Archivi tag: Padre Mauro

I cimiteri di Niamey

Da Padre Mauro Armanino  ricevo e volentieri inoltro questo post dal Niger a cui premetto qualche aforisma da ‘Pace e Disarmo culturale’ di Raimon Panikkar che parlava del disarmo culturale come trasformazione del motore pulsionale nella sua distruttività. Ricordando anche quando diceva Franco Fornari sulla guerra come elaborazione paranoica del lutto (e oserei aggiungere su fondamentalismi religiosi o laici come elaborazione paranoica della differenza).

«la pace è frutto della saggezza di chi sa convertire le tensioni (distruttive) in polarità creative»

«Qualunque intento di pace (…) che si imponga come un diritto o una conquista, anche se si presenta sotto l’aspetto di giustizia non sarà mai vera pace. Prova ne sia la fragilità delle paci frutto della volontà. Basta che un’altra volontà si opponga e tutta la ‘nostra pace’ si dissolve»

«La parola ‘ordine’ etimologicamente proviene dalla radice or ar. Ordire significa tessere, mettere ordine nei fili. Ar significa congiungere, mettere insieme. Areté (virtù) e ars (arte) derivano dalla radice ar.»

«Così come il problema della tolleranza emerge in presenza dell’intollerante, il problema autentico della pace emerge quando si verificano situazioni ingiuste»

ecco il post di padre Mauro:

«Sono giorni pieni di polvere. La città registra l’assenza dell’assedio del sole. C’è chi porta il passamontagna e chi indossa una giacca d’occasione. Il vento cospira tra i due cimiteri di Niamey. Uno per i musulmani e l’altro per i cristiani. Per seppellire i corpi perché dalla polvere si arriva e alla polvere si torna. Ad ognuno la sua polvere. I vecchi cimiteri ormai saturi erano in città. I nuovi si trovano lungo strade che si allontanano. Una verso Tillaberi e l’altra verso Ouallam. Vanno entrambe verso il confine. Le frontiere mettono insieme i morti. Come i cimiteri disarmati di Niamey.

Da una parte e dall’altra si depositano i defunti. Ad ognuno i suoi. La ‘livella’ di cui parlava Totò è stata rubata. Alcuni morti contano più di altri. C’è polvere e polvere. Quella del Sahel e quella da sparo. Morire al centro e morire alla periferia non è solo geografia. Le armi esportate e quelle usate sono le stesse. Cambiano solo la direzione e l’uso. Proprio come le guerre quando fanno inversione di marcia. Non sempre si possono dichiarare o provocare in tutta impunità. La guerra fuori e quella dentro usano gli stessi cimiteri. C’è da proclamare un disarmo unilaterale.

Quello dei mercati e dell’economia. Che esclude e rimodella il mondo a forma di moneta corrente. L’altra guerra si combatte ogni giorno che aumenta la disuguaglianza. Banche e carte di credito fabbricano consumatori dalla nascita. L’orizzonte si confonde tra le etichette e i pannelli pubblicitari. Tutto congiura per ridurrre il senso della vita in merce da barattare. Tra i corpi manipolati dal potere e quelli tra le trincee dei supermercati c’è poca differenza. La dignità che si svende al potere diventa menzogna che illude. C’è da imporre il disarmo senza condizioni.

Quello delle parole e delle immagini. Di queste sono costituiti i simboli che poi uccidono. I giornali e le notizie che contano. Il cuore del sistema è stato colpito hanno detto. Gli assassini e i mandanti le hanno prese sul serio. Le parole di distruzione dei nemici. Terroristi e canaglie di cui sbarazzarsi. La civiltà in pericolo e il fanatismo della barbarie. Dall’altra ci sono i giusti che esportano persino la democrazia.I barbari assediano alle mura di cinta della città. Aumenteranno i sistemi di controllo e i pattugliamenti lungo le strade. Ve lo dicevamo che finiva male. C’è da credere nel disarmo.

Quello delle ideologie e delle religioni. Del dio confiscato dal potente di turno. Del dio ostaggio delle multinazionali della dominazione. Del dio clonato in arma a doppio taglio per gli innocenti. Del dio capitano di industria della paura. Del dio garante della stabilità della moneta. Del dio guerriero per le compagnie di assicurazioni. Del dio sventurato delle compagnie di navigazione. Del dio innocuo delle fiere di beneficenza. Del dio appeso accanto ai calendari delle feste nazionali. Del dio giustiziere al soldo dei presidenti. Del dio espropriato dalla sua follia. C’è da rischiare il disarmo.

