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La Cura e la Vergogna

Da Lino ricevo e volentieri rilancio:

Lampedusa celebra e si prende Cura, oltre la Vergogna
Teatro, parola e movimento per un saluto dall’Europa a chi è partito senza mai arrivare

Di fronte alla tragedia di Lampedusa si sono rimpianti i morti, si è riacceso lo scontro sulle responsabilità delle pessime leggi attuali sull’immigrazione, ma si lasciano in ombra i bisogni dei sopravvissuti, che restano e non dimenticano. Sono l’unico sfondo silenzioso e coraggioso che dà dignità di esseri umani alle vittime.
Lampedusa è l’incrocio di una guerra, combattuta subdolamente dall’Europa contro il mondo dei poveri, delle donne, dei bambini. Tecnicamente si chiama guerra a bassa intensità, quella che produce più morti tra la popolazione civile.
I protagonisti di questa vicenda che troppe volte si ripete uguale a se stessa, hanno subito una grande violenza, un’esperienza traumatica, che separa irrimediabilmente ciò che prima era unito: la famiglia, l’immaginazione del proprio futuro e il quotidiano. I loro corpi sono irrigiditi e le loro menti incredule, è molto difficile trovare emozioni da esprimere se non si ripara questo trauma, questo dolore.
In molte esperienze di guerra in cui abbiamo lavorato, il teatro ha consentito di far esprimere ed elaborare esperienze vissute, altrimenti inenarrabili. Il teatro consente questa riunificazione perché attraverso i simboli è possibile esprimere il proprio dolore, i propri lutti, e contenerli attraverso il gruppo in scena.
L’idea che proponiamo è l’organizzazione di un evento artistico/teatrale che rappresenti un rituale di saluto, di unione tra i sopravvissuti e i loro morti, con il coinvolgimento di tutti gli abitanti di Lampedusa: il loro coraggioso sindaco, i pescatori, i giovani, gli artisti dell’isola e i rappresentanti delle comunità che oggi sono coinvolte in questa tragedia, che ne annuncia altre possibili e probabili domani. I Lampedusani non dimenticano e non devono essere lasciati soli con la rabbia, la violenza e il dolore. Abbiamo visto le lacrime salate dei soccorritori e gli interventi commoventi degli adolescenti che gridavano, come il papa Francesco, “vergogna”! e noi vogliamo rispondere con un’azione forte che li veda protagonisti. Non si possono seppellire e rispettare i morti se non ci prendiamo cura dei loro sopravvissuti, accompagnandoli nel commiato. Solo se le persone inghiottite dal Mediterraneo non saranno lasciate sole, i sopravvissuti potranno sentirsi presi in cura da chi vorrà accoglierli e non perpetueranno altra violenza, causata dalla nostra incuria.
L’evento artistico/teatrale che proponiamo a Lampedusa per il 3 di gennaio 2014, a tre mesi dalla tragedia, intende rappresentare simbolicamente l’unità della morte con la vita, l’accompagnamento dei morti verso una loro sepoltura degna. L’impegno è quello di coinvolgere i principali media nazionali e internazionali, per rendere concreta la partecipazione degli europei che vogliono essere solidali. I superstiti traumatizzati non sono solo “loro”, ma un po’ tutti noi abbiamo bisogno di cambiare la storia. Vogliamo offrire a tutti quelli che porteranno a lungo nel cuore questa esperienza, una strada di riappacificazione con questo dolore così profondo, per congedarsi dagli uomini, dalle donne e dai bambini custoditi in fondo al mare, perché essi non tormentino gli animi e le coscienze di chi non è riuscito a salvarli. Chiediamo così con forza di spostare l’attenzione dell’Italia e dell’Europa dalle rivendicazioni sulle responsabilità dei morti, peraltro evidenti, alla cura dei vivi.
Per la sua realizzazione possiamo contare sulle risorse di un’estesa rete artistica nazionale e internazionale coordinata dalla residenza teatrale “Scarlattine Teatro”.
Questo è il primo segnale di una messa a disposizione della nostra esperienza pluriennale nel lavoro con migranti, vittime di tortura e richiedenti asilo (www.etnopsi.it).

