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Il naufragio dell’Europa

2356763-ragusa-240x240L’Internazionale di questa settimana titola giustamente ‘Il naufragio dell’Europa’. Se c’era un’opportunità di immaginare un’ ‘identità’ europea (noi che ci facciamo gran vanto del nostro universalismo, della nostra superiorità nell’aver inventato i ‘diritti dell’uomo’, della nostra diversità rispetto a chi l’altro lo nega ed esclude se non è identico a sé), questa identità consisteva proprio nel pensare l’Europa a partire dalla sua nascita dalle rovine dalla catastrofe nazista e fascista. Catastrofe caratterizzata dalla pretesa di fondare un Regime omo-culturale, immunitario, paranoico, purificato da ogni diversità. Dopo la guerra l’Europa voleva voltar pagina, ma non aveva ancora rimosso la solidarietà per tutta la sofferenza attraversata. Mi hanno molto colpito i 15.000 commenti al post di Gianni Morandi – Dio lo benedica – su ‘anche noi italiani siamo stati migranti’. Commenti prevalentemente odiosi, superficiali, pronti a credere qualunque infamia, a rappresentare i ‘nostri’ avi migranti come eroi e i poveri disgraziati che sfidano la morte sui barconi come opportunisti in cerca di vitto e alloggio gratis nei nostri meravigliosi centri di accoglienza. Chi c’è stato – e chi lavora con i migranti – e non sono quelli che commentano – sanno che le cose non stanno così.

Certo in parte, solo in parte, è comprensibile che gli squilibri generati da flussi migratori ingenti generino paura e sconcerto. Il problema è il rifiuto automatico che tutto ciò abbia in qualche modo a che fare anche con noi. Non solo con gli interessi geo-politico-economici dell’occidente che hanno agito e agiscono nel generare orrore. (E non metto in dubbio le difficoltà ad agire oggi, visto che tentando di rimediare ai disastri spesso se ne generano di peggiori.) Non solo con la logica del profitto a breve, dello sfruttamento indiscriminato delle risorse, dell’alleanza con i peggiori potentati se c’è da trarne qualche vantaggio. ah questa è solo realpolitik, politica del reale. Ma con la pochezza dell’immaginazione, con l’anestesia del sentire, con il vuoto di empatia a cui il regime triste delle immagini e delle parole oggi ci sollecita. Forse è proprio vero che il vincitore ha proprio il dovere di fare fino in fondo i conti con il discorso di chi ha sconfitto se no se lo ritrova dentro. L’Italia a settant’anni dalla liberazione si ritrova il fascismo in pancia, mal digerito. E l’Europa? Europa?? Adotta la proposta di Daniela Santaché: bombardare i barconi prima che partano. Ma un barcone prima che gli immigrati ci salgano  è solo una barca. Sbaglierò ma la logica dei deterrenti è destinata a fallire perché il problema non è solo quello dei trafficanti  ma dell’aspirazione disperata di moltissimi o a fuggire da condizioni così precarie, dominate da morte e paura da accettare di rischiare la vita. O di accedere agli stessi diritti umani di cui godiamo e di costruire un futuro simile al nostro. Dispiace quasi anche dirle queste cose che dovrebbero essere ovvie. Ma Cameron diceva oggi: «manderemo mezzi ma rifugiati non ne vogliamo.» Europa?

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Non fare di ogni erba… un fascio

arabicgraffitti-nativezentwo-01_webRiflessioni un po’ più a freddo dopo Parigi. Nella confusione si dubita ancora di più. Sia la militanza ideologica che la riluttanza al confronto aperto sono sintomi delle difficoltà del pensiero. La serata a cui ho partecipato alla Casa della Cultura di Milano per la presentazione del libro di Fethi Benslama tendeva a una semplificata polarizzazione tra cultura illuminista e oscurantismo islamico. La sottile rivendicazione di una ‘superiorità’ occidentale non solo nega l’ “ethos” ricco e variegato di ciò che l’Islam come cultura ha dispiegato nel tempo ma rischia di generare proprio ciò che si vuole evitare. Rappresentando come ‘sbagliate’ ‘malate’ o ‘inferiori’ le fonti stesse dell’Islam si finisce in un sol colpo col negare possibilità evolutive alle sue narrazioni e di consegnare a un ‘male’ radicale tutti i suoi credenti ridotti a carnefici o vittime. Ignorando così la crisi e la sofferenza di milioni di musulmani che rischiano addirittura di essere descritti come una sparuta minoranza impotente di fronte alla fascinazione mediatica della violenza wahabita/salafita.

Immaginiamo una distopia: un mondo in cui l’occidente cristiano dopo un fase di grande sviluppo economico e culturale si sia impoverito e sia stato colonizzato per più secoli da altre civiltà. In un secondo tempo queste civiltà, tecnologicamente più avanzate dell’occidente, decidono (in base a calcoli geopolitici ed economici) di finanziare e rendere particolarmente influente una piccola minoranza di cattolici reazionari come – che so – i ‘legionari di Cristo’. Immaginiamo poi che le forze che hanno orientato le geopolitiche mondiali, amplificando anche involontariamente il potere di questa minoranza, ne colgano le perversioni ma identifichino tutti i cattolici con questa minoranza…

Da Bateson in poi sappiamo che i ‘doppi messaggi’ mandano fuori di testa… e dopo Spivak che non possiamo parlare ‘in nome di’ – certamente non in nome di Dio, ma neanche in quello dei subalterni. Che in questo caso sono milioni di musulmani fedeli al loro ethos ma inorriditi sia dal radicalismo islamista che dalle nostre semplificazioni.

 Provo a elencare nove punti su cui riflettere

1. SPAESAMENTO – c’è indubbiamente un’escalation nella barbarie che ci coglie impreparati… Dopo il nazismo e la decolonizzazione, dopo l’ottimismo del dopoguerra, le tensioni tra superpotenze, il timore atomico, le speranze di pace, cosa sono queste teste tagliate, questi corpi che si fanno esplodere, questi bambini soldato? Mettiamoci dentro anche le varie balcanizzazioni, le rivendicazioni reattive, le faide ‘etniche’, gli interventi ‘umanitari’… le centinaia di migliaia di morti in Siria, Iraq, Afganistan…. L’esportazione globale della democrazia evidentemente non basta a frenare l’eterno ritorno della necrofilia? Che sia (anche) un ritorno del rimosso? Aveva forse ragione Benjamin quando descriveva come una malattia l’idea troppo facile del ‘progresso’ e immaginava l’angelo di Klee contemplare impotente l’infranto delle sue rovine? Aggiungendo che è necessaria una radice utopica per dare forma all’eccezione di un’autentica trasformazione. Non un’evoluzione linearmente dialettica dunque ma un arresto, una sospensione, uno shock, un risveglio, una rimemorazione di ciò che veramente ci manca. Un confronto radicale con la malattia dell’umano. Di cui non possiamo dire di avere trovato una cura esportabile. Vale dunque ricordare l’incipit di dialettica dell’Illuminismo: «la Terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura». E parallelamente c’è una crisi profonda attraversa le soggettività, le coordinate di costruzione dell’identità nell’Islam. E lo spaesamento genera irrigidimento, ma forse anche una grande opportunità.

