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Mago nero Mago bianco (ancora su pulsione e aspirazione)

Nel mio libro sul “deposito del desiderio” ho preso in considerazione le amplificazioni di un importante versetto coranico:

“Noi abbiamo proposto il Deposito ai Cieli, alla Terra e ai Monti, ed essi rifiutarono di portarlo e ne ebbero paura. Ma se ne caricò l’Uomo e l’uomo è ingiusto e di ogni legge ignaro!” (XXXIII:72)

In molte delle tradizioni dell’Islam è questo il verso chiave che giustifica la necessità di una ermeneutica del testo sacro. Ciò che è stato affidato all’Uomo è un mistero non ancora compiuto, qualcosa che per compiersi necessita  dell’opera umana. Come nella parabola evangelica dei talenti. O come disse Nicola Cusano: l’uomo è la parte incompiuta della creazione.

Alessandro Bausani, autorevole studioso di islamistica e iranistica e autore di una classica traduzione italiana del Corano rileva che  questo passo presenta una singolare affinità con un mito del Niger.

Il Dio creatore chiese alle pietre “volete avere bambini e poi morire?” . Esse risposero negativamente e così esse sono eterne ma sterili, al contrario degli uomini che muoiono ma sono fecondi. 

Il deposito in questo caso sarebbe associato al rapporto tra mortalità e sessualità. Tuttavia è necessario aggiungere che – poiché anche piante e animali sono fertili – la ricchezza della differenziazione biologica si completa come “deposito divino” nella singolare specificità esistenziale della consapevolezza umana.

I miti di creazione sovente articolano il rapporto tra pulsione e aspirazione. Secondo una tradizione islamica la prima parte del corpo umano creata da Dio fu il sesso. Nell’albero delle sefirot della Cabala ebraica Yesod – il fondamento – è ugualmente un analogo della sessualità. Al Qortobî, uno degli autori di riferimento dell’esegesi coranica racconta così la creazione: Allah disse: “questo è il mio deposito, ve lo confido” e l’esegeta aggiunge “perché il sesso è un deposito.” Il termine arabo per deposito – Amânatum – ha la medesima radice dell’ebraico Amen, e indica quesl “sì” e quel “così sia” con cui l’uomo accetta con dignità ma per certi versi ciecamente la condizione umana. Un sì paradossale perché l’assenso alla sessualità e al contempo alla precarietà esistenziale è un vero e proprio salto nel buio (quella del punto cieco è una classica metafora per indicare il sesso nella lingua araba). Esistono altre versioni del  mito di creazione dell’uomo in cui Satana si divertì a entrare e uscire da ogni orifizio del corpo primitivo d’argilla dell’uomo prima che Dio vi insufflasse l’anima. Nei numerosi trattati sull’anima dei filosofi arabi, la natura dell’uomo attraversata dall’arbitrarietà pulsionale verrà appunto contenuta e inquadrata dalle sue tre funzioni fondamentali, percezione, immaginazione e intelletto.

 Questa traccia mi sembra fertile: il dialogo interculturale trova un terreno di confronto sulle “trame di liberazione” là dove immagina un’articolazione tra  pulsione, mancanza e coscienza, tra rischio dell’amore ed esperienza religiosa, tra distruttività e trasformazione. In questo contesto è indubbio che nessuna prospettiva univoca ha ancora saputo risolvere il problema del “deposito divino” che solo l’uomo si può assumere grazie a una coscienza – bisogna pur dirlo – un po’ cieca.

Detto in termini più psicoanalitici, l’articolazione tra il logos umano e la Cosa pulsionale passa per quell’aspetto dell’immaginario che la mistica islamica ha esplorato a fondo e che Corbin e Hillman hanno avuto il merito di restituirci: la dimensione immaginale.

