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Il gioco del mondo (un frammento onirico)

A proposito di ‘matrice sociale dei sogni’ volevo condividere un breve frammento di un sogno fatto ieri notte, che credo sia anche eco di un bell’incontro a Torino dove si è parlato di etica, bambini, adolescenti, famiglie, ma anche di migranti e del bisogno di trovare nuove forme di appartenenza e costruzione comune, e condivisione dei pesi e delle sfide di questo mondo odierno a tratti così pesante…
Nel mio sogno bisognava svelare l’enigma di cosa fosse il ‘board-mir’, o trovarlo e comunque scoprire il significato della parola mir (o myr).
Pensavo fosse sanscrito e al risveglio ho guardato ed effettivamente c’è una parola myr che è una misura temporale di ‘un milione di anni
Invece in russo (cosa che ignoravo o che era sepolta nel mio inconscio) mir significa sia pace che mondo, ma anche comunità e assemblea. La parola originaria ha a che fare con una forma di autogoverno e di proprietà comune delle terre che già esisteva nel medioevo.  Con l’abolizione della servitù della gleba, il mir assunse un ruolo centrale nella gestione comunitaria della terra, che veniva concessa ai contadini russi dietro sostanzioso “riscatto”. Bakunin vedeva nel Mir la predisposizione del popolo russo verso l’autogestione e la collettivizzazione delle terre. La sua storia prosegue fino al 1928 quando il Mir viene abolito  da Stalin a favore di forme di gestione collettiva statalizzata (Primo piano quinquennale – requisizione del grano).
La parola inglese board rimanda invece ai giochi in particolare i giochi da tavolo (tipo gioco dell’oca) che in inglese si chiamano board games. Più in generale board rimanda a asse, tavola e per derivazione tavolo (da gioco), lavagna, cartellone. Ma può essere usata per significare ‘a bordo’ (di una nave) o per un consiglio d’amministrazione o altro esclusivo ‘comitato’…
Insomma un po’ come con il gioco della sabbia (o gioco del mondo) dobbiamo forse immaginare giochi e pratiche di pace foss’anche con una prospettiva di lunghissimo termine (non ingenua ma un po’ utopica) per costruire mondo e comunità?

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Sogni di sogni

Nel 1982 Gordon Lawrence, un consulente e formatore interessato alla comprensione delle dinamiche totalitarie nelle istituzioni comincia a sperimentare all’Istituto  Tavistock di Londra quello che poi diventerà la Social Dreaming Matrix.

Dall’ascolto del potenziale narrativo del sogno possono emergere elementi di pensiero che collegano il sogno alla sua matrice rizomatica, complessa, alle appartenenze plurali e contradditorie che oggi strutturano la nostra identità, ma che pure ci accomunano più che mai nell’immaginare e ‘sognare’ la sua costruzione.  Possiamo immaginare la Matrice da cui attinge il Sogno come un campo di narrazioni potenziali profondamente interconnesse, un rizoma, o una nuvola di elettroni di cui non è possibile stabilire l’esatta posizione se non a partire da una determinata modalità di osservazione. Il lavoro sul Sogno può ‘fissare’ una ‘particella’ e descriverla come un prodotto della storia e dell’inconscio personale del sognatore oppure ‘risuonare’ associativamente con un tutto-mondo rispettando la natura collettiva e sociale della Matrice, l’interconnessione delle storie, ognuna nella sua diversa unicità. Nella Social Dreaming il sognatore racconta infatti il suo sogno al gruppo, e ognuno racconta le sue associazioni, ma trattando il sogno come sogno del gruppo, o attraverso il quale il gruppo racconta il suo ‘sogno’, esplora le sue aspirazioni, i suoi conflitti e li rende generativi trasformando l’immaginazione in pratica sociale.  «Abbiamo constatato  – dice Lawrence – che a un cambiamento del ‘contenitore’ ospitante (la Matrice) corrisponde un cambiamento della natura dei sogni ospitati. I sogni non esprimevano più preoccupazioni di tipo individuale, ma diventavano socio-centrici, ossia ruotavano attorno a tematiche sociali…». L’idea del sogno come proprietà individuale diventa obsoleta nella misura in cui viene condiviso nello spazio della Matrice.  Infatti, non appena li raccontiamo i sogni acquistano una natura sociale. Il tempo della narrazione del sogno è il tempo in cui qualcosa che non è strettamente temporale può entrare nella storia e nel mondo.  «I nostri sogni hanno a che fare con la natura delle nostre connessioni (…) La storia dell’umanità, mentre siamo svegli è una storia di frammentazione, di persone e comunità separate per nazionalità, religione, politica. I nostri sogni sono connessi alla semplice verità che siamo membri di una stessa specie.»