2. SATIRA – Definire l’essenza del nostro sentire comune ‘occidentale’ come il senso del satirico mi sembra un’assurdità. Il gusto del paradosso, la capacità di rovesciare l’assurdità in riso, il senso dell’umorismo non sono certo una esclusività culturale. L’umorismo, dal witz ebraico al paradosso zen, è lieve, compassionevole (anche quando è spietatamente autoironico) e per niente militante. La satira invece ha sempre avuto una precisa funzione ma all’interno di un universo di significati condivisi: quella di rappresentare con i suoi strumenti il conflitto tra umili e potenti, quella di denunziare gli abusi e le incongruenze del potere. Anche se lo stesso potere in qualche misura l’ha sovente tollerata e utilizzata per indebolire e assimilare le frustrazioni, fin dai tempi dei giullari di corte. (Acutissima l’analisi di Achille Mbembe su come la satira nei potentati postcoloniali rafforzi la grottesca corporeità pulsionale dell’autocrata – ma qualcosa di simile accade anche con la mediatizzazione della vita sessuale dei nostri potenti). Là dove la satira ha svolto una funzione critica evolutiva è stato comunque all’interno di contesti dove il conflitto si giocava entro coordinate condivise, sincroniche. Applicare il medesimo criterio a chi non condivide queste coordinate, in un tempo di paesaggi multipli, di diacronie e disgiunzioni significa rivendicare in modo militante una superiorità culturale. Che non può non rimandare allo schema di categorizzazione e comparazione ‘evolutiva’ che dopo l’Illuminismo ha generato i famigerati ‘zoo umani’ delle prime expo e più in generale la visione evoluzionista e gerarchica delle ‘culture’ che ha animato le peggiori nefandezze coloniali e razziste. Diverso sarebbe problematizzare a partire dalla stessa tradizione (nostra e loro) la capacità critica, il dubbio, l’interrogazione aperta, con un ethos però che a me sembra radicalmente diverso dalla vis con cui si rivendica la superiorità di chi ‘sa ridere’ (o disprezzare?) ciò che per l’altro ha valore perché ne vede l’inautenticità o la parzialità.

3. LETTERALISMO della CREDENZA TOTALIZZANTE versus APERTURA della RICERCA SPIRITUALE.

E’ cruciale distinguere religiosità (come la intendeva Freud) dallo spirito della religione (o spiritualità). La prima è una struttura difensiva idealizzante e totalizzante, che proietta il male sull’altro e finisce per agire proprio le pulsioni più distruttive che vorrebbe esorcizzare. La spiritualità (che può essere assolutamente laica) è l’esatto contrario e cioè il confronto e la trasformazione delle pulsioni di morte in pulsioni di vita… Per Freud la religiosità è quella difesa proiettiva e paranoide che vorrebbe controllare l’alterità pulsionale attraverso un dispositivo animato dalle stesse pulsioni distruttive. Lo spirito religioso autentico invece rappresenta la pulsione distruttrice, la confusione , la scissione come un deposito originario che ci appartiene e va trasformato. Un deposito in cui è appunto presente anche ciò che si oppone alla distruttività. E che ci mette storicamente di fronte a una scelta. Attenzione del resto alla semplificazione psicologistica di fenomeni psico-storico-politici o addirittura metastorici. Lo stesso termine islamofobia non è del tutto corretto perché il comportamento del fobico è l’evitamento mentre la deriva paranoide genera un insight immunitario assoluto e indiscutibile che richiede un’azione. E’ in questo senso che Fornari parlava di guerra come elaborazione paranoica del lutto. Non possiamo ignorare la lezione di Foucault e di Deleuze su come razza e razzismo facciano parte dei processi fondamentali con cui l’inconscio rappresenta il rapporto con l’alterità. «L’inconscio non delira sui propri genitori, bensì sulle razze, le tribù, i continenti, la storia e la geografia…» [Deleuze e Guattari]

Il fondamentalismo, la tendenza totalizzante, fanno parte dei processi fondamentali dell’inconscio nella misura in cui a una radice utopica di coappartenenza all’umano si sostituisce una logica di rispecchiamento centrata su un ideale. Questo narcisismo delirante, in cui lo specchio deve rimandare il medesim,o è strutturale e ci coinvolge tutti, musulmani e non. Idealizzazione narcisista (narcisismo di morte) e paranoia sono spesso compagni di strada.

Fetih Benslama che nel suo stesso nome è figlio dell’Islam spezza una sorta di interdetto (ma non è il solo!) confrontandosi con le ombre più profonde delle narrazioni islamiste ma egli stesso ci mette in guardia distinguendo efficacemente la religiosità reattiva dalle forze spirituali interne alla religione quando dice che la «costruzione [totalizzante] è stata tante volte smantellata dalle forze spirituali interne alla religione quando esse erano sufficientemente compatte e folte , tale costruzione non cessa tuttavia di ripresentarsi e oggi, ancor di più, attraverso una credenza folle.» Il riferimento è appunto alla distinzione tra religiosità e spirito religioso che è al centro della riflessione di Jean-Michel Hirt, un altro collega che da tempo si interessa all’Islam.

La differenza tra letteralismo ideologico e spiritualità in ricerca del bene è una polarità costitutiva del rapporto tra credenza (o opinione) e ricerca del vero. Da S. Francesco (che andò a dialogare col Saladino durante le crociate) all’Emiro algerino in esilio Abd el Kader. che dopo la morte di migliaia d’individui nel 1860 decise di intervenire in difesa della popolazione cristiana, salvandone almeno 15.000 dal massacro. Ospitò personalmente nel proprio palazzo gli abitanti di un convento, sei preti, undici suore e quattrocento bambini ricercati dai drusi. Senza dimenticare che ebrei perseguitati dai Re cattolici di Spagna trovarono asilo in terre d’Islam.

4. TERRORISMI E RAZZISMI COME ELABORAZIONE PARANOICA DELLA DIFFERENZA. La dimensione totalizzante è psichica e si annida in ogni credenza e a prescindere dal contenuto della credenza stessa (laica o religiosa che siano). Là dove la credenza diventa immunitaria, già Fornari (e Jung!) proponevano una visione psicostorica volta a riconoscere che se la pulsione di morte si fissa nell’elaborazione paranoica delle differenze (o nella inflazione della volontà di potenza) essa genera fondamentalismi, razzismi, pogrom, pulizie etniche o culturali. Il valore espistemologico della psicoanalisi sta anche nel costruire passaggi di liberazione.

Cito a parziale compensazione della deriva paranoide John Berger :

 «Quel che caratterizza l’attuale tirannide globale è che non ha volto. Non c’è nessun Führer, nessuno Stalin, nessun Cortés. Il suo funzionamento e i suoi metodi variano a seconda del continente e della storia locale, ma lo schema complessivo è il medesimo: uno schema circolare. La divisione tra i poveri e i relativamente ricchi si trasforma in un abisso. Tutte le restrizioni e le prescrizioni tradizionali vanno in pezzi. Il consumismo consuma ogni dubbio e capacità critica. Il passato diventa obsoleto. Perciò le persone perdono il senso di sé, il senso della propria identità, e finiscono per localizzare e individuare un nemico per riuscire a definirsi. Il nemico – qualunque ne sia la denominazione etnica o religiosa – lo si trova sempre tra i poveri. Ecco il circolo vizioso. Sul piano economico, a fianco della ricchezza, il sistema produce una povertà crescente e un numero sempre maggiore di famiglie senza tetto. Intanto, a livello politico, promuove ideologie che organizzano e giustificano l’esclusione e l’eventuale eliminazione delle orde di nuovi poveri. Oggi è questo nuovo circolo politico-economico a incoraggiare il persistente talento per crudeltà che annientano l’immaginazione umana.

“Ieri notte mi ha telefonato un’amica di Vadodara. Piangeva. Ci ha messo un quarto d’ora a dirmi di cosa si trattava. Niente di complicato. Solo che una sua amica, Sayeeda, era stata intrappolata dalla folla. Solo che l’avevano sventrata e le avevano riempito lo stomaco di stracci in fiamme. Solo che, una volta morta, qualcuno le aveva inciso sulla fronte ‘OM’ (OM è il simbolo sacro dell’induismo.)”