La leggenda islamica secondo cui la terra di Adamo viene animata dal soffio divino, dopo che il soffio demonico è spirato per tutti i suoi orifizi racconta il difficile confronto tra Spirito e Pulsione che anima le rappresentazioni archetipiche dell’esperienza religiosa. Altre narrazioni mistiche parlano del rapporto tra amore umano e amore mistico. Nella mistica islamica le prove amorose spesso vengono rappresentate come la prova del deserto  e della nostalgia per il divino. Rimanendo dunque nel mio orticello vi ripropongo un brano  tratto dall’Archetipo  dello Spirito nella fiaba in cui Jung ci racconta il sogno di un giovane teologo che ha una tonalità decisamente fiabesca:

 Il giovane sogna un Mago Bianco – una sublime figura ieratica di vecchio saggio vestito di nero. Egli parla a lungo col giovane concludendo con le parole “Ma per questo avremo bisogno del Mago Nero”. In quel mentre si apre la porta ed entra un secondo vecchio simile al primo ma vestito di bianco. E’ il Mago Nero che dice al Mago Bianco: “Ho bisogno del tuo consiglio,” gettando però una occhiata dubbiosa verso il sognatore. Il Mago Bianco replica: “Puoi parlare liberamente è un innocente.” Il Mago Nero allora racconta la sua storia. Egli giunge da una terra lontana dove era successo qualcosa di straordinario. La terra era governata da un vecchio re che sentiva vicina la sua fine. Il re aveva cercato una tomba adeguata e poiché nella sua terra esistevano molte tombe dei tempi antichi egli si era scelto la più bella. Secondo la leggenda vi era stata sepolta una vergine… Il re aveva fatto aprire la tomba per prepararla. Ma quando le ossa erano state riportate alla luce esse avevano preso vita e si erano mutate in un cavallo nero che era fuggito al gran galoppo. Dopo aver udito questa storia il mago nero si era lanciato all’inseguimento del  cavallo. Dopo aver trascorso molti giorni a inseguirne le traccie era giunto ai margini del deserto. Lo aveva attraversato da un’estremità all’altra sino a uscirne finalmente in una contrada fertile. In quei pascoli aveva visto il cavallo nero pascolare tranquillo. Il Mago Nero era venuto a cosultare il Mago Bianco perché là aveva anche scoperto le perdute chiavi del Paradiso e nessuno sapeva cosa farne.

 Jung aggiunge che il sognatore si trova a dover fare i conti con

 “l’incertezza di ogni valutazione morale, con la sconvolgente interazione di bene e male e con l’impietoso concatenamento di colpa, sofferenza e redenzione. Questa via verso l’esperienza religiosa primordiale è quella giusta ma quanti la riconoscono?  E’ come una piccola voce tranquilla e parla da lontano. E’ ambigua, controversa, oscura, presagio di pericoli e avventure incerte; una via affilata come un rasoio, da perseguire solo per amore di Dio, senza sicurezze e senza crismi legittimanti.”

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L’oppio dei popoli

E’ nota la definizione di Freud che considerava la religione come una formazione reattiva volta a controllare le pulsioni più inquietanti dell’umano grazie a un mix di idealizzazione e repressione mosso dalla medesima pulsionalità che si vorrebbe controllare. Questa definizione mantiene indubbiamente  una sua validità per quanto riguarda il ‘fattore sociologico’,  il contesto socio-culturale in cui l’ideologia religiosa diventa fattore di potere, per quanto riguarda le istanze più conservatrici e autoriferite delle istituzioni religiose. Non vale invece per la pluralità di narrazioni religiose che affrontano il tema della ‘costruzione dell’umano’ e per la sua liberazione dalle pastoie che ne impoveriscono l’ ‘anima’.  Oggi la formazione ‘reattiva’ per eccellenza sembra essersi strutturata in una parte del campo mediatico dove il controllo dei copioni, delle immagini e delle narrazioni è sovente dominante e fa appello alla pulsionalità non per reprimerla ma per avvilire le coscienza. La manipolazione del consenso, lo  stoytelling mediatico sembra assai più drogato di quanto Marx abbia mai imputato alla religione quando la definiva l’oppio dei popoli.

Del resto,  ai tempi di Marx l’oppio era ancora considerato come un potente ed efficace sollievo contro la sofferenza, una sorta di psicofarmaco. Basta leggere per intero la citazione tratta dalla sua Critica alla filosofia del diritto di Hegel:

«La religione è il sospiro della creatura oppressa, l’anima di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di condizioni sociali da cui lo spirito è stato escluso. E’ l’oppio dei popoli».

Non droga dunque ma narrazione possibile che restituisce lo ‘spirito’ là dove l’oppressione sociale tende ad escluderlo! Sorpendentemente diverso da quella semplificazione che ci affascinava al tempo del liceo invitandoci al radicalismo anti-religioso.

