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nascita del blues

Paul Gilroy, Edouard Glissant e molti altri testimoniano che  blues e  jazz sono in  filiazione diretta ma imprevedibile con l’esperienza della schiavitù. Blues che poi diventa musica del mondo. Come ha scritto Richard Wright nell’incipit della sua prefazione al classico Blues Fell This Morning – Meaning in the Blues [Oliver 1960]:

«I blues sono straordinariamente paradossali, e a rigor di logica e di probabilità storica non avrebbero mai dovuto venire al mondo. Sono assolutamente certo che nessuno ha mai previsto il loro avvento.»

Wright prosegue elencando i motivi per cui la nascita del blues è un evento che sfugge ai luoghi comuni della creatività se si pensa che lo schiavo era considerato unicamente per il valore della sua forza lavoro e come bestia da allevamento. E che il lavoro stesso sottostava a criteri di estrema brutalità, e che ogni sforzo di emancipazione era duramente represso e la pena per la fuga era naturalmente la morte.

Il blues stesso è contemporaneamente sintomo, performance e messaggio. Lo stesso uso della voce a partire dal gospel e dal soul (una rimodulazione continua  che poi trapassa nel jazz) esprime in modo struggente o violento quante modulazioni del dolore si offrano alla capacità di ‘reggere’ quando non si regge più.

I’m gonna lay, lay my head,
on some sad, old railroad iron
I’m gonna let that 2:19,
pacify my mind

I’m trouble in mind, baby you know that I’m blue,
but I won’t be blue always
Yes, the sun gonna shine,
in my back door someday

 Del resto se le relazioni di genere sono un luogo critico per il confronto con la diversità e con gli squilibri nei rapporti di potere, si capisce meglio perché il blues sia diventato uno dei significanti performativi del lutto rispetto ai vissuti della differenza. Alan Lomax[1], dopo cinquant’anni di ricerche, ha scritto un’ opera monumentale sulle origini del blues The Land Where the Blues Began [Lomax, 1993]. Lomax riporta le registrazioni delle sue interviste realizzate sul campo dagli anni Quaranta agli anni Settanta del secolo scorso con bluesmen afroamericani. A titolo di esempio vorrei citare la sua intervista con Sam Chatmon che al momento dell’intervista aveva più di ottant’anni.

A.L. Di che cosa parla il blues?

S.C. Il blues parla di una donna. Se tua moglie o qualcuno ti maltratta, componi una canzone. Invece di dirglielo a parole, canti. Così quando canti concentri la mente su come ti ha trattato. E’ quello che succedeva durante la schiavitù. Il mio papà mi ha detto che quando i ragazzi volevano dire qualcosa al loro padrone, accennavano la melodia di una canzone della mietitura…

A.L. Ti ricordi le parole?

S.C. Nossignore. Di quello non voleva parlare. Ma dicevano che canticchiavano le loro vecchie canzoni molto tardi la notte, così che il padrone bianco le potesse sentire e sapere che c’era un problema. Ed è così che canti a una donna…

[1] Alan Lomax, musicologo americano che contribuì alla creazione della Archive of American folk Song per la Libreria del Congresso. Nel 1954 collaborò anche con l’etnomusicologo Diego Carpitella (che successivamente collaborò con De Martino negli studi sulla taranta] girando l’Italia nella prima ricognizione registrata della musica popolare italiana.

La canzone da You Tube è ‘trouble in mind’ cantata del grande Big Bill Broonzy

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La leggenda di Khadija e Maometto (Narrazioni del desiderio IV).

Velo e rivelazione

L’usanza del velo non sarebbe originariamente araba ma bizantina (dunque cristiana) e persiana. Prendendo in considerazione la misura delle contaminazioni culturali è impossibile attribuirne la  paternità al Corano o a Maometto, ed è possibile che nelle prime comunità di musulmani il velo si limitasse a ciò di cui parla la sura XXIV nella traduzione di Alessandro Bausani: “Dì alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare e si coprano i seni d’un velo”.

Una leggenda riportata da Al Tabari riflette simbolicamente sulla questione con ben altra profondità.  Al Tabari mette in scena Maometto in preda ai dubbi: l’angelo della visione che gli annuncia la nuova rivelazione coranica gli appare terrificante ed egli teme la follia.

