Archivi tag: questione migrante

Il naufragio dell’Europa

2356763-ragusa-240x240L’Internazionale di questa settimana titola giustamente ‘Il naufragio dell’Europa’. Se c’era un’opportunità di immaginare un’ ‘identità’ europea (noi che ci facciamo gran vanto del nostro universalismo, della nostra superiorità nell’aver inventato i ‘diritti dell’uomo’, della nostra diversità rispetto a chi l’altro lo nega ed esclude se non è identico a sé), questa identità consisteva proprio nel pensare l’Europa a partire dalla sua nascita dalle rovine dalla catastrofe nazista e fascista. Catastrofe caratterizzata dalla pretesa di fondare un Regime omo-culturale, immunitario, paranoico, purificato da ogni diversità. Dopo la guerra l’Europa voleva voltar pagina, ma non aveva ancora rimosso la solidarietà per tutta la sofferenza attraversata. Mi hanno molto colpito i 15.000 commenti al post di Gianni Morandi – Dio lo benedica – su ‘anche noi italiani siamo stati migranti’. Commenti prevalentemente odiosi, superficiali, pronti a credere qualunque infamia, a rappresentare i ‘nostri’ avi migranti come eroi e i poveri disgraziati che sfidano la morte sui barconi come opportunisti in cerca di vitto e alloggio gratis nei nostri meravigliosi centri di accoglienza. Chi c’è stato – e chi lavora con i migranti – e non sono quelli che commentano – sanno che le cose non stanno così.

Certo in parte, solo in parte, è comprensibile che gli squilibri generati da flussi migratori ingenti generino paura e sconcerto. Il problema è il rifiuto automatico che tutto ciò abbia in qualche modo a che fare anche con noi. Non solo con gli interessi geo-politico-economici dell’occidente che hanno agito e agiscono nel generare orrore. (E non metto in dubbio le difficoltà ad agire oggi, visto che tentando di rimediare ai disastri spesso se ne generano di peggiori.) Non solo con la logica del profitto a breve, dello sfruttamento indiscriminato delle risorse, dell’alleanza con i peggiori potentati se c’è da trarne qualche vantaggio. ah questa è solo realpolitik, politica del reale. Ma con la pochezza dell’immaginazione, con l’anestesia del sentire, con il vuoto di empatia a cui il regime triste delle immagini e delle parole oggi ci sollecita. Forse è proprio vero che il vincitore ha proprio il dovere di fare fino in fondo i conti con il discorso di chi ha sconfitto se no se lo ritrova dentro. L’Italia a settant’anni dalla liberazione si ritrova il fascismo in pancia, mal digerito. E l’Europa? Europa?? Adotta la proposta di Daniela Santaché: bombardare i barconi prima che partano. Ma un barcone prima che gli immigrati ci salgano  è solo una barca. Sbaglierò ma la logica dei deterrenti è destinata a fallire perché il problema non è solo quello dei trafficanti  ma dell’aspirazione disperata di moltissimi o a fuggire da condizioni così precarie, dominate da morte e paura da accettare di rischiare la vita. O di accedere agli stessi diritti umani di cui godiamo e di costruire un futuro simile al nostro. Dispiace quasi anche dirle queste cose che dovrebbero essere ovvie. Ma Cameron diceva oggi: «manderemo mezzi ma rifugiati non ne vogliamo.» Europa?

Annunci

2 commenti

Archiviato in quel che resta del mondo

‘neti neti’ (né questo né quello)

222567_fr_othmanetal

Mentre scrivo il governo italiano pensa alle strategie di intervento anche armato in Libia per prevenire che il contagio islamista armi le moltitudini in arrivo. I venti di guerra sollecitano all’unità contro il nemico, la dicotomia tra i nostri ‘lumi’ e il pericolo di essere assimilato dal ‘loro’ oscurantismo trova vati e profeti in patria. Di fronte alla passione apocalittica del radicalismo (ché l’intento dell’offensiva  mediatica nell’orrore di certe immagini inviateci sembra spinto dal desiderio di accelerare lo scontro apocalittico) mi sembra cruciale riprendere la distinzione dello psicoanalista Jean-Michel Hirt tra religiosità (come la intendeva Freud) e spirito della religione (o spiritualità). La prima è una struttura difensiva idealizzante e totalizzante, che proietta il male sull’altro e finisce per agire proprio le pulsioni più distruttive che vorrebbe esorcizzare. La spiritualità (che può anche essere assolutamente laica come mi sembra abbia capito Francesco) è l’esatto contrario e non sfugge al confronto e alla trasformazione delle pulsioni di morte in pulsioni di vita anche sacrificando illusioni e certezze.

Da questo punto di vista la risposta non può essere la guerra (che continuo a ritenere con Fornari un’elaborazione paranoica del lutto). Il riferimento all’universalismo occidentale deve armarsi di etnocentrismo critico (e non solo!) se vuole pensare alla possibilità di un dialogo evolutivo per l’umano, un dialogo capace di cogliere le fratture e le possibilità di apertura e relativizzazione dell’immaginario apocalittico dei vari fondamentalismi, aperture che la stessa tradizione sovente offre. Lo stesso vale per le categorizzazioni senza faglia delle monoculture laiciste che coniugando la retorica della democrazia liberale con le politiche economiche del liberismo pretendono di esportare ‘valori’ risolutivi mentre allo stesso tempo impongono forme di dominio che sovente bloccano o ostacolano processi intrinseci alle culture e ai contesti specifici di dislocazione, soggettivazione e assoggettamento a partire dai quali i ‘subalterni’ potrebbero dire la loro.