La psicoanalisi contemporanea ha invece rivalutato l’ultimo Freud, quello di ‘Mosé e il monoteismo’ in cui l’infedeltà rispetto ai paradigmi dominanti delle credenze apre orizzonti nuovi al lavoro del pensiero e della cultura. Dopo Jung e Bion e Lacan – pur nella diversità delle sfumature – le formulazioni religiose sono tendenzialmente considerate come forme dell’immaginario particolarmente efficaci nell’avvicinarsi a ciò che del “reale” è impossibile pensare. Illavoro della cultura preconizzato da Freud non è allora così lontano dal lavoro della stessa narrazione religiosa che è sovente fonte di liberazione.

Alcuni miti si prestano in particolar modo ad esplorare le contraddizioni interne della narrazione religiosa se non a rivelare che a volte essa si dà «più come scioglimento dai legami che come ‘religatio’ (…) L’uomo scopre di essere condizionato, ridotto in vassallaggio, annesso, sfruttato e prevaricato dagli Dei, dal fato, dalla natura, dalla società, dagli altri e da sé stesso. Avverte in sé il desiderio e perfino la capacità di essere libero, ma soffre per la propria mancanza di libertà, desidera la liberazione. E’ questo il protomitema della nostra storia sacra. Ci dice che il desiderio di liberazione è l’impulso umano fondamentale e aggiunge che questa liberazione è possibile in qualunque circostanza.” (Panikkar)

In sostanza la narrazione mitica può vincolare a una credenza o aumentare i ‘gradi di libertà’. In questo non è così diversa dalla psicoanalisi. Lo dice bene Thomas Mann nella Montagna Incantata (ed è una citazione che ho sentito fare da Luigi Pagliarani):

«L’analisi come strumento di progresso e civilizzazione è buona nella misura in cui incrina convinzioni assurde, agisce come solvente dei pregiudizi naturali e mina l’autorità; buona, in altre parole in quanto libera, affina, umanizza rende gli schiavi maturi per la libertà. Ma è cattiva, molto cattiva se ostacola l’agire, non dà forma alle forze vitali, mutila alle radici la vita. L’analisi può rivelarsi una faccenda ben poco appetibile, come la tomba.»

Quanto invece possa cambiare la percezione della dimensione religiosa nella sua relazione col fare politico e con quello della cura (anche grazie all’incontro con le culture del mondo) è testimoniato da questa citazione di Mbembe:

«La lotta per uscire da un ordine disumano delle cose non saprebbe esimersi da ciò che si potrebbe chiamare la produttività poetica del religioso: Del resto che cosa sarebbe l’Africa senza il religioso? Il religioso rappresenta qui la risorsa immaginaria per eccellenza. Il religioso si intende non soltanto come rapporto col divino, ma anche come ‘istanza della cura’ e della speranza in un contesto storico in cui la violenza ha toccato non solo solo le infrastrutture materiali ma anche le infrastrutture psichiche attraverso la denigrazione e l’annientamento dell’altro.»

Del resto perché ignorare la passione per la giustizia che spesso è insita in modo radicale nella narrazione religiosa?

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Aspirazione (1)

Anche in questo caso l’etimologia della parola sembra pertinente – aspirazione viene dal latino aspirare che significa «inspirare, inalare», E’ dunque affine a ispirazione. Ma è anche necessario espirare, lasciar andare e «mollare».  (Coomaraswami aveva proposto come traduzione di nirvana esalare, espirare.)

L’aspirazione esprime dunque sul piano psico-spirituale una polarità ritmica: ciò che la respirazione esprime su quello fisico. Mentre nello yoga la respirazione ‘bastava’ a riconnettere ritmicamente col cosmo, le differenziazione della coscienza esige oggi un ritmo immaginale, una metabolizzazione delle esperienze e delle immagini che ‘crea’ un luogo per l’anima.

Nelle relazioni affettive l’orizzonte dell’aspirazione tende al dialogo senza pretese di assimilazione perché è sostanzialmente erotico, libero cioé (nei momenti di grazia!) dalla possessività, dal desiderio di assimilare l’altro, e sente quindi di appartenere con lui o con lei all’avventura della vita.   L’aspirazione è dialogica. L’aspirazione non può essere soddisfatta dall’oggetto “in sé” ma dalla con-tingenza dell’oggetto stesso, dal suo indicare la possibilità di una trama a un tempo solidale e trascendente nel cuore stesso dell’esperienza umana.

In tal caso l’aspirazione si manifesta radice del desiderio, tensione che nutre la capacità di  amare l’oggetto al di là e attraverso la sua parzialità.