Quello dello sguardo che accusa e di quello indifferente. Dello sguardo che non ascolta. Dello sguardo che infierisce. Dello sguardo assente. Dello sguardo che sospetta. Dello sguardo di chi sa o di chi presume . Dello sguardo del centro che accantona la periferia. Dello sguardo che abbandona lungo la via. Dello sguardo che illude. Dello sguardo che imprigiona. Dello sguardo che diserta gli occhi. Dello sguardo che rapina lo stupore. Dello sguardo che non ha più nulla da raccontare. Dello sguardo che scappa per codardia. Dello sguardo venduto al buffone di corte. C’è da osare il disarmo.

mauro armanino, niamey, gennaio 015

 

 

 

 

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in quel che resta del mondo

storie che disegnano cicogne

OperaImage.ashx«Un uomo che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciatosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna»

Adriana Cavarero inizia così l’introduzione al suo bel libro sulla filosofia della narrazione, riportando questa storia che Karen Blixen racconta  ne La mia Africa. Una storia che le avevano raccontato da bambina. A questo punto Karen Blixen si chiede: «quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?» La Cavarero aggiunge: «il significato del racconto sta infatti proprio in questo semplice risultare  che non consegue ad alcun progetto, e nell’unità figurale del disegno.» E cita non a caso il commento di Hannah Arendt nel suo saggio su Isak Dinesen (Karen Blixen era il suo nome d’arte): «la storia rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi. Ma sulla teoria della narrazione della Arendt tornerò più in là.

Ho pensato a questo testo leggendo il libro di padre Mauro Armanino,  La storia perduta e ritrovata dei migranti, testimonianza del suo lavoro nel carcere di Marassi, prima del suo attuale impegno in Niger. Libro da cui emergono alcune impreviste e straordinarie cicogne. Alcune di queste storie ‘indicibili’ non vanno lette dalla falsa coscienza sentimentaloide che si ‘commuove’ ma non si indigna; semmai ritrovando sia le tracce del nostro 900 che quelle di una vicenda umana che attraversa la storia e che fatica ad affrancarsi dall’ingiustizia, ma pure le tracce di una resistenza umana  che in ogni epoca ha testimoniato e disegnato le sue cicogne…

Tra le tante mi limito a citare la lettera che ‘Donald’ un liberiano in prigione  probabilmente per vicende limitrofe alla ‘tratta’ ha scritto a Mauro:

«Gentile padre Mauro,

questa è la verità riguardo al mio caso. Ho incontrato una giovane donna in Africa, chiamata Juliet. Dopo aver girato molti paesi africani in cerca di una vita migliore ci siamo incontrati ad Accra in Ghana. E’ stata molto gentile con me. L’ho anche aiutata ad attraversare la sua auto dal Togo al Ghana. Mi ha confidato che è stata in Europa per vari anni e questo mi ha fatto sperare. Da tanto tempo desideravo andare in Europa, il Paradiso Promesso che avevo tanto sognato. Le ho chiesto allora di farmi andare fuori dal continente africano. In seguito a questa domanda ha promesso di aiutarmi a viaggiare in Italia per incontrare alcune ragazze nigeriane, non prima di avermi chiesto di promettere che sarei stato onesto col mio ‘giuramento’.

Mi disse che avrei dovuto pagarle 30 mila euro e mi parlo di Blessing e di un’altra Juliet che si trovavano in Italia. Secondo lei queste ragazze si dimostravano poco riconoscenti e non mantenevano affatto la promessa di mandarle il denaro pattuito prima di partire.

Ho dunque viaggiato attraverso il deserto, esattamente come Blessing e Juliet che passarono anch’esse attraverso la Libia. Io sono arrivato da Malta e loto, credo, da Lampedusa.

Prima di partire Juliet mi aveva ritirato il passaporto e l’aveva sostituito con uno falso da usare per inviarle i soldi in Africa.

Ho cominciato il viaggio dal Niger. Eravamo in molti per quel viaggio, circa 40. Il viaggio era di quelli di vita o di morte. Ci siamo trovati a Sabha e ci siamo persi nel deserto con due autisti arabi e ci trovammo poi a Tamnghasset. Siamo in seguito rimasti senz’acqua fino ad Adrah, dove la gendarmeria algerina ci ha intercettati e messi in prigione. Dopo alcune settimane di carcere ci hanno portati in mezzo al deserto sotto un sole implacabile. Nel gruppo cerano varie ragazze e questo ci dava buona garanzia di urina da bere, insieme al sangue delle loro mestruazioni. Anche il mezzo che ci precedeva, chiamato ‘Marlboro’, si è guastato.