Questa citazione di Lawrence richiama una delle sue fonti, Jung  e la sua idea di  un’ampia stratificazione narrativa della psiche. Jung sosteneva inoltre  il sogno utilizzava queste fonti narrative per rielaborare  gli eventi e il divenire.  Ricordando che una serie di sogni  gli aveva preannunciato la prima Guerra mondiale.

Nel suo principale saggio sulla Social Dreaming (Won from the formless and infinite) Lawrence racconta un suo sogno seminale: il sogno di un architetto cieco. Questa figura ossimorica richiama un’altra fonte cruciale di Lawrence, Bion e la sua ‘capacità negativa’ (Keats), la capacità di esplorare creativamente reggendo l’incertezza e non a partire da un ‘sapere’, ma di ‘fare anima’ a partire dalla metabolizazione profonda di processi in cui sopravviviamo. Sovente, come in una fiaba, il sogno esplora con mille variazioni il viaggio dell’eroe, i suoi successi e  i suoi naufragi, da cui riemergiamo, al risveglio, sopravvissuti.

Un’altra fonte di Lawrence è in fondo Bateson perchè Lawrence tratta il sogno  come manifestazione di una proprietà emergente di un gruppo o di un sistema.

Altre fonti sono più esplicite. Lawrence racconta di avere casualmente trovato per caso un libro intitolato “Il Terzo Reich dei Sogni” di Charlotte Peradt, una psicoterapeuta tedesca che, fra il 1933 e il 1939, aveva raccolto in Germania 300 sogni che esprimevano in modo diretto le reazioni dei sognatori al clima politico. Un’altra fonte cruciale è la versione un po’ romantica della spedizione (1935) dell’antropologo Kilton Stewart tra i Senoi della Malesia. Stewart descrive una cultura armoniosa basata su una sorta di reverie condivisa. I Senoi lavoravano per liberare il negativo delle loro metabolizzazioni oniriche e sfruttarne il potenziale narrativo e creativo attraverso un sistema cooperativo di condivisione dei sogni che iniziava ogni mattina in ogni famiglia e veniva proseguito dai capi-famiglia riuniti. (à suivre)

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Quel che resta dei sogni

Il titolo dell’intervista di oggi su Repubblica di Luciana Sica allo psicoanalista Domenico Chianese calza a fagiolo: Quel che resta dei sogni. La trovate su spogli.blogspot E il sottotitolo risuona con il rinnovato interesse transdisciplinare sull’interfaccia tra sogni e dimensione sociale: “La paura del futuro cambia il nostro mondo onirico”

Dice Chianese «Anche nei sogni si esprime il nuovo disagio della civiltà dell’uomo moderno. Penso soprattutto a quei sogni angoscianti di cadute, smarrimenti, strade sbarrate che spesso fanno i pazienti più giovani… Saranno senz’altro determinati dal passato dei singoli sognatori, ma colgono anche il momento storico che viviamo. È così, del resto, che funziona la mente umana, con uno scambio continuo tra il “mondo” e lo “psichico”: compreso l’inconscio che, per dirla con Kaës, “sente l’angoscia del futuro”. Un sentimento che si è fatto particolarmente acuto oggi, nel pieno di una svolta epocale ancora poco decifrabile. Nei sogni affiorano le paure più profonde, “originarie”, ma anche la condizione di incertezza, l’inquietudine, lo smarrimento, l’ansia, l’assenza dolorosa di orizzonti. È allora anche per un senso di responsabilità nei confronti delle nuove generazioni che noi analisti abbiamo il dovere di comprendere la realtà contemporanea.»