“Quell’anno Maometto lasciò la montagna e scese da Khadija e le disse: – O Khadija, temo di diventare mattto – Perché? – gli chiese quella – Perché – disse – noto in me stesso i segni dei posseduti; quando cammino sulla via sento voci in ogni pietra e in ogni collina; e nella notte vedo in sogno un essere enorme che si presenta a me, un essere la cui testa tocca il cielo e i cui piedi toccano la terra; non lo conosco e si avvicina a me per afferrarmi(…) Khadija gli disse – Avvertimi se vedi qualcosa del genere – (…) Orbene un giorno, trovandosi in casa con Khadija, Maometto disse: – O Khadija, questo essere ora m’appare, lo vedo. – Khadija si avvicinò a Maometto, si sedette lo prese in grembo e gli disse: – lo vedi ancora? – Sì – rispose. Allora Khadija si sciolse i capelli e disse: – E ora lo vedi? – No – rispose Maometto. Khadija disse: – Rallegrati non si tratta di un demone ma di un angelo.” (Al Tabari 206)

Questa storia evoca il protomito, raccontato nella Genesi – e più diffusamente nel libro apocrifo di Enoch – in cui  gli angeli  (i “figli di Elohim”) prima del diluvio si innamorano delle donne generando con esse mostri e giganti…

E San Paolo ancora raccomanda nella sua epistola ai Corinzi che le donne si velino nel momento della preghiera per via degli angeli: 

“L’uomo non è obbligato a velarsi il capo (…)Egli è la gloria di Elohim. (…) ma la donna deve avere sul proprio capo potere per via degli angeli (…) Giudicate da voi: conviene che una donna preghi Elohim con la testa non velata?(…)per l’uomo è un disonore avere i capelli lunghi ma per la donna i capelli lunghi sono una gloria.” (1. Cor.11: 7-15)

E se simbolicamente  i capelli sembrano rappresentare la forza della personalità ma anche l’identità di genere non può non colpire in questo passaggio una narrazione in cui – se l’uomo come “immagine” di Elohim ne riflette la gloria – la donna possiede – nei propri capelli – una sua gloria ‘autonoma’ che dev’essere velata nel momento della preghiera.

In tutte queste narrazioni l’angelo (o il demone) sembra rappresentare un aspetto dello spirito vulnerabile, sul quale una donna può esercitare un potere  seduttivo. Il desiderio radicato nella corporeità della donna ) rappresenterebbe un pericolo perché situato su coordinate altre e autonome rispetto a un’aspirazione astratta e disincarnata: quindi efficaci nel rivelarne la debolezza. Proprio perché, secondo la tradizione, la condizione angelica non prevede redenzione e apprendimento ma obbedienza partecipe, con questa disobbedienza spirituale gli angeli di cui ci racconta la Genesi “cadendo” portano l’assoluto nella seduzione e nella materia. E tuttavia Khadija sa che l’angelo a cui si può prestar fede,  l’angelo della rivelazione coranica e dell’annuciazione a Maria, Gabriele, rispetterà il suo disvelamento, non cadrà in tentazione, non proietterà l’assoluto nel parziale, pur comprendendo il mistero e la superiorità del parziale.  E significherà questo rispetto non interferendo con la coppia umana.

Siamo dunque nell’ambito tempiterno della ierostoria. La storia  di Khadija ci dice che la “verità” della Rivelazione trova la sua conferma grazie al disvelamento di una donna che mette consapevolmente alla prova un angelo. Quasi che in questa “tentazione” si celasse tutto il discrimine e il sapere sulla condizione angelica, sugli angeli ubbidienti e su quelli che si perdono. Ma anche lo statuto di un desiderio capace di coniugare aspirazione e lealtà –  e dunque della conoscenza sessuata  che nasce dall’incontro tra maschile e femminile.

Maometto vede l’angelo: Khadidja no. Tuttavia la donna sa qualcosa di come l’invisibile agisce. 