Sono parole di Arundhati Roy. Sta descrivendo il massacro di un migliaio di musulmani da parte di fanatici indù nello stato indiano del Gujarat durante la primavera del 2002. “Scriviamo” ha confessato una volta Roy “su squarci aperti in muri che un tempo avevano finestre. Chi le finestre le ha ancora, certe volte non riesce a capire”. » (Da Berger ‘Il taccuino di Bento’, 2014)

5. Come accennato in tutto questo non va sottovalutata la nostra notevole IGNORANZA DELLA SOFFERENZA DELL’ISLAM DIALOGALE (accentuata da un certo compiacimento mediatico per il cambiamento catastrofico). I missionari wahabiti giocano proprio sull’aspirazione a egalité e fraternité, in sostanza sull’aspirazione a una giustizia che ‘non è di questo mondo’ portando acqua al mulino delle semplificazioni ideologizzanti. D’altro canto se il wahabismo è in ascesa, rappresentare l’Islam dialogale come minoritario è uno sconfortante errore. Pensarlo tale o costitutivamente incapace di animare narrazioni diverse non può che aumentare il sentimento di disillusione e nutrire le pulsioni distruttive. Del resto non va sottovalutato quanto la psicoanalisi dell’adolescenza già con Winnicott spiegava rispetto alla tendenza alla devianza distruttiva che esprime in modo distorto un’esigenza di autenticità, di risveglio dalle anestesie. Il sentimento di essere vivi e reali può passare da agiti violenti e sovente autosacrificali. Che placano, semplificando le dissonanze cognitive. (L’esigenza difensiva di semplificare ovviamente non si limita ai giovani). E’ certamente significativo che molti commentatori musulmani si interroghino sulle ambivalenze e ambiguità che in terre d’Islam segnalano la crisi. Ma un minimo di etnocentrismo critico vorrebbe che anche noi ci interrogassimo sulla nostra di profonda crisi. E che dessimo più spazio ai tanti pensatori musulmani che coniugano il loro ethos con la complessità del presente. Un esempio tra i tanti di questa sofferenza dell’Islam dialogale sono i libri della scrittrice algerina Karima Berger. L’ultimo (Les attentives) di prossima pubblicazione in Italia è il dialogo di una credente musulmana con Etty Hillesum e con i monaci martiri di Tibirhine!

6. L’enigma e il paradosso del RAPPORTO TRA UNO E MOLTEPLICE è alla base di ogni formulazione religiosa e filosofica. Come psicoanalisti poi proprio non possiamo tornare al cogito cartesiano neppure se rideclinato nel ‘je pense donc je suis… charlie’. La secolarità non coincide con il laicismo illuminista. E dopo Auschwitz non possiamo dimenticare la lezione di Adorno. Per uno psicologo analista è sovente evidente che la religione dell’Io e della ragione può essere animata dalla stessa vis inconscia e totalizzante che anima il totalitarismo ideologico-religioso. Del resto da un punto di vista simbolico è la coppia di opposti oscurità/luce può prendere forma sia nella dimensione totalizzante e ‘oscurantista’ della luce, quanto sorgere nella ‘notte oscura’ come insospettata capacità di attraversare il dubbio , l’incertezza, l’oscurità (S.Giovanni della Croce, The Cloud of unknowing, Meister Eckhart, ma l’elenco è lungo e transculturale). Keats (ripreso da Bion) la chiamava capacità negativa. In nome del pluralismo rischiamo di dimenticare che sotto le spoglie dell’universale l’illuminismo ha almeno in parte legittimato la logica della supremazia razziale e culturale che ha animato il colonialismo. Come Voltaire che sollecitava la zarina Caterina a attaccare l’impero musulmano con la benedizione dei Lumi. Basta rileggere cosa scriveva nel 1748 Montesquieu (che fu per altro l’illuminato pensatore della divisione dei poteri) ne Lo spirito delle Leggi,: «Lo zucchero costerebbe troppo se la canna da zucchero non fosse coltivata da schiavi. Queste creature sono tutte nere, con un naso così piatto da non suscitare nemmeno compassione. Non si può quasi credere che Dio, che è un Essere saggio, possa conferire un’anima, e specialmente un’anima buona a un corpo negro tanto brutto. Ci è impossibile supporre che queste creature siano uomini, perché se consentissimo a questo ne deriverebbe che neammeno noi siamo Cristiani.» Liberté, égalité, fraternité ma per chi? E poi che fine ha fatto la liberté se l’intuizione dell’universale viene calata in pratiche di prevaricazione e negazione dell’alterità. E’ banale ribadirlo ma siamo lungi dall’aver consolidato uno spazio mentale, sociale, economico e geopolitico in cui possano propserare égalité e fraternité. (Per esempio, come già sottolineava Arendt non è scontato porre in termini inediti l’appartenenza e la costruzione dell’umano in termini di cittadinanza…)

Un po’ più in là l’eccelso Hegel scriveva: «Nulla di congruo con l’umanità si può trovare nel carattere del negro (…) il negro è un esempio di uomo-animale selvaggio e senza legge (…) cantando e consumando radici o pozioni intossicanti raggiungono uno stato di estremo delirio da cui emanano i loro comandi. Se non riescono nell’intento dopo sforzi prolungati decretano che alcuni tra gli astanti – che sono parenti e vicini – siano assassinati e poi divorati dai loro compagni… Il prete passerà diversi giorni in questa condizione esaltata, uccidendo umani, bevendone il sangue e distribuendolo da bere. In pratica solo alcuni individui hanno dominio sulla natura e ciò solo quando non sono in sé bensì in uno stato di terrificante entusiasmo.»

La grandezza dell’esperienza illuminista sta nel rivelare la possibilità che da una cultura locale possa nascere la tensione all’universale. La sua povertà consiste nel assumere che le sue coordinate siano le uniche a generare questa tensione. Anche qui ritroviamo un mito dell’Uno totalizzante. Il vero passaggio implica il riconoscimento che ogni cultura locale è potenzialemente creatrice di una sua versione dell’universale e che il lavoro comune deve fare spazio a una dialettica fertile e vitale con le differenze. La vera radice utopica oggi consiste nel non riproporre la propria differenza come universale e contemporaneamente come negazione dell’altro. Solo così si potranno coniugare le singolarità, il pluralismo e l’insieme del mondo, quella costruzione dell’umano nella specie che Edouard Glissant chiamava tout-monde.

7. IL DEPOSITO NARRATIVO DELLA TRADIZIONE. E’ certo possibile per ognuno ragionare sulle ombre di alcune dimensioni problematiche di una o l’altra narrazione religiosa. Specialmente là dove non è stato risolto il ripristino dell’ijtihad, della libertà ermeneutica (che ancora esiste nello sciismo e che è oggetto di dibattito nella Sunna dopo che nel X secolo essa era stata limitata al campo giuridico). Mi sembra più utile riconoscere la fertilità narrativa del Corano, il suo improbabile e frammentato codice narrativo, i mitemi che lo animano. Come dice bene Julia Kristeva dobbiamo renderci dialoganti nella costruzione di ponti e passerelle con gli elementi fertili e con l”utopia positiva’ della tradizione. E’ quello che ho provato a fare con il mio testo Il deposito del desiderio. Forse che non c’è un tiqqun anche per l’Islam? Il ritiro divino necessario alla creazione non ha per esempio un eco nella vicenda di Iblis, il Lucifero di fiamma del Corano? Iblis è il primo ‘fondamentalista’, l’angelo/djinn che rifiuta di accettare l’imperfezione della creazione e di servire il libero arbitrio di quella creatura di fango che è l’uomo. Si ribella dicendo: “Vuoi metter sulla terra chi vi porterà la corruzione e spargerà il sangue mentre noi cantiamo le tue lodi?” (Sura della Vacca). Nella stessa Sura, quando Allah crea il mondo, l’Uomo impara a nominare ogni cosa grazie alla libertà donata da un diverso rapporto con la Parola mentre gli angeli ne sono incapaci perchè dicono «Noi non sappiamo altro se non quello che ci hai insegnato». E come dice un’altra Sura: »Noi abbiamo proposto il Deposito ai Cieli, alla Terra e ai Monti, ed essi rifiutarono di portarlo e ne ebbero paura. Ma se ne caricò l’Uomo e l’uomo è ingiusto e di ogni legge ignaro!» (XXXIII:72)