E ancora: «… Quella del sogno è un’esperienza dei sensi, un’esperienza estetica che non va considerata una dimensione ornamentale dell’identità umana perché invece ne rappresenta uno dei fondamenti. Sappiamo con Kant che immaginazione e intelletto si incontrano e si cercano e che il sapere estetico non è un meno rispetto al sapere logico. E per quanto il tono sia profetico, sono d’accordo con Adrian Stokes che amava dire “un giorno gli uomini impareranno a considerare la salute mentale come una conquista estetica”… direi che sognare di notte e di giorno può salvarci dalla follia, dalla severità delle patologie. È noto l’adagio di Julia Kristeva che ricorda come “in questa vita di tutti i giorni, impazienti di guadagnare, consumare, non si ha né il tempo né lo spazio per farsi un’anima”.»
Chiede Luciana Sica: «Un grande analista britannico, com’è Christopher Bollas, recupera il sogno nella sua dimensione “antica” di incontro con il destino. Suggestivo. Anche convincente?»
«Nel mondo antico, esistevano delle istituzioni che funzionavano da scambio tra il notturno e il diurno, luoghi privilegiati come il tempio o la boscaglia (…) in una certa misura, l’antico approccio al sogno permane anche nella pratica analitica. Non a caso Bollas parla del sogno come “modernoracola”, come erede dell’oracolo antico, e certamente c’è saggezza nel sogno, in quanto portatore dei significati umani più profondi, abitato dalle dimensioni originarie dell’esistenza: il tempo dell’origine, chiuso in se stesso con tutto il suo carico di nostalgia, ma anche il tempo del futuro. Ora, se il sogno non è solo ciò che resuscita del passato, ma anche quel che annuncia del nostro vivere, possiamo dire che l’uomo nel sogno incontra il suo destino».

In modo complementare vorrei citare Arjun Appadurai che nel dal suo classico Modernity at large riflette sulla sovrapposizione dei ‘paesaggi’ etnoglobali che includono la sfera mediatica, economico-finanziaria, migratoria e creano un continuum di discontinuità e complessità nei cui interstizi nasce e si potenzia l’immaginazione. In particolare Appadurai sostiene che la combinazione di migrazioni di massa e di esplosione di narrazioni mediatiche sembrano chiamare se non costringere a fare ricorso all’immaginazione. Che negli ultimi decenni è diventata un fatto sociale e collettivo.

Per certi versi, aggiunge, questa tendenza richiama qualcosa di antico e già noto «Dopo tutto siamo abituati a pensare che tutte le società hanno prodotto una loro versione di arte, mito e leggenda, espressioni che implicano l’evanescenza della vita sociale ordinaria. In queste espressioni tutte le società hanno dimostrato di poter sia trascendere che riformulare la vita sociale ordinaria facendo ricorso a mitologizzazioni di vario tipo che deformavano immaginativamente la vita sociale. Nei sogni infine, gli individui, anche nelle società più semplici hanno trovato lo spazio per ridefinire la propria vita sociale, vivere emozioni e sensazioni proscritte e vedere cose che poi traboccano nel sentimento che hanno della vita ordinaria.Tutte queste espressioni, inoltre, sono state la base di un dialogo complesso tra immaginazione e rituale in molte società umane, attraverso il quale la forza delle norme sociali ordinarie veniva per certi versi approfondita attraverso il capovolgimento, l’ironia, o l’intensità performativa e il lavoro di collaborazione richiesto da molti tipi di rituale. Questo è il lascito certo di quanto di meglio ha prodotto l’antropologia canonica dell’ultimo secolo.»

