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Tras-figurazione

«E’ grazie a Coltrane che ho avuto l’intuizione di cosa intenda Paul Gilroy quando parla di trasfigurazione dell’esperienza come dell’adozione di una figura che aiuta un transito, che porta oltre, qui e altrove. Tras-figurazione come capacità evocativa che passando da una figurazione all’altra coglie qualcosa di invisibile nel visibile.» (Approdi e Naufagi pag. 144)
Di seguito un’opera del writer spagnolo Borondo per lo street art festival di Delhi

 

L'immagine può contenere: bicicletta, spazio all'aperto e una o più persone

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Saint John Coltrane (1926-1967)

UnknownSto ascoltando My favorite things nella versione del grande jazzista afro-americano John Coltrane (1961). Il sax soprano ha finito un primo assolo e il pianoforte di McCoy Tyner gli ha dato il cambio. Gli accordi inizialmente son quelli, fedeli alla canzone  cantata da Julie Andrews con cui Rodgers e Hammerstein nel 1966 vinsero l’Oscar per la versione cinematografica del loro musical (1959) The Sound of Music (in italiano Tutti insieme appassionatamente).

Il tema melodico di fondo nell’accompagnamento è riconoscibilissimo, nulla è veramente stravolto o tradito. Ma l’intensità ritmica senza tregua della batteria di Elvin Jones assicura che lo spartito sia un altro. E ora il sassofono ha ripreso il tema ampliandolo come un raga indiano svincolandolo dalla tonalità originale: le scale si rincorrono, la voce plurale del sax erompe con una tensione che costantemente rimanda alla ricerca espressiva di un sovrappiù ineffabile, ondeggia tra l’acuto e il grave generando la sensazione di uno spaesamento riconoscibile, di un paesaggio del tutto inedito eppure famigliare. Lo strumento di Coltrane a tratti balbetta un’articolazione purissima, non si compiace nel virtuosismo delle progressioni be-bop: sfiora la melodia modulando di scala in scala, muovendosi da un estremo all’altro delle ottave senza soluzione di continuità. Quando torna alla melodia sembra ritrovarla nel momento della sua generazione. La voce del sassofono pare muovere da una radicale alterità percettiva che dona una nuova integrità e ricchezza al semplice anche se geniale motivo del musical. Il brano inventa ma non distrugge, anzi include, da una sua fonte procede ampliando. Nell’ascolto a me pare che la musica sfoci in un grande estuario che accoglie il motivo originario. John Coltrane, morirà nel 1967 a 41 anni stroncato da un tumore al fegato, eredità degli anni che precedettero, dieci anni prima, il suo ‘risveglio’.

Nelle note di copertina di Love Supreme (1964) Coltrane faceva infatti risalire al 1957 una sorta di risveglio spirituale. Divenne vegetariano, cominciò a meditare. Si applicò a studiare la musica modale di tutto il mondo, dalla Spagna alla Scozia, dall’India alla Cina. E a inventare musicalmente la sua Africa immaginaria. Fu tra i promotori del Centro di Cultura Africana a Harlem. Divenne amico di Ravi Shankar e si appassionò al rapporto tra numerologia e musica. La Chiesa Africana Ortodossa lo ha canonizzato e a San Francisco vi è una Chiesa a lui dedicata, la Saint John Willian Coltrane African Orthodox Church che utilizza musiche e preghiere di Coltrane nella propria liturgia.

E’ grazie a Coltrane che ho avuto l’intuizione di cosa intenda Paul Gilroy quando parla di trasfigurazione dell’esperienza.

La canzone originale nella versione di Julie Andrews si può trovare qui

Una delle 45 diverse versioni live della cover  registrate da Coltrane si può trovare qui

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nascita del blues

Paul Gilroy, Edouard Glissant e molti altri testimoniano che  blues e  jazz sono in  filiazione diretta ma imprevedibile con l’esperienza della schiavitù. Blues che poi diventa musica del mondo. Come ha scritto Richard Wright nell’incipit della sua prefazione al classico Blues Fell This Morning – Meaning in the Blues [Oliver 1960]:

«I blues sono straordinariamente paradossali, e a rigor di logica e di probabilità storica non avrebbero mai dovuto venire al mondo. Sono assolutamente certo che nessuno ha mai previsto il loro avvento.»

Wright prosegue elencando i motivi per cui la nascita del blues è un evento che sfugge ai luoghi comuni della creatività se si pensa che lo schiavo era considerato unicamente per il valore della sua forza lavoro e come bestia da allevamento. E che il lavoro stesso sottostava a criteri di estrema brutalità, e che ogni sforzo di emancipazione era duramente represso e la pena per la fuga era naturalmente la morte.