Inviateci proposte di collaborazione alla realizzazione di questo progetto a info@etnopsi.it

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Archiviato in arte, etnopsichiatria, narrazioni, nuda vita

Quel che resta dei sogni

Il titolo dell’intervista di oggi su Repubblica di Luciana Sica allo psicoanalista Domenico Chianese calza a fagiolo: Quel che resta dei sogni. La trovate su spogli.blogspot E il sottotitolo risuona con il rinnovato interesse transdisciplinare sull’interfaccia tra sogni e dimensione sociale: “La paura del futuro cambia il nostro mondo onirico”

Dice Chianese «Anche nei sogni si esprime il nuovo disagio della civiltà dell’uomo moderno. Penso soprattutto a quei sogni angoscianti di cadute, smarrimenti, strade sbarrate che spesso fanno i pazienti più giovani… Saranno senz’altro determinati dal passato dei singoli sognatori, ma colgono anche il momento storico che viviamo. È così, del resto, che funziona la mente umana, con uno scambio continuo tra il “mondo” e lo “psichico”: compreso l’inconscio che, per dirla con Kaës, “sente l’angoscia del futuro”. Un sentimento che si è fatto particolarmente acuto oggi, nel pieno di una svolta epocale ancora poco decifrabile. Nei sogni affiorano le paure più profonde, “originarie”, ma anche la condizione di incertezza, l’inquietudine, lo smarrimento, l’ansia, l’assenza dolorosa di orizzonti. È allora anche per un senso di responsabilità nei confronti delle nuove generazioni che noi analisti abbiamo il dovere di comprendere la realtà contemporanea.»

E ancora: «… Quella del sogno è un’esperienza dei sensi, un’esperienza estetica che non va considerata una dimensione ornamentale dell’identità umana perché invece ne rappresenta uno dei fondamenti. Sappiamo con Kant che immaginazione e intelletto si incontrano e si cercano e che il sapere estetico non è un meno rispetto al sapere logico. E per quanto il tono sia profetico, sono d’accordo con Adrian Stokes che amava dire “un giorno gli uomini impareranno a considerare la salute mentale come una conquista estetica”… direi che sognare di notte e di giorno può salvarci dalla follia, dalla severità delle patologie. È noto l’adagio di Julia Kristeva che ricorda come “in questa vita di tutti i giorni, impazienti di guadagnare, consumare, non si ha né il tempo né lo spazio per farsi un’anima”.»
Chiede Luciana Sica: «Un grande analista britannico, com’è Christopher Bollas, recupera il sogno nella sua dimensione “antica” di incontro con il destino. Suggestivo. Anche convincente?»
«Nel mondo antico, esistevano delle istituzioni che funzionavano da scambio tra il notturno e il diurno, luoghi privilegiati come il tempio o la boscaglia (…) in una certa misura, l’antico approccio al sogno permane anche nella pratica analitica. Non a caso Bollas parla del sogno come “modernoracola”, come erede dell’oracolo antico, e certamente c’è saggezza nel sogno, in quanto portatore dei significati umani più profondi, abitato dalle dimensioni originarie dell’esistenza: il tempo dell’origine, chiuso in se stesso con tutto il suo carico di nostalgia, ma anche il tempo del futuro. Ora, se il sogno non è solo ciò che resuscita del passato, ma anche quel che annuncia del nostro vivere, possiamo dire che l’uomo nel sogno incontra il suo destino».

In modo complementare vorrei citare Arjun Appadurai che nel dal suo classico Modernity at large riflette sulla sovrapposizione dei ‘paesaggi’ etnoglobali che includono la sfera mediatica, economico-finanziaria, migratoria e creano un continuum di discontinuità e complessità nei cui interstizi nasce e si potenzia l’immaginazione. In particolare Appadurai sostiene che la combinazione di migrazioni di massa e di esplosione di narrazioni mediatiche sembrano chiamare se non costringere a fare ricorso all’immaginazione. Che negli ultimi decenni è diventata un fatto sociale e collettivo.