Abbiamo anche visto un camion con varie persone a bordo, tutte morte a parte una: Sembrava uno scheletro vivente. Dopo alcuni giorni di cammino Dio ci ha salvati attraverso un camion che andava a Tripoli in Libia. Siccome non avevamo soldi da dargli, sono state le ragazze del nostro gruppo che hanno pagato il nostro viaggio prostituendosi. Poi alcune di loro sono rimaste incinte. Non avevamo il telefono e non ci era possibile chiedere soldi alle nostre madam o sponsors.

Dio non ci ha dimenticati perché ha guardato i suoi figli di Israele persi nel deserto per 40 anni. Il nostro viaggio è durato circa un anno. L’autista ci ha portati fino in Libia perché aveva abbastanza ragazze ogni volta che lo desiderava. Dalla Libia abbiamo potuto chiamare aiuto e ricevere i soldi del viaggio per arrivare in Italia, la nostra terra promessa. Però era necessario prima attraversare il mar Rosso… e sapevamo che molti migranti avevano perso la vita in questo tentativo, ma non avevamo altra scelta: vita o morte.

Forse Dio ha avuto compassione di noi, poveri africani perduti. Abbiamo potuto attraversare il mare e al nostro arrivo c’era gente che sapeva come aiutarci. La madam li aveva già informati.

Qui in Italia stavo appena sopravvivendo, mendicando sulla strada o spacciandomi per americano con le ragazze nigeriane. Alcune anziane signore italiane mi avevano preso a benvolere e mi aiutavano. Quando sono stato arrestato dalla polizia qui a Genova non ho recriminato. In effetti avevo sempre sognato di venire in Occidente, in Europa, ‘terra di speranza’.

Gli africani che ho incontrato in prigione dicono che la mia voce è stata usata per combinare affari e dicono perché non ho cambiato il telefono, prima dell’arresto. ..Ma ho risposto loro che io in prigione non sto soffrendo, seguo i corsi biblici, e ciò è quanto ho sempre sognato.

Posso parlare varie lingue: inglese, ibo, francese, olandese e un poco anche italiano.

 Da quando mia madre è morta sto soffrendo e ho deciso che sarei andato in Europa ad ogni costo e malgrado ogni sofferenza. Ho rischiato la vita nel deserto del Sahara e ringrazio Dio che ha salvato la mia vita. Trovarmi in prigione è come nascondermi da Juliet, anche se le ho detto che andavo in Svizzera a chiedere l’asilo politico. Avrei dovuto partire con un amico nigeriano in Svizzera, ma non avevo i soldi per farlo.

Quando mi trovavo a Novara mangiavo dalla Caritas gratuitamente ogni sera e mi facevo chiamare col mio vero nome…(…) E’ solo per sopravvivere che mi trovo in prigione. Ciò che desidero è diventare pastore, oppure profeta e studiare l’italiano molto bene.

Non è necessario che ti dica molto di più sugli africani perché li conosci abbastanza, avendo tu vissuto in Liberia, che è una povera nazione, dove si trova la fame, la povertà, le malattie e dove mancano le scuole.»

Padre Mauro analizza molto bene nel suo libro i subtesti – i detti e i non detti – di questa lettera per certi versi paradigmatica di certi percorsi migranti. Ciò che non mi sembra però eludibile è una richiesta di futuro e di orizzonte. L’Europa attuale, quella per lo meno tutta presa dal sanare (?) i guasti della pirateria finanziaria, l’Europa degli equilibri precari, dei rigurgiti razzisti e dei localismi rassicuranti, fatica molto a capire che forse la sua salvezza sta qui.

Come ha detto un altro detenuto a padre Mauro:

«Se sei venuto per aiutarmi stattene a casa, ma se la tua liberazione è legata alla mia allora vieni e lavoriamo insieme.»

immagine2-1

Lascia un commento

Archiviato in antropologia, etnopsichiatria, fare rete, filosofia, intercultura, narrazioni, nuda vita, politica, quel che resta del mondo

L’ombelico del mondo, l’asma di Eric, una poesia di Tu Fu


Tu Fu040Di tutte le reazioni, sconfortate o entusiaste,  alle nostre vicende italiane, ciò che mi colpisce oggi è comunque l’enfasi sulle cose di casa nostra, quasi che fossimo l’ombelico del mondo! Condivido allora un post di Padre Mauro dal Niger e di seguito una poesia di Tu Fu (ottavo secolo). Buona lettura!