In questo processo i neo-illuministi sembrano tra l’altro ignorare la ricchezza della decostruzione critica che pure è anche almeno in parte una eredità dei lumi. Certo, le derive del radicalismo islamico e la sua presa interrogano con forza le difficoltà del pensiero della differenza in seno all’Islam ma non ci esentano dal riconoscere l’offesa e le ferite inferte dal colonialismo né ci giustificano nel passare sotto silenzio  le nostre responsabilità storiche e tanto meno  i pensatori passati e presenti che nell’Islam stesso offrono spunti e riflessioni che rivelano una forma dell’ethos musulmano del tutto estranea alla radicalizzazione salafita e wahabita sostenuta dai petromonarchi dei ricchi Paesi del Golfo nominalmente alleati dell’Occidente e strenui difensori dell’ortodossia wahabita.

Un antropologo illuminato come Mondher Kilani ha scritto un libro molto bello sulla primavera tunisina (Quaderni di una rivoluzione Eleuthera 2014). In un capitolo dà conto dell’offensiva del radicalismo islamico contro la dissacrazione artistica e dei dibattiti che vi hanno fatto seguito. Cita per esempio Rabaâ Abdelkefi, figlia di un ex gran mufti, che scrive:

Ma che cos’è il sacro, chi è sacro? Ho sempre pensato che la vita è sacra. Ho sempre creduto che coloro che si ergono a giudici e profeti, che investono sé stessi di un potere ivino o si sostituiscono a Dio offendono dio, i credenti e i suoi profeti. Ci si riunisce nelle moschee, anche quando c’è il coprifuoco; si esalta l’odio; ci si appella all’assassinio di certi intellettuali, artisti, sindacalisti, uomini politici ebrei, perché l’assassinio, come tutti sanno non è un attentato al sacro! Ma prendere una tela che trasforma la bruttezza in bellezza, che umanizza le espressioni minacciose dei jihadisti e che dà un volto alle donne «niqabate» è considerata una colpa abominevole!

images-4

L’articolo di Abdelkefi è una reazione al conflitto tra islamisti e parte della società civile tunisina che ha fatto seguito alla mostra del 2012 Primavera delle Arti e che è sfociato nel mese di giugno in scontri violenti. Il ministro della cultura ha condannato la mostra minacciando di perseguire gli artisti per offesa al sacro. Il minsitro degli affari religiosi ha direttamente incitato alla violenza. Kilani ha pagine molto belle sulla relazione tra arte e sacro nell’Islam e sulle pratiche degli artisti della primavera tunisina, dalla pittura alla danza dalla street art al rap e all’hip hop. Il radicalismo islamico tenta di portare acqua al suo mulino amplificando il controllo bio-psico-politico del gregge dei credenti, criminalizzando ‘attacco al sacro’ e definendolo come categoria analoga all’attacco ai diritti umani.

Tuttavia Kilani critica anche l’inclinazione dei ‘laici’ e dei ‘modernisti’ tunisini che tendono a interpretare le manifestazioni di protesta come un inclinazione «naturale» del «popolaccio» alla violenza.

Ora, per ricordare l’analisi di Marx sulla religione, al di là della famosa formula «la religione come oppio dei popoli»,[1] bisogna tenere presente che la religione, in particolare nella sua formulazione monoteista, può costituire una forma di islaiq-art_W590xH300espressione dello sconforto e della protesta, insomma delle contraddizioni sociali ed economiche del mondo in cui le persone vivono. Le reazioni ‘religiose’ hanno origine dalle condizioni materiali in cui chi protesta si muove. I movimenti islamisti radicali certamente cercano di strumentalizzare la collera e di ampliare così la loro base politica.[Kilani 2014]

L’argomentazione critica di laici e modernisti aggiunge Kilani, semplifica l’equazione con un atteggiamento di superiorità mista a sprezzo verso quella che viene generalmente presentata come l’espressione di una forza puramente distruttrice. L’argomentazione critica finisce per considerare a priori chiunque partecipi ai movimenti di protesta come un irriducibile fanatico.

Questo ricorda il modo con cui in Occidente si usa considerare i «terroristi islamici» come »gentaglia» da eliminare. In un mondo in cui il rispetto dell’altro e la tolleranza universale sono considerati valori supremi è paradossale il fatto di escludere alcuni esseri umani. L’unica soluzione per uscire da questo paradosso è di non considerarli neppure dei nemici, ma esseri malefici e nocivi che bisogna distruggere una volta per tutte (…) Questa logica di distruzione totale del «nemico giurato» (…) è un gioco pericoloso perché rischia di farci cadere nella stessa barbarie che denunciamo e combattiamo. Prefigura uno stato d’eccezione generalizzato, di cui Guantanamo non è che il simbolo. Questo tipo di «ragione sacrificale» sregolata non è molto lontana dalla ragione sacrificale propria del terrorismo, che non concepisce niente di esterno a sé stesso e rispetto a cui la conversazione con l’altro è nell’ordine dell’insostenibile, dell’impossibile, dell’inconcepibile, escludendo ogni possibilità di rendere reversibile la relazione nemico/amico. [Kilani ibid]

        Mi sembra un buon esempio di come non sia corretto semplificare in gran fretta l’interpretazione degli ‘eventi’.  Sappiamo bene che la ricostruzione storica ‘ufficiale’ – le politiche della memoria e dell’identità – non coincidono con altre forme della memoria espresse dalla storia orale e da altre forme di manifestazione anche sintomatiche degli incorporati storici. Dove collocare le appassionate canzoni erotiche di Umm Khaltum [2] che hanno fatto vibrare generazioni di egiziani e maghrebini o l’iconizzazione mediatica (molto occidentalizzata) dei giovani cantanti arabi? Penso per esempio all’emiratina Balqees i cui video (“Majnoun” ha una quindicina di milioni views[3]) sollecitano un’immaginario più vicino a 1000 sfumature di grigio che alla nostra rappresentazione della normatività della Sharia. Ma basta fare una piccola ricerca su internet sui video più cliccati nel mondo arabo (280 milioni di clip di youtube cliccati ogni giorno![4]) per farsi un’idea della molteplicità di paesaggi mediatici e identitari abitati sincronicamente e diacronicamente nel mondo arabo. Eppure ogni parte e ogni partito cerca di appropriarsi del passato, di sgranare fatti e cause «come i grani del rosario» per generare una versione unica e definitiva degli eventi e della Storia.