Un lettore mi chiede del rapporto tra aspirazione e cambiamento: da dove nasce il cambiamento  o meglio come capire di quale cambiamento si tratta perché sovente «plus ça change plus c’est la même chose»…? E’ una buona domanda che merita una riflessione più approfondita di quella che sono in grado di offrire da solo.
A me sembra che l’aspirazione al cambiamento  sia un’ aspirazione alla trasformazione (che però rischia di restare un concetto astratto) pur sapendo che per certi versi possiamo trasformare relativamente poco.  (Ma forse un poco che fa la differenza – o che ci aiuta a sciogliere gli schemi mentali che ci impediscono di cogliere le cose nella loro dinamica ecosistemica, relativa e relazionale. Bateson da questo punto di vista dice cose che ricordano molto la logica buddhista). Lo stesso Bateson rovescia la questione e si chiede che cosa l’opposto del cambiamento e cioè sia la ‘stabilità’ e la decostruisce per restituire la complessità delle relazioni sistemiche che la permettono. Il cambiamento di cui parla è quello che permetterebbe di aprirsi alla complessità. La psiche (intesa sia come dispositivo individuale che sociale e culturale) sarebbe un apparato per trasformare (metabolizzare) le esperienze costruendo equilibri aperti e complessi. Si potrebbe dire che questa è una caratteristica specie-specifica dell’umano. La qualità dell’aspirazione si esprimerebbe in prima battuta nella caratteristica ‘narrativa’ e immaginale dell’umano. (Nelle possibilità di senso che costruiscono le sue narrazioni).
D’altro canto se l’ombra dell’aspirazione è l’idealizzazione dobbiamo essere consapevoli di alcune trappole. Si può pensare a un triangolo sistemico che ci imprigiona, fatto di idealizzazione, potere (l’ombra invischiante del desiderio) e ripetizione (l’ombra della pulsione)…
Di fatto la vera aspirazione non idealizza perché sa che il suo oggetto è irrangiungibile o non esistente se non nella forma che la stessa aspirazione riesce a dargli e allora nella distanza gli si avvicina (chi dice che la realtà non sia paradossale?)…
Cerco di spiegarmi con una piccola parabola… Surawardhi (uno straordinario mistico persiano del XIII secolo) racconta che all’inizio la prima emanazione del Logos furono tre fratelli. La prima sorella, Bellezza, prese coscienza di essere il Bene Supremo. Nel momento in cui giunse a questa consapevolezza sorrise e da questo sorriso nacquero miriadi di angeli. Il secondo fratello, Amore, che era sempre stato il compagno assiduo e inseparabile di Bellezza, quando vide il suo sorriso si sentì talmente turbato e smarrito che ebbe un moto di fuga e distacco… Allora Nostalgia, il terzo fratello, si aggrappò a Amore e lo fermò nella sua fuga: da questa sospensione, da questo spazio vuoto che si era creato nacquero il cielo e la terra.
Questa parabola si presta ovviamente a molte interpretazioni.
La Bellezza in quanto esperienza umana è fondata sulla transitorietà, sull’impermanenza. (Esempio paradigmatico i giapponesi che a primavera vanno a vedere i cileigi che sfioriscono e il vento che soffia  via i petali)  Qualcosa dell’esperienza umana della bellezza si radichi nell’esperienza percettiva e nella nostra modalità pulsionale di rispondervi. Qui entra in gioco il rapporto con l’altro e con il suo di desiderio, con il potere e il mistero dell’oggetto stesso. La paura di essere ‘mangiati’ o assimilati dall’altro che sia l’altro della relazione o il Grande Altro (il bene supremo contemplato dalla propsettiva della finitudine) che presumiamo dia un senso compiuto e finale alla vita… (e spesso li facciamo coincidere). Da qui il moto di sgomento di Amore che in quanto tale non vivrebbe più se si perdesse totalmente nell’altro… E’ Nostalgia (in mancanza di un termine migliore e da non confondere con il ritiro malinconico-depressivo che segue ad abbandoni e separazioni) la forma desiderante – l’aspirazione –  che permette di ritrovare una relazione desiderante con l’altro? A me piace molto che il cosmo materiale ‘il cielo e la terra’ quindi la concretezza del mondo quotidiano vengano creati, da questo nulla, da questo vuoto mosso dal desiderio/anelito per qualcosa che per più versanti o è impermanente o non c’è (non alla maniera in cui pensiamo l’esserci delle cose) e per cui tuttavia proviamo nostalgia.
In un post successivo cercherò di ragionare sul rapporto tra aspirazione e dimensione sociale, tra aspirazione e nuda vita.