8. IMPORTANZA DELLA RADICE UTOPICA

Pensando al messianesimo ‘debole’ di Benjamin, alla sua dialettica immobile che mira a interrompere (in ogni istante) l’illusione di una trasformazione evolutiva che non abbia al suo cuore la rimemorazione e l’appuntamento con la giustizia, si tratta forse di ripensare alla radice utopica (laica o religiosa che sia) come un deposito che di per sé non garantisce nulla ma che si qualifica per le scelte che riusciamo a compiere nel qui ed ora dell’evento. Questo tema certamente trascende la questione Islam. Detto altrimenti la radice utopica può alimentare la pulsione di morte sotto pretesa di garantire la vita eterna o il ‘reich’ millenario sulla terra. Tuttavia la radice utopica può anche essere l’unico ancoraggio all’umano e rendere capaci di attraversare gli orrori della storia e il confronto con la morte e l’ingiustizia restando fedeli alla pulsione di vita.. Il “viva la muerte” che gridarono i contadini spagnoli che scesero armati di forcone contro Napoleone è molto diverso da quello franchista. E certamente la ‘teologia politica’ degli oppressi si nutre di visioni alte. A volte questa radice utopica si coglie più nelle forme conviviali e nell’ethos di una cultura, nei suoi miti affettivi, in ciò che malgrado le distorsioni rinnova desideri e aspirazioni. Basta fare un giro sulla musica che ascoltano/guardano i giovani arabi su you tube (siamo nell’ordine di 60 milioni di visioni di un singolo videoclip!), per capire che se da un lato l’inoculazione musicale è profondamente influenzata dai codici visivi mediatici occidentali a conferma della compresenza di paesaggi plurali e complessi nella costruzione delle identità, dall’altro il desiderio di inventare la vita si radica in dimensioni non logocentriche dell’ethos. Un errore sarebbe concepire la Umma (la comunità dei credenti) sotto il segno di materno unificante/opprimente/omologante e sottovalutare la dimensione di giustizia/solidarietà fraterna che nelle sue forme migliori essa rappresenta per il credente musulmano. Per avere un eco dell’impatto che l’Umma ha avuto sugli afro-americani basta leggere cosa scrisse Malcom X dopo il suo pellegrinaggio alla Mecca.

 «Non ho mai sperimentato tanta sincera ospitalità ed un così profondo spirito di vera fratellanza quale quella praticata da gente di ogni razza e colore qui.. C’erano decine di migliaia di pellegrini, di tutto il mondo. Vi era gente d’ogni colore, dai biondi con occhi azzurri agli africani neri. Ma tutti partecipavamo allo stesso rituale, mostrando uno spirito di unità e di fratellanza che la mia esperienza in America mi aveva portato a credere  non potesse mai esistere fra bianchi e non bianchi. Ed eravamo davvero tutti fratelli perché la fede in un solo Dio ha rimosso il bianco dalle loro menti, dal loro comportamento e dalla loro attitudine. Da questo posso capire che, forse, se i bianchi americani accettassero l’Unicità di Dio forse accetterebbero anche l’Unicità dell’Uomo – e cesserebbero di misurare, ostacolare e ferire gli altri a causa del loro differente colore. Con la piaga del razzismo che infetta l’America come un cancro incurabile, il cosiddetto cuore “cristiano” dei bianchi americani dovrebbe essere più ricettivo alla ricerca di una soluzione per un problema così distruttivo.»

9. Vi è forse una testa di serie SIGNIFICANTE che può assumere versioni diverse nella narrazione religiosa e in quella secolare ma che è accomunata dal valore accordato alla VITA. In tempi di biopolitica passare a una politica della vita (dove il soggetto è la vita e non la politica) è certamente all’ordine del giorno. Hannah Arendt all’essere per la morte heideggeriano contrapponeva l’essere per la nascita!! E i tre monoteismi (e non solo loro) hanno comunque in comune il significante della resurrezione dei corpi. Su questo ci sarebbe altro da dire anche dal punto di vista psicoanalitico, ma non si può mai dire tutto. Che ognuno possa proclamare innanzi tutto Je suis humain. Non è questo  il cuore sia della costruzione religiosa che di quella secolare che resiste all’idea che l’umano sia ridotto a mera funzione?

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Il «divenir negro del mondo»

scuola-riforma-sponsorMi preoccupa nel discorso di Napolitano il ricorso implicito all’immagine della ‘guerra giusta’. Evocando gli integralismi e le persecuzioni dei cristiani in Siria, Iraq e Libia senza far parola delle geopolitiche complesse che vi hanno contribuito e aggiungendo che «di questo quadro allarmante l’Italia, gli italiani devono mostrarsi fattore cosciente e attivo di contrasto» sorge infatti il dubbio che la retorica dei valori nazionali ed europei contro il ‘nemico’ possa essere inteso come estremo e scorato espediente per unire il Paese contro l’indifferenza. Indifferenza che è in realtà frutto del trionfo di una forma-merce che implica la burocratizzazione del mondo, la retorica dell’innovazione come quella dell’ “integrazione”, la falsa pedagogia della ‘buona scuola’ centrata sul condizionamento neuro-economico che mira a fabbricare un essere umano precario e spendibile e in costante flusso. Sui processi psicosociali in atto trovo molto pertinenti queste considerazioni di Achille Mbembe sul neoliberismo tratte dall’introduzione al suo più recente libro Critique de la raison nègre.  Non è un bel panorama dello stato del mondo. Tuttavia Mbembe non si stanca di sottolineare l’importanza di coniugare pragmatismo con quella radice utopica che ha sempre rappresentato un motore di riscatto, aspirazione e presenza.

«Per neoliberismo dobbiamo intendere una fase della storia dell’umanità dominata dalle industrie del silicio e dalle tecnologie informatiche. Il neoliberismo è l’epoca in cui il tempo breve viene convertito in forza procreativa della forma-denaro. Essendo il capitale giunto al suo punto di fuga massimo, si determina un movimento a valanga. Che poggia sulla visione secondo cui “tutti gli avvenimenti e tutte le situazioni del mondo e della vita [possono essere dotati] di un valore di mercato” (Vogl). Questo movimento è caratterizzato dalla produzione dell’indifferenza, dalla codifica forsennata della vita sociale in termini di norme, di categorie e cifre, così come da diverse operazioni di astrazione che pretendono di razionalizzare il mondo sulla base delle logiche dell’impresa.  Abitato da un doppio funesto, il capitale, in particolare quello finanziario, si definisce ormai come illimitato tanto dal punto di vista dei fini che dal punto di vista dei mezzi. Non detta più unicamente il proprio regime temporale. Avendo assunto su di sè la «fabbricazione di tutte le relazioni di filiazione» cerca di autoriprodursi con una serie infinita di debiti strutturalmente insolvibili»

Non ci sono più lavoratori in quanto tali. Non vi sono che nomadi del lavoro. Se ieri il dramma del soggetto era di essere sfruttato dal capitale, oggi la tragedia per moltitudini è di non poter nemmeno essere sfruttati, di diventare oggetto di relegazione in una «umanità superflua» abbandonata e di cui il capitale non ha bisogno per funzionare.