Il blues stesso è contemporaneamente sintomo, performance e messaggio. Lo stesso uso della voce a partire dal gospel e dal soul (una rimodulazione continua  che poi trapassa nel jazz) esprime in modo struggente o violento quante modulazioni del dolore si offrano alla capacità di ‘reggere’ quando non si regge più.

I’m gonna lay, lay my head,
on some sad, old railroad iron
I’m gonna let that 2:19,
pacify my mind

I’m trouble in mind, baby you know that I’m blue,
but I won’t be blue always
Yes, the sun gonna shine,
in my back door someday

 Del resto se le relazioni di genere sono un luogo critico per il confronto con la diversità e con gli squilibri nei rapporti di potere, si capisce meglio perché il blues sia diventato uno dei significanti performativi del lutto rispetto ai vissuti della differenza. Alan Lomax[1], dopo cinquant’anni di ricerche, ha scritto un’ opera monumentale sulle origini del blues The Land Where the Blues Began [Lomax, 1993]. Lomax riporta le registrazioni delle sue interviste realizzate sul campo dagli anni Quaranta agli anni Settanta del secolo scorso con bluesmen afroamericani. A titolo di esempio vorrei citare la sua intervista con Sam Chatmon che al momento dell’intervista aveva più di ottant’anni.

A.L. Di che cosa parla il blues?

S.C. Il blues parla di una donna. Se tua moglie o qualcuno ti maltratta, componi una canzone. Invece di dirglielo a parole, canti. Così quando canti concentri la mente su come ti ha trattato. E’ quello che succedeva durante la schiavitù. Il mio papà mi ha detto che quando i ragazzi volevano dire qualcosa al loro padrone, accennavano la melodia di una canzone della mietitura…

A.L. Ti ricordi le parole?

S.C. Nossignore. Di quello non voleva parlare. Ma dicevano che canticchiavano le loro vecchie canzoni molto tardi la notte, così che il padrone bianco le potesse sentire e sapere che c’era un problema. Ed è così che canti a una donna…

[1] Alan Lomax, musicologo americano che contribuì alla creazione della Archive of American folk Song per la Libreria del Congresso. Nel 1954 collaborò anche con l’etnomusicologo Diego Carpitella (che successivamente collaborò con De Martino negli studi sulla taranta] girando l’Italia nella prima ricognizione registrata della musica popolare italiana.

La canzone da You Tube è ‘trouble in mind’ cantata del grande Big Bill Broonzy

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Schiudere il mondo – decolonizzare i saperi

In ‘Uscire dalla grande notte’ Achille Mbembe mette a fuoco con precisione il doppio messaggio del colonialismo: da un lato l’appartenenza di tutte le razze all’umanità e  dall’altro la superiorità della cultura, della razza, delle differenze sociali di cui è portatore il colonizzatore. I concetti di libertà e umanità sostenuta dall’Impero coloniale francese, dice Mbembe, erano fondati sull’opposizione razziale tra ‘civilizzati’ e ‘primitivi’ da ‘iniziare’ a ‘liberté, fraternité, egalité’ attraverso un regime di disuguaglianze, sfruttamento e abuso.

Il pensiero anticoloniale prima di spegnersi in una miriade di localismi nazional-localisti mirava a togliere i recinti, a riaprire i campi cintati a schiudere il mondo. E l’odierno pensiero post-coloniale rivendica questa eredità.

«La questione della schiusura del mondo – dell’appartenenza al mondo, dell’abitare il mondo, della creazione del mondo, o ancora delle condizioni che ci permettono di fare mondo e che costituiamo in quanto eredi del mondo – è al cuore del pensiero anticoloniale (…) Nel pensiero sulla decolonizzazione, l’umanità non esiste a priori. Essa deve sorgere da un processo in cui il colonizzato si risveglia alla coscienza di sé, si appropria soggettivamente del suo io, smonta le palizzate e si autorizza a parlare in prima persona. Inoltre, il risveglio alla coscienza di sé o l’appropriazione di sé non mirano solo alla realizzazione di sé, ma anche in modo ancor più significativo a una salita d’umanità, a un nuovo salto della creazione, alla schiusura del mondo.» In Franz Fanon, aggiunge Mbembe questa salita d’umanità non può che essere il risultato di una lotta per la vita che si dà nell’uscita da recinto arido e sterile della razza. «E’ anche contribuire a dissipare lo spazio delle dicotomie nette, delle separazioni, delle frontiere e dei recinti e incamminarsi verso l’universale che [Fanon] affermava essere ‘inerente alla condizione umana’»

Ma la definizione di un mondo proprio ha senso solo nella misura in cui è destinato a essere messo in comune. Senghor lo chiamava ‘l’appuntamento del dare e ricevere’. E’ degno di nota che nei grandi pensatori post-coloniali non vi è mai una caduta nel localismo etnicizzante. Semmai questa tendenza è stata incoraggiata dalle potenze economiche che per spartirsi le risorse africane devono poter contare su appartenenze divise e corruzione.