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Il richiamo della foresta

Non so dire quale fascino a sette anni mi avesse già preso per le storie di cani di Jack London. Una storia in particolare. Un  cane, anzi metà cane metà lupo.Un cane da slitta, che più volte si smarrisce, gettato nel mondo, e deve combattere contro ogni forma di abbandono e crudeltà, perché il mondo di London era quello del darwinismo sociale – la legge di natura in cui sopravvive il più forte. Le difficili interazioni con gli umani, l’addomesticamento, il bisogno fedele, i tradimenti innumerevoli. Alla fine il cane riscopre la propria natura di lupo e sente “il richiamo della foresta”, lascia il suo padrone, l’unico che gli avesse veramente permesso l’affiliazione. Ma quel  richiamo irresistibile lo spinge ad abbandonare il mondo umano, a ritrovare nella foresta una compagna…e il libro si chiude sul mistero di questa liberazione… – su questa fuga? – Su un ritorno all’origine da cui il mondo umano è escluso. Il libro chiude sul branco – o sulla coppia? – dei lupi che corre silenzioso e sempre più lontano  nella neve  dei boschi del Canada – era il Canada? Il Nord Ontario? Da bambino questa scena finale mi dava sempre un brivido, vedevo il cielo del nord luminoso che si apriva sui lupi che correvano verso i monti e sentivo anche il silenzio della foresta in cui era giusto che il lupo si sentisse a casa. Con questo gusto dell’altrove scoperto nel libro tornavo con altrettanto gusto al calduccio della casa di nonna. Forse oscuramente intuivo anche la solitudine e l’angoscia della condizione umana (e delle sue pulsioni) proiettata sulla vicenda da London.  Ma anche  l’intuizione di una liberazione capace di riconciliare – nella foresta – autonomia e dipendenza?

È un tema che Herman Hesse riprese e trasformò a modo suo nel Lupo della Steppa, una delle letture più entusiasmanti della mia adolescenza. Dove la modulazione narrativa restituisce all’altrove della solitudine la possibilità dell’umanità condivisa e una cornice di senso per il desiderio.

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Yetzer hara

Ieri ai giardinetti un bimbo di due anni e mezzo s’avvicina a una bimba più piccola, la guarda le fa una mezza carezza e poi le dà un morso. Sarà il rumore assordante della città e delle auto che passano tutt’intorno ad aumentare l’aggressività ma le masnade di bimbi che si accalcano e urlano spingendosi e gridando ‘mio, mio!’ mi sono sembrate particolarmente ‘pulsionali’.

Partirei dalla definizione classica di Freud: “La pulsione (trieb) è il rappresentante psichico dell’istinto. Difficile riassumere in poche parole l’evoluzione del concetto freudiano di trieb. Basti dire che come espressione psichica della libido istintuale di natura sessuale in cerca di sfogo, la “molla” pulsionale o trieb rappresenta già qualcosa di diverso dagli schemi ad azione relativamente fissa propri del comportamento animale. La chiave sta proprio nell’introduzione della parola psiche. La pulsione non è l’istinto ma la sua declinazione psichica, che indica con forza le complessità con cui l’umano affronta l’esperienza della sessualità, della trasmissione, della transitorietà, del potere. Un modo di amplificare in senso interculturale la questione è di sottolineare l’equivalenza omeomorfa con la parola ebraica yetzer che può essere tradotta con ‘fonte di energia creativa di per sé pura”, ma che può essere facilmente contaminata dall’avidità. Yetzer è l’ ‘inclinazione’ – la ‘pulsione’ di vita si potrebbe dire – a dare una determinata forma  alle proprie azioni.  Questa inclinazione diventa Yetzer hara là dove le inclinazioni vengano forgiate nel fuoco delle passioni egoiche. Un altro equivalente è l’anima degli appetiti, l’anima appetitiva della scolastica o la nafs ammara che in arabo sta per ‘l’anima imperiosa dagli appetiti disordinati’.

