviato in etnopsichiatria, intercultura, spiritualità

eventi/giugno


Da Interculture International

Seminario aperto su

Dispositivi etnopsichiatrici e loro adattabilità nei contesti di servizio

25 giugno 2011

Genova, Piazza della Meridiana 2/27

Il modello teorico e pratico dell’etnopsichiatria, proposto da Tobie Nathan ha suscitato grande interesse in Italia a partire dagli anni ’90, ed anche grandi controversie. Obiettivo del seminario è contestualizzarlo e approfondirlo per arrivare a capire se e dove siano possibili delle sue applicazioni fertili nell’ambito dei servizi pubblici, laddove abbiano in particolare un’utenza immigrata. Lo faremo da diverse prospettive: con un’analisi critica dei principali contributi nathaniani allo sviluppo dell’etnopsichiatria clinica, con particolare riferimento alle caratteristiche del “dispositivo etnopsichiatrico” da lui ideato e dell’enfasi sulle appartenenze socio-culturali dei pazienti. Vedremo anche dove il modello etno-sistemico-narrativo esprime continuità e dove differenziazione con quello etnopsichiatrico “classico”, soprattutto nella prospettiva di individuare possibili ponti ed intrecci con la pratica dei servizi del sistema socio-sanitario, ed in particolare con i servizi di salute mentale.

In questa prospettiva sono stati invitati a discuterne alcuni importanti rappresentanti responsabili dei servizi di accoglienza dei richiedenti asilo e di salute mentale, che ne parleranno in una prospettiva nazionale e internazionale: Ivan Carlot, Luciano Carrino, Antonello D’Elia  e Luigi Ferrannini.

E’ richiesta l’iscrizione anticipata all’indirizzo info@etnopsi.it a causa del numero limitato dei posti a disposizione.


DA ETNA: ti aspettiamo il giorno 15 giugno a partire dalle  17.00 nella sala Gonzaga, in via Della Consolazione 4, a Roma, per vedere e commentare insieme il lavoro del gruppo di migranti che ha preso parte al corso di fotografia “L’Occhio Del Nostro Mondo”. Un corso durato sei mesi, durante il quale
allievi provenienti da ogni parte del mondo si sono impegnati in un progetto fotografico unico. Imparare le basi della fotografia per andare oltre e
realizzare un lavoro sul proprio quotidiano, un racconto intimo, svolto senza alcun filtro culturale. Un modo per trovare, attraverso il mezzo
fotografico, punti di contatto fra la propria realtà e quella del Paese ospitante. 

Da Agnese questa segnalazione sul seminario di Roberto Beneduce a Genova che riesco ad allegare solo come link:

Da Roberta Mazzanti:

Care amiche e cari amici,

vi segnalo un’occasione piuttosto speciale, sebbene “piazzata” scomodamente nel calendario della settimana prossima: Giovedì 16 giugno alle 11.00 presso la libreria  Melbookstore in via Cerretani a Firenze, Elena Stancanelli presenta la bravissima scrittrice francese Marie NDiaye, il cui ultimo romanzo Tre donne forti (pubblicato da Giunti l’anno scorso) ha vinto il Prix Goncourt 2009.

Marie NDiaye si muove raramente da Berlino dove abita da qualche anno, l’occasione per la quale sarà a Firenze è la partecipazione alla “finale” del Premio von Rezzori-Città di Firenze nei giorni 15, 16 e 17 giugno (nutrito programma di incontri con vari scrittori italiani e stranieri, nonché lectio magistralis della brava Zadie Smith, trovate tutto sul sito del Premio). Mentre nelle varie occasioni collettive non ci sarà molto tempo per ascoltarla, giovedì mattina alle 11 Marie NDiaye avrà un incontro riservato ai suoi lettori. 

Se già la conoscete, non ho bisogno di dirvi quanto sia brava e particolare; se non l’avete mai letta, vi allego un piccolo saggio della sua bravura.
Si tratta del bellissimo terzo ritratto di donna del volume TRE DONNE FORTI. Tema attualissimo, fin troppo trattato dai media, che nelle sue pagine ritrova tutta la potenza umana e sovrumana di una donna in grande difficoltà, ma capace di non abdicare mai alla propria dignità, di non perdere coraggio – fino in fondo. Vi farà venire voglia di leggere tutto il libro, che il 9 giugno tra l’altro esce in edizione economica, sempre per Giunti. 

Un caro saluto,

Roberta 

TRE DONNE FORTI_3a parte 

Lascia un commento

Archiviato in fare rete, intercultura