La co-creazione del mondo, la costruzione di un’eredità comune aggiunge Mbembe è stata cara a molti pensatori neri.

«Seguendo la lezione di Glissant, la schiusura consiste proprio nell’andare incontro al mondo sapendo abbracciare il tessuto non divisibile delle affiliazioni che formano la nostra identità e l’intreccio delle reti che fanno sì che ogni identità si estenda necessariamente in un rapporto con un Altro che già sempre è presente  [ma non  assimilabile] (…) La vera schiusura del mondo è dunque l’incontro con l’interezza di ciò che Glissant chiama tutto-mondo.”

Nasce dunque un pensiero afro-moderno, una poetica della relazione che in pensatori come Paul Gilroy prende la forma di una nuova coscienza planetaria che passa dal ‘canto d’ombra’ creativo degli schiavi, alla decostruzione dei doppi messaggi del colonialismo europeo, a un riconoscimento dell’aspirazione alla libertà (in cui vi sono solo aventi diritto) e infine alla possibilità di una convivialità  eterogenea, nella condivisione di ciò che ci differenzia al di qua degli estremi opposti del fondamentalismo e del nichilismo. Questo sogno di una polis universale e creola, di un pensiero-mondo che si riconosce sistema e relazione, un fertile ‘né questo né quello’ ma tra-i-due è fonte di una inedita e coraggiosa riflessione etica.

I pensieri di Mbembe non mi sembrano lontani dalle riflessioni di David Graeber a conclusione del suo ‘Frammenti di antropologia anarchica’ in cui sottolinea per esempio come i media abbiano descritto gli zapatisti  prevalentemente come una banda di Indiani Maya che chiedevano una misura di autonomia indigena:

«Ciò che voglio enfatizzare è il paternalismo – o per dirla tutta il razzismo – che ha segnato la reazione internazionale a ciò che la ribellione zapatista è stata realmente. Perché ciò che gli zapatisti si proponevano era precisamente quel tipo di lavoro che la maggior parte della retorica sull’ ‘identità’ di fatto ignora: cercare di capire quale forma di organizzazione, quale forma di processo e consenso sarebbe stato necessario per creare un mondo in cui le persone e le comunità sono libere di determinare per sé stesse quale tipo di persone e comunità desiderino essere. E cosa è stato risposto loro? Sono stati informati, che, dato che erano Maya, non potevano in alcun modo aver qualcosa da dire al mondo sui processi con cui si costruisce l’identità; o sulla natura delle possibilità politiche. Come Maya, l’unica possibile dichiarazione politica che potevano fare ai non-Maya era sull’identità Maya. Potevano asserire il loro diritto di continuare a essere Maya. Potevano chiedere riconoscimento come Maya. Ma che un Maya dicesse qualcosa al mondo che non fosse un mero commento alla loro Maya-tudine era inconcepibile.»

In sostanza la decolonizzazione dei saperi e dei pensieri è lungi dall’essere conclusa sia in Europa che in Africa (segnalo anche come eco d’ombra di questi pensieri l’articolo sul Corriere della Sera di oggi sui campi di concentramento per ex streghe in Ghana.)

Segnalo anche un interessante articolo (in inglese) che spiega il senso del dipinto zapatista  che illustra questo post. Il dipinto fa parte di un’evento artistico chiamato Autonomous InterGalactic Space Program  che si è tenuto a giugno a Los Angeles, basato su un’installazione di un artista di origine portoghese, Rigo 23 con l’appoggio della giunta zapatista. Rico spiega che  le caracoles – (o lumache) che costellano il mondo del dipinto (e che sono anche il nome delle unità di governo locale zapatista) sono un antico simbolo maya che ha a che fare con la ciclicità e non linearità dei processi (temporali) in forte contrasto con il mito occidentale lineare che relegherebbe le culture altre allo statuto di reliquie del passato.

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