Cito – ancora una volta Achille Mbembe:

Contro le letture strumentali del passato sostengo che la memoria come il ricordo, la nostalgia o l’oblio è innanzitutto costituita da un intreccio di immagini psichiche. E’ in questa forma che emerge nel campo simbolico e politico o ancora nell’ambito della rappresentazione. Il suo contenuto è fatto di immagini di esperienze primarie e originarie avvenute in passato e di cui non siamo necessariamente stati testimoni. L’importante nella memoria, nel ricordo o nell’oblio, non è tanto la verità quanto il gioco dei simboli e la loro circolazione, gli scarti, le menzogne, le difficoltà di articolazione, i più piccoli atti mancati e i lapsus, in breve la resistenza. In quanto potenti complessi rappresentativi la memoria, il ricordo e l’oblio sono a rigor di logica atti sintomatici.[Mbembe 2013]

[1] Del resto,  ai tempi di Marx, l’oppio era ancora considerato come un potente ed efficace psicofarmaco Basta leggere per intero la citazione tratta dalla sua Critica alla filosofia del diritto di Hegel: «La religione è il sospiro della creatura oppressa, l’anima di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di condizioni sociali da cui lo spirito è stato escluso. E’ l’oppio dei popoli». (corsivo mio).Non droga dunque ma narrazione possibile che restituisce lo ‘spirito’ là dove l’oppressione sociale tende ad escluderlo! La frase suona sorpendentemente diversa da quella semplificazione che ci affascinava al tempo del liceo invitandoci al radicalismo anti-religioso.

[2] https://www.youtube.com/watch?v=XPGHpBOt5sE

[3] https://www.youtube.com/watch?v=h-zrhvMN0rAhttp

[4] fonte Discover Digital Arabia, 2013

15d4b2d

Lascia un commento

Archiviato in intercultura, politica, psicoanalisi, quel che resta del mondo, spiritualità

Se questo è un uomo (le stragi di Lampedusa)

images-4«Nei contesti di povertà estrema, di razializzazione estrema e di onnipresenza della morte, il corpo è il primo a essere toccato. (…)Non penso che si possa ‘fare mondo’ sulla base di un rapporto tra gli uomini in cui ogni idea di morale sarebbe sospesa mentre, per l’appunto, non si smette di convocare la morale nell’atto stesso con cui si pratica l’immoralità e la barbarie (…) Credo che non si diventi veramente uomini se non nella misura in cui si è capaci di rispondere di ciò di cui non si è direttamente gli autori e di colui con cui, apparentemente, non si ha nulla in comune. Non c’è vera memoria se non nel fascio di ingiunzioni, di esigenze che il passato non solo ci trasmette, ma di cui ci obbliga a farci carico (…) Il lavoro della memoria è inseparabile dalla meditazione sulla maniera di trasformare in presenza interiore la distruzione fisica di coloro che sono stati fatti scomparire e ridotti in polvere»

Achille Mbembe

Lascia un commento

Archiviato in quel che resta del mondo

A chi spetta una buona vita?

Unknown-3Ma cosa significa essere degni di lutto? Judith Butler insiste molto su questa domanda nella sua analisi della biopolitica intesa come amministrazione differenziale delle vulnerabilità: possibile che alcune vite siano meno degne di lutto di altre? Ebbene sì, non a tutte le vite viene attribuito lo stesso valore, in altre parole – e quanto è significativo questo oggi e qui – assistiamo a una sorta di naturalizzazione delle forme di disuguaglianza sociale che sono alla base della distribuzione ineguale di vulnerabilità.  Se non a una naturalizzazione ‘razzista’ delle differenze. «Possibile che questi non abbiano ancora imparato come ci si comporta all’arrivo?» pensa la guardia al decimo sbarco mentre intima ai rifugiati sbarcati di non muoversi dal muretto…

Mentre scrivo apprendo che le reti SPRAR per la prima accoglienza ai rifugiati hanno ridefinito il concetto di vulnerabilità limitandolo a gravi patologie fisiche o a conclamate gravi sindormi psichiatriche. E che le ferite invisibili restino tali! Perché naturalmente per chi è vulnerabile andrebbe speso di più, ma è più importante spendere altrove. Insomma, non tutte le vite sono considerate degne di lutto, degne di essere piante, e se sono salvate lo sono, ‘malgrado tutto’, malgrado cioè la loro inferiorità in quanto vite, inferiorità che a volte viene occultata e rivelata contemporaneamente dall’intreccio di pratiche umanitarie e di controllo…

Sempre nel numero di Am che ho già citato Gianluca Gatta fa una interessante analisi delle motivazione di encomio nel conferimento delle medaglie d’oro al valor civile alle capitanerie per il salvataggio dei migranti. Una su tutte: «In occasione dei reiterati episodi di immigrazione clandestina il personale del Corpo (…) interveniva (…) opernado generosamente per il superiore fine di salvaguardare comunque la vita umana e offriva alla Nazione tutta splendido esempio di umana solidarietà ed elevato spirito di sacrificio.» Dove quel comunque sta per ‘malgrado tutto‘ e ad esso si associa  la stessa pesante retorica dei funerali di stato, a cui una parte dei migranti coinvolti nello sbarco non ha nemmeno ottenuto il permesso di partecipare. (Eh sì, bisogna rispettare le procedure!)

Allora sì, si può dire, ancora oggi non tutti gli esseri umani viventi hanno lo status di soggetti degni di lutto e sepoltura, degni dunque di diritti, protezione, libertà e senso di appartenenza politica per il solo fatto di essere vivi. Perché il diritto a una degna sepoltura che le confraternite garantivano agli schiavi non era che la forma più radicale ed estrema di rivendicare il riconoscimento di una pari dignità.