Emerge una forma inedita di vita psichica legata alla memoria artificiale e informatica e a modelli cognitivi orientati dalle neuroscienze e dalla neuro-economia. Automatismi psichici e automatismi tecnologici non formano che un medesimo complesso, e prende piede la finzione di un nuovo soggetto umano, ‘imprenditore si sè stesso’, plastico e costretto a riconfigurare sé stesso permanentemente in base agli artefatti che l’epoca offre.

Questo uomo nuovo del mercato e del debito, sarebbe (…) una “forma astratta bell’e pronta” come dice Hegel, capace di indossare ogni contenuto, tipica della civiltà dell’immagine e dei nuovi rapporti che questa stabilisce tra fatti e finzioni. Animale tra gli altri non avrebbe più alcuna essenza propria da proteggere o salvaguardare. E non esisterebbe alcun limite a priori alla modifica della sua struttura biologica o genetica. Questo [uomo nuovo] si distingue dal soggetto tragico e alienato della prima industrializzazione per molti aspetti. Innanzi tutto è un individuo imprigionato dal proprio desiderio. Per il suo godimento dipende quasi interamente dalla sua capacità di mettere in piazza la sua vita intima e offrirla sul mercato come merce di scambio. Come soggetto neuro-economico assorbito dalla esclusiva doppia preoccupazione della propria animalità (riproduzione biologica della propria vita) e della propria ‘coseità’ (il godimento dei beni di questo mondo), quest uomo cosa, uomo macchina, uomo codice, e uomo flusso cerca innanzi tutto di regolare la propria condotta in base alle norme del mercato, non esitando mai a strumentalizzare gli altri per ottimizzare la sua parte di godimento. Condannato all’apprendistato a vita, alla flessibilità, al regno del breve termine, deve abbracciare la propria condizione di soggetto liquido e malleabile per rispondere all’ingiunzione che gli viene costantemente fatta: diventare un altro.

E ancora: il neoliberismo rappresenta l’età [in cui] il ciclo del capitale si muove da immagine a immagine, con l’immagine come fattore di accelerazione delle energie pulsionali. (…) I rischi sistemici ai quali solo gli schiavi negri furono esposti nell’era del primo capitalismo costituiscono ormai se non la norma per lo men ola condizione di tutte le umanità subalterne(…)

Cattura, predazione estrazione e guerre asimmetriche vanno di pari passo con la ribalcanizzazione del mondo e la creazione intensiva di enclavi economiche che vanno intese come complicità inedita di economia e biologia.(…) Grazie a queste pratiche di enclavizzazione un imperialismo della disorganizzazione manifattura disastri e moltiplica un po’ ovunque stati di eccezione nutrendosi contemporaneamente di anarchia. A colpi di contratto in nome della ricostruzione e sotto il pretesto di combattere insicurezza e disordine, aziende straniere, grandi potenze e classi dominanti autoctone fanno man bassa delle ricchezze e delle risorse dei paesi resi vassalli.(…)In molti paesi del resto vige ormai un ‘razzismo senza razza’. Per meglio praticare la discriminazione, pur rendendola concettualmente impensabile si mobilitano l’idea di cultura e religione al posto della biologia. Pretendendo che l’universalismo repubblicano è cieco alla razza, si rinchiudono i non-bianchi nelle loro supposte origini e si moltiplicano senza sosta categorie che in realtà sono razziali, e che per la maggior parte alimentano oggi l’islamofobia.(…)

Trasferimenti massicci di ricchezze agli interessi privati, appropriazione di una parte crescente delle risorse che lotte passate avevano strappato al capitale, pagamento infinto di blocchi di debito, la violenza del capitale colpisce ovunque ormai anche in Europa dove nasce una nuova classe di uomini e donne strutturalmente indebitati. (…)

 Vi è la distinta possibilità che gli esseri umani vengano trasformati in cose animate, in dati e codici numerici. Per la prima volta nella storia umana, il nome Negro non rimanda solamente alla condizione imposta a persone di origine africana all’epoca del primo capitalismo (depredazione su più piani, spoliazione di ogni potere di autodeterminazione e soprattutto di tempo e di futuro, queste due matrtici del possibile). E’ questa nuova funzionalizzazione, questa liquidità, la sua istituzionalizzazione come nuova norma di esistenza e la sua generalizzazione all’insieme del pianeta che chiamo il divenire negro del mondo.

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mos maiorum

Una mega-retata di migranti. Classicheggiante, però

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di Annamaria Rivera

L’hanno chiamata Mos Maiorum, la grande retata europea contro i migranti che scatterà il 13 ottobre per concludersi il 26. Infelice già nel nome che allude, con gusto della romanità di tipo mussoliniano, ai “costumi degli antenati”, cioè al sistema etico-normativo tradizionale che nella Roma patriarcale e pre-civica aveva al centro, tra gli altri valori e principi, la valentia militare.

La spruzzata di romanità da incolti pretenziosi – o piuttosto un lapsus che ne rivela il subconscio razzista e imperialista – non riesce a occultare il vero scopo dell’operazione: fermare, controllare, identificare, schedare migranti irregolari e potenziali richiedenti-asilo, intercettati sul territorio europeo sulla base della presunzione della loro colpevolezza.

Promossa dal governo italiano nel contesto del semestre di presidenza europea, approvata, il 10 luglio scorso, dal Consiglio dei ministri dell’Interno e della Giustizia, la mega-retata sarà coordinata dalla Direzione centrale per l’immigrazione e dalla Polizia di frontiera del ministero dell’Interno italiano, in collaborazione con Frontex ed Eurosur.

Il principale scopo dichiarato di questa operazione transnazionale, ma che avrà l’Italia come teatro operativo principale, è stroncare le reti che trafficano in “clandestini”. In realtà, come abbiamo ribadito più volte, a creare gli irregolari e quindi il traffico di tale merce umana sono il proibizionismo europeo, l’assenza di canali d’ingresso legali e il Regolamento Dublino III. Quest’ultimo, impedendo i movimenti interni all’UE dei richiedenti-asilo, conferendo agli Stati, invece che alle persone, la facoltà di decidere dove chiedere protezione, prevedendo perfino che essi possano essere trattenuti se c’è “pericolo di fuga”, li induce ad affidarsi a reti illegali pur di raggiungere le mete desiderate.

Come è ammesso esplicitamente nel documento ufficiale del Consiglio dell’UE, datato 10 luglio 2014, Mos Maiorum servirà anche a schedare i migranti e a “raccogliere informazioni rilevanti per scopi investigativi e d’intelligence”. Insomma, le vere finalità sono terrorizzare e criminalizzare migranti e potenziali richiedenti-asilo, soprattutto ripulire il territorio europeo, quello italiano in specie, da un buon numero diindesiderabili.

Questa mega-retata non è una novità assoluta. Infatti, tra il 15 e il 23 settembre scorsi si era svolta l’operazione Archimedes (ancora il gusto della classicità!), vasta operazione di polizia, coordinata da Europol, contro il crimine organizzato transnazionale. Nell’ambito di questa operazione, l’Italia, con la collaborazione di Frontex, si era occupata, tra l’altro, d’immigrazione irregolare, identificando e schedando ben diecimila migranti in tutta Europa. Perlopiù persone ree di null’altro se non di sfuggire a miseria e altre calamità, in buona parte provocate dai rapporti di sfruttamento neocoloniale che le potenze occidentali impongono ai paesi del Sud o comunque non egemoni.

Ciò che rende ancor più infame Mos Maiorum – non evoca forse le retate di massa, di triste memoria, contro altri indesiderabili?– è che si accompagni con l’annunciata fine diMare Nostrum. Ancora un’operazione dal nome classicheggiante, ma che almeno, pur con delle ambiguità, ha sottratto più di centoventimila vite umane all’immenso cimitero marino che è divenuto il Mediterraneo.