Le pulsioni – o se si vuole la concupiscentia di Agostino o l’appetito sensitivo di Tommaso d’Aquino –representano in questo senso la tendenza a “oggettivare”, a possedere, a ridurre l’altro a cosa. Come vide bene Jung sarebbe dunque riduttivo voler limitare l’idea di pulsione alla sfera sessuale. Anzi per Jung l’attivazione di questo polo comportava l’attivazione di una compensazione nella sfera dello ‘spirito’. Successivamente Freud distinse dalle pulsioni sessuali le pulsioni di auto-conservazione (che includono  l’aggressività) – come forme di investimento su sé stessi – e d’altro canto ipotizzò l’esistenza di pulsioni ‘parziali’ radicate nella complessità evolutiva della sessualità umana. Più tardi ancora, Freud ampliò la sua riflessione “meta-psicologica” sulle pulsioni, dando cioè risonanza mitica a una rappresentazione che illustrava la dinamica dell pulsioni di Vita e di di Morte, distinguendo da un lato la polarità dell’Eros (che includeva sia la sessualità che l’investimento su sé stessi) e dall’altro la polarità di Thanatos (come ipotetica tensione di ritorno verso la quiete inorganica).

Questa formulazione finale di Freud aggiorna (per altro citandola) la visione del filosofo greco Empedocle che aveva parlato dello Sfairos come di un’immagine sferica della totalità del divenire. Empedocle ricombinava l’attività dei quattro elementi della creazione: acqua terra, aria e fuoco – stiamo parlando del kosmos – a partire dalle dinamiche dell’Amore e dell’Odio, dell’unificazione e della separazione, dell’identificazione e della disidentificazione. Nel suo sistema ogni cambiamento implicava o una ri-combinazione o una dissociazione, a partire dalla qualità unitiva dell’Eros e da quella disgiuntiva dell’Odio, sebbene l’amicizia – come affinità armonica più che unitiva – fosse in grado di vincere entrambe le pulsioni consentendo così allo Sfairos di non essere frammentato dalla lotta degli opposti.

Le pulsioni sono state oggetto di molte riflessioni psicoanalitiche proprio perché non è semplice armonizzarle con le dimensioni del desiderio e dell’aspirazione. Una spinta pulsionale spinge all’azione cieca, ma è proprio la testimonianza psichica della sua incongrua ripetitività che può essere fonte di risveglio. Tornando alla definizione di Freud, il fatto stesso che una pulsione sia ‘psichica’, fonte di angoscia, sintomo, contraddizione riflette la condizione scissa di una umanità che deve fare i conti con la perdita dell’innocenza

La pulsione è anche il luogo privilegiato dove incontriamo il nostro ‘prossimo’ e la nostra propria alterità, e ciò fa sì che la dialettica si riveli insufficiente nella risoluzione dei conflitti. Trieb è dunque umana e fisica (condivisa dalla specie e radicata nella fisiologia) ma anche umana/disumana quando ne percepiamo oscuramente la spinta cieca che ci fa trattare noi stessi o altri come ‘oggetti’.

La tendenza contraddittoria ad  usare e abusare del prossimo proprio nelle relazioni più intime costituisce una delle caratteristiche meno umanizzate dell’umano. Un paradosso che evidentemente non cessa di interpellarci e che inquadra in qualche modo la dinamica spirituale della pulsione. La tradizione biblica rappresenta questa pulsione assimilativa come modalità dell’albero della conoscenza del bene e del male in ovvio contrasto con l’altro albero quello della  conoscenza della vita. La differenza sta precisamente in questo: L’albero sta per il fatto che vivo grazie all’altro e non da me ma che non devo fruire dell’altro come se fosse un mero oggetto d’uso.. Voglio sottolineare a questo proposito l’insight esegetico di una collega francese, Marie Balmary, che credo sia stata la prima a rilevare con l’attenzione fluida propria della miglior psicoanalisi la rilevanza della contiguità di due versetti nel Libro della Genesi.  Mi riferisco al famoso “E il Signore Iddio disse. ‘ Non è bene che l’uomo sia solo, creerò per lui un’aiuto’. (Gen. 2:18) – questo versetto descrive la creazione della donna. Quello immediatamente precedente legge: ‘Di tutti gli alberi del giardino puoi liberamente mangiare, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non mangerai.’ (Gen 2:17). L’orecchio associativo riconosce quanto significativa sia la sequenza. Balmary evidenzia efficacemente che il versetto che proibisce il peccato della conoscenza assimilativa  e valutativa (“in tutto il giardino c’è qualcosa che non va mangiato, che non puoi conoscere e giudicare ”) precede immediatamente  quello che prescrive la creazione della donna. Come se il Creatore dicesse d’un sol fiato: ‘Non assimilare l’altro!’ Veditela con la donna! (o con l’uomo).