Ma cosa vuol dire riconoscere una vita degna di lutto? Cito ancora la Butler:

«L’amministrazione biopolitica delle vite indegne di lutto risulta cruciale per affrontare gli interrogativi “come conduco questa mia vita?” e “come vivo questa mia vita dentro la vita e le condizioni di vita che ci strutturano oggi?” La domanda fondamentale è la seguente: quali vite sono già considerate non vite, o solo parzialmente viventi, o già morte e perdute ancora prima di qualsiasi esplicita distruzione e abbandono?

Ovviamente , la questione diviene più acuta per chiunque percepisca se stesso o se stessa come un essere umano dispensabile che registra, a livello affettivo e corporeo, che la sua vita non è degna di cura, protezione e valore. Questo genere di pesona capisce che la perdita della sua vita non verrà accompagnata da un lutto, e vive attivamente nel presente l’ipotesi “forse la mia scomparsa non sarà pianta”. se non ho la certezza di disporre di cibo, o rifugio, o che ci sarà una rete sociale o un’istituzione a soccorrermi nel caso in cui io crolli, entro a far parte di coloro che non son degni di lutto.»

E’ dunque molto grave che la cosiddetta vulnerabilità venga isolata nelle categorie biomediche e psichiatriche invece di innescare una riflessione profonde sulle forme di riconoscimento e sulle condizioni necessarie per propiziare l’aspirazione alla partecipazione attiva alla vita pubblica. Ma non bisogna dimenticare che la questione migrante è paradigmatica di una resa che finisce per toccarci molto da vicino. Uno degli esempi più tragici è lo sfascio del sistema pubblico dell’istruzione (malgrado gli sforzi eroici di alcuni insegnanti motivati), la rinuncia a costruire nei nostri ragazzi un rapporto desiderante e vivo col sapere.

Lascia un commento

Archiviato in femminismo, filosofia, politica, quel che resta del mondo

‘Reality’

nxsCZASfJHntFnW-556x313-noPadDa Viviana ricevo l’appello di Change iniziato da Andrea Casale, eccolo

Rai non mandare in onda il reality Mission

“Mission” è il reality umanitario prodotto dalla RAI in collaborazione con l’Alto Commissariati delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) e l’organizzazione non governativa italiana Intersos per far raccontare la sofferenza dei rifugiati in Sud Sudan, in Repubblica Democratica del Congo e in Mali ad alcuni VIP tra cui Emanuele Filiberto, Paola Barale, Michele Cucuzza, Barbara De Rossi, Al Bano. Il primo episodio verrà trasmesso il 27 novembre e il secondo il 4 dicembre.

Mi chiamo Andrea Casale, ho 25 anni e sono uno studente della Facoltà di  Farmacia dell’Università di Parma. Ho lanciato questa petizione perché appena ho sentito la notizia della produzione di “Mission” ho provato senso di indignazione verso la spettacolarizzazione di tragedie umane come quelle dei rifugiati e perché mi occupo di diritti civili e immigrazione nella provincia di Parma.

Credo sia vergognoso ideare un’operazione che proprio sotto Natale, il periodo in cui vengono lanciate le grandi campagne di raccolta fondi delle organizzazioni non governative, venga messo in scena uno spettacolo grottesco e umiliante come quello di vedere raccontata la sofferenza umana dei rifugiati da personaggi estremamente discutibili e che probabilmente mai l’avrebbero fatto se non avessero visto un’immediata convenienza in termini di immagine e commerciale.

Fareste raccontare la sofferenza dei vostri figli da Emanuele Filiberto e Paola Barale? Accettereste di vedere vostra madre, sopravvissuta a violenze inaudite, scimmiottata come comparsa di un reality show?

Mai mi sarei aspettato che la RAI, con tutto il patrimonio di giornalisti ed esperienza sul campo, e alcune tra le più importanti organizzazioni umanitarie avessero il coraggio di proporre un reality show, con personaggi di dubbio gusto, come unico modo per  raccontare la tragedia dei rifugiati in prima serata. Ripensateci, annullate questa operazione oscena!

E poi alcune domande che vorrei rivolgere sia alla RAI sia alle organizzazioni partner di questo progetto:

– I vari VIP parteciperanno senza prendere un gettone di partecipazioneda parte della RAI?

– Quanto spenderà la RAI per questo reality, sul campo  e in studio, e quanto prevede di incassare con la vendita degli spazi pubblicitari durante le due puntate? A chi andranno quei soldi?

– I VIP partrecipanti hanno chiuso accordi o prevedono di farlo per ‘vendere’ servizi sulla loro esperienza ‘umanitaria’ a qualche settimanale o altra trasmissione televisiva? Se sì quanto incasseranno?

Fermiamo questo scempio, chiediamo alla Rai, all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e a Intersos di annullare questa operazione lesiva della dignità umana e di non mandare in onda “Mission”.

 Si può firmare qui.

Lascia un commento

Archiviato in quel che resta del mondo

La Cura e la Vergogna

Da Lino ricevo e volentieri rilancio:

Lampedusa celebra e si prende Cura, oltre la Vergogna
Teatro, parola e movimento per un saluto dall’Europa a chi è partito senza mai arrivare