Dopo le lacrime di coccodrillo di Schultz e Mogherini a Lampedusa, nel corso della commemorazione della strage del 3 ottobre 2013, di nuovo coloro che sono costretti a fuggire da realtà funeste, prodotte o incrementate dagli apprendisti stregoni occidentali, tornano a essere nemici o, appunto, indesiderabili.

E’ da molti giorni che le associazioni e le reti che difendono i diritti dei migranti lanciano l’allarme sulla Grande Retata e mettono in guardia i migranti e i profughi a rischio. Recente è, invece, la presa di posizione del Gue-Ngl, il raggruppamento di sinistra del Parlamento europeo.

Sollecitato da Barbara Spinelli, il gruppo, con l’appoggio dei Verdi, ha denunciato il carattere discriminatorio dell’operazione in una lettera aperta al Consiglio dei ministri della Giustizia e degli Affari Interni. Nella lettera si rivendica, fra l’altro: il sostegno aMare Nostrum; la creazione di corridoi umanitari; la garanzia della pienezza del diritto di asilo e di altri diritti fondamentali; la possibilità che i rifugiati raggiungano paesi europei diversi dal primo paese d’arrivo; la fine di ogni forma di detenzione dei migranti in quanto tali. Nel contempo, il Gue-Ngl si appresta a presentare una “richiesta di dichiarazione” del Consiglio durante la prossima plenaria del Parlamento europeo.

Tutto ciò potrebbe sembrare banale routine politica. Eppure oggi, quando stragi e retate di migranti si consumano spesso nel silenzio e nell’indifferenza dei più, non è cosa da poco che nel Parlamento europeo vi sia qualche sussulto di opposizione alla Fortezza Europa.

Versione modificata e ampliata dell’articolo uscito su “il manifesto” dell’11 ottobre 2014.

(11 ottobre 2014)

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C’è grande confusione sotto i cieli

jodorowsky_camoin_00Un ghanese affamato e solo dà fuori di matto a Milano. Immediate nefandezze verbali contro gli immigrati e i ‘clandestini’. L’ideologia è questa: pensare l’altro come un intruso che contamina. In questo i nazisti sono stati maestri.

Il giorno prima Grillo aveva fatto la sua sparata contro lo ius solis. Complimentato da La Russa.

Vana sincronia, sono solo rigurgiti immunitari, perché tutto questo è chiaro, non regge più. Le donne sfregiate con l’acido… ma non era un retaggio barbarico del primitivo oriente? Che fine hanno fatto i rumeni stupratori? Non se ne parla più, tanto le cronache sono piene di ragazzine scomparse e donne che subiscono violenza, ma la proiezione etnica non regge più. Forse santi e stupratori sono categorie transculturali. Certo è che ‘grande è la confusione sotto il cielo’.

Qualche tempo fa in Toscana ho visto due africani cacciati in malo modo dal treno, affidati alla polizia ferroviaria che voleva portarli in questura. Non avevano il biglietto. Uno di loro gridava disperato – ma voi non sapete come stiamo noi africani, da cosa veniamo! Stava per perdere il lume. Sono intervenuto, il treno era fermo, con cortesia ho detto al poliziotto che pareva ragionevole – li avete fatti scendere non infierite, lasciateli andare. Il controllore si è infuriato, perdeva quasi lui il lume. – Lo paga lei il biglietto? Eh lo paga lei? – Domanda retorica perché ormai erano scesi. Ma sì – dico – il biglietto glielo avrei pagato. Da Arezzo a Firenze non costa una cifra spropositata. Il controllore si è infuriato ancora di più – E il torto che lei fa a tutti gli altri passeggeri – urlava – glie lo chieda, glie lo chieda se son d’accordo… si rivolgeva infuriato a tutto il vagone, che lo guardava in silenzio. Poco mancava che mi desse del fascista…

Il razzismo immunitario è roba vecchia. Negli anni Sessanta i titoli dei giornali sottolineavano così la presunta etnicità dei meridionali. «Siciliano svaligia un appartamento» ecc.

E’ la stessa storia che si ripete:

 «Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vivini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere, ma soprattutto non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di esperedienti o, addirittura di attività criminali.»

Un sindaco leghista? No si tratta della relazione dell’ispettorato per l’immigrazione Usa, ottobre 2012 e parla degli italiani (vedi La macchia della razza di Marco Aime)

Guardando i tarocchi la carta giusta per commentare l’avventura del migrante è la prima, quella senza numero, il Matto. È un vagabondo nomade che porta il fagotto delle sue cose col bastone in spalla. Il passato gli corre appresso e non si sa dove vada. Se la leggiamo come annuncio di un desiderio, l’aspirazione migrante osa. Il cane che lo insegue (il suo passato) non lo trattiene, Il suo impulso vitale è un grande potenziale non ancora dispiegato. Ma se lo guardiamo dal punto di vista della doppia esclusione, il passato è un lupo che morde, il suo eroismo è velleitario, i suoi trucchi da briccone ingenui. Allora si scopre davvero matto. Ma com’è che i matti ci sono anche da noi? C’è grande confusione sotto il cielo.

Ps: Come scriveva Abdelmalek Sayad, c’è una “doppia assenza” che caratterizza l’esperienza del migrante: non più “là”, ma non del tutto a casa “qui”, l’immigrato è sospeso fra l’assenza dal paese di origine, dal quale ci si allontana alla ricerca di un altrove che si immagina migliore, e l’essere costantemente “fuori luogo” nel paese di accoglienza, una realtà in cui si è spesso esclusi o emarginati. Al concetto di “doppia assenza” si affianca quello di “doppia presenza”, che si riferisce ai duplici radicamenti, ai legami con il proprio paese – affettivi, relazionali, sociali, economici – che perdurano nel tempo e ai nuovi legami che gradualmente vengono costruiti nel luogo di arrivo. (vedi anche il tema non indifferente della formazione per chi assiste chi muore ‘altrove’)

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Un anno sognato pericolosamente

Unknown-2Nel suo ultimo libro – Un anno sognato pericolosamente –  Zizek  insiste con la sua abituale provocatoria arguzia su temi a lui cari. Ci ricorda innanzi tutto che uno dei «pericoli principali del capitalismo, nonostante sia globale e abbracci il mondo intero [è quello di sostenere] una costellazione ideologica che è, stricto sensu, ‘senza mondo’, e priva la stragrande maggioranza delle persone di ogni orientamento cognitivo che produca il senso». La conseguenza dello story telling capitalista è la violenza che non rivendica nulla se non la  messa in scena di un carnevale consumista di distruzione. Il riferimento è ai saccheggi  del 2011 nelle periferie londinesi: «che razza di universo è quello in cui viviamo,» commenta Zizek, «che può autocelebrarsi come società della scelta, ma in cui la sola alternativa disponibile a un consenso democratico imposto è una forma di cieco acting out?» 

L’altro tema su cui insiste Zizek è  il  superamento della falsa opposizione tra la bieca intolleranza razzista e la tolleranza rassegnata di un certo multiculturalismo. La prima,  trincerata dietro i tribalismi difensivi delle proprie appartenenze proietta sull’extracomunitario quel furore ideologico già a suo tempo proiettata sugli ebrei. «Gli immigrati stranieri sono gli ebrei di oggi, il bersaglio principale del nuovo populismo» proprio perchè rappresentano l’intruso straniero che costituisce una minaccia per il corpo sociale. La seconda, la tolleranza multiculturale,  pure si rassegna alla differenza localista e alla ghettizzazione delle appartenenze  identitarie tradendo la ricerca  di una possibile alleanza tra  tensioni  volte alla costruzione dell’umano nelle diverse culture anche là dove la retorica degli opposti fondamentalismi le offusca.  La sintesi di Zizek: non limitarsi a rispettare gli altri, ma offrire loro una battaglia comune, perché i nostri problemi più pressanti sono problemi comuni.