Per certi versi, aggiunge, questa tendenza richiama qualcosa di antico e già noto «Dopo tutto siamo abituati a pensare che tutte le società hanno prodotto una loro versione di arte, mito e leggenda, espressioni che implicano l’evanescenza della vita sociale ordinaria. In queste espressioni tutte le società hanno dimostrato di poter sia trascendere che riformulare la vita sociale ordinaria facendo ricorso a mitologizzazioni di vario tipo che deformavano immaginativamente la vita sociale. Nei sogni infine, gli individui, anche nelle società più semplici hanno trovato lo spazio per ridefinire la propria vita sociale, vivere emozioni e sensazioni proscritte e vedere cose che poi traboccano nel sentimento che hanno della vita ordinaria.Tutte queste espressioni, inoltre, sono state la base di un dialogo complesso tra immaginazione e rituale in molte società umane, attraverso il quale la forza delle norme sociali ordinarie veniva per certi versi approfondita attraverso il capovolgimento, l’ironia, o l’intensità performativa e il lavoro di collaborazione richiesto da molti tipi di rituale. Questo è il lascito certo di quanto di meglio ha prodotto l’antropologia canonica dell’ultimo secolo.»

La tesi di Appadurai è che l’immaginazione (e implicitamente il sogno nella sua dimensione complessa e sociale) gioca un ruolo ancora più importante nel mondo ‘post-elettronico’. Innanzitutto perché travalica nel bene e nel male la sola dimensione rituale ed entra con forza nella vita quotidiana. Per esempio l’immaginazione di luoghi e modi diversi di vivere è pervasiva nella costruzione dei progetti migratori. Che siano diaspore di speranza o disperazione l’immaginazione ha un ruolo importante. Appadurai contesta inoltre l’idea che i media siano sempre l’oppio dei popoli, e non generino spesso anche agency, una misura di soggettività ironica e selettiva. E mentre la ‘fantasia’ ha una dimensione privata e consolatoria, l’immaginazione prelude ad altro in termini estetici ed etici. Da tutto ciò possono nascere narrazioni che generano nuove solidarietà.

Nel prossimo post vorrei riprendere la storia della Social Dreaming Matrix.

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apertura e rituale

Siamo abituati a pensare alla dimensione rituale in termini di ripetizione sterile e chiusura in una forma identitaria invece che di pratiche che ricreano il mondo, che riconnettendo diventano ‘cura’. In ogni caso, la varietà di forme rituali del mondo ci fa riflettere sulla relazione tra dimensione rituale e  forme della coscienza umana.  Due recenti seminari del nostro corso annuale di pratiche interculturali (vedi al link ‘etnosistemici’), a Roma e a Genova si sono occupati della questione. Claudio Neri ha evidenziato alcuni concetti particolarmente fertili del vocabolario di Ernesto De Martino: ‘crisi della presenza’, ‘apocalissi psicopatologiche’ e ‘apocalissi culturali’. Cito un brano del suo intervento:

«La messa in scena drammatica, il mito ed il rito giocano un ruolo essenziale, nel rendere possibili ilpositivo attraversamento della crisi della presenza. Vi è uno stretto rapporto tra la crisi ed unriscatto che si attua su una base «mitico-rituale». Fuor di ogni esitazione, il rito, unito al mito,possiede una precisa funzione psicoterapeutica. Il rito – ad esempio, una festa, una processione o una cerimonia intensamente partecipate – è «una tecnica» con la quale si risponde alla «crisi». Le apocalissi culturali ed anche le diverse escatologie, e i simbolismi mitico-rituali, secondo de Martino, non soltanto hanno segno opposto a quello delle gravi forme psicopatologiche (apocalissi psicopatologiche), ma anzi rappresentano una via di trasformazione della sofferenza individuale. Esse, infatti, sottraggono l’individuo alla chiusura ed all’isolamento, disponendone il sentire all’interno di una tensione e di un progetto mitico e rituale collettivo. È un passo verso l’uscita dal tunnel del vuoto di valori e di senso”» [da Claudio Neri Il calore segreto degli oggetti]