L’ASMA DI ERIC di Padre Mauro Armanino

Era curvo sotto il peso del soffio. Eric é passato venerdì mattina con un documento dell’HCR affaticato dal viaggio. L’Alto Commissariato per i Rifugiati l’ha rispedito al mittento come un pacco postale dalla destinazione sconosciuta. Rantolava sul sedile a capo chino. Gli mancava persino la forza di bere un sorso d’acqua fresca dal sacchetto di plastica. Eric Junior è partito nel 2010 dalla Repubblica Centrafricana. Da allora la cartina geografica si disegna tra i piedi e gli occhi perduti.L’Algeria, il Marocco e la rete metallica. Il Sahara Occidentale e le mine evitate. La Mauritania di Nouadhibou con le reti da pesca.L’arrivo alla capitale Nouakchot e poi la Guinea col documento come bandiera. L’asma lo inseguiva fino al confinante Mali, nel Burkina Faso e si è stabilita con lui a Niamey.

Assieme all’asma di Eric stava Roger, anche lui ferito.Figlio di Moise e di Marie Louise come attestato dal documento in suo possesso. Si vantava di essere stato un operatore economico di successo e un benefattore del popolo. La trappola è scattata quando ha deciso di offrire una chiesa e una scuola alla Chiesa Evangelica del Cameroun. Non può esistere la gratuità e dunque Roger è stato accusato di fare politica per diventare il prossimo sindaco della città.Sono cresciute le intimidazioni e le minacce fino a farlo decidere di partire dal Paese con la famiglia. Roger pensava di abbandonare il passato e si sbagliava. I politici padri padroni sono come l’asma di Eric e inseguono il futuro. Anche nella Repubblica Centrafricana si sentiva pedinato dal potere e ha continuato la fuga lasciando la famiglia al sicuro.Di frontiera in frontiera ha passato il Tchad, la Nigeria e si è fermato anche lui a Niamey città aperta.

Viaggia con le foto grandi ben conservate come garanzia di autenticità. La casa con la chiesa in costruzione e il magazzino della mercanzia. La foto ricordo nell’ufffico col telefono fisso e lui con  lo sguardo da commerciante. L’utima foto è quella di sua moglie in abito da sposa bianco con lo strascico nel giorno di matrimonio. Lei con i quattro figli è rimasta nel Paese dove Eric vorrebbe tornare. L’asma gli ruba quanto rimane del respiro e lo rende tenue come un mattino. L’asma si intende bene con la polvere di questi giorni e sembra un cane randagio. Lo segue da lontano e si ferma quando si ferma. Quando accenna a ripartire lo avvicina con cautela e non lo molla di un passo.

La moglie di Roger si chiama Clarisse e i figli sono altrettante frontiere in attesa di futuro. Damaris precede l’altro Moise che anticipa a sua volta Melina. Lorenzo,l’ultimo, è sfuggito alla sorveglianza e con lui fanno quattro in esilio. Roger commerciava vetture e elettrodomestici dall’Europa con la complicità di un fratello che pagava e organizzava il trasporto via mare. Roger è ferito alla gamba come Garibaldi che combatteva sull’Aspromonte. La montagna di Roger è una scottatura fatta col tubo di scappamento della moto mentre scappava.Era un importatore di successo con una vita davanti. Presenta con orgoglio alcuni libretti di assegni che hanno il sapore amaro della beffa.

Roger non sapeva dove passare la notte. Chiede come potrebbe ricominciare a fare il commercio da queste parti. Anche Eric passerà la notte assieme all’asma nella clinica dove forse potrà tornare a respirare la vita. Nella fretta di partire ha dimenticato il cellulare sotto carica. Premendo il tasto centrale del quale appare l’immagine del volto seducente di una giovane donna vestita di viola.

Proprio come la fata turchina delle favole.

mauro armanino, niamey, febbraio 2012

CANTO DEL VENTO D’AUTUNNO E DELLA CAPANNA – To Fu

Nel mese ottavo una burrasca d’autunno

Tolse al mio tetto tre strati di paglia;

Dappertutto le sparse; sopra il fiume,

Sulle due rive, dentro la palude,

In alto sopra gli alberi.