 I promotori della primavera araba o l’opposizione civile iraniana, per fare due esempi non sono ‘fondamentalisti’ (il termine non è proprio corretto) e tuttavia sono musulmani credenti. I sostenitori di Musavi (che è risultato sconfitto forse per brogli alle ultime elezioni in Iran) vestivano di verde e gridavano Allah è grande proprio perché non volevano lasciare il monopolio dell’identità islamica ai fanatici fondamentalisti… in  altre parole non è saggio rappresentare l’Islam di per sé come un blocco monolitico incapace di aspirazioni universali alla giustizia e incapace di dialogo con altre visioni del mondo…

Cito un paio di passi significativi: «Un secolo fa Gilbert Keith Chesterton descriveva così l’impasse fondamentale della critica alla religione: ‘Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa […] Il laicismo non ha distrutto le cose divine, ha distrutto le cose non divine – se questo può essergli di conforto’. Non potremmo dire lo stesso dei difensori della religione? Quanti fanatici protettori della fede hanno cominciato con l’attaccare ferocemente la cultura laica contemporanea e hanno finito col rinunciare a qualsiasi esperienza religiosa significativa? Analogamente molti partigiani della causa liberale sono così impazienti di lottare contro il fondamentalismo antidemocratico che finiranno per gettar via proprio la libertà e la democrazia così da poter combattere meglio il terrorismo. Se i ‘terroristi’ sono pronti a distruggere questo mondo per amore dell’altro mondo, i nostri guerrieri antiterrorismo sono pronti a distruggere il loro mondo democratico per odio dell’altro mondo musulmano. Alcuni di loro amano a tal punto la dignità umana da essere pronti a legalizzare la tortura, e cioé la somma degradazione di questa dignità.

E non potremmo dire lo stesso anche di quelli che hanno aderito alla recente campagna europea contro la ‘minaccia dell’immigrazione’? Nel loro fervore di proteggere l’eredità giudaico-cristiana, i nuovi zeloti sono pronti a sacrificare il vero nucleo di questa eredità: ogni individuo ha un accesso immediato all’universalità (dello Spirito Santo, o, oggi, dei diritti umani e della libertà); e io posso prendere direttamente parte a questa dimensione universale, indipendentemente dalla mia particolare posizione all’interno dell’ordine sociale globale. Le ‘scandalose’ parole di Cristo nel Vangelo di Luca non puntano forse nella direzione di una tale universalità che ignora ogni gerarchia sociale? ‘Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre, e la moglie, e i fratelli e le sorelle e finanche la sua propria vita, non può essere mio discepolo’. (Luca 14:26) I legami familiari rappresentano qui una qualsiasi particolare relazione sociale, etnica o gerarchica, che determina il nostro posto nell’Ordine globale delle Cose. L’ ‘odio’ imposto da Cristo non è quindi l’oggetto dell’amore cristiano; ne è bensì l’espressione diretta: è l’amore stesso che ci impone di ‘slegarci’ dalla comunità organica nella quale siamo nati; o, come disse San Paolo, per un cristiano non ci sono né uomini né donne, né ebrei né greci. […]

Gli ambiti di lotta in cui non ci sono ‘né uomini né donne, né ebrei né greci’ sono molti, dall’ecologia all’economia.

Qualche mese fa un piccolo miracolo è accaduto nella Cisgiordania occupata: alle donne palestinesi che dimostravano contro il Muro si è unito un gruppo di lesbiche ebree di Israele. L’iniziale diffidenza reciproca si è dissipata nel primo confronto con i soldati israeliani a guardia del Muro, e una sublime solidarietà si è manifestata quando una donna palestinese abbigliata in modo tradizionale ha abbracciato una lesbica ebrea con i capelli viola pettinati a punta; un simbolo vivente di come dovremmo condurre la nostra lotta.»

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Respect diversity/Abbasso l’amigdala

Mi fa proprio piacere che Balottelli abbia segnato!  Respect diversity diceva lo slogan prepartita. Forse i cambiamenti della coscienza collettiva passano anche di qui anche se certo non basta. Segnalo anche un  sincronico articolo di Massimo Piattelli Palmarini sul Corriere di ieri che trovate per esteso qui 

E ne riporto di seguito un paio di brani

«Il censimento del 2010 ha rivelato che, negli Stati Uniti, il 36 per cento della popolazione totale è composto da «non bianchi» («non-whites»), con un 7 per cento di aumento in appena dieci anni. La buona notizia è che, nei ripetuti sondaggi effettuati dai sociologi nell’ ultimo quarto di secolo, gli atteggiamenti dei bianchi americani nei confronti dei non bianchi sono nettamente e progressivamente migliorati. Il razzismo conscio è in netto e continuo declino, e sarà presto quasi scomparso. La cattiva notizia, pubblicata ieri sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale «Nature Neuroscience» da ricercatori della New York University e di Harvard, è che lo spirito è pronto, ma la carne è debole. Cioè, tra l’ atteggiamento anti-razzista consapevole e positivo e le reazioni subconscie negative dei bianchi a volti di non bianchi c’ è un fossato. Gli autori di questa ampia ricerca, Jennifer T. Kubota, Mahzarin R. Banaji ed Elisabeth A. Phelps, dopo aver analizzato molti risultati ottenuti negli ultimi anni nelle neuroscienze, concludono che esistono chiare attivazioni cerebrali dei centri deputati al disgusto, la paura e la sfiducia, quando si mostra a un bianco un volto di un non bianco. L’ area cerebrale sottocorticale che si attiva per prima, chiamata amigdala, è infatti specializzata in emozioni di carattere negativo. Il cervello delle persone sensate e socialmente sensibilizzate, però, non lascia queste emozioni negative agire a briglia sciolta. Subito dopo, infatti, in millesimi di secondo, presto si attiva anche un’ area della corteccia cerebrale, il nucleus accumbens dorsale, che registra un conflitto. Le emozioni negative inviate dall’ amigdala non sono benvenute ai centri superiori e il sistema cerca di neutralizzarle. Si attiva la centralina di controllo più nobile, la corteccia prefrontale dorsolaterale (in gergo «Dlpfc») e stabilisce chi deve vincere in questa lotta tra il bene e il male. Per lo più vince il bene, cioè giudizi e atteggiamenti non razzisti, ma l’ esistenza sorniona delle reazioni viscerali negative non può essere ignorata. (…) Chiedo all’ autrice principale di questa ricerca, la neuropsicologa Jennifer Kubota della New York University, cosa dobbiamo concludere. «I centri delle reazioni emotive negative sono malleabili e i centri superiori del giudizio e della decisione sono in grado di contrastarli. Le reazioni negative emotive dell’ amigdala sono, a guardarci meglio, più collegate al riconoscimento del proprio gruppo che non alla razza in quanto tale. Inoltre, ogni volta che un soggetto rievoca un ricordo e poi lo rinvia di nuovo in memoria – un processo molto studiato che si chiama “reappraisal” – il ricordo cambia. Esercitando questo processo, le reazioni  anche inconsce cambiano in positivo. Insomma, con un certo sforzo, le reazioni negative subconscie possono essere dominate». Aggiunge che siamo solo agli inizi di queste ricerche e che molto resta da fare. A me viene in mente uno striscione in inglese a lato del campo che gli spettatori della partita Italia-Inghilterra di domenica hanno ben visto a inizio partita: «Uniamoci contro il razzismo». Facciamolo, magari anche nei tempi supplementari o perfino ai rigori. Abbasso l’ amigdala, viva i centri corticali superiori.»

Come dice  Laura Boella nel suo bel libro su ‘Il coraggio dell’etica’ per capire l’empatia non bastano i neuroni specchio: il bene, la libertà la giustizia devono accadere in atti, gesti, giudizi, esperienze singolari e concrete. E ciò non è possibile senza una nuova immaginazione morale.

