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Storie rimosse, segnalazioni e un post di Mauro Armanino

UnknownI sopravvissuti, prevalentemente eritrei ed etiopi, indagati per reato di clandestinità. La capitaneria che prima di intervenire avrebbe detto di dover aspettare il ‘protocollo’ da Roma. Negano. E’ bene allora concedere il beneficio del dubbio. Ma sappiamo anche quanto le procedure irriflesse possano diventare cappi, in questo caso mortali. «Obbedivo agli ordini,” vecchia storia. Non sempre ciò che è legale è legittimo. Antigone insegna. Il diritto nasce, diceva Pindaro, per coprire l’abuso. Un ex ministro dell’interno, governatore della Lombardia che dice: “Non commento, parlo solo delle Olimpiadi”. Il Signore glie ne dia atto. Una coscienza capace di responsabilità ci imporrebbe subito di spiegare in ogni ordine di scuola quali nefandezze noi italiani abbiamo compiuto in Etiopia ed Eritrea. Ecco qualche fonte sul massacro del 1937, mentre dal blog di Giuseppe Casarrubea cito:

«Le perdite etiopi nella guerra del  1935 e 1936 furono 760.000, secondo il numero fornito dal Negus alla Società delle Nazioni. Un numero forse non esatto, ma che indica la dimensione del massacro. In Etiopia a  questo numero immenso, vanno aggiunte le perdite della prima guerra italo-etiope, 1895 – 1896, e dopo le stragi di bambini, donne e uomini  dopo l’ attentato a Graziani nel 1937, il massacro di Amazegna Wagni, nel 1939 ed i morti della seconda guerra mondiale in Africa Orientale.

Gli eritrei che hanno pagato il più alto prezzo di sangue furono i soldati dell’ esercito coloniale, gli  ascari. Le stime, però, sono molto vaghe. Per i soldati italiani morti in terrra d’Africa la  contabilità è precisa, i soldati eritrei sono carne da macello, qualche migliaio in più o in meno ha poca importanza.

Circa 2000 furono gli ascari morti nella prima guerra italo etiopica, tra il dicembre  del 1895 e l’ ottobre del 1896. Nella seconda guerra italo-etiopica, 1935-1936, gli ascari morti sono da 3500 a 4500.  Contro gli inglesi i morti eritrei si stimano essere 10000, solo 3700 nella battaglia di Gondar nel 1941. Queste morti di soldati di un popolo dominato,  arruolati, con la costrizione o con il miraggio di sfuggire la fame, per  combattere sotto  la bandiera del dominatore devono essere addebitate al colonialismo ed al fascismo italiano.»

Sul sito di Meltingpot trovate l’appello per il diritto d’asilo europeo.

Da Niamey, Niger ricevo da Mauro Armanino il post «Mari» che giro:

«Ci sono quelli da cui si scappa e quelli a cui non si torna. I mari nostri e quelli di nessuno. I mari a forma di croce e quelli come conchiglie. I mari che contano e quelli che non scompaiono. I mari per scappare e quelli per non raggiungere. I mari della vergogna e quelli delle agenzie. I mari dei migranti e quelli che non servono a nessuno. I mari che inseguono le onde e quelli che non conducono al porto. I mari importanti e quelli di riserva. I mari immaginari e quelli che non esistono ancora. I mari dipinti e quelli non ancora disegnati. I mari che allontano e quelli che non avvicinano. I mari come cimiteri e i cimiteri come mari.

Ci sono quelli di sabbia e quelli di acqua salata. I mari dei bambini e quelli delle madri. I mari ricattati e quelli in vendita. I mari che sono muri e quelli che non sono ponti. I mari che ridono e quelli che non piangono. I mari che raccontano e quelli che non parlano. I mari che sognano e quelli che non dormono mai. I mari abbandonati e quelli non adottati. I mari degli imperi e quelli delle periferie. I mari imprestati e quelli messi all’asta. I mari privati e quelli non pubblici. I mari della politica e quelli dei poveri. I mari delle navi e quelli dei salvagenti. I mari famosi e quelli che non contano. I mari della vergogna e quelli delle crociere.