Se Maometto fa fatica a qualificare ciò che vede, Khadija dal canto suo crede in ciò che non vede. Si capisce allora come Maometto debba passare da lei per verificare la propria esperienza. Dunque anche nell’Islam, l’uomo, per credere,  «deve passare dalla fede di una donna»  donna che evidentemente dispone di un sapere sulla verità (e sull’illusione) che precede ed eccede lo stesso sapere del fondatore. Come è stato detto, questo sapere femminile “verifica” la verità del profeta! O trovando altre parole: l’uomo è abitato dall’alterità, ma senza la donna – specchio della sua anima – non lo può sapere.

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Storia di un re tradito

Un’ interpretazione  delle Mille e una Notte deve giocoforza partire dal prologo, dalla cosiddetta storia cornice, quella che introduce la figura di Shehrazade come narratrice di storie che curano. Un re è stato tradito e non può riconoscere la propria colpa. Sheherazade coniuga le mille possibili declinazioni del conflitto tra potere e passione. Da questo conflitto nasce la mille e unesima notte, là dove l’ordine implicito della narrazione trova il suo compimento nel riconoscimento di Sheherazade come regina e salvatrice del regno.

Riassumo brevemente la vicenda.

Re Shahriyar regna con giustizia sulla Cina e sull’India conciliandosi l’amore dei sudditi.  Il tarlo della noia o della nostalgia lo spinge a invitare a corte il fratello minore, Shahzaman, re di Samarcanda. Questi, che già si era incamminato, all’ultimo istante torna alla reggia perché vi ha scordato qualcosa. Scopre così che sua moglie, la regina, lo tradisce con uno schiavo nero. L’invito si rivela dunque disastroso per Shahzaman, e anche per il fratello che, messo sul chi va là, scopre che anche la sua regina lo tradisce, addirittura con quaranta tra schiavi e ancelle.

I due re-fratelli vengono dunque colpiti catastroficamente nei sentimenti e nel cuore della loro identità: mentre però il minore riprende coraggio quando scopre che il maggiore è stato tradito, quest’ultimo, “perso il senno”, annuncia al fratello:

“Vieni, partiamocene, ché a nulla ci serve più il regno, per vedere se a qualcun altro è capitata una cosa analoga alla nostra, altrimenti meglio morire.”

I due incontrano un demone-djinn che tiene prigioniera una giovane donna, la quale, mentre il genio dorme, costringe i due all’amplesso. Si fa poi consegnare i loro anelli e li aggiunge alla propria collana di cinquecentosettantre anelli spiegando: “Questo genio mi ha rapita la notte delle mie nozze; mi ha messo in una scatola, e la scatola nella cassa, con sopra sette catenacci, e mi ha collocata in fondo al mare in tempesta, senza sapere che quando una donna di noi altre vuole una cosa, nulla può sopraffarla.”

Shahriyar commenta: ” – Se costui è un demone e gli è capitato qualcosa di più grave che a noi, ecco di che consolarci… – ”  Questa esperienza gli consente dunque il ritorno all’ordine della corte. Egli rimuove completamente la premessa del racconto della donna prigioniera, cioè che era stata rapita dal genio proprio alla vigilia delle nozze. L’identificazione col genio è così completa che da quel momento ogni notte il re prende con sé una fanciulla vergine, le toglie la verginità e all’alba la uccide. La storia si sarebbe conclusa con questo ‘ginecidio’ se Shehrazade non avesse deciso di ‘intercedere per le figlie dei musulmani.’ Accettando il rischio della condanna a morte, sepolta viva nel Serraglio, essa si accinge come Iside a ricomporre i frammenti del Re.  Con la complicità di una testimone silenziosa, la sorellina Dunyazade, Shehrazade racconta al re, notte dopo notte, le storie che lo guariranno, ridando parola alle donne del regno e senso alla ferita del re. Alla fine delle notti Sherazade presenta  al re i figli che insieme hanno generato e che rappresentano una nuova possibilità di trasmissione. Shariyar la riconosce come sua sposa e regina e  Shazaman a sua volta sposa Dunyazade. Questa ricomposizione illumina il regno poiché la mille e unesima notte fu “radiosa come il giorno”.

Credo che il desiderio di matrimonio – violentemente negato non dalla donna ma dal djinn e che il re non riesce nemmeno a cogliere – rappresenti il bisogno di una narrazione dell’incontro in cui la dignità della differenza femminile, nel suo sentire e nella sua passione, venga finalmente riconosciuto.