Di fronte alla tragedia di Lampedusa si sono rimpianti i morti, si è riacceso lo scontro sulle responsabilità delle pessime leggi attuali sull’immigrazione, ma si lasciano in ombra i bisogni dei sopravvissuti, che restano e non dimenticano. Sono l’unico sfondo silenzioso e coraggioso che dà dignità di esseri umani alle vittime.
Lampedusa è l’incrocio di una guerra, combattuta subdolamente dall’Europa contro il mondo dei poveri, delle donne, dei bambini. Tecnicamente si chiama guerra a bassa intensità, quella che produce più morti tra la popolazione civile.
I protagonisti di questa vicenda che troppe volte si ripete uguale a se stessa, hanno subito una grande violenza, un’esperienza traumatica, che separa irrimediabilmente ciò che prima era unito: la famiglia, l’immaginazione del proprio futuro e il quotidiano. I loro corpi sono irrigiditi e le loro menti incredule, è molto difficile trovare emozioni da esprimere se non si ripara questo trauma, questo dolore.
In molte esperienze di guerra in cui abbiamo lavorato, il teatro ha consentito di far esprimere ed elaborare esperienze vissute, altrimenti inenarrabili. Il teatro consente questa riunificazione perché attraverso i simboli è possibile esprimere il proprio dolore, i propri lutti, e contenerli attraverso il gruppo in scena.
L’idea che proponiamo è l’organizzazione di un evento artistico/teatrale che rappresenti un rituale di saluto, di unione tra i sopravvissuti e i loro morti, con il coinvolgimento di tutti gli abitanti di Lampedusa: il loro coraggioso sindaco, i pescatori, i giovani, gli artisti dell’isola e i rappresentanti delle comunità che oggi sono coinvolte in questa tragedia, che ne annuncia altre possibili e probabili domani. I Lampedusani non dimenticano e non devono essere lasciati soli con la rabbia, la violenza e il dolore. Abbiamo visto le lacrime salate dei soccorritori e gli interventi commoventi degli adolescenti che gridavano, come il papa Francesco, “vergogna”! e noi vogliamo rispondere con un’azione forte che li veda protagonisti. Non si possono seppellire e rispettare i morti se non ci prendiamo cura dei loro sopravvissuti, accompagnandoli nel commiato. Solo se le persone inghiottite dal Mediterraneo non saranno lasciate sole, i sopravvissuti potranno sentirsi presi in cura da chi vorrà accoglierli e non perpetueranno altra violenza, causata dalla nostra incuria.
L’evento artistico/teatrale che proponiamo a Lampedusa per il 3 di gennaio 2014, a tre mesi dalla tragedia, intende rappresentare simbolicamente l’unità della morte con la vita, l’accompagnamento dei morti verso una loro sepoltura degna. L’impegno è quello di coinvolgere i principali media nazionali e internazionali, per rendere concreta la partecipazione degli europei che vogliono essere solidali. I superstiti traumatizzati non sono solo “loro”, ma un po’ tutti noi abbiamo bisogno di cambiare la storia. Vogliamo offrire a tutti quelli che porteranno a lungo nel cuore questa esperienza, una strada di riappacificazione con questo dolore così profondo, per congedarsi dagli uomini, dalle donne e dai bambini custoditi in fondo al mare, perché essi non tormentino gli animi e le coscienze di chi non è riuscito a salvarli. Chiediamo così con forza di spostare l’attenzione dell’Italia e dell’Europa dalle rivendicazioni sulle responsabilità dei morti, peraltro evidenti, alla cura dei vivi.
Per la sua realizzazione possiamo contare sulle risorse di un’estesa rete artistica nazionale e internazionale coordinata dalla residenza teatrale “Scarlattine Teatro”.
Questo è il primo segnale di una messa a disposizione della nostra esperienza pluriennale nel lavoro con migranti, vittime di tortura e richiedenti asilo (www.etnopsi.it).

Inviateci proposte di collaborazione alla realizzazione di questo progetto a info@etnopsi.it

1 Commento

Archiviato in arte, etnopsichiatria, narrazioni, nuda vita

C’è grande confusione sotto i cieli

jodorowsky_camoin_00Un ghanese affamato e solo dà fuori di matto a Milano. Immediate nefandezze verbali contro gli immigrati e i ‘clandestini’. L’ideologia è questa: pensare l’altro come un intruso che contamina. In questo i nazisti sono stati maestri.

Il giorno prima Grillo aveva fatto la sua sparata contro lo ius solis. Complimentato da La Russa.

Vana sincronia, sono solo rigurgiti immunitari, perché tutto questo è chiaro, non regge più. Le donne sfregiate con l’acido… ma non era un retaggio barbarico del primitivo oriente? Che fine hanno fatto i rumeni stupratori? Non se ne parla più, tanto le cronache sono piene di ragazzine scomparse e donne che subiscono violenza, ma la proiezione etnica non regge più. Forse santi e stupratori sono categorie transculturali. Certo è che ‘grande è la confusione sotto il cielo’.

Qualche tempo fa in Toscana ho visto due africani cacciati in malo modo dal treno, affidati alla polizia ferroviaria che voleva portarli in questura. Non avevano il biglietto. Uno di loro gridava disperato – ma voi non sapete come stiamo noi africani, da cosa veniamo! Stava per perdere il lume. Sono intervenuto, il treno era fermo, con cortesia ho detto al poliziotto che pareva ragionevole – li avete fatti scendere non infierite, lasciateli andare. Il controllore si è infuriato, perdeva quasi lui il lume. – Lo paga lei il biglietto? Eh lo paga lei? – Domanda retorica perché ormai erano scesi. Ma sì – dico – il biglietto glielo avrei pagato. Da Arezzo a Firenze non costa una cifra spropositata. Il controllore si è infuriato ancora di più – E il torto che lei fa a tutti gli altri passeggeri – urlava – glie lo chieda, glie lo chieda se son d’accordo… si rivolgeva infuriato a tutto il vagone, che lo guardava in silenzio. Poco mancava che mi desse del fascista…

Il razzismo immunitario è roba vecchia. Negli anni Sessanta i titoli dei giornali sottolineavano così la presunta etnicità dei meridionali. «Siciliano svaligia un appartamento» ecc.

E’ la stessa storia che si ripete:

 «Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vivini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere, ma soprattutto non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di esperedienti o, addirittura di attività criminali.»