Ci sono quelli dei naufraghi e quelli dei contrabbandieri. I mari dei clandestini e quella della gente per bene. I mari delle pattuglie e quelli delle frontiere. I mari dell’estate e quelli senza stagione. I mari delle cannoniere e quelli delle scialuppe. I mari che salvano e quelli che non si perdono. I mari degli armistizi e quelli delle battaglie. I mari comprati e quelli senza acquirenti. I mari dei tramonti e quelli delle notti. I mari delle frontiere e quelli degli orizzonti. I mari da indovinare e quelli senza risposte. I mari dove si muore e quelli in cui non si vive. I mari dei riflettori e quelli che non passsano inosservati. I mari dei castelli e quelli delle fate.

Ci sono quelli dei giornalisti e quelli dei pescatori. I mari coi pesci e quelli delle reti vuote. I mari umanitari e quelli senza pietà. I mari coi nomi e quelli cancellati. I mari della farfalle e quelli rapaci. I mari assenti e quelli non presenti. I mari addomesticati e quelli da scoprire. I mari coi delfini e quelli con le vele da diporto. I mari imprigionati e quelli non liberi. I mari degli oceani e quelli che finiscono subito. I mari strategici e quelli delle mercanzie. I mari colorati e quelli non sbiaditi. I mari religiosi e quelli non credenti. I mari delle crociate e quelli delle sconfitte. I mari commerciali e quelli non gratuiti.

Ci sono quelli che nascondono e quelli che non dicono. I mari che cantano e quelli che non tacciono. I mari di gesso e quelli di argilla. I mari che portano fiumi e quelli che moltiplicano pesci. I mari negli occhi e quelli nelle lacrime. I mari annoiati e quelli non desiderati. I mari delle traversate e quelli non esplorati. I mari delle isole e quelli delle terre non ferme. I mari della storia e quelli non quotidiani. I mari delle battaglie e quelli innamorati. I mari sposati e quelli rimasti orfani. I mari dei bambini e quelli dei padri. I mari come supermercati e quelli come osterie. I mari con le colline e quelli senza pianure.

Ci sono quelli che annoiano e quelli che non dormono mai. I mari delle portaerei e quelli non disarmati. I mari creati e quelli abusivi. I mari con le spiaggie e quelli senza scogli. I mari militarizzati e quelli senza pace.I mari presi in ostaggio e quelli ricattati. I mari intelligenti e quelli senza maestri. I mari impegnati e quelli distratti.I mari delle donne e quelli degli ombrelloni. I mari che hanno tempo e quelli non eterni. I mari con le sirene e quelli senza isole. I mari con le voci e quelli senza musica. I mari con i gabbiani e quelli con le sbarre. I mari come pianure e quelli non seminati. I mari che riflettono il cielo e quelli che gridano terra.

mauro armanino, niamey, ottobre 2013 dal sud di lampedusa

Un’ultima segnalazione mi arriva da Cristina:

 

La onlus Medu, Medici per i diritti umani organizza il progetto ‘Un camper per i diritti’. Ha bisogno in particolar modo di medici, psicologi e operatori socio-sanitari, su Firenze e Roma, interessati a uscire sui camper due volte a settimana, specialmente la sera, raggiungendo luoghi dove è possibile dare sostegno a chi ne ha bisogno. In particolare, l’associazione si occupa di dare informazioni sul diritto alla salute e sulle modalità di accesso ai Servizio sanitario nazionale; visite mediche; accompagnamento ai servizi sanitari pubblici (in caso di necessità);
orientamento verso strutture di accoglienza, servizi sanitari pubblici e servizi di assistenza per i rifugiati e i migranti.

Ogni camper è composto da un team di quattro o cinque persone, in genere tre operatori socio sanitari e due medici. Ma dall’associazione fanno sapere che spesso, per progetti diversi e di altra natura, c’è bisogno anche di altre categorie di professionisti.

Tutti gli interessati alle opportunità messe a disposizione da Medu devono scrivere o inviare il proprio, dettagliato curriculum, via e-mail. Ulteriori informazioni si trovano invece sulla pagina dedicata.  