Quanto è accaduto tra schiava e djinn  sembrerebbe collocarsi sul doppio versante della scissione. Il genio malvagio può essere interpretato sia come un aspetto scisso del maschile e dello stesso re – un complesso autonomo col quale egli si identifica – sia come un Animus irriducibile e vendicativo che esilia il femminile ferito sul fondo del mare/inconscio o lo umilia nella ripetizione coattiva.

Il tradimento di regine e schiave rivela che l’istituzione del matrimonio come istituzione patriarcale nega un  più profondo matrimonio tra principio maschile e femminile.

Del resto, il tracollo dei re evidenzia che il regno è malato. Tanto malato che il re sente che se non trova qualcun altro “a cui sia accaduta una tale disgrazia, non potrà più regnare”, non potrà cioè consegnare ai figli l’ordine che ha ricevuto dal padre.

Da subito si pone il tema della trasmissione e delle sue difficoltà. Infatti in quest’ottica si può trasmettere solo ciò che coincide con l’ordine stesso; una certa modalità della trasmissione  tenta di escludere ogni dis-ordine perché si fonda sul consenso imposto. Si esclude così il sapere sul sapere, la trasmissione fondata sul valore dell’esperienza. Il valore di ciò che si trasmette si definisce più sul versante della tautologia e del potere (dato che l’unico valore è la sopravvivenza del potere stesso) che su quello etico. Un falso potere che dietro la difesa accanita dell’ordine costituito rivela la propria assenza di controllo.Non molto diversamente da come vanno oggi le cose!

Massimo Recalcati, uno psicoanalista che non si sottrae al confronto con la specificità biopolitica della società contemporanea, sostiene che bisogna individuare nella doppiezza del potere ipermoderno l’essenza del totalitarismo postideologico.

«Da una parte esso si sostiene su una pratica orizzontale del controllo che mostra la capacità di incidenza capillare del potere sulle forme stesse dell’organizzazione della vita, dall’altro il tracollo dell’Ideale e della sua esaltazione ideologica ha generato uno scompaginamento del legame sociale e uno smarrimento diffuso (…) Controllo e assenza di controllo si rincorrono dunque seguendo una circolarità paradossale (…) La clinica contemporanea mette in evidenza proprio questo disorientamento di fondo dei legami sociali: la diffusione epidemica di panico e depressione offre sinteticamente il ritratto di un potere che per un verso agisce sulla vita attraverso strategie di controllo che invadono sempre più la sfera cosiddetta privata e, dall’altra, si rivela però semplicemente assente, impotente ad arginare l’angoscia.» [Recalcati 2010, corsivo mio]

Come si è visto, dal momento che si incrina l’ordine della trasmissione paterna, Shariyar va alla ricerca di una nuova e ‘superiore’ identificazione ideale e trova il demone, che rappresenta in certo qual modo quell’aspetto scisso, ovvero il complesso dissociato su cui si fonda il potere patriarcale. Questa identificazione consolida, con una sorta di insight delirante e perverso, la rimozione della colpa, proiettata sull’intero genere femminile.

L’identificazione con il djinn non può che ricondurre, in una sorta di circolo vizioso, ai significanti della cultura dominante. Il re ricostruisce dunque una pseudo-identità, con un accento di grandiosa negazione (la quotidiana strage delle vergini) sottesa da una profondissima depressione che si rivela nella coazione a far morire i propri investimenti libidici. E’ proprio da questa coazione che lo libererà Sheherazade con con la sua terapia etno-sistemico-narrativa.

Infatti mentre di giorno il re tiene corte, emette giudizi e formula leggi, di notte sembra aver perso la parola. E’ il ‘delirio’ di una donna che detiene il sapere delle storie, ma che parla da morta e racconta per vivere, a liberarlo e a liberare sé stessa dalla condanna a morte. Come agisce allora questa parola femminile? Non ha nemmeno bisogno di chiedere come Parsifal ‘che cosa ti affligge…’, non giudica il re, ma narra, con mille variazioni, i conflitti della passione e della legge,  ridando così parola a regine e schiave, ma anche allo stesso re.

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