E dai dintorni vennero ragazzi

A frotte, che vedendomi

Vecchio e debole, mi portaron via

La paglia sotto gli occhi; la rubavano

E tra i loro canneti di bambù

L’ammucchiavano lesti. Ed io cercavo

Di fermarli, ma invano: non bastava

La mia voce.

Così me ne tornai

Alla capanna, sospirando. Il vento era cessato, ma si radunavano

Nubi nere, oscurando il cielo, senza

neanche un raggio di luce: era una notte

Davvero spaventosa.

La mia vecchia coperta, fredda come metallo,

Era piena di buchi, di cui si lamentava

Il mio figliolo delicato.

E la pioggia cadeva giù dal tetto

Come una frangia continua di canapa,

Inzuppando ogni cosa.

Dopo tutti i disastri della guerra

Mi parve insopportabile quest’altra

Miseria, e non trovavo più riposo

Nel sonno, ma pensai tutta la notte

Se sarebbe venuto

Un termine ai miei mali.

Poi assopito sull’alba, vidi in sogno

Un immenso palazzo, con più di mille stanze

Dove ogni povero trovava rifugio

Ed era il benvenuto: un gran palazzo

Solido come una collina, forte

Contro il vento e la pioggia; e mi destai

Pensando: com’è assurdo; quando mai

Potrò vedere una simile casa?

Ma se potessi credere che questo

Sogno si realizzasse, a me sarebbe

Sufficiente conforto:

Anche se la mia povera capanna

Crollasse tutta, ed io gelassi a morte.

2 commenti

Archiviato in arte, intercultura, nuda vita, quel che resta del mondo

Un post dal Niger (la prima volta di Zinder)

Padre Mauro Armanino è un sacerdote-antropologo che lavora con i rifugiati in Niger, uno dei paesi col minor reddito pro-capire del mondo (e con grandi risorse minerarie, tra cui uranio, petrolio e oro).  Il Niger è non solo punto di transito di importanti rotte di migrazione economica dall’Africa ma confina con paesi che  sono stati al centro di eventi catastrofici (basta dire che a Nord c’è la Libia e a ovest il Mali con il nord occupato dai tuareg, appnea oltre il confine sud la Nigeria più ‘fondamentalista’, quella di Kano). Il Paese è a larga maggioranza musulmana con minoranze animiste e cristiane. Numerose le enclavi di sfruttamento minerario, gestite dai potentati. Un rapporto di Greenpeace del 2010 sulle aree minerarie dello Stato africano parla di acque contaminate, metalli nocivi, polveri sottili e abitanti a rischio leucemia, cancro e malattie respiratorie. Qui opera l’Areva, l’azienda francese con cui Berlusconi e Scajola avevano già firmato accordi (poi annullati) per costruire  centrali nucleari in Italia. In alcuni luoghi la falda acquifera è già contaminata  per milioni di anni. I livelli di radioattività nelle strade di Akokan sono 500 volte superiori ai valori normali nell’area. Metalli radioattivi venduti nei mercati locali. E’ uno dei costi nascosti del nucleare: il prezzo ambientale pagato dall’Africa all’estrazione dell’uranio.   Anche se il Niger è segnato dallo sfruttamento e dalla mancanza di equità sociale, la convivenza pacifica delle religioni sembrava sinora cosa acquisita. Il film blasfemo su Muhammad ha scatenato la rabbia musulmana anche qui, rabbia culminata nell’incendio della chiesa di Zinder.  Il consiglio islamico del Niger ha condannato il film blasfemo all’origine degli attacchi ma ha anche condannato ogni reazione violenta che “è contraria all’insegnamento dell’Islam che è religione di pace, tolleranza e reciproco rispetto tra musulmani e non musulmani.” Forse il consiglio aggiunge Mauro avrebbe dovuto avere lo stesso coraggio condannando i crimini commessi nel nome dell’Islam nel Mali del nord da uno pseudo-islamismo ideologizzato che poco ha a che vedere con la tradizione.  Ecco il suo post dopo gli eventi di Zinder, grazie Mauro.