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‘Nuda vita’ (I)

Il primo autore a utilizzare il termine ‘nuda vita’ è Walter Benjamin nel saggio del 1921 ‘Per la critica della violenza’  (1921). Benjamin parla di ‘violenza sulla nuda vita’  dicendo che «il compito di una critica della violenza e’ la esposizione del suo rapporto con il diritto e la giustizia.»

Il riferimento è al concetto greco di Nómos (legge) che deriva dal verbo nemein che significa ‘appropriazione’. Come scriveva Simone Weil: “Se si vuole esaminare ciò che la nozione [di diritto] era in origine si vede che la ‘proprietà’ era definita dal diritto di usare e abusare: E in effetti la maggior parte di quelle cose di cui ogni proprietario aveva il diritto di abusare erano esseri umani.”

In un famoso e citatissimo frammento (169) Pindaro scrisse: “Nómos che di tutti è Re, dei mortali e degli immortali, guida rendendo giusta la cosa più violenta, con mano che tutto sovrasta.” Ma  Nómos sono anche le ‘pratiche’ (i ‘costumi’) come già diceva Erodoto:

«Se si proponesse a tutti gli uomini di fare una scelta tra tutti i costumi e si ingiungesse loro di scegliere i più belli, ciascuno sceglierebbe quelli del suo paese. Questa è la forza della consuetudine; e rettamente ha poetato Pindaro, quando affermò che “Nómos di tutti è Re”»

Spostando però l’accento, Nomós,  vuol anche dire pascolo ed è la radice di ‘nomade’…

Vi è dunque un’altra accezione di ‘giustizia’ non legata al ‘diritto di abusare’ o all’uso della violenza per proteggere dalla violenza. Certo, il diritto protegge la vita comune dalla confusione, dalla contaminazione, dall’espropriazione, dalla relazione come rischio e conflitto. In estrema sintesi il diritto ha una funzione ‘immunitaria’. Ma è questo l’unico modo possibile di pensare la giustizia, l’aspirazione a ciò che è giusto?

Per pensare altrimenti l’ordine del mondo e la giustizia possiamo da un lato guardare al sanscrito  Ṛta parente del latino ars (arte) artus (arto del corpo) e ritus (rito) che designa l’ordine come adattamento delle parti in un tutto e non fornisce in indoeuropeo nessuna designazione giuridica.

Dall’altro possiamo pensare a un ordinamento giuridico capace di pensare l’umano anche a partire dal conflitto tra i bandi del tiranno Creonte e le ‘leggi non scritte’ di Antigone.

Ce n’è traccia negli articoli 2 e 10 della nostra costituzione:

 “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”

“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.”

Questi articoli dicono che lo straniero è un uomo e in quanto tale – se non può esserlo altrove – da noi è cittadino. Ma torniamo a Antigone e Creonte:

La storia è nota. Antigone sceglie di dare sepoltura al fratello Polinice che era diventato nemico della città. L’editto di Creonte vietava appunto il diritto di sepoltura ai traditori. Nella tragedia di Sofocle, Creonte esclama a un certo punto: “«Ubbidire, ubbidire, e nel molto e nel poco, nel giusto e nell’ingiusto, sempre e comunque, all’uomo che sia posto al timone dello Stato (…) è l’ubbidienza, l’ubbidienza ai capi la fonte di salvezza e di vittoria. Noi dobbiamo ubbidire alle leggi, alle leggi scritte».

E Antigone risponde: «Non fu  Dike, che siede laggiù fra gli dei inferi, a definire queste leggi per gli uomini. Io non credevo che i tuoi bandi avessero tanto potere da permettere a un mortale di trasgredire le leggi non scritte (agrapta nomima), incrollabili, degli dei.  Non da ora, non da ieri, ma da sempre; da quando apparvero, nessuno sa.»

E Antigone accetta di morire come segno della sua fedeltà all’umano. Ritroviamo nella storia la traccia di questa misura estrema che dà forma e manifesta la violenza invisibile contro le leggi non scritte dell’umano.  Dai monaci vietnamiti che si davano fuoco rimanendo nella posizione del loto, a Jan Palack che pure lui brucia per dire l’intollerabile della violenza sovietica, allo studente di Tienammen di fronte al carro armato, al gesto estremo di Mohamed Bouazizi che ha innescato la grande primavera araba.

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