Un sindaco leghista? No si tratta della relazione dell’ispettorato per l’immigrazione Usa, ottobre 2012 e parla degli italiani (vedi La macchia della razza di Marco Aime)

Guardando i tarocchi la carta giusta per commentare l’avventura del migrante è la prima, quella senza numero, il Matto. È un vagabondo nomade che porta il fagotto delle sue cose col bastone in spalla. Il passato gli corre appresso e non si sa dove vada. Se la leggiamo come annuncio di un desiderio, l’aspirazione migrante osa. Il cane che lo insegue (il suo passato) non lo trattiene, Il suo impulso vitale è un grande potenziale non ancora dispiegato. Ma se lo guardiamo dal punto di vista della doppia esclusione, il passato è un lupo che morde, il suo eroismo è velleitario, i suoi trucchi da briccone ingenui. Allora si scopre davvero matto. Ma com’è che i matti ci sono anche da noi? C’è grande confusione sotto il cielo.

Ps: Come scriveva Abdelmalek Sayad, c’è una “doppia assenza” che caratterizza l’esperienza del migrante: non più “là”, ma non del tutto a casa “qui”, l’immigrato è sospeso fra l’assenza dal paese di origine, dal quale ci si allontana alla ricerca di un altrove che si immagina migliore, e l’essere costantemente “fuori luogo” nel paese di accoglienza, una realtà in cui si è spesso esclusi o emarginati. Al concetto di “doppia assenza” si affianca quello di “doppia presenza”, che si riferisce ai duplici radicamenti, ai legami con il proprio paese – affettivi, relazionali, sociali, economici – che perdurano nel tempo e ai nuovi legami che gradualmente vengono costruiti nel luogo di arrivo. (vedi anche il tema non indifferente della formazione per chi assiste chi muore ‘altrove’)

Lascia un commento

Archiviato in antropologia, intercultura, narrazioni, quel che resta del mondo

I figli invisibili

a0831effa5Sì, sono d’accordo con Recalcati quando dice che è il figlio che sa fare esistere il padre. Ma come scrivevo a commento de Il complesso di Telemaco, i figli che potrebbero farci riscoprire quel che resta del padre – evitando sia il paternalismo che la paralisi melanconica della funzione paterna – questi figli sono troppo spesso invisibili. E i “figli dell’altro” , che più ci potrebbero interpellare, sono troppo spesso i più invisibili.

Ne trovo conferma in due recenti letture:

Ne la macchia della razza Marco Aime ricorda una lettera che fu rinvenuta sul corpo di uno dei due ragazzi che avevano tentato di migrare dalla Guinea. Si chiamavano Yaguine  Koita e Fodé Tounkara. Furono trovati morti nel vano del carrello di un aereo che avrebbe dovuto portarli in Europa. Avevano quattordici e quindici anni. Come ricorda Aime la notizia occupò poche righe sui giornali svogliati dell’agosto 1999. La lettera che avevano entrambi firmato diceva questo:

«Eccellenze, signori membri e responsabili d’Europa, abbiamo l’onore, il piacere e la grande fiducia di scrivervi questa lettera per parlarvi dell’obbiettivo del nostro viaggio e della nostra sofferenza di bambini e giovani dell’Africa. Voi siete per noi, in Africa, coloro a cui chiedere soccorso. Noi vi supplichiamo, per amore del vostro continente, in nome dei sentimenti che nutrite per il vostro popolo e soprattutto per l’amore che avete per i vostri figli che amate per la vita. Inoltre, per l’amore del nostro creatore Dio onnipotente che vi ha dato tutte le buone esperienze, ricchezze e potere per ben costruire e organizzare il vostro continente e farne il più bello e ammirabile fra tutti. Signori membri e responsabili d’Europa, è per la vostra solidarietà e gentilezza che noi vi chiediamo soccorso in Africa. Aiutateci, noi in Africa soffriamo enormemente, abbiamo dei problemi e alcune mancanze a livello di diritti. Abbiamo la guerra, le malattie, la penuria di cibo, ecc. Quanto ai diritti dei bambini, è in Africa e soprattutto in Guinea che abbiamo troppe scuole ma una gran mancanza di istruzione e insegnamento. Salvo nelle scuole private dove si può avere una buona istruzione e un buon insegnamento, ma ci vogliono forti somme di denaro. Ora, i nostri genitori sono poveri e ci devono nutrire. Inoltre, non abbiamo neanche scuole sportive dove praticare il football, il basket o il tennis. Per questo noi, bambini dell’Africa, vi chiediamo di fare una grande, efficace organizzazione per l’Africa per permetterci di progredire. Dunque se vedete che ci sacrifichiamo e mettiamo a repentaglio la nostra vita è perché in Africa si soffre troppo e c’è bisogno di lottare contro la povertà e mettere fine alla guerra in Africa. Infine, vi preghiamo dio scusare molto per avere osato scrivere questa lettera a Voi, i grandi personaggi a cui dobbiamo molto rispetto. E non dimenticate che è con voi che dobbiamo lamentarci per la debolezza della nostra forza in Africa

Siamo collettivamente assai disincantati rispetto al sentire ingenuo e ideale di Yaguine e Fodé (che sono morti nel carrello di un aereo), ma come disse con grande efficacia T.S. Eliot: (e con altre parole altri prima e dopo di lui) «Mankind cannot stand very much reality» [Il genere umano non sopporta troppa realtà].

Della seconda lettura darò conto nel prossimo post!

 

8 commenti

Archiviato in antropologia, quel che resta del mondo

Quel che resta del padre e il complesso di Telemaco

Unknown-3Merita davvero il nuovo libro di Recalcati Il complesso di Telemaco,  che riprende temi già delineati in Cosa resta del padre.  Con una invidiabile chiarezza di pensiero ed esposizione, Recalcati da un lato evidenzia quanto la pulsione di morte animi il ‘discorso capitalista’ e dall’altro declina con passione le incertezze e il valore della trasmissione, dell’aspirazione e della costruzione dell’umano in tempi oscuri. Il punto di partenza è evidentemente l’eclissi della funzione simbolica del padre e la relativa ‘domanda di padre’ che giunge in modo insistente dalla società civile, ma evidentemente non per il padre eroe totalizzante delle identificazioni di massa. (A questo proposito si veda anche la lucida analisi di Recalcati  in un articolo su Repubblica intitolato La pastorale americana sul fenomeno Grillo, che non a caso ha reagito dicendo che tra i cinque stelle ‘non ci sono intellettuali.) Per invitare alla lettura de  Il complesso di Telemaco cito alcuni brani dall’introduzione:

«Bisogna essere chiari: il mio punto di vista è che questa eclissi non indica una crisi provvisioria della funzione paterna destinata a lasciare il posto a un suo eventuale recupero. Rilanciare il tema del tramonto dell’imago paterna non significa rimpiangere il mito del padre-padrone. Personalmente non ho nessuna nostalgia per il pater familias. Il suo tempo è irrimediabilmente finito, esaurito, scaduto. Il problema non è dunque come restaurarne l’antica e perduta potenza simbolica ma piuttosto quello di interrogare quel che resta del padre nel tempo della sua dissoluzione (…) In tale contesto la figura di Telemaco mi pare un punto-luce. Essa mostra l’impossibilità di separare il movimento dell’ereditare – l’eredità è un movimento singolare e non una acquisizione che avviene per diritto – dal riconoscimento del proprio essere figli.»

In questo senso Telemaco rappresenta l’opposto di Edipo che nell’ansia di evitare la profezia autoavverante di una filiazione maledetta uccide il padre:

«Telemaco si emancipa dalla violenza parricida di Edipo; egli cerca il padre non come un rivale con il quale battersi a morte, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge della parola sulla propria terra (…) egli prega affinché il padre ritorni dal mare ponendo in questo ritorno la speranza che vi sia ancora una giustizia giusta per Itaca. Mentre lo sguardo di Edipo finisce per spegnersi nella furia impotente dell’autoaccecamento – come marchio indelebile della colpa – quello di Telemaco si rivolge all’orizzonte per vedere se qualcosa torna dal mare. Certo, il rischio di Telemaco è la malinconia, la nostalgia per il padre glorioso, per il re di Itaca, per il grande eroe che ha espugnato Troia. La domanda di padre, come Nietzsche aveva intuito bene, nasconde sempre l’ insidia di coltivare un’ attesa infinita e melanconica di qualcuno che non arriverà mai. È il rischio di confondersi con uno dei due vagabondi protagonisti di Aspettando Godot di Samuel Beckett. Lo sappiamo: Godot è il nome di un’ assenza. Nessun Dio-padre ci potrà salvare: la nostalgia per un padre-eroe è sempre in agguato! (…) Dal mare non tornano monumenti, flotte invincibili, capi-partito, leader autoritari e carismatici, uomini-dei, ma solo frammenti, pezzi staccati, padri fragili, vulnerabili, nuovi sindaci dal sorriso gentile, poeti, registi, insegnanti precari, migranti, lavoratori, semplici testimoni di come si possa trasmettere ai propri figli e alle nuove generazioni la fede nell’avvenire, il senso dell’ orizzonte, una responsabilità che non rivendica alcuna proprietà.

Noi siamo nell’epoca del tramonto irreversibile del padre, ma siamo anche nell’epoca di Telemaco; le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni. Ma questa attesa non è una paralisi melanconica. Le nuove generazioni sono impegnate – come farà Telemaco – nel realizzare il movimento singolare di riconquista del proprio avvenire, della propria eredità. Certo il Telemaco omerico si aspetta di vedere all’orizzonte le vele gloriose della flotta vincitrice del padre-eroe. Eppure egli potrà ritrovare il proprio padre solo nelle spoglie di un migrante senza patria.»

 Mi piace molto questa immagine del padre-migrante, di questo padre plurale che arriva, nella mancanza e nella speranza e che riflette le nostre dispersioni, la perdita di mondo che ci impone di costruire l’umano senza un qualche fondamento a priori che escluda la nostra contingenza. Naturalmente, per compensazione ci può essere la tentazione di rappresentare un auto-consistenza regressiva del fantasma di personaggi potenti o di ideologie che promettono ‘soluzioni totali’ e espulsioni immunitarie dei corpi estranei,  sicura fonte di illusorio sollievo per chi si sente smarrito. Spesso i migranti ci mostrano il contrario, la capacità di sopravvivere e re-inventare la vita nel e malgrado l’esilio. Ma oltre ai padri da oltre il mare arrivano anche figli, giovani migranti che pure cercano un avvenire. Come per i nostri figli, noi europei come testimoni non rassegnati dovremmo saper ispirar loro  (senza troppe prediche) la possibilità di un futuro che legittimi sia il desiderio che la responsabilità.

Lascia un commento

Archiviato in intercultura, narrazioni, politica, psicoanalisi, quel che resta del mondo, spiritualità

Il perturbante, lo straniero, la comunanza delle storie

Nelle giornate interminabili delle colonie estive quando il cielo si confonde col mare sino a quando le pietre si colorano del sole  pomeridiano e l’odore del mare è più forte. Il tempo è un ritmo improvviso, assoluto, indiscutibile. Capita poi che qualcuno si faccia male: è toccato a lui, ma perché proprio a lui? No, il bambino nemmeno si chiede perché, osserva tra timore e meraviglia.

A volte, l’inerzia delle cose rassicura. Dopo una sgridata. O nell’attesa prima del dentista. O, certo, con un lutto. La consistenza del fustagno un po’ liso dei pantaloni. Il verde slavato di un muro. In quell’istante il dettaglio è diventato un rifugio, per affinità col nostro stranimento. La contiguità delle cose quasi rassicura:  tessuto di ciò che dell’ignoto pure ci è noto, rispecchiamento della nostra voglia di vivere in ciò che riconosciamo, anche se  frammento di un reale indomabile.

Se invece vieni ospitato in una casa di passaggio, in una città straniera e cominci a sfogliare i libri o a guardare le copertine dei cd, ti pare di leggere il disordine e la casualità della vita di chi ti ospita (amici di amici con cui non hai ancora formato vincoli). Ogni cosa ti parla di questa estraneità: dalla qualità della carta igienica, alle medicine affastellate su un ripiano sopra il lavandino. Comincia allora un lavorìo lento con cui ci accordiamo con la trama quotidiana delle cose altrui e scopriamo senza arroccarci la possibile comunanza delle storie.