«Era venerdì 14 settembre quando la chiesa di Zinder è stata parzialmente bruciata. Sono le seconde ceneri del paese.Le prime erano accadute quando il palazzo del Ministero di Giustizia era stato incendiato l’anno scorso. Gli archivi e i dossier degli indagati per corruzione finiti in cenere.

Esattamente come la giustizia con mandanti e esecutori. O allora si è trattato di un banale corto circuito. Lo stesso che è imputato per la serie di incendi che hanno devastato i mercati della capitale. E nel contesto delle ceneri altri incendi si sono sviluppati. Quelli industriali della raffineria di petrolio inaugurata nel mese di novembre scorso. Quelli con i copertoni delle macchine e dei camion in città. E quelli in seguito all’uccisione di tre persone durante le manifestazioni di strada dell’anno scorso. Zinder è stata la prima capitale del territorio coloniale francese nel 1922. L’amministrazione sarebbe poi stata trasferita a Niamey. L’attuale capitale del Niger che si trova a 650 kilometri da Zinder. Per la prima volta l’incendio in una chiesa.

 Anche per Edward era la prima volta. Partito in Libia per giocare al calcio si è trovato in un campo di detenzione a Sebha. Per otto mesi ha sopravvisto tra i sommersi dalla fame e dagli stenti. Ha transitato tra i salvati solo perché un soldato aveva vissuto in Liberia. Assieme ad altri sono stati portati al confine col Niger e dopo quanche settimana nel ghetto di Agadez arriva a Niamey per la prima volta. Il loro figlio si chiama Favour. Favore di vivere malgrado le deportazioni in Algeria. Papà e mamma arrivano dall’Algeria via Liberia. Dopo aver perduto tutto si trovano col Favore che all’inizio del viaggio non c’era ancora. Edward ha cominciato a scrivere il diario della prigionia. Favour invece ha i capelli intrecciati e sembra una bambina solo avesse gli orecchini.

 Erano le 9 quando un gruppo di persone ha iniziato l’opera di distruzione dell’edificio religioso di Zinder. Anche la statua di Maria e la scuola adiacente sono state sacccheggiate. Unitamente al clima di tollerante fiducia che finora aveva condotto la convivenza civile in questo paese. Per la prima volta si contano le macerie di quanto era stato pazientemente intessuto in decennali rapporti di convivenza. Non appare casuale e forse neppure causale. Sono le frustrazioni accumulate e depositate come i serbatoi di greggio che hanno seminato illusioni petrolifere poi fallite. Frustrazione per l’uranio che appare come la più pericolosa chimera che il Niger abbia mai subito. Frustrazione per una classe politica che bada a non scompaginare i propri interessi che coincidono con quelli dei potentati cino francesi. Ai primi hanno persino dato le medaglie della legione al merito. Ai poveri non è mai stato dato nulla se non la cenere della democrazia.

Zinder si trova a 150 kilometri da Kano in Nigeria. Non è difficile organizzare spedizioni e neppure pagare che la rabbia dei giovani diventi il prezzo di un improbabile riscatto.Non si può continuare a pensare che rimangano impunite le conquiste neocoloniali del mercato unico.Si vende e svende la vita di migliaia di giovani con e per i quali l’unica prospettiva accettabile è l’esodo. Per ora quasi completamente bloccato per la Libia, in Costa d’Avorio e paesi adiacenti. La prima volta di Zinder coincide con la protesta che si arma e viene manipolata per confiscare il vuoto. Zinder è la prima volta che si specchia nel possibile accadimento delle geopolitiche nascoste.

 Il consiglio islamico del Niger ha ricordato ieri che non è dell’Islam distruggere chiese o altri edifici religiosi. Non si possono uccidere persone che non hanno nulla in comune con quanto accaduto altrove. Che proprio dell’Islam è invece la pace e la tolleranza. A Zinder erano un centinaio di giovani nel cortile. Dopo aver abbattuto la porta della chiesa hanno bruciato fino alla grotta. La statua di Maria in frantumi come una madre. Come le certezze di quanti pensavano che il futuro potesse tornare a declinarsi al quotidiano. Hamani scrive che la sua casa è andata distrutta con le recenti inondazioni nel paese. Dice che non ha un luogo dove posare il capo e chiede alcune stuoie di paglia per lui e la sua famiglia. Ha bisogno anche di alcuni pali di legno per appenderle. Per la prima volta come una speranza.»

Mauro Armanino, Niamey, settembre 2012

Lascia un commento

Archiviato in intercultura, nuda vita, politica, quel che resta del mondo