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“I figli degli uomini” di Alfonso Cuaròn (Nuda vita V)

Siamo tutti portatori di zoé, di nuda vita. Rappresentare la migrazione come un reato da perseguire penalmente significa costruire una narrazione “biopolitica” immunitaria che nega la “vita” , l’interdipendenza e la potentia  di cui ogni essere umano è portatore.

 La discriminazione e l’immunitarismo nei confronti dei migranti rappresentano una forma di esclusione dalla quale ci illudiamo di essere appunto “immuni”. Emblema di questa esclusione è il Centro di Identificazione ed Espulsione, manifestazione  di illibertà che scegliamo di ignorare senza renderci conto che in una certa misura l’intero pianeta sta diventando un CIE.

Il film di Alfonso Cuaròn “I figli degli uomini” è stato più volte commentato  come paradigmatico anche dal filosofo lacaniano Slavoj Zizek. Il film è ambientato in una Inghilterra del non-troppo-distante futuro, in una cupa atmosfera biopolitica in cui i conflitti sociali si collocano sul versante della normatività e della sicurezza. Gabbie e campi di concentramento per gli immigrati clandestini per consentire al resto della popolazione di perseguire il life-style consumista o estetizzante.  Ma il cuore della vicenda si gioca nel conflitto tra gruppi di potere antagonistici, tutti alla ricerca di una soluzione all’infertilità globale che ha colpito il mondo. Un  virus ha infatti condannato l’umanità all’estinzione. In una narrazione creativa del mito cristiano sarà proprio una clandestina la prima donna a restare miracolosamente incinta, e a doversi nascondere e fuggire quando mette alla luce il figlio.  Viene infatti  inseguita sia dalla polizia che dai rivoluzionari perché le due parti vogliono farne un’icona identitaria. Il ruolo di San Giuseppe sarà assunto da un ex attivista politico. I due partono alla ricerca di una mitica nave di scienziati che starebbero cercando una cura all’infertilità umana. La via  verso il mare passa proprio per un Campo di concentramento per migranti, dove intemperanze, fondamentalismi e violenze si mescolano a umanità e amore. Scrive Zizek:

Questi due tratti – la permissività edonistica con le sue nuove forme di apartheid sociale e il controllo basato sulla paura – sono forse tipici delle nostre società? Il colpo di genio del regista è questo: “Molte storie sul futuro”, ha detto Cuarón in un’intervista, “immaginano un mondo dominato da un Grande fratello, ma io credo che sia un’idea novecentesca della dittatura. La tirannia del ventunesimo secolo si chiama `democrazia”‘. Per questo le persone che governano il mondo nel suo film non sono grigi burocrati totalitari in uniforme, come quelli di Orwell, ma amministratori illuminati, colti e democratici. I figli degli uomini non è un film sulla ste­rilità come problema biologico. La sterilità di cui parla Cuarón è quella diagnosticata molto tempo fa da Friedrich Nietzsche quando intuì che la civiltà occidentale si stava dirigendo verso “l’ultimo uomo”, una creatura apatica senza passioni né impegni. Incapace di sognare e stanca della vita, l’ultimo uomo non corre rischi e cerca solo comodità, sicurezza e tolleranza reciproca: “Un po’ di veleno, ogni tanto, per fare sogni gradevoli. E molto veleno, alla fine, per una morte gradevole. Hanno i loro piccoli piaceri per il giorno e i loro piccoli piaceri per la notte, ma sempre badando alla salute.

 Altrove Zizek fa un collegamento interessante tra biopolitica e edonismo spirituale, sottolineando il pericolo che alcune forme di meditazione  funzionino come placebo narcisistica o come indoratura della amara pillola della perdita di desiderio, di “presenza” e di mondo  dell’”ultimo uomo”. Rischierebbero cioè di diventare funzionali a un sistema che richiede un perenne adattamento alle sue leggi, un’ennesima versione dell’“oppio dei popoli”.

E’ una critica che merita una riflessione attenta.

E’ innegabile che la tentazione di utilizzare l’aspirazione religiosa per il dominio (egoico o sociale) è testimoniata dalla storia. E’ anche vero, però, che molti di coloro che si sono avventurati sulle vie della ricerca spirituale hanno lasciato tracce volte a evitare questa tentazione. Da più parti si avverte l’esigenza di riprendere una riflessione su mistica e politica.  La sfida oggi è quella di riconnettere adualisticamente impegno e non-attaccamento, di concepire la politica in un “mezzo senza fine” (l’espressione è di Agamben) vincolando la qualità dell’impegno a quella della presenza più che delle “buone intenzioni” per cui troppo spesso “il fine giustifica i mezzi”. Si tratta insomma di connettere pensiero e azione, prassi e contemplazione e di immaginare anche la meditazione come propizia alla pratica politica e al nutrimento della “potentia” di ogni vivente.

Vorrei del resto sottolineare come nel film di Cuaròn la clandestina portatrice di una nuova inaspettata fertilità sia specchio della comune nuda vita, della vita libera e priva di qualificazioni a cui rinunciamo scegliendo il suo povero sostituto: una vita in cui il conflitto e la deprivazione sono parzialmente occultate e parzialmente scaricate sui diversi e sugli stranieri.


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Eau Sauvage

Di fianco a casa c’è un appartamento di senegalesi. Ne avevo visto uno all’ambulatorio dove lavoravo e adesso chiacchieramo un po’ quando ci incontriamo. Sono in molti e vivono, credo, in un bilocale. Qualche mese fa c’è stata una retata della polizia e hanno portato via chi non aveva permessi di soggiorno. Al Centro di identificazione ed espulsione si sa che c’è stato uno sciopero della fame. Non ci si può neanche avvicinare. L’accesso alla strada di periferia che porta al Cie è bloccato dalle volanti.

Marzia, un’ amica bresciana ha sposato un operaio senegalese che come tanti ha trovato lavoro in fabbrica.  Ogni sera Marzia cucina per una decina di persone in più perché le porte sono sempre aperte per gli amici ma anche per chi è appena arrivato e non ha ancora di che vendere e ha la pancia vuota. I senegalesi sono belli, musicali, molto eleganti, fanno colpo.  Dopo aver mandato quanto dovuto alle famiglie si comprano delle belle camicie. Amano i  buoni profumi (che tra l’altro tengono a bada gli spiriti molesti).

Un amico senegalese, Amadou, ha una bancarella al mercato. Mi racconta quanto sia buffo vedere la reazione dell’impiegato che passando riconosce il suo profumo. Chiamiamolo Giovanni, l’impiegato. Nel suo sguardo si legge per un istante lo sgomento. Giovanni vive  il fantasma del possibile licenziamento, sua moglie è disoccupata e la famiglia fatica a tirare la fine del mese. Cosa succede quando sente che Amadou si è messo Eau Sauvage?

Giovanni non è razzista e neanche leghista. Ma gli sale la rabbia. «Ma come, questo qua, questo poveretto che, vabbe’, è qua perché deve mandare i soldi al paesello, si permette questo lusso. Io che sono italiano il dopobarba a volte lo compro al discount, per via della mia insicurezza, perché temo che il mio potere d’acquisto sia quotidianamente eroso, perché ho scordato come si possa vivere alla giornata e tu, tu che dovresti essere un povero consegnato alla mera sopravvivenza, o a provvedere alla tua famiglia lontana, tu mi dimostri che il tuo desiderio è più forte della mia ‘prestazione’, che osi realizzarlo, che riesci a star bene anche lontano da casa! Tu sei l’ombra del mio desiderio e questo non lo sopporto!»

Cosa si permette, infatti, Amadou che per altro ogni mese manda al paesello di che sostenere un paio di dozzine di parenti? Si permette qualcosa che ha che fare con la forza di un desiderio non domo. 

Scrivevo queste cose qualche mese fa. Forse qualcosa sta cambiando?

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