***

Come ci racconta Jean-Michel Hirt nel suo libro Le miroir du Prophète, la costruzione identitaria si lega alla narrazione implicita, alla costruzione condivisa, ai campi percettivi e agli investimenti affettivi con cui ‘fissiamo’ le cose.

Prendiamo un oggetto qualunque – una mela – essa è visibile in quanto oggetto posto davanti agli occhi, ma visibile solo parzialmente a partire da una sua complessa costruzione percettiva, emotiva, mnemonica che ci permette di attendere la rinnovata conferma della sua identità; tuttavia le immagini della sua realtà non coglieranno mai la sua realtà integrale che rimane velata.

In altre parole solo la moltitudine di immagini possibili corrisponde all’invisibilità della sua realtà integrale. Il fisico Basarab Nicolescu esprime una riflessione analoga in questi termini: “Un nuovo Principio di Relatività emerge dalla coesistenza di pluralità complessa e unità aperta: nessun livello di Realtà costituisce un luogo privilegiato da cui si possano comprendere tutti gli altri livelli di Realtà. Un livello di Realtà è ciò che è perché tutti gli altri livelli esistono allo stesso tempo. Questo principio di relatività può offrire una nuova prospettiva sul dialogo tra le diverse discipline accademiche e tra le diverse culture. È una visione transdisciplinare. La realtà non è solo multidimensionale, è anche multireferenziale.” [vedi anche il link su ontonomia]

Lo straniero come immagine ibrida e perturbante

Ma cosa accade quando l’immagine della cosa o di sé stessi si ingarbuglia, diventa insolita o se qualcosa di nascosto traspare nell’immagine? Nell’esperienza del perturbante che Freud ha descritto così efficacemente  nel suo saggio sull’unheimlich, qualcosa si rivela estraneo in ciò che più ci è familiare,  e proprio per questo ci inquieta in modo del tutto particolare, come quando la percezione della realtà materiale, invece di  ribadire consistenza e identità, vacilla. Qualcosa di ignoto irrompe all’improvviso.

L’immagine divenuta “ibrida” non si limita a replicare la persona o la cosa. Nel riflesso brilla una scintilla di alterità. Hirt ci ricorda che il gioco di rispecchiamento identitario non è tuttavia un esercizio filosofico, se lo stesso Freud in Considerazioni attuali sulla guerra e la morte lo ri-esplicita in questi termini: “perché gli uomini non possono impedirsi di mettere a morte lo straniero?” Il saggio di Freud sul perturbante scritto alla fine della stessa guerra contiene elementi di risposta che permetterebbero di dire che lo straniero è proprio ciò che sfugge al rispecchiamento e diventa ‘immagine ibrida’.

Lo statuto dello straniero pone come questione ineludibile il confronto con ciò che in noi si manifesta come estraneità e irriducibilità al “totalitarismo della coscienza”

Lo straniero che è immagine incomprensibile dell’umano incrina la logica simmetrica del rispecchiamento identitario e provoca effetti di inquietante estraneità legati al dubbio sulle nostre credenze nella realtà.

Una reazione autoimmunitaria all’invisibile?

Di fronte allo straniero, il corpo psichico è spaesato e non sa se la propria reazione nei confronti di ciò che percepisce come corpo estraneo non finisca per essere una reazione autoimmunitaria contro ciò che intimamente gli appartiene, o viceversa se, iper-adattandosi senza opportune misure difensive a un corpo veramente estraneo, non finirà per scatenare una crisi di rigetto.

Là dove il riflesso ‘infedele’ e perturbante  non viene umanizzato nel dialogo o nella narrazione, l’immagine può farsi non solo scissa e sdoppiata ma persecutoria.

Ciò che dell’alterità non viene integrato diventa tanto più minaccioso quanto più l’io si pensa ‘sostanziale’ – una sostanza fatta di identificazioni, credenze, ideologie –  più che relazionale. Quali le alternative? Oltre al diniego e alla guerra (che si illude di eliminare il pericolo della frammentazione identitaria che lo straniero rappresenta) vi è una terza possibilità: quello di accettare  di umanizzare il perturbante riconoscendo che la realtà è più ricca e complessa di qualsiasi ‘griglia’ o credenza. Se l’io riesce a far fronte a questa ristrutturazione delle credenze si inaugura la possibilità immaginale, la possibilità cioè di opporre alla frammentazione una rappresentazione complessa:  il percorso dall’ibrido al complesso di cui parlano molte vie.

Le storie ci rendono umani

Tornando all’incipit narrativo di questo post mi confortano in questo momento le mie attuali letture arendtiane…  ecco una singola citazione che risuona con quanto scritto finora:

«Poiché il mondo non è umano perché è fatto da esseri umani, e non diventa umano solo perché la voce umana risuona in esso, ma solo quando è diventato oggetto di discorso. Per quanto le cose di questo mondo ci colpiscano intensamente, per quanto profondamente esse possano emozionarci e stimolarci, non diventano umane per noi se non nel momento in cui possiamo discuterne con i nostri simili. Tutto ciò che non può diventare oggetto di dialogo – il sublime, l’orribile, il perturbante – può anche trovare una voce umana attraverso la quale risuonare nel mondo, ma non è propriamente umano. Noi umanizziamo ciò ch avviene nel mondo e in noi stessi solo parlandone e, in questo parlare, impariamo a diventare umani [….] Nessuna filosofia, nessuna analisi, nessun aforisma, per quanto profondo, può avere un’intensità e una pienezza di senso paragonabile a quella di una storia ben raccontata.» [da ‘L’umanità in tempi bui’]

Lascia un commento

Archiviato in fare rete, filosofia, narrazioni, politica, psicoanalisi, quel che resta del mondo