La tesi di Appadurai è che l’immaginazione (e implicitamente il sogno nella sua dimensione complessa e sociale) gioca un ruolo ancora più importante nel mondo ‘post-elettronico’. Innanzitutto perché travalica nel bene e nel male la sola dimensione rituale ed entra con forza nella vita quotidiana. Per esempio l’immaginazione di luoghi e modi diversi di vivere è pervasiva nella costruzione dei progetti migratori. Che siano diaspore di speranza o disperazione l’immaginazione ha un ruolo importante. Appadurai contesta inoltre l’idea che i media siano sempre l’oppio dei popoli, e non generino spesso anche agency, una misura di soggettività ironica e selettiva. E mentre la ‘fantasia’ ha una dimensione privata e consolatoria, l’immaginazione prelude ad altro in termini estetici ed etici. Da tutto ciò possono nascere narrazioni che generano nuove solidarietà.

Nel prossimo post vorrei riprendere la storia della Social Dreaming Matrix.

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Il sogno in solitaria e la matrice sociale del sogno

Il Sogno in solitaria

In Occidente non siamo più abituati a pensare il sogno come matrice generatrice di narrazioni e pensieri e tanto meno ‘matrice’ psico-sociale. Il sogno è stato inizialmente pensato dalla psicoanalisi come una confusa produzione di natura allucinatoria che esprime i conflitti personali irrisolti che la coscienza non riesce ad accogliere. Durante buona parte del secolo scorso la concezione vincente è stata quella di Freud: “I sogni, di per sé, non sono né espressioni sociali, né un mezzo per fornire informazioni.” Gli stessi sogni ‘sociali’ di Freud, per esempio quello in cui come giovane suddito emarginato ed ebreo di origine ungherese, si oppone all’arrogante primo ministro austriaco Conte Thun, sono sempre interpretati come uno spostamento del conflitto edipico tra padre e figlio e non come lavorìo parallelo e complementare della psiche. Lavorìo che risuona con gli eventi del proprio tempo e che tenta di metabolizzare – tra le altre cose- il  rapporto tra potenti e diseredati, tra vivi e morti, tra generi, toccando temi esistenziali come la giustizia le peripezie della soggettivazione e la conquista di una propria parola e sapere sulle cose del mondo. Abbiamo perso la percezione  che altre culture hanno di una costante relazione tra il mondo onirico e il contesto eco-sistemico complesso e in divenire(che sovente include cosmo, antenati, spiriti, ierostoria) su cui i sogni a volte aprono la porta – se il sistema onirico non è intasato da una cena troppo pesante o da altre pesantezze personali.

La matrice sociale del sogno

Più scuole di psicoanalisi hanno oggi (ri)scoperto il potenziale della Social dreaming matrix, un lavoro di gruppo sul sogno alla ricerca non di interpretazioni parsonalizzate ma di nessi imprevisti, di insight condivisi su quel tessuto invisibile che accompagna ognuno di noi in una vita onirica che partecipa a modo suo alle vicende del tempo. Non è necessario avere una singola teoria sui sogni per lavorare in questo modo. I sogni possono essere considerati come ricerche di narrazioni alternative o rappresentazioni dinamiche o manifestazioni di conflitti latenti o manifesti, o anche viaggi astrali, comunicazioni con il mondo degli spiriti e degli antenati. Ma nella trama associativa a cui ognuno partecipa, ognuno illumina a modo suo le pareti dei diversi labirinti emotivi e concettuali che comunque costituiscono la trama delle nostre relazioni.

Tornerò sulla Matrice Sociale dei Sogni e sulla sua storia ma qui mi premeva di aggiungere  che la libera associazione (che è la forma non interpretativa con cui un gruppo ‘lavora’ il sogno portato da una persona considerandolo in qualche modo come proprio o come ‘sogno del gruppo’ e va poi alla ricerca di narrazioni emergenti e condivisibili a partire dalla matrice onirico-associativa), che la libera associazione, dicevo,  è il modo in cui il pensiero del sogno viene trasformato in conoscenza.

In un mondo animato dall’utilitarismo, dall’iperspecializzazione e dal tecnicismo dove le forme di coscienza sono sempre orientate a priori verso un fine, la libera associazione (dire ciò che si vuole…) è un’ attività di pensiero ‘sovversiva‘ che favorisce la democrazia psichica e che, come ha detto Bollas,  “mina le strutture epistemologiche occidentali”.

Vedi anche il poetico post di Roz minimum reves.

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