D’altro canto, in ambito ‘etnopsi’ si idealizzano a volte prescrizioni tradizionali che possono anche essere regressive per le soggettività in divenire. Roberto Beneduce ha evidenziato ancora una volta come il nostro etnocentrismo cche predilige spiegazioni rapide e categorie nette entri in crisi di fronte alla complessità. Cito dal suo bel libro su Possessione e trance [2002] «Ritroviamo anche nel caso dei rituali di possessione (…) interpretazioni contrapposte e incompatibili. Si tratterà di culti religiosi o di discorsi politici e pratiche di resistenza culturale? Abbiamo a che fare con strategie di comunicazione e con semplici tecniche terapeutiche?  Le cerimonie di possessione rappresentano pratiche di memoria, meri eventi ‘teatrali’ o celebrazioni estetiche fini a se stesse? Questi rituali esprimono raffinati dispositivi retorici, articolate finzioni o rappresentazioni dell’alterità fissate dai canoni di una certa tradizione? L’imbarazzo etnografico nel situare questi eventi nell’una o nell’altra classe di fatti sociali costituisce di per sè un aspetto sul quale dovremo a lungo interrogarci.»

Anche la trasposizione semplicistica dei dispositivi dei culti tradizionali in una prospettiva terapeutica può essere arbitraria:

«nel tradurre un universo semantico ed esperienziale (…) in termini medico-psicologici, nel medicalizzare pratiche e discorsi di pertinenza religiosa rischiamo di confondere i livelli di analisi e produrre interpretazioni artificiose, illegittime, etnocentriche.» [ibid.]

Natale Losi ci ha fatto entrare nel vivo di una dimensione iniziatico-immaginale  articolando il rapporto tra finzione e verità a partire dall’immagine multiforme del labirinto.

Per evitare una banalizzazione delle varie ‘prescrizioni’  nella presa in carico del disagio migrante  io ho provato ad applicare la categoria dell’ontonomia alla dimensione rituale.  (Vedi sopra la pagina dedicata a ontonomia)

Provo a riassumere in sintesi estrema:

Il rituale ricrea il mondo, apre alla complessità e all’armonizzazione delle differenze. Imita sempre una narrazione cosmogonica originale: frattura il tutt’uno per creare un tout-monde plurale.Non può essere costruito a tavolino e nemmeno ridursi alla sterile ripetizione ritualista. Quando funziona esprime un senso emergente che nutre il capitale simbolico della persona e delle culture.La sacralità inerente alla dimensione rituale può essere accolta anche in una prospettiva secolare che tuttavia funziona solo vi è partecipazione autentica (per esempio credendo nel valore della processualità emergente e della comunicazione simbolica).Il rituale può rinnovarsi proporzionalmente alla partecipazione diversa di ognuno che dà spazio ai ‘pensieri in attesa di essere pensati’ da un  campo relazionale complesso.Il rituale è inoltre una negoziazione complessa tra le dimensioni della memoria e dell’oblio. Tuttavia, il ‘sacrificio’ che ricrea il mondo, implicito nella dimensione rituale, è essenzialmente una riconnessione comunicativa con la complessità e tocca contemporaneamente la dimensione individuale, comunitaria, collettiva e ‘cosmica’.Nella dimensione ‘eteronoma’ (in cui le leggi e l’ordine procedono dall’alto in basso) l’aspetto prevalente del rituale è la causalità magica: determinate azioni generano determinati risultati. Nella dimensione ontonomica (vedi la pagina sull’ ‘ontonomia’) l’ordine è emergente. Il rapporto tra la complessità invisibile e la coscienza si accentua, nella percezione che ogni esistenza e la stessa coscienza hanno natura simbolica. Si tratta però di capire bene che per coscienza non va necessariamente intesa la mera lucidità della razionalità analitica. Il pensiero simbolico di cui ci importa ha una dimensione “allusiva” che esplora ciò che non conosciamo ancora in modo più ricco della riflessione per categorie.

«Il rituale è un modo di dar forma all’humanum….» [Panikkar]

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