Insomma l’altro non deve essere mangiato o assimilato in modo inconscio, dobbiamo sempre nutrirci dell’altro rispettando la sua dignità, non divorarlo, non assimilarlo e renderla simile a noi stessi. Altrimenti questa conoscenza pulsionale (che divora l’altro) te lo farà conoscere secondo la modalità del bene e del male. Nel rovesciamento di questo interdetto abbiamo il versetto della Taittiriya Unanishad: «io che sono cibo mangio il mangiatore di cibo» che andrebbe meditato per ripensare le più diverse cerimonie ‘eucaristiche’ delle varie culture:  “di me puoi mangiare liberamente per conoscere l’interdipendenza di ogni cosa”.


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Pulsione, desiderio, aspirazione.

In risposta al commento di Lino al post sul deposito del desiderio direi che ho provato a immaginare una sorta di tri-articolazione di pulsione, desiderio, aspirazione. Per cominciare dalla differenza tra desiderio e pulsione direi che il desiderio (anche solo sul piano immaginario) è relazionale, è desiderio dell’altro (con tutte le sue eventuali complicazioni ma anche con un’apertura costitutiva), mentre la pulsione si dà in una ripetizione che ci interpella nell’urgenza di soddisfare (di scaricare) ciecamente una tensione. La pulsione è un desiderio a breve termine, un desiderio con data di scadenza  radicato in un bisogno. Recalcati e Zizek hanno raccontato bene  come la dimensione della soddisfazione pulsionale (il ‘godimento’) si intrecci con la logica capitalistica e con i suoi ‘feticci’. L’apparente e decantata superiorità del liberismo occidentale si riduce sovente – nella dinamica a-politica delle forme del dominio economico – alla costruzione antropologica di un bizzarro ibrido, fabbricato come essere a un tempo frustrato  e desiderante, desiderante in quanto frustrato e frustrato in quanto l’aspirazione viene sempre obbligata a spegnersi nella ripetizione del circuito pulsionale. Le narrazioni della pulsione sono povere o inesistenti. E’ in fondo la cecità della pulsione che fa problema al desiderio. Se il desiderio è un ponte che costruisce ‘illusioni’ relazionali sostenibili, l’aspirazione ne costituirebbe il respiro paradossale, un rizoma relazionale che riconosce i propri attaccamenti ma non si esaurisce in nessun ‘oggetto’. Aspirazione come desiderio ‘liberato’. Si potrebbe anche parlare di una tensione relazionale eco-sistemica. L’aspirazione sarebbe centrata sull’ ‘essere’ e non sull’ ‘avere’. Naturalmente l’aspirazione può essere troppo disincarnata e astrattamente ideale quanto la pulsione gretta e prigioniera della ripetizione. L’ombra dell’ aspirazione sarebbe una sorta di inflazione psicologica o spirituale. Il pericolo dell’aspirazione – per esempio dell’aspirazione alla verità – è quello di ricadere inavvertitamente in un attaccamento un po’ cieco per la ‘superiorità’ delle nostre costruzioni. Per dirla con Panikkar: “Il pericolo nasce nella possibile confusione tra il nostro desiderio di capire qualcosa perché presumiamo (a priori) che la Realtà sia (dovrebbe essere) comprensibile e l’ aspirazione a trovare un senso alla nostra vita e a tutta la realtà.” Senza dimenticare che la vita di sussistenza e i suoi bisogni, le stesse pulsioni – se si articolano con il desiderio e l’aspirazione – possono trovare una diversa collocazione. Da questo punto di vista allora si potrebbe dire che il compito del desiderio è una sorta di creazione ex nihilo che non idealizza ma non avvillisce. D’altro canto si potrebbe anche immaginare l’aspirazione come il cuore nascosto del desiderio, quella tensione desiderante ) che continua a desiderare e non si ‘esaurisce’  anche quando si è ottenuto ciò che si desiderava. Un esempio secolare di ‘aspirazione’ potrebbe essere l’orizzonte (lontano) della giustizia e della libertà. Penso che approfondirò alcuni di questi temi nei prossimi post anche perché avevo scritto una sezione del libro che poi ho tagliato. Mi farebbe molto piacere discuterne insieme.

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